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	<title>Bruno Bonassi, Autore presso Deltaindex</title>
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	<description>Business a misura di talenti</description>
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	<title>Bruno Bonassi, Autore presso Deltaindex</title>
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	<item>
		<title>VIDEO &#8211; Maria Anghileri (Confindustria Giovani): «Anche una piccola impresa può produrre le competenze»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 11:05:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DELTA INDEX TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Nella quinta videotip per Delta Index Tv la presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria spiega come una Pmi può formare i giovani che non trova sul mercato. Gli strumenti ci sono, ma prima serve un cambio di mentalità</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/video-maria-anghileri-confindustria-giovani-anche-una-piccola-impresa-puo-produrre-le-competenze/">VIDEO &#8211; Maria Anghileri (Confindustria Giovani): «Anche una piccola impresa può produrre le competenze»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Una piccola impresa non ha un’academy. Non ha un ufficio formazione e spesso nemmeno un responsabile del personale a tempo pieno. Eppure il tessuto produttivo della Lombardia, come quello dell’Italia, è fatto soprattutto di aziende così. Ed è lì che migliaia di giovani entrano ogni anno nel mondo del lavoro.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il problema di partenza è noto. Secondo il sistema informativo Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, nel 2025 quasi un’assunzione su due è stata di difficile reperimento. Una ricerca dei Giovani Imprenditori di Confindustria, citata da Maria Anghileri, indica nella difficoltà a trovare manodopera specializzata e collaboratori qualificati il primo ostacolo per il 57,9% delle imprese. E l’84,1% di chi non trova le competenze sul mercato ha reagito in casa: formazione diretta, collaborazioni con scuole, università e Its, gli Istituti tecnologici superiori.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Era il paradosso da cui la presidente nazionale dei Giovani Imprenditori era partita nella prima videotip per Delta Index Tv: le aziende non trovano le competenze, i giovani non trovano opportunità di qualità. Nella quinta pillola la domanda si fa concreta. Le grandi imprese hanno i mezzi per diventare produttrici di competenze. Ma una Pmi, una piccola e media impresa, come fa?</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Non serve un’academy</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="97115">Anghileri parte da un’ammissione: una Pmi «non riesce a realizzare un’academy come può fare un’impresa più strutturata». Ma non è quello il punto. Per formare i collaboratori, spiega, un’academy non è necessaria: «A volte basta un tirocinio ben fatto, un apprendistato, basta un collegamento con un Its e con una scuola».</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 173px" class="wp-caption alignleft"><a title="Maria Anghileri, presidente Giovani Imprenditori di Confindustria" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/11/2/photos/anghileri-anche-una-piccola-impresa-puo-produrre-le-competenze_91397766-d6ab-11f1-9cdf-0003e0897d42_1920_2880.jpg" data-credits="Gian Vittorio Frau" data-title="Maria Anghileri, presidente Giovani Imprenditori di Confindustria"><img decoding="async" class="lozad" title="Maria Anghileri, presidente Giovani Imprenditori di Confindustria" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/11/2/photos/cache/anghileri-anche-una-piccola-impresa-puo-produrre-le-competenze_91397766-d6ab-11f1-9cdf-0003e0897d42_1920_2880_v3_medium_libera.jpg" alt="Anghileri: «Anche una piccola impresa può produrre le competenze»" width="173" height="260" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/11/2/photos/cache/anghileri-anche-una-piccola-impresa-puo-produrre-le-competenze_91397766-d6ab-11f1-9cdf-0003e0897d42_1920_2880_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Maria Anghileri, presidente Giovani Imprenditori di Confindustria (Foto di Gian Vittorio Frau)</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">Sono strumenti alla portata anche di un’azienda con pochi dipendenti. L’apprendistato unisce contratto di lavoro e formazione. Gli Its costruiscono i percorsi insieme alle imprese del territorio. E un tirocinio, se è «ben fatto», diventa il primo tratto di strada di un giovane in azienda, non un periodo di prova a basso costo. In tutti e tre i casi il giovane impara sui processi reali dell’azienda, accanto a chi quel lavoro lo fa già.</p>
</div>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Una questione culturale</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Gli strumenti, però, non bastano. Anghileri pensa che «il punto cruciale sia anche culturale»: l’imprenditore «deve capire che la spesa in formazione non è un costo, ma è un investimento sulla sua competitività».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>È la frase che chiude la videotip ed è quella che pesa di più. Nell’intervista integrale all’Osservatorio Delta Index la presidente l’aveva spinta oltre, rispondendo all’obiezione più comune. Se un’impresa dice «non formo il giovane, altrimenti se ne va», aveva spiegato, ha «una visione un po’ miope».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per la Generazione Z la formazione non è un benefit accessorio. È uno dei motivi per cui sceglie un’azienda e uno dei motivi per cui decide di restarci. Già nella prima videotip Anghileri aveva messo la formazione accanto alla crescita e al salario, tra le cose che un’azienda deve offrire per trattenere un giovane. Nel modello dell’Osservatorio Delta Index è il pilastro Formare, quello che collega l’ingresso di un giovane alla sua permanenza. Una piccola impresa che sa raccontare cosa insegnerà a chi entra ha già un argomento in più per farsi scegliere.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/video-maria-anghileri-confindustria-giovani-anche-una-piccola-impresa-puo-produrre-le-competenze/">VIDEO &#8211; Maria Anghileri (Confindustria Giovani): «Anche una piccola impresa può produrre le competenze»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Dati, stipendi e previdenza: il consulente è un alleato della Gen Z</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 09:34:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTRARRE]]></category>
		<category><![CDATA[IN RISALTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Secondo il nuovo Osservatorio Zucchetti sui Consulenti del lavoro sono tre adempimenti che possono diventare leve per attrarre, accogliere e trattenere i giovani</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/dati-stipendi-e-previdenza-il-consulente-e-un-alleato-della-gen-z/">Dati, stipendi e previdenza: il consulente è un alleato della Gen Z</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>«Vogliamo che i consulenti del lavoro ci considerino dei loro partner, non semplici fornitori». Lo ha detto Domenico Uggeri, vicepresidente e responsabile della Business Unit HR di Zucchetti, presentando a Lodi il nuovo Osservatorio. È lo stesso salto che un’impresa può chiedere al proprio consulente sul fronte dei giovani. Zucchetti ha presentato anche un manifesto in dieci punti e il nuovo brand Zucchetti HR Prof, dedicato ai professionisti del lavoro. Il messaggio vale anche a valle. La ricerca indica almeno tre terreni.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il primo sono i dati. L’86% delle analisi che le aziende chiedono agli studi riguarda costi, budget e bilancio. Il 45% degli studi usa già l’analisi dei dati per fare consulenza, 20 punti in più del 2025. Eppure nelle paghe c’è già molto altro: ingressi, uscite, età, assenze. Il report la definisce una «miniera d’oro». Il riferimento è a tutto ciò che riguarda le persone: turnover, assenteismo, saldi ferie, organico per genere ed età. Secondo gli stessi Osservatori Zucchetti, molti uffici del personale non hanno il tempo o le competenze per analizzarli. Quanti under 30 lasciano l’azienda entro un anno, e dopo quanti mesi, è un numero che il consulente può già estrarre. Per un’impresa che vuole trattenere i giovani è il punto di partenza.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il secondo è la trasparenza retributiva. Dal 7 giugno, con il decreto legislativo 96 del 2026, le aziende devono indicare ai candidati la retribuzione iniziale o la fascia prevista e non possono chiedere quanto guadagnavano prima. È una richiesta che la Generazione Z avanzava da tempo: sapere subito quanto vale un posto, senza scoprirlo al terzo colloquio. Un annuncio con una cifra chiara diventa così anche un modo per distinguersi. Il 50% dei consulenti la considera un’opportunità, il 60% tra gli studi con più di 20 collaboratori.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="16505">Il terzo è la previdenza. Dal 1° luglio chi è alla prima assunzione nel settore privato aderisce automaticamente al fondo previsto dal contratto, con 60 giorni per scegliere diversamente. Tocca al datore di lavoro informarlo, indicare il fondo e raccogliere la sua scelta. Spiegarlo bene nei primi giorni è già un gesto di accoglienza. Per un giovane è la prima occasione di guardare al proprio futuro con l’azienda accanto. Oggi la pianificazione previdenziale è offerta dal 26% degli studi.</div>
