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	Commenti per Deltaindex	</title>
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	<description>Business a misura di talenti</description>
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		Commenti su Tanti al lavoro, pochi davvero coinvolti. La frattura che pesa sulla produttività di Giovanni		</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produttivita/#comment-186</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giovanni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 18:33:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Intervista molto interessante. In effetti, la ricercatrice del CENSIS individua bene le cause del malessere nel mondo del lavoro giovanile che poi si ripercuotono inevitabilmente nella produttività delle aziende]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intervista molto interessante. In effetti, la ricercatrice del CENSIS individua bene le cause del malessere nel mondo del lavoro giovanile che poi si ripercuotono inevitabilmente nella produttività delle aziende</p>
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			</item>
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		<title>
		Commenti su Il 33% dei diplomati è disorientato. Scuola e lavoro ancora distanti di Giampietro		</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/il-33-dei-diplomati-e-disorientato-scuola-e-lavoro-ancora-distanti/#comment-140</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giampietro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 16:27:10 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=9812#comment-140</guid>

					<description><![CDATA[Il dato che apre l’articolo (un diplomato su tre in Lombardia senza idee chiare sul proprio futuro) non va letto come una fragilità individuale dei giovani, ma come un indicatore di sistema. È il segnale di una distanza ancora troppo ampia tra scuola, lavoro e territori, che genera disorientamento proprio nel momento in cui sarebbe più necessario offrire strumenti di lettura e di scelta.
La ricerca di Fondazione Adapt ha il merito di spostare il fuoco dal “momento della decisione” al processo dell’orientamento, mostrando con chiarezza che non può più essere episodico, teorico o delegato alle sole famiglie. In un mercato del lavoro che cambia rapidamente e in un contesto demografico che restringe le possibilità di recupero degli errori, orientare significa accompagnare nel tempo, aiutare le persone a conoscersi, a riorientarsi, a non scambiare una difficoltà per un fallimento personale.
Il paradosso evidenziato, imprese che cercano competenze e giovani che faticano a scegliere, non è una contraddizione, ma l’effetto di filiere educative e produttive che dialogano ancora poco. In questo senso, il ruolo delle imprese come attori educativi non è un’opzione accessoria, ma una responsabilità civica. Le esperienze citate, da Edison a Skillherz, mostrano che quando l’orientamento diventa esperienziale, continuativo e radicato nei territori, cresce la qualità delle scelte e si riduce il mismatch.
C’è poi un tema di equità che attraversa tutto l’articolo. L’orientamento non serve solo a “trovare lavoro”, ma a rendere visibili opportunità che altrimenti resterebbero accessibili solo a chi dispone di maggiori risorse culturali e sociali. Costruire percorsi di pari dignità tra istruzione tecnica, professionale e accademica significa rafforzare la coesione sociale e la sostenibilità futura del sistema.
In definitiva, orientare non è indicare una strada dall’alto, ma camminare insieme, come comunità educante, assumendosi una responsabilità condivisa verso le nuove generazioni. Non farlo, oggi, non è solo inefficiente: è un rischio che il Paese non può permettersi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il dato che apre l’articolo (un diplomato su tre in Lombardia senza idee chiare sul proprio futuro) non va letto come una fragilità individuale dei giovani, ma come un indicatore di sistema. È il segnale di una distanza ancora troppo ampia tra scuola, lavoro e territori, che genera disorientamento proprio nel momento in cui sarebbe più necessario offrire strumenti di lettura e di scelta.<br />
La ricerca di Fondazione Adapt ha il merito di spostare il fuoco dal “momento della decisione” al processo dell’orientamento, mostrando con chiarezza che non può più essere episodico, teorico o delegato alle sole famiglie. In un mercato del lavoro che cambia rapidamente e in un contesto demografico che restringe le possibilità di recupero degli errori, orientare significa accompagnare nel tempo, aiutare le persone a conoscersi, a riorientarsi, a non scambiare una difficoltà per un fallimento personale.<br />
Il paradosso evidenziato, imprese che cercano competenze e giovani che faticano a scegliere, non è una contraddizione, ma l’effetto di filiere educative e produttive che dialogano ancora poco. In questo senso, il ruolo delle imprese come attori educativi non è un’opzione accessoria, ma una responsabilità civica. Le esperienze citate, da Edison a Skillherz, mostrano che quando l’orientamento diventa esperienziale, continuativo e radicato nei territori, cresce la qualità delle scelte e si riduce il mismatch.<br />
C’è poi un tema di equità che attraversa tutto l’articolo. L’orientamento non serve solo a “trovare lavoro”, ma a rendere visibili opportunità che altrimenti resterebbero accessibili solo a chi dispone di maggiori risorse culturali e sociali. Costruire percorsi di pari dignità tra istruzione tecnica, professionale e accademica significa rafforzare la coesione sociale e la sostenibilità futura del sistema.<br />
In definitiva, orientare non è indicare una strada dall’alto, ma camminare insieme, come comunità educante, assumendosi una responsabilità condivisa verso le nuove generazioni. Non farlo, oggi, non è solo inefficiente: è un rischio che il Paese non può permettersi.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Commenti su In Germania universitari pagati l’80% in più, l’allarme di Panetta conferma ciò che il «Delta Index» misura da anni di Giampietro		</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/in-germania-universitari-pagati-l80-in-piu-lallarme-di-panetta-conferma-cio-che-il-delta-index-misura-da-anni/#comment-139</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giampietro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 16:11:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’allarme lanciato da Fabio Panetta fotografa con precisione una crisi strutturale, ma rischia di essere letto solo nella sua dimensione economica. In realtà, come sostengo da anni in Lettera ai giovani. Diventa ciò che sei e in Costruire futuro, il nodo centrale non è soltanto quanto i giovani guadagnano, ma quanto vengono riconosciuti come persone in cammino, come capitale umano e morale, non come semplice fattore produttivo.
I giovani non stanno abbandonando l’Italia solo perché gli stipendi sono più bassi. Se così fosse, basterebbe un adeguamento salariale per invertire la rotta. La verità più scomoda è un’altra: stanno lasciando un sistema che spesso non sa dire loro chi possono diventare, che non offre visione, responsabilità progressive, fiducia. In Diventa ciò che sei ho scritto che un giovane resta dove intravede un senso, non solo un contratto. E oggi, troppo spesso, il lavoro in Italia appare come una parentesi precaria, non come un percorso.
L’articolo coglie bene un punto decisivo: il problema non è isolato, ma sistemico. Demografia, salari, organizzazione del lavoro, meritocrazia intermittente sono facce della stessa crisi culturale. In Costruire futuro ho insistito su questo aspetto: non esiste futuro economico senza una cultura del futuro, e questa cultura si costruisce solo se le istituzioni e le imprese imparano a investire davvero sulle persone, non a utilizzarle finché conviene.
Particolarmente centrata è l’analisi sul momento dell’ingresso in azienda. Quando un giovane entra senza una mappa, senza obiettivi chiari, senza un tutor, il messaggio implicito è devastante: non sei parte di un progetto. È esattamente qui che si rompe il patto tra generazioni. E non è un caso che molti giovani se ne vadano nei primi mesi: non perché siano “inermi” o “impazienti”, ma perché non accettano più di restare in luoghi che non promettono crescita.

