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	<title>Francesca Lai, Autore presso Deltaindex</title>
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	<description>Business a misura di talenti</description>
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	<title>Francesca Lai, Autore presso Deltaindex</title>
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	<item>
		<title>Job rotation e staffetta generazionale. Strumenti del nuovo Patto del lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 09:03:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. L’ultimo dossier elaborato dal Cnel indica le leve per favorire il ricambio tra senior e giovani. Il consigliere e demografo Rosina: «È un’occasione di investimento, di responsabilità e di fiducia nel futuro»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/job-rotation-e-staffetta-generazionale-strumenti-del-nuovo-patto-del-lavoro/">Job rotation e staffetta generazionale. Strumenti del nuovo Patto del lavoro</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Le imprese cercano persone e, allo stesso tempo, l’Italia continua a perderne. Nel 2025 tra il 46% e il 48% delle posizioni rischia di restare scoperto per difficoltà di reperimento, mentre il disallineamento tra competenze offerte e richieste dal mercato tocca il 38,5%, oltre la media europea del 32,2%. Sullo sfondo c’è un altro numero: tra il 2011 e il 2024 il saldo migratorio dei giovani italiani è negativo per 441mila unità. Un corto circuito ben spiegato dal documento del Cnel dedicato alle condizioni di ingresso e valorizzazione nel mondo del lavoro colloca due strumenti organizzativi: job rotation e staffetta generazionale.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il dossier nasce dal progetto Patto Generazionale, avviato con una consultazione pubblica nel maggio 2025 e con il coinvolgimento di oltre 65 organizzazioni. Nella premessa Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano, osserva: «Ridefinire il Patto generazionale è una sfida cruciale per la sostenibilità sociale, economica e demografica dell’Italia». Le condizioni su cui quel patto si è retto per decenni sono cambiate: si è modificato il rapporto numerico tra generazioni e l’intelligenza artificiale rende più urgente investire nella formazione del capitale umano giovanile.</div>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/job-rotation-e-staffetta-generazionale-strumenti-del-nuovo-patto-del-lavoro_854fa7c2-a519-11f1-866d-ec685075f526_1920_1732.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/cache/job-rotation-e-staffetta-generazionale-strumenti-del-nuovo-patto-del-lavoro_854fa7c2-a519-11f1-866d-ec685075f526_1920_1732_v3_large_libera.jpg" alt="Job rotation e staffetta generazionale. Strumenti del nuovo Patto del lavoro" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/cache/job-rotation-e-staffetta-generazionale-strumenti-del-nuovo-patto-del-lavoro_854fa7c2-a519-11f1-866d-ec685075f526_1920_1732_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Per le aziende la questione assume la forma di un quesito: come inserire giovani, trasferire loro conoscenze e trattenerli senza scaricare il costo del ricambio sui nuovi assunti? La job rotation consente di spostare sistematicamente i lavoratori tra mansioni diverse, entro i limiti dell’articolo 2103 del Codice civile e delle modifiche introdotte dal decreto legislativo 81/2015. L’obiettivo è ampliare le competenze e ridurre l’obsolescenza professionale. La staffetta generazionale agisce invece sul ricambio: prevede una riduzione concordata dell’orario per i lavoratori senior prossimi al pensionamento, creando spazio per nuove assunzioni e per un periodo di affiancamento.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Qui il documento inserisce l’avvertimento più netto: la staffetta «non deve diventare uno strumento per abbassare il costo del lavoro». Servono clausole che garantiscano parità di trattamento economico e normativo, evitando che i giovani entrino con condizioni peggiori dei colleghi che sostituiscono. Se la staffetta coincide con l’uscita di un dipendente esperto e l’ingresso di uno junior pagato meno, l’azienda risparmia ma perde buona parte del valore dello strumento. Il vero rendimento sta nell’affiancamento: il senior trasferisce conoscenze che raramente entrano in procedure e manuali, mentre l’impresa limita la dispersione di competenze.