<div class="article-body">
<p>Tre adempimenti che, letti con Delta Index, diventano tre leve: attrarre con la chiarezza, accogliere con l’attenzione, trattenere conoscendo i propri numeri. Il consulente, in questo percorso, può essere davvero un partner.</p>
</div>
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		<item>
		<title>Studi poco attrattivi? Il 37% ha già iniziato a cercare giovani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 09:13:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTRARRE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Per il 60% della categoria la professione non attira gli under 27. Stella (Zucchetti): «I consulenti ricoprono un ruolo fondamentale di intermediazione con le PMI per la loro trasformazione digitale»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/studi-poco-attrattivi-il-37-ha-gia-iniziato-a-cercare-giovani/">Studi poco attrattivi? Il 37% ha già iniziato a cercare giovani</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Sei consulenti del lavoro su dieci sono convinti che la loro professione non attiri i giovani. È il dato più netto della prima edizione dell’Osservatorio Professionisti del Lavoro di Zucchetti, presentata in anteprima nazionale nei giorni scorsi allo Zucchetti Village di Lodi, davanti a 200 professionisti. Ma dentro la stessa ricerca c’è anche l’altra metà della storia: quasi uno studio su due ha deciso di non restare a guardare.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>L’indagine ha coinvolto a maggio 432 studi che elaborano le paghe e gestiscono il personale per conto delle imprese. «Abbiamo realizzato il primo Report dell’Osservatorio Professionisti del Lavoro 2026 con l’obiettivo di offrire ai consulenti del lavoro un’analisi approfondita dell’evoluzione della professione», spiega Luca Stella, presidente dell’Advisory Board degli Osservatori Zucchetti HR. I consulenti, ricorda, «ricoprono un ruolo fondamentale di intermediazione con le PMI per la loro trasformazione digitale».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>L’Osservatorio Delta Index &#8211; che ha una partnership con Zucchetti &#8211; ha letto la ricerca con la propria lente sulla Gen Z. Gli studi professionali sono piccole imprese a tutti gli effetti e, come le imprese, devono attrarre, selezionare, formare e trattenere i giovani. Con una ragione in più per guardarli da vicino: sono i consulenti a cui ogni giorno si rivolgono le aziende del territorio. Il punto, per Delta Index, non è stabilire chi abbia ragione, ma capire che cosa uno studio può cambiare da domani.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Le ragioni che si danno</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>A chi giudica la professione poco attrattiva, la ricerca ha chiesto il perché. Il 52% risponde «lavoro complicato e troppe norme». Seguono, distanziati, chi attribuisce la distanza ai giovani stessi (9%) e chi ritiene la professione poco al passo con i tempi (7%). Solo il 6% parla di lavoro sottopagato. Il report avverte che è il punto di vista dei professionisti, non necessariamente quello dei ragazzi. Qui si apre lo spazio per agire. Le ricerche sulle nuove generazioni che Delta Index legge ogni settimana indicano, accanto alla retribuzione, sempre le stesse richieste: equilibrio tra lavoro e vita privata, flessibilità, prospettive di crescita chiare. Sono le leve che il report stesso cita tra i fattori sociologici, insieme ad altri nodi che con la paga c’entrano poco. Nelle scuole mancano percorsi che facciano conoscere il mestiere e le sue possibilità: il 6% dei consulenti indica proprio la scarsa conoscenza della professione. Pesa il pregiudizio di un lavoro carico di scadenze e responsabilità. E sempre più ragazzi scelgono la carriera in azienda, percepita come più stabile. Nella prefazione la giuslavorista Orsola Razzolini, dell’Università di Milano, indica la strada: le organizzazioni degli studi «devono poter garantire nuovi equilibri tra indipendenza, sicurezza economica ed effettiva possibilità di bilanciare lavoro e vita personale».</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="21891"></div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/11/2/photos/studi-poco-attrattivi-il-37-ha-gia-iniziato-a-cercare-giovani_9b8d6ab0-d69c-11f1-9cdf-0003e0897d42_1920_1776.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/11/2/photos/cache/studi-poco-attrattivi-il-37-ha-gia-iniziato-a-cercare-giovani_9b8d6ab0-d69c-11f1-9cdf-0003e0897d42_1920_1776_v3_large_libera.jpg" alt="Studi poco attrattivi? Il 37% ha già iniziato a cercare giovani" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/11/2/photos/cache/studi-poco-attrattivi-il-37-ha-gia-iniziato-a-cercare-giovani_9b8d6ab0-d69c-11f1-9cdf-0003e0897d42_1920_1776_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Chi ha già cominciato</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>La consapevolezza cresce. Tra le priorità dei titolari la gestione dei collaboratori sale di 7 punti in un anno: il 22% la mette al primo posto, seconda solo all’efficienza dei processi. Già nel 2025 il 79% degli studi dichiarava difficoltà a trovare personale. E molti hanno cominciato a muoversi. Il 37% degli studi ha avviato iniziative per attrarre giovani collaboratori: academy interne, rapporti con scuole e università. Un altro 10% lo farà a breve. Tra gli studi con più di 20 collaboratori la quota sale al 77%: il 65% è già partito, il 12% si sta organizzando. Come sempre, più fatica per i piccoli: nelle realtà fino a cinque collaboratori ha cominciato il 24%. Eppure anche uno studio di tre o quattro persone ha strumenti alla portata: un rapporto stabile con un istituto tecnico o un istituto tecnologico superiore, un tirocinio seguito davvero, un affiancamento per chi entra. È un percorso che le imprese conoscono bene: chi si struttura prima arriva prima ai giovani.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Meno carte, più consulenza</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>C’è poi un elemento che può cambiare la percezione del mestiere. Il 45% dei consulenti applicherebbe l’intelligenza artificiale alla consulenza normativa, il 38% all’automazione delle attività ripetitive. Le norme che oggi spaventano i ragazzi possono pesare meno e lasciare spazio alla parte più interessante del lavoro. A una condizione: che il tempo liberato non tolga ai giovani il primo gradino su cui imparare, ma li porti prima verso il lavoro di valore. Il report descrive una professione che vuole passare da gestore di adempimenti a consulente d’impresa e specialista delle persone. È un’immagine molto più vicina a ciò che cerca la Generazione Z. Lo confermano le competenze più difficili da trovare: consulenziali (48%) e normative (39%) prima di quelle digitali (13%), terreno su cui i giovani partono avvantaggiati. Il report lo dice chiaramente: il professionista non deve diventare un esperto di algoritmi, ma un utilizzatore consapevole. Un ventenne che entra in studio con dimestichezza digitale può essere una risorsa anche per chi lo accoglie.