Il tema della meritocrazia, poi, è dirimente. Per la Generazione Z non è un valore astratto, ma una condizione minima di fiducia. Sapere come si cresce, perché si cresce, in quali tempi, è parte integrante della dignità del lavoro. Dove tutto è opaco, arbitrario o affidato alle relazioni informali, il futuro perde credibilità. E quando il futuro non è credibile, il presente diventa insopportabile.
Per questo condivido l’idea che l’investimento pubblico in istruzione e ricerca sia necessario, ma non sufficiente. Se le imprese non diventano luoghi educativi, oltre che produttivi, l’istruzione continuerà a trasformarsi in un biglietto di sola andata verso l’estero. Lo ripeto spesso: formare giovani per poi perderli non è modernità, è un fallimento collettivo.
La vera posta in gioco, come conclude l’articolo, non è generazionale ma civile. Un Paese che invecchia e non sa trattenere i suoi giovani non perde solo competenze: perde fiducia, energia, capacità di immaginare. In Costruire futuro ho scritto che il futuro non si prevede, si prepara. Oggi prepararlo significa una cosa molto concreta: diventare, come sistema, luoghi in cui abbia senso restare. Non per trattenere con la forza, ma per attrarre con il significato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’allarme lanciato da Fabio Panetta fotografa con precisione una crisi strutturale, ma rischia di essere letto solo nella sua dimensione economica. In realtà, come sostengo da anni in Lettera ai giovani. Diventa ciò che sei e in Costruire futuro, il nodo centrale non è soltanto quanto i giovani guadagnano, ma quanto vengono riconosciuti come persone in cammino, come capitale umano e morale, non come semplice fattore produttivo.<br />
I giovani non stanno abbandonando l’Italia solo perché gli stipendi sono più bassi. Se così fosse, basterebbe un adeguamento salariale per invertire la rotta. La verità più scomoda è un’altra: stanno lasciando un sistema che spesso non sa dire loro chi possono diventare, che non offre visione, responsabilità progressive, fiducia. In Diventa ciò che sei ho scritto che un giovane resta dove intravede un senso, non solo un contratto. E oggi, troppo spesso, il lavoro in Italia appare come una parentesi precaria, non come un percorso.<br />
L’articolo coglie bene un punto decisivo: il problema non è isolato, ma sistemico. Demografia, salari, organizzazione del lavoro, meritocrazia intermittente sono facce della stessa crisi culturale. In Costruire futuro ho insistito su questo aspetto: non esiste futuro economico senza una cultura del futuro, e questa cultura si costruisce solo se le istituzioni e le imprese imparano a investire davvero sulle persone, non a utilizzarle finché conviene.<br />
Particolarmente centrata è l’analisi sul momento dell’ingresso in azienda. Quando un giovane entra senza una mappa, senza obiettivi chiari, senza un tutor, il messaggio implicito è devastante: non sei parte di un progetto. È esattamente qui che si rompe il patto tra generazioni. E non è un caso che molti giovani se ne vadano nei primi mesi: non perché siano “inermi” o “impazienti”, ma perché non accettano più di restare in luoghi che non promettono crescita.</p>
<p>Il tema della meritocrazia, poi, è dirimente. Per la Generazione Z non è un valore astratto, ma una condizione minima di fiducia. Sapere come si cresce, perché si cresce, in quali tempi, è parte integrante della dignità del lavoro. Dove tutto è opaco, arbitrario o affidato alle relazioni informali, il futuro perde credibilità. E quando il futuro non è credibile, il presente diventa insopportabile.<br />
Per questo condivido l’idea che l’investimento pubblico in istruzione e ricerca sia necessario, ma non sufficiente. Se le imprese non diventano luoghi educativi, oltre che produttivi, l’istruzione continuerà a trasformarsi in un biglietto di sola andata verso l’estero. Lo ripeto spesso: formare giovani per poi perderli non è modernità, è un fallimento collettivo.<br />
La vera posta in gioco, come conclude l’articolo, non è generazionale ma civile. Un Paese che invecchia e non sa trattenere i suoi giovani non perde solo competenze: perde fiducia, energia, capacità di immaginare. In Costruire futuro ho scritto che il futuro non si prevede, si prepara. Oggi prepararlo significa una cosa molto concreta: diventare, come sistema, luoghi in cui abbia senso restare. Non per trattenere con la forza, ma per attrarre con il significato.</p>
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		<title>
		Commenti su Profumo: «Le imprese crescono in attrattività solo se fanno maturare i giovani» di Ivanno Corradi		</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/profumo-le-imprese-crescono-in-attrattivita-solo-se-fanno-maturare-i-giovani/#comment-43</link>