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il confronto con la Germania mostra un’impostazione strutturata. Nel modello ricostruito dal dossier, la job rotation è collegata alle politiche attive e alla formazione continua: un dipendente può assentarsi temporaneamente per riqualificarsi e il suo posto viene coperto da una persona disoccupata, formata per la mansione. In Italia la rotazione resta soprattutto uno strumento di gestione interna.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="22505">I numeri spiegano perché questo collegamento conta. Alla difficoltà di reperimento si accompagna una quota di Neet (giovani che non studiano e non lavorano) tra i 18 e i 24 anni pari al 16,1%, contro il 10% della Germania, il 4,6% dei Paesi Bassi e una media UE22 del 14,2%. Il documento legge il problema come una carenza strutturale di profili tecnici e professionali adatti alla transizione digitale ed ecologica. Per le imprese significa che cercare competenze già pronte restringe ulteriormente un bacino insufficiente: servono rapporti più stabili con istruzione tecnica e professionale, apprendimento sul lavoro e formazione continua.</div>
<div class="article-body">
<p>Dentro questa impostazione cambia anche il ruolo assegnato ai giovani. Rosina invita a costruire un confronto «che non si limiti a riscrivere il Patto generazionale “per” i giovani, ma “con” i giovani e “per l’intero Paese”». Per le aziende significa ascoltare aspettative e bisogni senza tradurli automaticamente in concessioni: capire perché una persona entra, cosa le permette di crescere e quali condizioni possono convincerla a restare.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il documento richiama anche due aspetti che incidono sulla qualità dell’ingresso: tempi di lavoro e sicurezza. L’Italia registra una media di 37,4 ore settimanali, tra le più alte fra le principali economie europee considerate, mentre diversi Paesi hanno già sperimentato modelli di settimana compressa o ridotta. Sul fronte della sicurezza, il dossier sottolinea il legame tra discontinuità occupazionale e infortuni e, nei Pcto (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento), segnala una «pericolosa distanza tra finalità educative e rischi effettivi» in assenza di monitoraggi capillari.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il nodo più difficile da ignorare resta però quello delle uscite. Il dossier stima in circa 16 miliardi di euro l’anno il costo economico del capitale umano che lascia il Paese. Tra il 2011 e il 2024 il saldo migratorio giovanile è stato di -441mila unità e, per ogni giovane qualificato che entra in Italia, nove si trasferiscono all’estero. Il fenomeno coinvolge anche profili operativi, servizi, logistica e sanità e la “fuga dei cervelli” racconta quindi solo una parte del problema: a spingere fuori sono anche salari, stabilità e qualità complessiva del lavoro.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per le aziende il Patto Generazionale assume così un significato pratico: progettare il ricambio prima che l’uscita dei senior diventi un’emergenza, mappare le competenze che rischiano di andare perse e costruire periodi reali di affiancamento. Significa usare la rotazione per sviluppare professionalità più ampie e collegare la formazione ai cambiamenti tecnologici.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La demografia rende la scelta meno rinviabile. Secondo il documento, la popolazione giovanile è scesa da 15 a 10 milioni nell’arco di trent’anni e nel prossimo decennio la forza lavoro potrebbe ridursi di 2,5 milioni di occupati. La staffetta, quindi, va oltre la semplice sostituzione anagrafica: riguarda la convivenza tra età e competenze diverse nello stesso luogo di lavoro.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il nodo principale riguarda sicuramente il modo in cui le imprese misurano il costo delle persone. Se il risparmio ottenuto all’ingresso vale più del sapere che esce dalla porta con un lavoratore esperto, la staffetta perde la sua funzione. Se invece il passaggio generazionale diventa un processo organizzato, con formazione e tutele coerenti, il ricambio può trasformarsi in una leva competitiva.