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Il Delta Navigator</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per uno studio, come per un’azienda, le domande diventano precise. Chi accompagna il giovane nei primi mesi. Se il percorso di crescita è scritto o resta implicito. Quanto conta il tempo personale. Quanto tempo passa tra il colloquio e la risposta. Per capire dove il percorso si interrompe, l’Osservatorio mette a disposizione il Delta Navigator, questionario gratuito di autovalutazione che si richiede a info@deltaindex.it. Vale per le imprese di ogni dimensione e per gli studi che vogliono continuare a crescere insieme ai giovani.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/studi-poco-attrattivi-il-37-ha-gia-iniziato-a-cercare-giovani/">Studi poco attrattivi? Il 37% ha già iniziato a cercare giovani</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Manovra 2027, i giovani pagano meno tasse. Ma la prima mossa tocca all&#8217;azienda</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/manovra-2027-i-giovani-pagano-meno-tasse-ma-la-prima-mossa-tocca-allazienda/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 09:07:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Dall'imposta all'1% sugli aumenti per gli under 30 ai fringe benefit esentasse fino a 2.000 euro, dalla deduzione al 140% per chi assume al forfettario a 100mila euro: le misure del ddl di Bilancio che toccano il lavoro dei giovani. Quasi tutte funzionano solo se l'impresa le attiva</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/manovra-2027-i-giovani-pagano-meno-tasse-ma-la-prima-mossa-tocca-allazienda/">Manovra 2027, i giovani pagano meno tasse. Ma la prima mossa tocca all&#8217;azienda</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un’impiegata di 27 anni. Lavora in un’azienda privata e guadagna 26mila euro lordi l’anno. Nel 2027 il suo datore di lavoro decide di darle un aumento di 2.500 euro. Oggi su quella cifra pagherebbe 575 euro di Irpef. L’anno prossimo ne pagherà 25. Fanno 550 euro in più in tasca in un anno.</p>
<p>C’è però una condizione. L’aumento deve arrivare. E a deciderlo non è lo Stato, ma l’azienda.</p>
<p>È questa la chiave per leggere il capitolo giovani della legge di Bilancio 2027, approvata dal Consiglio dei ministri mercoledì 28 ottobre e illustrata in conferenza stampa a Palazzo Chigi dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, con il ministro dell&#8217;Economia Giancarlo Giorgetti, i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani e il viceministro Maurizio Leo. Una manovra da circa 26 miliardi di euro, con una dichiarazione d&#8217;intenti precisa: «Vogliamo che un ragazzo che inizia a lavorare in Italia senta che questa nazione vuole spronarlo», ha detto la premier.</p>
<p>Lo sprone, però, passa quasi sempre dalle imprese. Ecco cosa contiene il provvedimento, in attesa del testo definitivo che arriverà in Parlamento.</p>
<p><strong>Il premio under 30: l&#8217;1% sugli aumenti</strong></p>
<p>È la misura principale per i giovani. Nel 2027 gli aumenti di stipendio riconosciuti ai dipendenti del settore privato nati dopo il 31 dicembre 1997 saranno tassati con un’imposta sostitutiva dell’Irpef dell’1%, fino a 2.500 euro l’anno. Il requisito di reddito: lavoro dipendente fino a 28mila euro.</p>
<p>Non importa se il giovane è appena entrato in azienda o se ci lavora da anni. Conta solo che il suo reddito cresca. Rispetto all’Irpef ordinaria del 23%, il risparmio arriva fino a 550 euro l’anno. La somma, ha spiegato la premier, si può erogare in dodici mensilità o in un’unica soluzione.</p>
<p>Non è un assegno dello Stato. È uno sconto fiscale su soldi che deve mettere il datore di lavoro: senza aumento, il beneficio non scatta. E vale per un solo anno. Lo schema ricalca quello dell’imposta al 5% sugli aumenti da rinnovo contrattuale, introdotta per il 2026 per i lavoratori di tutte le età fino a 33mila euro di reddito e confermata anche per il 2027.</p>
<p>Per un’impresa il conto è semplice. A parità di costo, un aumento dato a un giovane sotto la soglia dei 28mila euro arriva in busta paga quasi intero. Ed è un argomento da spendere già al colloquio.</p>
<p><strong>Fringe benefit fino a 2.000 euro</strong></p>
<p>Seconda misura, stessa platea. Per i lavoratori con età non superiore a 30 anni il limite di esenzione dei fringe benefit sale a 2.000 euro. Oggi la soglia piena spetta solo a chi ha figli a carico; per tutti gli altri si ferma a 1.000 euro. Secondo la premier, l&#8217;intervento da solo può valere fino a mille euro in più all&#8217;anno. Con le regole in vigore, dentro quel tetto entrano anche il rimborso delle utenze domestiche e dell&#8217;affitto o del mutuo della prima casa: voci che per chi è appena uscito dalla famiglia pesano più di ogni altra.</p>
<p>Il dato va letto accanto a quello dell&#8217;Osservatorio Welfare 2026 di DoubleYou (Gruppo Zucchetti), di cui Delta Index è partner: la Gen Z riceve in media 720 euro di credito welfare all&#8217;anno, il valore più basso tra tutte le generazioni, e ne spende il 77% in buoni acquisto per spesa e carburante. Il nuovo tetto apre spazio. Se però viene riempito solo di buoni spesa, l&#8217;azienda perde l&#8217;occasione di rispondere a ciò che i giovani chiedono davvero: casa, mobilità, formazione, autonomia economica. È lì che un pacchetto costruito sull&#8217;età diventa un argomento da mettere nell&#8217;annuncio di lavoro, non un dettaglio da scoprire dopo la firma.</p>
<p><strong>Chi assume giovani deduce il 140%</strong></p>
<p>Sul fronte delle assunzioni la manovra rafforza la superdeduzione del costo del lavoro, la formula «più assumi, meno paghi». Oggi le imprese che aumentano l&#8217;organico deducono il 120% del costo dei nuovi assunti. Nel 2027 la percentuale sale al 140% per i giovani con meno di 36 anni e al 180% per le lavoratrici madri. In pratica l’impresa risparmia di Ires il 9,6% del costo del giovane assunto. Ma servono due condizioni: l’organico deve crescere davvero e l’azienda deve avere utili sufficienti per dedurre subito, altrimenti il beneficio slitta agli anni successivi.</p>
<p>Si aggiunge la proroga al 31 dicembre 2027 degli esoneri contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato di giovani, donne e lavoratori nelle Zes (Zone economiche speciali), che sarebbero scaduti a fine anno. Confermate anche la tassazione al 5% sugli aumenti dei rinnovi contrattuali e l&#8217;imposta all&#8217;1% sui premi di produttività. Precisazione sui tetti: l’imposta al 5% sugli aumenti da rinnovo contrattuale vale fino a 33mila euro di reddito, l’1% sui premi di produttività fino a 80mila euro.</p>
<p>Messo insieme, è un pacchetto che abbassa il costo del primo contratto stabile e alleggerisce le tasse sugli aumenti successivi. Per chi cerca giovani la domanda cambia: non è più se l&#8217;azienda possa permettersi di assumerli, ma se sappia spiegare ai candidati come questi sconti diventeranno busta paga, crescita e prospettiva.</p>
<p><strong>Partite Iva, il forfettario sale a 100mila euro</strong></p>
<p>Per chi lavora in autonomia non arriva una flat tax riservata ai giovani. La novità riguarda tutti i forfettari: la soglia di ricavi e compensi per entrare e restare nel regime passa da 85mila a 100mila euro. Con un vincolo: sopra gli 85mila euro scatta l&#8217;obbligo di applicare l&#8217;Iva (imposta sul valore aggiunto), perché la franchigia è legata alle regole europee. Il governo ha annunciato una trattativa con Bruxelles per alzare anche quella.</p>
<p>Per i più giovani resta la leva che già esiste: l&#8217;imposta sostitutiva al 5%, invece del 15%, per i primi cinque anni delle nuove attività che rispettano i requisiti. Non è legata all&#8217;età, ma è di fatto lo strumento con cui molti under 35 aprono la partita Iva. Oggi chi supera gli 85mila euro esce dal regime l&#8217;anno successivo. Con il nuovo tetto, un giovane professionista che cresce potrà restarci fino a 100mila euro, anche se da quella soglia in su dovrà fatturare con l&#8217;Iva.</p>
<p>Per le aziende che lavorano con freelance giovani, da chi fa grafica e comunicazione a sviluppatori e consulenti, significa collaboratori che possono crescere di fatturato senza perdere il regime agevolato.</p>
<p><strong>Casa, la cedolare all&#8217;1% per gli inquilini under 35</strong></p>
<p>C&#8217;è poi una misura che non tocca la busta paga ma pesa su ogni scelta di lavoro lontano da casa. Sugli affitti a canone concordato la cedolare secca scende dal 10% al 5%. E se l&#8217;inquilino ha meno di 35 anni il proprietario paga l&#8217;1%. Su un canone annuo di 12mila euro il proprietario pagherà 120 euro di imposta. Vale solo per i contratti a canone concordato, quelli a prezzo calmierato fissati dai Comuni con le associazioni di proprietari e inquilini. Le regole per gli affitti transitori e per gli studenti sono ancora da scrivere, e non è chiaro se ci saranno limiti di reddito.</p>