		<dc:creator><![CDATA[Ivanno Corradi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Nov 2025 22:37:15 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=9428#comment-43</guid>

					<description><![CDATA[Leggendo l&#039;intervista di Profumo ho colto: cultura aziendale e non solo; esperienza aziendale; ascolto; sincera attenzione ai giovani; scopo e significato. Ciò che mi ha colpito veramente tanto è stato il percepire nelle sue parole un ancoraggio a reali esperienze professionali e una particolare attenzione a fare parlare l&#039;esempio al posto delle parole e delle teoria manageriali. Grazie]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendo l&#8217;intervista di Profumo ho colto: cultura aziendale e non solo; esperienza aziendale; ascolto; sincera attenzione ai giovani; scopo e significato. Ciò che mi ha colpito veramente tanto è stato il percepire nelle sue parole un ancoraggio a reali esperienze professionali e una particolare attenzione a fare parlare l&#8217;esempio al posto delle parole e delle teoria manageriali. Grazie</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Commenti su VIDEO &#8211; Il manager Alessandro Profumo: «Orientare non è un open day, ma far emergere le passioni dei giovani» di Máy Tính Online		</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/video-alessandro-profumo-orientare-non-e-un-open-day-ma-far-emergere-le-passioni-dei-giovani/#comment-42</link>

		<dc:creator><![CDATA[Máy Tính Online]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Nov 2025 12:55:47 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=9486#comment-42</guid>

					<description><![CDATA[Eccellente! l&#039;articolo sembra un vero vademecum per capire come far sì che i nostri giovani passino da neoassunti a senior in 30 mesi, magari con un po&#039; di IA che li aiuti a sintonizzarsi con se stessi e il mondo del lavoro. Scherzi a parte, l&#039;idea di un hub come Skillherz è un&#039;ottima trovata per non farli disperdersi tra corsi fiume e algoritmi. Dopotutto, se il 65% delle competenze cambierà con l&#039;IA, forse è meglio puntare a formarli a navigare queste &quot;miniere di canarini&quot;! Un&#039;operazione all&#039;insegna dell&#039;alleanza scuola-imprese che, si spera, sia più che sufficiente a far emergere le passioni, anche se a volte sembra più una corsa contro il tempo che un growth hacking strategico. <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f609.png" alt="😉" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Eccellente! l&#8217;articolo sembra un vero vademecum per capire come far sì che i nostri giovani passino da neoassunti a senior in 30 mesi, magari con un po&#8217; di IA che li aiuti a sintonizzarsi con se stessi e il mondo del lavoro. Scherzi a parte, l&#8217;idea di un hub come Skillherz è un&#8217;ottima trovata per non farli disperdersi tra corsi fiume e algoritmi. Dopotutto, se il 65% delle competenze cambierà con l&#8217;IA, forse è meglio puntare a formarli a navigare queste &#8220;miniere di canarini&#8221;! Un&#8217;operazione all&#8217;insegna dell&#8217;alleanza scuola-imprese che, si spera, sia più che sufficiente a far emergere le passioni, anche se a volte sembra più una corsa contro il tempo che un growth hacking strategico. 😉</p>
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