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Undici milioni di rapporti di lavoro raccontano perché si resta o si va</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 08:29:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. De Luca, presidente del Consiglio nazionale dei Consulenti del lavoro, sui giovani da assumere: «La Gen Z chiede di essere ascoltata e accompagnata, non semplicemente inserita. E serve un contratto adeguato»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va/">Undici milioni di rapporti di lavoro raccontano perché si resta o si va</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Un giovane assunto non è un profilo già pronto da mettere a rendimento dal primo giorno. È una persona da accompagnare, formare e inserire dentro una prospettiva riconoscibile. Rosario De Luca, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, parte da qui per leggere il rapporto tra imprese e Generazione Z. La difficoltà nel trattenere i più giovani, sostiene, nasce soprattutto dalla qualità dell’organizzazione: «L’errore principale è considerare il giovane come una risorsa immediatamente produttiva, senza investire nella sua crescita».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
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<div class="article-body">
<p>Il mercato del lavoro ha cambiato segno. L’Italia ha superato i 24 milioni di occupati e la disoccupazione è scesa sotto la media europea. Per molte aziende la questione si è spostata dalla ricerca di un posto alla ricerca delle competenze necessarie per coprirlo. Secondo le rilevazioni Excelsior di Unioncamere richiamate da De Luca, oltre il 45-50% delle assunzioni programmate presenta difficoltà di reperimento. In questa strettoia le imprese competono anche sulla propria capacità di convincere un candidato a scegliere un’organizzazione e, soprattutto, a restarvi. L’attrattività diventa così una voce della strategia industriale: incide sui tempi di selezione, sulla continuità dei reparti e sulla capacità di innovare.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La definizione di “generazione difficile” rischierebbe dunque di nascondere un problema aziendale. «Il problema è prevalentemente organizzativo. Esistono imprese che hanno saputo evolversi e altre che continuano a usare modelli costruiti per un mercato del lavoro che non esiste più. Oggi le aziende devono diventare più attrattive».</p>
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<div class="article-body-full">
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<div class="article-body">
<p>Il primo banco di prova arriva già durante la selezione. Processi lunghi, risposte tardive e informazioni vaghe sul ruolo consumano fiducia prima dell’ingresso. Dopo l’assunzione, il quadro spesso resta poco leggibile: mansioni indefinite, progressioni affidate all’anzianità, feedback sporadici. A questo si aggiunge una cultura manageriale che misura la presenza invece del risultato. Per un giovane abituato a cercare riscontri rapidi, il silenzio dell’organizzazione viene interpretato come assenza di prospettiva.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="24277"></div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 368px" class="wp-caption alignleft"><a title="Rosario De Luca, presidente nazionale dei Consulenti del Lavoro" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va_bd4e9804-a514-11f1-866d-ec685075f526_1920_1280.JPG" data-title="Rosario De Luca, presidente nazionale dei Consulenti del Lavoro"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="lozad" title="Rosario De Luca, presidente nazionale dei Consulenti del Lavoro" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/cache/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va_bd4e9804-a514-11f1-866d-ec685075f526_1920_1280_v3_large_libera.JPG" alt="Undici milioni di rapporti di  lavoro raccontano perché si resta o si va" width="368" height="245" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/cache/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va_bd4e9804-a514-11f1-866d-ec685075f526_1920_1280_v3_large_libera.JPG" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Rosario De Luca, presidente nazionale dei Consulenti del Lavoro</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">La retribuzione ha comunque un peso importante nelle scelte professionali della Gen Z. «Resta fondamentale, soprattutto con l’aumento del costo della vita. Oggi, però, i giovani valutano il pacchetto complessivo: formazione, welfare aziendale, flessibilità organizzativa, possibilità di crescita, equilibrio tra vita privata e lavoro e qualità dell’ambiente professionale». De Luca richiama il Trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi più strutturati, dove la paga si accompagna a tutele, servizi e formazione. Per le imprese significa spostare il confronto dal solo importo mensile al valore concreto dell’esperienza lavorativa offerta.