<p>Per un&#8217;impresa che deve attrarre giovani da fuori provincia, o che lavora già con convenzioni e alloggi per i neoassunti, è un argomento in più da mettere sul tavolo con i proprietari del territorio.</p>
<p><strong>L&#8217;Irpef riguarda poco i giovani</strong></p>
<p>Il taglio dell&#8217;Irpef, con il secondo scaglione al 33% che si allarga da 50mila a 55mila euro di reddito e un beneficio massimo di 500 euro all&#8217;anno, riguarda il ceto medio. Chi è all&#8217;inizio della carriera, con redditi lontani da quella fascia, quasi non lo vedrà.</p>
<p><strong>Cosa resta da scrivere</strong></p>
<p>Il disegno di legge deve ancora approdare alle Camere e i dettagli faranno la differenza: limiti di reddito, contratti ammessi, modalità di verifica dell&#8217;età. Il limite dei 30 anni per il premio, finora, è stato indicato solo in conferenza stampa. Durante l&#8217;esame parlamentare le cifre potranno cambiare.</p>
<p>Una cosa però è già chiara. Questa manovra non mette soldi direttamente in tasca ai giovani. Mette in mano alle imprese gli strumenti per farlo a un costo più basso. Chi li userà per primo, e saprà dirlo ai candidati, avrà un vantaggio. Chi aspetterà, lo lascerà agli altri.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/manovra-2027-i-giovani-pagano-meno-tasse-ma-la-prima-mossa-tocca-allazienda/">Manovra 2027, i giovani pagano meno tasse. Ma la prima mossa tocca all&#8217;azienda</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<title>VIDEO – SCOPRI IL “DELTA NAVIGATOR”: «Un giovane che entra oggi nella vostra azienda sa dove può arrivare?»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 16:26:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DELTA INDEX TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Restare in azienda dipende da ciò che si vede davanti a sé. Federica Romagna apre le pillole sul trattenere: la crescita deve essere una direzione chiara</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/video-scopri-il-delta-navigator-un-giovane-che-entra-oggi-nella-vostra-azienda-sa-dove-puo-arrivare/">VIDEO – SCOPRI IL “DELTA NAVIGATOR”: «Un giovane che entra oggi nella vostra azienda sa dove può arrivare?»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Entrare in un’azienda è una scelta. Restarci, spesso, dipende da ciò che si riesce a vedere davanti a sé. Da qui parte la nuova pillola video di Federica Romagna, Top Voice LinkedIn, la prima della serie realizzata con l’Osservatorio Delta Index dedicata al tema del trattenere i giovani.</p>
<p><strong>Un’attesa senza direzione</strong></p>
<p>Un giovane che non conosce le possibilità di crescita, le competenze che potrà sviluppare e le tappe che può raggiungere rischia di percepire il proprio percorso come un’attesa senza direzione. Ed è proprio in quell’attesa che si indebolisce il legame con l’azienda.</p>
<p><strong>Una direzione, non una promessa</strong></p>
<p>Il messaggio della pillola è chiaro: una prospettiva di crescita non deve essere necessariamente una promessa di carriera. Deve essere una direzione riconoscibile, qualcosa che il giovane possa vedere e su cui possa orientare il proprio impegno. Non servono traguardi garantiti, serve un percorso leggibile.</p>
<p><strong>La domanda alle imprese</strong></p>
<p>Da qui la domanda che ogni organizzazione dovrebbe porsi: nella nostra azienda un giovane sa dove può arrivare? Ha davanti a sé un percorso di crescita visibile?</p>
<p>L’attrattività verso la Gen Z non si presume: si osserva, si misura, si può migliorare. Delta Navigator permette di fare una prima autovalutazione dell’attrattività della propria impresa e di individuare le aree su cui concentrare l’attenzione. Per saperne di più: www.deltaindex.it</p>
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		<title>VIDEO &#8211; Maria Anghileri (Confindustria Giovani): «Turnover dei giovani, fallimento o normalità?» La lettura di Anghileri</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/turnover-dei-giovani-fallimento-o-normalita-la-lettura-di-anghileri/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 16:16:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DELTA INDEX TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Per la presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria il ricambio dei ventenni, doppio rispetto ai millennial, è in parte fisiologico. Ma chiede alle aziende di riflettere: i ragazzi tengono insieme talento, famiglia e amicizie</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Quasi uno su due: nel 2025 il turnover dei lavoratori della Generazione Z ha toccato il 45,99%. Lo misura l’Osservatorio Zucchetti HR 2026 su oltre 145mila aziende e circa 3,35 milioni di dipendenti a tempo indeterminato. Non un sondaggio, ma le cessazioni registrate nelle buste paga. Il dato è in calo rispetto al 51,09% del 2024. Resta però più del doppio di quello dei millennial.</p>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Fallimento o normalità?</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Come va letto questo numero? Lo abbiamo chiesto a <b>Maria Anghileri, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria</b>. La sua risposta tiene insieme due piani. Da una parte, il dato racconta «qualcosa di fisiologico». A vent’anni si ha voglia di sperimentare e di cambiare. E il mercato del lavoro oggi offre molte opportunità: chi è giovane può permettersi di guardarsi intorno. Dall’altra, quel numero «ci deve far riflettere come imprese prima di tutto».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure class="zoom-gallery new libera left">
<p><figure style="width: 134px" class="wp-caption alignleft"><a title="Maria Anghileri, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/26/photos/turnover-dei-giovani-fallimento-o-normalita-la-lettura-di-anghileri_64fb1f72-d153-11f1-8d75-68f8fc95c125_1920_2880.jpg" data-credits="Foto Gian Vittorio Frau" data-title="Maria Anghileri, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria"><img decoding="async" class="lozad" title="Maria Anghileri, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/26/photos/cache/turnover-dei-giovani-fallimento-o-normalita-la-lettura-di-anghileri_64fb1f72-d153-11f1-8d75-68f8fc95c125_1920_2880_v3_medium_libera.jpg" alt="Turnover dei giovani, fallimento o normalità? La lettura di Anghileri" width="134" height="201" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/26/photos/cache/turnover-dei-giovani-fallimento-o-normalita-la-lettura-di-anghileri_64fb1f72-d153-11f1-8d75-68f8fc95c125_1920_2880_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Maria Anghileri, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria (Foto di Foto Gian Vittorio Frau)</figcaption></figure></figure>
</div>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>La vita è una sola</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il punto principale, per Anghileri, è uno: «Oggi un giovane non distingue la vita dal lavoro». E ancora: «La vita è una sola». Dentro quella vita il lavoro deve trovare il suo posto accanto alle aspettative e al talento di ciascuno, ma anche alla famiglia e alle amicizie. Il vero nodo è qui. Un’offerta che chiede di sacrificare tutto il resto, per quanto ben pagata, rischia di non reggere. Al contrario, un’azienda che riconosce questo equilibrio parte avvantaggiata. Per molto tempo il lavoro è stato il centro attorno a cui organizzare tutto il resto. Per un ventenne di oggi è un pezzo di un progetto più ampio. Se il pezzo non si incastra, si cambia.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Cosa può fare l’azienda</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il turnover, allora, non va letto solo come scarsa fedeltà. È un’informazione. Ogni giovane che se ne va dice qualcosa su come l’azienda si inserisce, o non si inserisce, nella sua vita.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Le leve sono concrete. Parlarne presto, già al colloquio e nei primi mesi: chiedere che cosa conta fuori dall’ufficio, dagli orari agli spostamenti, dallo sport alla famiglia. Dove il lavoro lo consente, offrire flessibilità. Dove non lo consente, come nei reparti produttivi e nei turni, garantire almeno orari prevedibili e rispettati. E ascoltare: con colloqui periodici con chi resta, con colloqui di uscita fatti sul serio con chi va. Conta anche il percorso. Un giovane che vede dove può arrivare, e in quanto tempo, ha un motivo in più per restare. Uno che non lo vede, a vent’anni, va a cercarlo altrove.