</p>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il punto più fragile resta la formazione. Molte aziende dichiarano di non trovare candidati adeguati e, nello stesso tempo, cercano profili già perfettamente aderenti alla posizione. «Il capitale umano si costruisce», osserva De Luca. Il mismatch tra domanda e offerta non si risolve allungando l’elenco dei requisiti in un annuncio. Richiede investimenti, tempo dedicato all’apprendimento e responsabilità condivise tra chi entra e chi già conosce processi e clienti.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>In questo passaggio onboarding e tutoraggio smettono di essere procedure accessorie. I primi mesi decidono spesso la permanenza. Un ingresso strutturato chiarisce aspettative e strumenti; la presenza di un tutor riduce gli errori e rende più rapido il trasferimento delle competenze. Anche il feedback deve diventare regolare, concreto, legato al lavoro svolto. «I giovani chiedono di essere ascoltati e accompagnati, non semplicemente inseriti nell’organizzazione».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La mobilità frequente viene ancora letta come mancanza di fedeltà. De Luca rovescia il punto di osservazione: «Se un lavoratore non vede prospettive di crescita, cambiare azienda diventa una scelta razionale. La fidelizzazione si ottiene offrendo prospettive credibili, formazione continua e sistemi premianti basati sui risultati». Il contratto conta. Stabilità e retribuzioni iniziali adeguate rafforzano la fiducia reciproca, mentre la richiesta di coinvolgimento perde forza quando poggia su condizioni precarie. La crescita dell’occupazione a tempo indeterminato registrata negli ultimi anni, ricorda il presidente, conferma che la stabilità conserva valore per entrambe le parti.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Le differenze tra generazioni possono produrre tensioni, soprattutto nei linguaggi e nel rapporto con l’autorità. Possono anche diventare una leva organizzativa. I lavoratori esperti custodiscono conoscenze operative e relazioni maturate nel tempo; i più giovani portano familiarità digitale e rapidità di apprendimento. «Il vero obiettivo è favorire il dialogo tra generazioni attraverso mentoring reciproco e lavoro di squadra». Non basta affiancare età diverse nello stesso ufficio: servono occasioni in cui il passaggio di competenze avvenga in entrambe le direzioni.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Qui entra il ruolo dei consulenti del lavoro, soprattutto nelle piccole e medie imprese, che rappresentano oltre il 99% del tessuto produttivo italiano. «Non ci limitiamo agli adempimenti amministrativi. Accompagniamo l’impresa nella scelta del contratto più adeguato, nei sistemi di welfare, nei premi di risultato, nella formazione e nell’organizzazione del lavoro». La categoria gestisce ogni giorno circa 10 milioni di rapporti e dispone quindi di un osservatorio ravvicinato sulle ragioni per cui un’assunzione funziona oppure si interrompe.</p>
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<div class="article-body">
<p>Per De Luca le priorità partono dalla formazione stabile e da percorsi di crescita trasparenti, verificabili nel tempo. La terza area riguarda la qualità del lavoro, che comprende benessere e partecipazione ai risultati aziendali. Sono scelte destinate a pesare ancora di più con l’inverno demografico. Entro il 2040, ricorda il presidente, l’Italia potrebbe perdere circa quattro milioni di persone in età lavorativa. Il margine per disperdere competenze si restringe. Ogni ingresso lasciato senza guida, ogni promessa di carriera rimasta vaga e ogni uscita evitabile diventeranno un costo più alto per l’impresa e per il sistema produttivo.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va/">Undici milioni di rapporti di lavoro raccontano perché si resta o si va</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La Gen Z vuole sapere quanto vale: ora la legge è costretta a dirglielo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 12:14:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Con il recente decreto la fascia retributiva entra negli annunci, come da tempo chiedonoi giovani e non solo. Tironi (PwC Tls): «Il salario è il punto di arrivo, prima vengono mansioni e inquadramenti»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo/">La Gen Z vuole sapere quanto vale: ora la legge è costretta a dirglielo</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Per i più giovani chiedere subito la fascia retributiva non è un’indiscrezione, ma il primo requisito di un’offerta credibile. Dall’inizio di quest’estate questa aspettativa è diventata un obbligo: gli annunci devono indicare lo stipendio o la fascia prevista, mentre è vietato chiedere la retribuzione precedente. Per le imprese è ora un obbligo giuridico e una verifica dei processi Hr.