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Trattenere è uno dei quattro pilastri su cui l’Osservatorio Delta Index misura l’attrattività delle imprese verso la Gen Z. Ed è quello dove il dato Zucchetti pesa di più. Il turnover non sparirà: a vent’anni si cambia. Ma la differenza tra un’uscita fisiologica e una perdita evitabile la fa l’azienda.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/turnover-dei-giovani-fallimento-o-normalita-la-lettura-di-anghileri/">VIDEO &#8211; Maria Anghileri (Confindustria Giovani): «Turnover dei giovani, fallimento o normalità?» La lettura di Anghileri</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Da qui al 2030, più che crescere le aziende sostituiranno chi è in uscita</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/da-qui-al-2030-piu-che-crescere-le-aziende-sostituiranno-chi-e-in-uscita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 10:49:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Il rapporto con le previsioni Inapp-Prometeia: servono 3,5 milioni di lavoratori, ma i giovani calano. Per le imprese il passaggio di testimone è un’urgenza</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/da-qui-al-2030-piu-che-crescere-le-aziende-sostituiranno-chi-e-in-uscita/">Da qui al 2030, più che crescere le aziende sostituiranno chi è in uscita</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Da qui al 2030 le imprese italiane avranno bisogno di circa 3,5 milioni di lavoratori. Sembra il segnale di un’economia in espansione. Purtroppo non lo è. Quasi quattro assunzioni su cinque serviranno a coprire i posti lasciati liberi da chi va in pensione, cambia lavoro o si trasferisce: oltre 2,7 milioni di sostituzioni, contro circa 740 mila posti davvero nuovi.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Sono le previsioni dello «Scenario di medio termine per l’economia e l’occupazione», il rapporto curato da Maria Grazia Mereu per l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp) con Prometeia, pubblicato recentemente. Non sono rilevazioni, ma stime costruite con modelli econometrici sulle informazioni disponibili. L’Osservatorio Delta Index le ha lette con il proprio focus verticale: che cosa significano per un’azienda che deve rinnovare l’organico puntando sui giovani.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Il nodo dei tecnici</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il dato più netto riguarda le figure su cui si regge la manifattura. Per le professioni tecniche, per artigiani, operai specializzati e agricoltori e per i conduttori di impianti, secondo le previsioni il fabbisogno sarà interamente di sostituzione: i posti nuovi saranno zero o in calo. Eppure serviranno circa 460mila tecnici, 262mila tra artigiani, operai specializzati e agricoltori, 185mila conduttori di impianti e macchinari. Oltre 900mila persone, solo per non lasciare vuote le postazioni di chi esce.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
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<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/26/photos/2030-piu-che-crescere-le-aziende-sostituiranno-chi-e-in-uscita_b829915e-d128-11f1-8d75-68f8fc95c125_1920_1752.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/26/photos/cache/2030-piu-che-crescere-le-aziende-sostituiranno-chi-e-in-uscita_b829915e-d128-11f1-8d75-68f8fc95c125_1920_1752_v3_large_libera.jpg" alt="2030, più che crescere le aziende sostituiranno chi è in uscita" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/26/photos/cache/2030-piu-che-crescere-le-aziende-sostituiranno-chi-e-in-uscita_b829915e-d128-11f1-8d75-68f8fc95c125_1920_1752_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>I numeri complessivi lo rendono ancora più chiaro. I tecnici in Italia erano 4 milioni e 531mila nel 2024 e saranno 4 milioni e 508mila nel 2030: di fatto gli stessi. Artigiani, operai specializzati e agricoltori scenderanno da 3 milioni e 705mila a 3 milioni e 567mila. Reparti che non si allargano, ma che andranno ripopolati.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per un imprenditore il messaggio è semplice. Il reparto non crescerà, ma andrà rifatto quasi da capo. Chi oggi governa una linea, programma una macchina o coordina una squadra ha accumulato anni di esperienza. Quando uscirà, porterà con sé un sapere che nessun annuncio di lavoro può comprare già pronto.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Meno giovani in arrivo</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il problema è che dall’altra parte della porta ci sono sempre meno persone. Secondo il rapporto la forza lavoro italiana diminuirà da qui al 2030, soprattutto per il calo dei 15-24enni e delle età centrali. L’unica fascia in crescita sarà quella tra 55 e 64 anni: proprio quella che si avvicina all’uscita.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Nello stesso periodo la disoccupazione è prevista in discesa dal 7,8% del 2023-2024 al 6,2% del 2030. Tradotto: meno candidati disponibili, più aziende a contenderseli. Un mercato più stretto, in cui sempre più spesso è il candidato a scegliere.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Cambierà anche il profilo di chi bussa alla porta. I laureati passeranno da poco più del 23% della forza lavoro nel 2022 a circa il 28% nel 2030. Giovani più istruiti, ma meno numerosi, e proprio per questo più selettivi.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="30411">Ed è proprio il diploma il titolo su cui si giocherà la partita più grande: circa 1,56 milioni dei 3,5 milioni di lavoratori necessari, richiesti soprattutto per sostituire. Seguono i laureati, circa 1,33 milioni, dove pesano di più le professioni nuove. Per chi ha al massimo la licenza media il fabbisogno, circa 613mila persone, nasce solo dalle uscite.</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Dove nascono i posti nuovi</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>I posti aggiuntivi, quei 740mila, si concentreranno altrove: nelle professioni intellettuali e scientifiche, nel commercio e nei servizi, nelle mansioni non qualificate. Le dinamiche più sostenute riguardano le professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali, dove tra sostituzioni e posti nuovi serviranno ogni anno quasi 5 occupati ogni 100 già presenti. Seguono ingegneri, architetti, specialisti delle scienze della vita e delle tecnologie digitali. Qui i giovani laureati avranno più scelta, e le aziende più concorrenti.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>La Lombardia corre di più</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>In Lombardia la pressione sarà più forte. Il modello stima tra il 2025 e il 2030 una crescita dell’occupazione dell’1,9%, contro l’1,7% della media italiana. I servizi aumenteranno del 3,2%, l’industria del 2%, mentre le costruzioni perderanno il 10,9% degli occupati: una frenata comune a tutte le regioni, che sconta la fine degli incentivi fiscali sulla casa e l’esaurirsi della spinta del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) entro il 2027. Nel 2030 la regione produrrà il 23,2% del valore aggiunto italiano, più dell’intero Mezzogiorno, che si fermerà poco sopra il 22%.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per le imprese lombarde significa sommare due domande: quella di chi va sostituito e quella di chi serve per crescere. Con un bacino di giovani che non si allarga.</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Il tempo dell’affiancamento</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>È qui che le previsioni diventano una questione di organizzazione. Se gran parte delle assunzioni dei prossimi anni servirà a sostituire, il momento decisivo non è il giorno in cui il lavoratore esperto esce, ma gli anni che lo precedono. Un giovane assunto quando il senior ha già svuotato la scrivania trova un posto, non un mestiere. E il passaggio non si improvvisa in qualche settimana: in molti mestieri tecnici servono anni perché un giovane diventi autonomo.