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il cambio di passo arriva con il decreto legislativo 7 maggio 2026, n. 96, che recepisce la direttiva europea 2023/970 sulla parità di retribuzione per uno stesso lavoro o per lavori di pari valore. La norma si applica ai datori pubblici e privati: la fascia economica deve poggiare su criteri oggettivi e neutrali rispetto al genere, mentre gli annunci devono evitare formulazioni discriminatorie.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per chi cerca lavoro, soprattutto i più giovani, conoscere subito la fascia economica è un elemento decisivo nella scelta del datore. Per l’azienda implica spiegare quanto vale una posizione: è qui che si gioca il rapporto con la Gen Z, che riduce l’asimmetria tra candidato e impresa fin dal primo contatto.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Un passo avanti per tutti</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Avere la retribuzione dichiarata è un passo avanti per tutti, a prescindere dal genere», osserva Francesca Tironi, Employment partner di PwC Tls. Finora l’offerta economica veniva spesso costruita partendo dall’ultima busta paga, con l’effetto di trascinare da un impiego all’altro una disparità nata anni prima. «Chi era stato inquadrato o pagato in modo inadeguato continuava a rimanere dentro quel meccanismo. Oggi la risorsa deve essere valutata per il curriculum, l’esperienza e ciò che può offrire nel nuovo ruolo».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La trasparenza entra poi nella vita quotidiana dell’organizzazione. I lavoratori possono chiedere per iscritto i livelli retributivi medi delle categorie che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore, con dati distinti per sesso. Il datore deve rispondere entro due mesi, tutelando la riservatezza dei colleghi: un equilibrio particolarmente delicato nei gruppi composti da poche persone.</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 223px" class="wp-caption alignleft"><a title="Francesca Tironi, Employment partner di PwC Tls" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/10/photos/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo_7f633b60-94b3-11f1-b6cf-274e34e56b6a_1920_2642.jpeg" data-title="Francesca Tironi, Employment partner di PwC Tls"><img decoding="async" class="lozad" title="Francesca Tironi, Employment partner di PwC Tls" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/10/photos/cache/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo_7f633b60-94b3-11f1-b6cf-274e34e56b6a_1920_2642_v3_medium_libera.jpeg" alt="La Gen Z vuole sapere quanto vale: ora la legge è costretta a dirglielo" width="223" height="307" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/10/photos/cache/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo_7f633b60-94b3-11f1-b6cf-274e34e56b6a_1920_2642_v3_medium_libera.jpeg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Francesca Tironi, Employment partner di PwC Tls</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">La portata della norma va oltre il confronto tra uomini e donne. Un dipendente potrà osservare la media riferita al proprio sesso e capire quanto la sua posizione se ne discosti. «È uno degli aspetti meno compresi &#8211; sottolinea Tironi -. Il dato fa emergere il divario di genere, ma permette anche a ciascuno di valutare la propria collocazione rispetto alla fascia. Questo potrebbe produrre un effetto persino più dirompente del confronto iniziale».</p>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Al centro del nuovo sistema c’è il concetto di «pari valore», che non coincide con l’identità delle mansioni. Due lavori diversi possono essere comparabili quando richiedono competenze, responsabilità e impegno equivalenti. Per le direzioni Hr significa rivedere la pesatura delle posizioni e rendere documentabili criteri formati spesso per consuetudine.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>È qui che il gender pay gap mostra la sua parte meno visibile. La differenza media tra le retribuzioni si costruisce ben prima della busta paga: nasce nella distribuzione di uomini e donne tra gli indirizzi di studio, prosegue nella scelta delle professioni e si consolida nell’accesso alle posizioni apicali. «Il salario è il punto di arrivo», spiega Tironi. «Prima vengono le mansioni e gli inquadramenti, poi i percorsi di carriera. Il dato economico permette di tornare indietro e capire quali processi lo hanno generato».</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="89295">Gli assessment svolti da PwC TLS per i propri clienti, precisa l’avvocata, non costituiscono una ricerca rappresentativa del mercato italiano, ma offrono alcune indicazioni. «Tra un uomo e una donna che ricoprono lo stesso ruolo, le differenze sul fisso e sul variabile risultano spesso più contenute di quanto si pensasse. Il divario emerge nella distribuzione: nelle funzioni meglio pagate e ai vertici continuano a esserci più uomini».</div>
<div class="article-body">
<p>Un direttore finanziario e un responsabile delle risorse umane possono avere entrambi un peso determinante nelle scelte aziendali, ma il primo è stato storicamente retribuito di più ed è stato occupato soprattutto da uomini. La disciplina obbliga quindi a interrogarsi sul valore attribuito alle funzioni e sulle ragioni che sostengono le gerarchie salariali.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per i datori con almeno cento dipendenti arriva anche il reporting. Le imprese con 250 addetti o più dovranno comunicare i primi dati entro il 7 giugno 2027 e ripetere l’operazione ogni anno. Quelle tra 150 e 249 dipendenti avranno la stessa scadenza, con cadenza triennale; per la fascia tra 100 e 149 addetti l’obbligo partirà nel 2031.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Quando in una categoria emerge una differenza media pari almeno al 5 per cento, priva di una giustificazione oggettiva e rimasta senza correzione per sei mesi, l’impresa deve avviare una valutazione congiunta con i rappresentanti dei lavoratori. L’analisi tocca classificazioni, progressioni economiche e congedi. La compliance non si esaurisce in un prospetto: richiede di capire come sono state prese le decisioni.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Il rischio del contenzioso</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Tironi invita a evitare letture allarmistiche sul contenzioso. Le aziende soggette al reporting dispongono di un percorso di analisi e confronto prima dell’eventuale giudizio. Il punto critico potrebbe riguardare le realtà più piccole, escluse dalla rendicontazione periodica ma tenute a rispettare i diritti informativi. Un dato consegnato senza spiegazioni può alimentare tensioni. Prepararsi richiede una mappatura dei ruoli e delle retribuzioni, accompagnata dalla verifica di bonus e avanzamenti.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Occorre formare i manager che conducono i colloqui e costruire una comunicazione interna capace di spiegare perché due posizioni ricevono trattamenti differenti. Il segreto salariale lasciava margini di discrezionalità; la trasparenza chiede coerenza e decisioni dimostrabili.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Employer branding per i giovani</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per la Gen Z il modo in cui l’impresa affronterà questo passaggio sarà parte dell’employer branding. Un annuncio chiaro e una politica retributiva comprensibile raccontano più di molte dichiarazioni sulla cultura aziendale. Le organizzazioni preparate potranno rafforzare la fiducia e rendere più credibili le prospettive di crescita; le altre rischiano di scoprire le proprie incoerenze quando saranno candidati o dipendenti a chiedere conto dei numeri.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La legge rende visibile la distanza, mentre la sua riduzione passa anche dai congedi parentali, dai servizi per l’infanzia e dall’accesso delle donne ai ruoli dirigenziali. «Le attività di cura e di sostegno alle famiglie sono importanti quanto quelle di chi fa business e quelle esperienze sviluppano competenze che le organizzazioni hanno preso poco in considerazione. La trasparenza apre i conti: alle imprese spetta ora spiegare come li hanno costruiti e, dove serve, cambiare il metodo, senza giudizio, perché siamo tutti consapevoli del nostro passato, ma con l’obiettivo di cambiare quello che oggi non funziona più e non è più di attualità» conclude Tironi.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo/">La Gen Z vuole sapere quanto vale: ora la legge è costretta a dirglielo</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Academy Dallara, Hera, Tim, Engineering: il 90% dei giovani sceglie di restare in azienda</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/academy-dallara-hera-tim-engineering-il-90-dei-giovani-sceglie-di-restare-in-azienda/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 07:55:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Quattro Academy d’Impresa per formare competenze e trattenere i giovani. La retention misura tutto: il 90% dei neoassunti è ancora in azienda a due anni.