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Nel lavoro dell’Osservatorio Delta Index con le aziende il punto emerge spesso: la fatica non sta solo nel trovare i giovani, ma nell’inserirli in tempo e nel dare loro qualcuno da cui imparare. Un ragazzo della Generazione Z che entra in azienda vuole capire che cosa sta imparando e dove lo porterà. Un affiancamento chiaro, con un esperto che ha tempo e mandato per insegnare, risponde a entrambe le domande. Ed è anche uno dei modi più efficaci per trattenerlo: chi sente di crescere ha meno motivi per guardarsi intorno.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il primo passo è quasi banale: guardare l’età delle persone reparto per reparto e chiedersi chi uscirà nei prossimi cinque anni, con quali competenze, e chi oggi sarebbe in grado di raccoglierle.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Dove la risposta è nessuno, l’assunzione di un giovane non può aspettare, e va programmata con lo stesso anticipo con cui si pianifica l’acquisto di un macchinario. Il ricambio non è un progetto per il futuro: è già un’urgenza.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/da-qui-al-2030-piu-che-crescere-le-aziende-sostituiranno-chi-e-in-uscita/">Da qui al 2030, più che crescere le aziende sostituiranno chi è in uscita</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<title>VIDEO &#8211; Maria Anghileri (Confindustria Giovani): «Lavoro trovato grazie a parenti e amici? Non diventi un recinto»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 15:11:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DELTA INDEX TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. I microdati Istat elaborati dall’Osservatorio Delta Index raccontano un mercato che corre ancora sulle relazioni. Maria Anghileri, presidente Giovani Imprenditori di Confindustria: «Va bene, purché le reti si aprano a università e Its»</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Un nome fatto al momento giusto. La telefonata di un parente, la segnalazione di un amico. In Italia il primo lavoro di un giovane comincia ancora così, più spesso che da un annuncio o da un post sui social. Non è una sensazione. L’Osservatorio Delta Index ha rielaborato i microdati Istat della Rilevazione sulle forze di lavoro 2025, che chiede agli occupati attraverso quale canale hanno trovato il posto. Sotto i 30 anni il 30% è entrato grazie a parenti, amici e conoscenti: quasi uno su tre. Un altro 37,4% si è presentato direttamente all’azienda o è stato contattato dal datore di lavoro. Sommati, due giovani su tre arrivano al contratto attraverso un contatto personale. Gli annunci, tra i 20 e i 29 anni, si fermano al 7%. Sotto i vent’anni la rete di famiglia e amici pesa ancora di più: quasi quattro occupati su dieci, il 39,5%.</p>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Non per forza un male</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Che cosa dice questo dato a chi fa impresa? Lo abbiamo chiesto a Maria Anghileri, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria. La sua lettura non è una condanna. Il fatto che i giovani trovino lavoro più attraverso le relazioni che con annunci e social, spiega, conferma che nel nostro Paese le relazioni restano centrali. «Questo di per sé non è per forza un male». Il punto è un altro: quanto sono larghe. Per Anghileri conta che le relazioni siano il più estese possibile. Non chiuse dentro la cerchia di famiglia e amicizie, ma aperte all’università e agli Its, gli Istituti tecnologici superiori. Poi la sintesi: «La relazione non deve diventare un recinto».</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Dove il recinto si allarga</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>I numeri vanno nella stessa direzione. Considerando tutti gli occupati, chi si è fermato alla licenza media ha trovato lavoro tramite parenti e conoscenti nel 35% dei casi. Tra i laureati la quota scende all’11,6%. Lo studio non cancella le relazioni: le cambia. Al posto dello zio o del vicino di casa arrivano il docente, il tutor dello stage, il compagno di corso già assunto.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>È qui che l’azienda ha margini di manovra. Un’impresa che recluta solo attraverso la rete dei propri dipendenti pesca sempre nello stesso bacino. I candidati assomigliano a chi c’è già, per provenienza e per percorso. Funziona finché funziona. Ma quando le posizioni restano scoperte per mesi, quel bacino si rivela troppo piccolo.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Costruire relazioni prima di assumere</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Allargare il recinto significa costruire relazioni prima di averne bisogno. Aprire le porte a stage e percorsi di formazione scuola-lavoro. Entrare nelle aule degli Its e delle università, non solo nei giorni delle fiere del lavoro. Dare ai dipendenti più giovani il ruolo di ponte verso i loro ex compagni di corso.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Non si tratta di rinunciare al passaparola. I giovani continueranno a fidarsi di chi conoscono, le aziende di chi viene presentato da qualcuno. La differenza la fa il perimetro. Un’impresa che coltiva rapporti con scuole e atenei entra nella rete di ragazzi che altrimenti non l’avrebbero mai incontrata. Per un ventenne senza contatti, quella porta aperta può essere l’unica.</p>
</div>
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		<item>
		<title>Aziende, i giovani soddisfatti non sono più dipendenti fedeli</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/aziende-i-giovani-soddisfatti-non-sono-piu-dipendenti-fedeli/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 08:29:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Per il 42% delle persone nella fascia 23-35 anni il lavoro non è pienamente sostenibile, contro il 32% degli adulti. Secondo una ricerca di Unipol, pesa l’impiego che invade la giornata: per le imprese la partita per trattenerli va giocata lì</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Sette giovani su dieci sono soddisfatti del proprio lavoro. Sette su dieci, negli ultimi due o tre anni, si sono guardati intorno in cerca d’altro. Non sono due gruppi diversi: in buona parte sono le stesse persone. Basta questo doppio dato per capire che una delle certezze su cui le imprese hanno costruito le politiche per trattenere i talenti non regge più. Quella secondo cui un giovane che sta bene, resta.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il quadro emerge dalla ricerca di Unipol, realizzata con la società Kkienn: 1.500 interviste a giovani tra i 16 e i 35 anni e, come termine di confronto, ad adulti fino a 74. Non fotografa soltanto la Generazione Z, ma il mondo del lavoro in cui la Gen Z sta entrando. L’Osservatorio Delta Index l’ha letta con la propria lente: non tanto che cosa pensano i ragazzi, quanto che cosa ne deve ricavare chi li ha già in azienda.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Contenti, ma in movimento</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Tra i giovani che lavorano, i soddisfatti sono saliti in un anno dal 61% al 69%. Il voto medio tocca 7, il più alto della serie. Cresce anche la sicurezza: uno su tre considera il proprio posto «molto sicuro». Eppure il 70% si è guardato intorno, il 49% ha cercato attivamente un altro impiego, il 32% ha cambiato lavoro. Tra gli adulti chi ha cambiato è il 19%.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Cambia anche la direzione, infatti la disponibilità a trasferirsi all’estero cala per il quarto anno di fila: la prende in considerazione il 40% dei giovani lavoratori, era il 58% nel 2022. Chi si muove, sempre più spesso, passa da un’azienda italiana all’altra. Per un’impresa del territorio significa che il concorrente non sta a Londra. Sta nella zona industriale accanto.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Già un anno fa i ricercatori avevano dato un nome al fenomeno: «Workflowing». Non si abbandona il lavoro, si cerca altrove un allineamento migliore tra lavoro e vita privata, tra competenze e aspirazioni. Quest’anno la conclusione è più netta. Salta l’equazione su cui si sono rette per anni le politiche aziendali: insoddisfazione, ricerca, cambio di lavoro. Oggi si può essere soddisfatti e contemporaneamente disponibili a cambiare.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>«Quanto posso durare così?»