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Le Academy aziendali stanno diventando una risposta strutturale alla carenza di competenze. I casi di Dallara, Gruppo Hera, Tim ed Engineering, associate di Assoknowledge, mostrano quattro modelli diversi, costruiti attorno alla stessa esigenza: formare più rapidamente le professionalità richieste dal business e rendere più efficace l’ingresso dei giovani in azienda.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Per<strong> Dallara</strong>, l’Academy nasce da una necessità precisa: sviluppare competenze tecniche specialistiche e assicurare un ricambio generazionale qualificato. Nell’automotive, il sapere richiesto è verticale, legato ai processi, alla progettazione e al lavoro su progetti reali. Da qui la scelta di co-progettare i percorsi con università e partner industriali, unendo formazione ingegneristica avanzata e apprendimento sul campo. La Generazione Z entra come bacino di talenti e apprezza il contatto diretto con i progetti. Il risultato: maggiore attrattività, sviluppo più veloce delle competenze chiave e migliore retention.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Nel<strong> Gruppo Hera</strong>, HerAcademy lavora come ponte tra organizzazione, sistema educativo e mercato del lavoro. La formazione viene progettata insieme al Piano industriale, incrociando trend, valutazioni delle competenze e fabbisogni interni. I percorsi coprono sicurezza, competenze manageriali, transizione digitale, energetica e ambientale, oltre alle professionalità legate a reti, acqua, ambiente ed energia. Ogni anno oltre il 97% delle persone partecipa ad almeno un’iniziativa, con una media di circa 30 ore pro capite. Il gradimento raggiunge 4,4 su 5 e circa l’80% dei corsi valutati registra un impatto positivo sul business. Dieci Academy professionali alimentano il knowledge management.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="26968"><strong>Tim</strong> Academy &amp; Development parte da un orizzonte più lungo: individuare le competenze necessarie nei prossimi cinque-dieci anni. Cloud, cybersecurity, data science, intelligenza artificiale e automazione affiancano leadership, collaborazione e comunicazione. La competenza decisiva diventa la disponibilità ad apprendere in modo continuo. Per i più giovani, Tim ha sviluppato Dream Tim, percorsi di onboarding, career counseling, mentoring e confronto intergenerazionale. L’obiettivo è accompagnare l’ingresso in azienda mentre l’intelligenza artificiale modifica mansioni e processi. Pensiero critico, curiosità e collaborazione diventano elementi distintivi. Migliaia di persone hanno partecipato ai programmi; sono cresciuti l’offerta digitale, le community professionali, il coaching e gli strumenti di feedback continuo.</div>
<div class="article-body">
<p><strong>Engineering</strong>, oltre 14mila persone nel mondo, ha scelto un modello di adaptive learning. Ogni dipendente può costruire un percorso modulare attraverso learning path, certificazioni, webinar, open classroom, microlearning e community. Le priorità seguono le aree di crescita del business: sviluppo software, cloud, cybersecurity, piattaforme e intelligenza artificiale. Per i neoassunti, il percorso combina teoria, pratica, progetti reali e dialogo con gli esperti interni. I numeri descrivono una struttura stabile: più di 150 learning path, oltre 100 open classroom previste nel 2026 e circa 1.700 nuove certificazioni ogni anno. Il dato più rilevante per chi guarda al capitale umano è la permanenza: circa il 90% dei giovani resta in azienda a due anni dall’assunzione.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Cambiano anche architettura e confini delle Academy. Dallara porta università e partner industriali dentro la progettazione; Hera articola il sapere in dieci strutture professionali; Tim integra formazione, sviluppo e welfare; mentre Engineering affida alle persone la costruzione di percorsi personalizzati. La conoscenza interna viene affidata a manager, tutor ed esperti, mentre i giovani entrano nei programmi come partecipanti e produttori di competenze. L’Academy diventa così un presidio permanente, aggiornato insieme al business e legato ai risultati reali.</p>
</div>