</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Se la soddisfazione non basta più, la ricerca propone un altro metro: la sostenibilità. Un lavoro è sostenibile quando consente di mantenere nel tempo un equilibrio fra reddito, carico di lavoro e qualità di vita. La domanda che un giovane si fa non è più se sta bene dove si trova, ma se può continuare così. Tra i lavoratori dai 23 ai 35 anni il 42% risponde di no, o non del tutto. Tra gli adulti fino a 54 anni la quota scende al 32%. Più che una misura di benessere, è un indicatore di rischio.</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/19/photos/aziende-i-giovani-soddisfatti-non-sono-piu-dipendenti-fedeli_eae5497e-cb94-11f1-a6f1-b07c44793603_1920_1778.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/19/photos/cache/aziende-i-giovani-soddisfatti-non-sono-piu-dipendenti-fedeli_eae5497e-cb94-11f1-a6f1-b07c44793603_1920_1778_v3_large_libera.jpg" alt="Aziende, i giovani soddisfatti non sono più dipendenti fedeli" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/19/photos/cache/aziende-i-giovani-soddisfatti-non-sono-piu-dipendenti-fedeli_eae5497e-cb94-11f1-a6f1-b07c44793603_1920_1778_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Il tempo che il lavoro si prende</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="39524">Il primo motivo è economico. Tra chi non giudica il proprio lavoro del tutto sostenibile, il 48% indica la tenuta economica: si vive al limite. Il peso si vede nelle buste paga. In un anno i giovani sotto i 1.200 euro netti al mese sono saliti dal 21% al 26%. Ma il tratto che distingue i ragazzi dagli adulti è un altro. È il lavoro che invade la giornata e non lascia staccare. Lo indica il 33% dei giovani, contro il 19% degli adulti. Quasi il doppio. Subito dopo viene la mancanza di prospettive, citata dal 37%: poca stabilità, nessuna traiettoria chiara.</div>
<div class="article-body">
<p>Le fragilità, poi, si sommano. Senza vulnerabilità il 77% dei giovani giudica sostenibile il proprio lavoro. Con paga bassa, precarietà e invasività tutte insieme si scende al 38%. Non è una legge meccanica, avvertono i ricercatori. Sono fattori di rischio: ognuno aumenta la probabilità che il rapporto si rompa.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Prima stare bene</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il contesto aiuta a capire. Tra gli obiettivi di vita dei giovani il primo posto spetta oggi alla salute e al benessere. Stare bene, scrive il rapporto, «entra nel rapporto con il lavoro, nella difesa del tempo personale, nella richiesta di rispetto». Non è disimpegno. È un criterio di giudizio. Già nel 2025 Unipol metteva a confronto due modelli. Da una parte il lavoro come sacrificio e la carriera lineare. Dall’altra un lavoro «sicuro ma anche dignitoso e compatibile con le altre esigenze della vita» e una «carriera personale, anche non verticale». Per chi guida un’impresa è il secondo il modello con cui fare i conti. Anche perché i giovani, a differenza degli adulti, guardano avanti: la fiducia nel proprio futuro sale in un anno dal 57% al 60%, mentre tra gli adulti scende dal 58% al 51%.</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Trattenere, cioè far durare</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Trattenere è uno dei quattro pilastri su cui l’Osservatorio Delta Index misura l’attrattività di un’impresa, insieme ad attrarre, selezionare e formare. Questa ricerca ne sposta il baricentro: trattenere non significa più fidelizzare, ma rendere il lavoro sostenibile. Per un’azienda diventano domande precise. Se gli orari sono prevedibili o si allungano per abitudine. Se chi esce alle sei può davvero non rispondere al telefono. Se la crescita è scritta da qualche parte o resta implicita, e se prevede anche percorsi orizzontali. Se la retribuzione sta dentro un progetto o è solo una cifra. Se la formazione serve a crescere o solo a coprire un ruolo. E soprattutto se qualcuno ha mai chiesto ai propri giovani non se sono soddisfatti, ma se possono continuare così.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per capire dove il percorso si interrompe, l’Osservatorio mette a disposizione il Delta Navigator, questionario gratuito di autovalutazione che si richiede a info@deltaindex.it. Perché un giovane soddisfatto, oggi, non è più un giovane che resta. Resta chi riesce a immaginarsi lì anche fra qualche anno.</p>
</div>
<div id="scroll6" class="article-body">
<h3>La voce dei candidati: chi sta cercando non si fida e l’impresa può distinguersi</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Se sopra abbiamo parlato dei giovani che un’azienda ha già, qui analizziamo quelli che deve ancora convincere. E la notizia, per chi assume, è meno scontata di quanto sembri. Quando dal proprio impiego si passa al mercato, la fiducia dei ragazzi crolla. Tra i 23 e i 35 anni chi dà al mercato del lavoro un voto da 7 in su è sceso in un anno dal 45% al 35%. Gli adulti, invece, sono rimasti fermi. Sul proprio lavoro gli stessi ragazzi sono sempre più soddisfatti, sul sistema no. Distinguono, osservano i ricercatori, la propria esperienza dal funzionamento complessivo del mercato.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Tra chi cerca un impiego, la fiducia di trovarne uno in linea con le proprie aspettative scende da 6,2 a 5,8 di voto medio. E arretrano proprio le attese che pesano di più. Pensa di poter trovare una retribuzione adeguata il 51% (era il 59% nel 2025), competenze utili per il futuro il 58% (era il 65%), un buon equilibrio tra lavoro e vita privata il 57% (era il 63%), occasioni di crescita il 55% (era il 61%). Un lavoro stabile e sicuro, appena il 49%. Più in generale, il 70% dei 23-35enni è convinto che le imprese non valorizzino competenze e titoli di studio. E il 76% pensa che molte persone, pur lavorando, non raggiungano l’autosufficienza, e il 71% che senza una retribuzione adeguata gli aspetti positivi del lavoro perdano valore. È un avvertimento per chi pensa di compensare la busta paga solo con qualche benefit.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per un’azienda è un’informazione preziosa. Dove il mercato delude, chi offre garanzie concrete si distingue. Una piccola impresa del territorio non può vincere la gara degli stipendi con le multinazionali. Non è nemmeno quella la partita. Servono cose che dipendono da decisioni interne: un percorso di crescita dichiarato già al colloquio, la formazione come investimento visibile, il rispetto del tempo personale, l’autonomia nell’organizzarsi. C’è poi un tema che riguarda il domani. Per il 71% dei giovani oggi il lavoro non consente la flessibilità necessaria per prendersi cura dei figli. Chi la offre davvero parla a una generazione che i figli non ha smesso di desiderarli.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Reggono meglio, invece, le attese che non dipendono dal mercato: il rispetto come persona (60%), un ambiente di lavoro positivo (59%), la possibilità di staccare davvero (58%). Il punto è renderle credibili. Un candidato che non si fida del mercato non si fida nemmeno degli annunci. Le garanzie vanno dimostrate con i fatti, dalla prima telefonata in poi. Selezionare, del resto, è il secondo pilastro di Delta Index: è lì che un’azienda dichiara chi è, prima ancora di assumere.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Gli studi rendono di più, ma hanno sempre meno ricambio di giovani</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/gli-studi-rendono-di-piu-ma-hanno-sempre-meno-ricambio-di-giovani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 08:23:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=10509</guid>

					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Nelle libere professioni un uomo su otto ha almeno 65 anni, gli under 35 sono appena il 16%. Per i titolari la partita è trattenere chi arriva e sapere a chi lasciare le chiavi</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Un professionista uomo su otto, in Italia, ha almeno 65 anni. Tra i dipendenti maschi la proporzione è di uno su cinquanta. Basta questo confronto per capire dove il ricambio generazionale si inceppa prima che altrove: negli studi professionali. Commercialisti, avvocati, consulenti, studi tecnici. Realtà che sono imprese a tutti gli effetti, spesso piccole, e che come le imprese devono attrarre giovani, formarli e trattenerli. Con un problema in più: sapere a chi passare lo studio.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il quadro emerge dal rapporto «Generazioni a confronto tra demografia e redditi», pubblicato a luglio dall’Osservatorio delle libere professioni, la fondazione promossa da Confprofessioni, su dati Istat e Banca d’Italia. L’Osservatorio Delta Index lo ha letto con la propria lente: non tanto perché i giovani si allontanino dalle professioni, quanto che cosa possono fare gli studi per riavvicinarli.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Una platea che invecchia</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Nel 2025 gli under 35 erano circa il 24% dei lavoratori dipendenti e appena il 16% dei liberi professionisti. Sono numeri che parlano soprattutto della Generazione Z, i ragazzi che oggi scelgono il primo lavoro. È a loro che uno studio deve parlare, se vuole avere un domani. L’età media dei professionisti è salita in dieci anni da 45 a 48 anni: 50 tra gli uomini, 46 tra le donne. Tra i professionisti maschi il 39% ha almeno 55 anni e solo il 34,8% ne ha meno di 45. La conclusione del rapporto è netta: fra tutti i comparti, il lavoro professionale è il più esposto al nodo del ricambio. Tra i dipendenti il rapporto tra under 35 e over 55 resta vicino alla parità; tra i professionisti i giovani sono nettamente meno dei senior, e lo squilibrio è peggiorato tra il 2015 e il 2025.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Le donne hanno ringiovanito le professioni perché vi sono entrate più tardi: il 46,6% delle professioniste ha meno di 45 anni. Ma l’effetto si sta esaurendo. Dieci anni fa, tra le professioniste, le giovani erano più numerose delle senior. Oggi non è più così. Anche la componente femminile invecchia, e il suo peso numerico resta troppo limitato per riequilibrare un settore spostato verso le età più avanzate.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Sullo sfondo c’è una demografia che non concede margini. In Italia, per ogni 100 ragazzi tra 15 e 19 anni, ci sono 156 persone tra 60 e 64 anni, vicine all’uscita dal lavoro. Nel 1976 erano 72. Chi oggi cerca un giovane di talento se lo contende.</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/12/photos/gli-studi-rendono-di-piu-ma-hanno-sempre-meno-ricambio-di-giovani_f9d7abf8-c611-11f1-8bdb-37215fad3e4a_1920_3002.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/12/photos/cache/gli-studi-rendono-di-piu-ma-hanno-sempre-meno-ricambio-di-giovani_f9d7abf8-c611-11f1-8bdb-37215fad3e4a_1920_3002_v3_medium_libera.jpg" alt="Gli studi rendono di più, ma hanno sempre meno ricambio di giovani" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/12/photos/cache/gli-studi-rendono-di-piu-ma-hanno-sempre-meno-ricambio-di-giovani_f9d7abf8-c611-11f1-8bdb-37215fad3e4a_1920_3002_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Commercialisti, il paradosso</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il caso dei commercialisti rende il fenomeno concreto. Secondo il Rapporto 2026 della Fondazione nazionale di ricerca della categoria, a fine 2025 gli iscritti all’Albo erano 119.050, ossia 902 in meno in un anno. Le nuove iscrizioni sono scese da 1.958 a 1.494: quasi un quarto in meno in dodici mesi. Si riduce la quota degli under 40, cresce quella degli over 60. Eppure il reddito medio professionale è salito dell’8,3%, a 87.376 euro, e al netto dell’inflazione ha superato per la prima volta i livelli del 2007. I praticanti sono risaliti del 4,2%, a 11.507: un segnale, non ancora un’inversione. Il calo degli iscritti, poi, non è uniforme: al Nord è dello 0,2%, al Centro dell’1%, al Sud dell’1,3%. Il Nord tiene meglio degli altri territori, ma la tendenza è la stessa.</p>
</div>
<h3 class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="20786">Non è un tema solo economico</h3>
<div class="article-body">
<p>Una professione che rende sempre di più e attrae sempre meno dice una cosa precisa: il problema non è soltanto economico. È un dato che Delta Index incontra spesso osservando il rapporto tra imprese e Generazione Z: la retribuzione attira, ma da sola non trattiene. Contano la durata dell’ingresso, la chiarezza delle prospettive, il modo in cui si viene accolti.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Lungo il percorso, poi, molti si perdono. In diciotto anni i tirocinanti arrivati all’esame di Stato sono diminuiti del 63,5%. Ogni tirocinante che abbandona a metà strada è un giovane che uno studio aveva già accolto e non è riuscito a tenere. Il 23 settembre la Camera ha approvato la delega per riformare l’ordinamento dei commercialisti: tra le novità, la possibilità di svolgere tutti i 18 mesi di tirocinio durante la laurea magistrale. Il testo ora è al Senato. Se diventerà legge, accorcerà l’attesa tra la laurea e l’abilitazione, un tempo morto che oggi pesa sulla scelta.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Nello studio di qualcun altro</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per gli avvocati il quadro non cambia. Il Rapporto Avvocatura 2026 di Cassa Forense e Censis conta poco meno di 230mila iscritti, contro gli oltre 245mila del 2020, con un’età media salita da 44,1 a 49,5 anni. Tra gli under 40 solo il 42,4% è titolare di uno studio: il 27,3% lavora soprattutto come collaboratore, il 15,9% per un solo committente. E due avvocati su tre, il 66,2%, operano in studi monopersonali. Il 30,3% degli avvocati ha valutato di lasciare la professione, soprattutto per ragioni economiche.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p style="text-align: center;"><em><strong>«Tra un giovane e il professionista passano spesso 30 o 40 anni: una distanza in cui rischia di perdersi il modo in cui i ragazzi immaginano il lavoro»</strong></em></p>
<p>È un dato che riguarda da vicino chi guida uno studio. Il giovane che entra spesso non è un dipendente né un socio: è un collaboratore, e resta se vede una strada davanti a sé. Il rapporto dell’Osservatorio aggiunge un elemento: alla fine degli anni Ottanta i giovani lavoratori autonomi avevano redditi superiori del 20% a quelli medi dei 55-64enni, nel 2022 inferiori del 16%. Per un ventenne la strada autonoma non è più la scorciatoia di un tempo. Anche il traguardo si è allontanato: il picco del reddito, che nel 1987 arrivava tra i 45 e i 54 anni, nel 2022 è slittato tra i 55 e i 64.</p>
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<h3>Restare, non solo entrare</h3>
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<p>A inizio ottobre, a Bari, al termine del convegno nazionale dei giovani commercialisti, è stata eletta la nuova presidente dell’Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili, Michela Boidi, 35 anni. Ha indicato il ricambio generazionale come la sfida principale del mandato e ha messo a fuoco il punto: «Non basta far entrare i giovani nei nostri studi». «Per farli restare &#8211; ha aggiunto -, servono opportunità concrete e prospettive di crescita». Boidi ha anche osservato che «tra un giovane professionista e chi lo rappresenta passano spesso trenta o quarant’anni: una distanza in cui rischia di perdersi il modo in cui i ragazzi immaginano il lavoro. Vale per gli Ordini, e vale dentro ogni studio».</p>
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<h3>Il Delta Navigator</h3>
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<p>È la logica dei quattro pilastri su cui lavora Delta Index: attrarre, selezionare, formare, trattenere. Per uno studio professionale diventano domande precise. Quanto vale il primo gradino, il praticantato. Chi trasmette il sapere prima che il titolare esca. Quale prospettiva vede un collaboratore di trent’anni: una scrivania o una futura associazione. Se il percorso di crescita è scritto da qualche parte o resta implicito. Quanto tempo passa tra il colloquio e la risposta. Le regole stanno cambiando, ma l’accoglienza resta nelle mani dei singoli studi.</p>
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<p>Per capire dove il percorso si interrompe, l’Osservatorio mette a disposizione il Delta Navigator, questionario gratuito di autovalutazione che si richiede a info@deltaindex.it. Vale per le imprese di ogni dimensione. E a maggior ragione per gli studi che vogliono avere ancora qualcuno a cui consegnare le chiavi.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gli-studi-rendono-di-piu-ma-hanno-sempre-meno-ricambio-di-giovani/">Gli studi rendono di più, ma hanno sempre meno ricambio di giovani</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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