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			</item>
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		<title>Academy d’Impresa da 25 a 232. Le competenze «costruite» in casa</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/academy-dimpresa-da-25-a-232-le-competenze-costruite-in-casa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 07:37:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Non più catalogo corsi, ma scelta industriale. Deitinger (presidente Assoknowledge): «In 14 anni sono quasi decuplicate. Per la Gen Z sono un ponte tra aula, impresa e lavoro reale».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/academy-dimpresa-da-25-a-232-le-competenze-costruite-in-casa/">Academy d’Impresa da 25 a 232. Le competenze «costruite» in casa</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Nel 2010 erano 25 in tutta Italia, nel 2024 le Academy d’Impresa sono diventate 232. In quattordici anni, i numeri sono cresciuti quasi di dieci volte: stiamo assistendo a un nuovo fenomeno nel mondo del lavoro. Nei fatti «<b>le Academy d’Impresa sono passate da esperienza pionieristica a infrastruttura stabile delle strategie industriali</b>». A parlare è Laura Deitinger, presidente di Assoknowledge, di Categoria di Confindustria SIT che rappresenta le Academy d’Impresa. I numeri del «Rapporto Assoknowledge 2025» danno la misura del cambio di passo: «Il 94,4% è ormai in fase avanzata o matura e il 78% lavora soprattutto su formazione manageriale ed esecutiva».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
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<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 265px" class="wp-caption alignleft"><a title="Laura Deitinger, presidente Assoknowledge" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/22/photos/academy-dimpresa-da-25-a-232-competenze-costruite-in-casa_a178888c-6e0b-11f1-aeda-4de6a6485e8b_1920_1487.jpg" data-title="Laura Deitinger, presidente Assoknowledge"><img decoding="async" class="lozad" title="Laura Deitinger, presidente Assoknowledge" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/22/photos/cache/academy-dimpresa-da-25-a-232-competenze-costruite-in-casa_a178888c-6e0b-11f1-aeda-4de6a6485e8b_1920_1487_v3_large_libera.jpg" alt="Academy d’Impresa da 25 a 232. Competenze «costruite» in casa" width="265" height="205" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/22/photos/cache/academy-dimpresa-da-25-a-232-competenze-costruite-in-casa_a178888c-6e0b-11f1-aeda-4de6a6485e8b_1920_1487_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Laura Deitinger, presidente Assoknowledge</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">L’«onda Academy» non ha colpito solo una nicchia di mercato: «Manifattura, energia, automotive, farmaceutico, costruzioni, multiutility, banche, ICT e servizi» sono i settori più coinvolti. <b>È la risposta delle aziende a un problema fisiologico che sembra orientato alla cronicizzazione</b>: le imprese cercano competenze che il mercato non riesce a consegnare nei tempi stabiliti. «Molte conoscenze richieste dalle imprese nascono all’interno, nei processi produttivi», osserva Deitinger. L’Academy d’Impresa serve a costruirle in casa, «accelerare upskilling e reskilling, accompagnare transizione digitale e green e rafforzare l’identità e la reputazione aziendale». La formazione è entrata così nella strategia industriale: per un ceo significa ridurre il tempo necessario per rendere produttiva una nuova risorsa, per un investitore vuol dire misurare la capacità dell’impresa di innovare e contenere il turnover. Il punto è superare il catalogo corsi: l’Academy d’Impresa funziona quando dialoga con recruiting, sviluppo, organizzazione e filiera.</p>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<blockquote class="quote-article-cont">
<h4 style="text-align: center;"><span style="color: #0000ff;">Le Academy d’Impresa più solide lavorano con scuole, Its, università, fornitori e istituzioni. Le imprese portano fabbisogni e pratiche operative; il sistema educativo li traduce in moduli, laboratori, apprendistati e micro-qualifiche</span></h4>
</blockquote>
<p>La Generazione Z è dentro questo passaggio: le Academy d’Impresa sono diventate un canale di ingresso quando collegano orientamento, apprendistato duale, preassunzione e lavoro reale. Anche se oggi la saldatura con il recruiting resta incompleta: «Solo nel 20% dei casi partecipano attivamente alla selezione». I casi più avanzati indicano la direzione da prendere. Ad esempio, «Enel, con “Energia per crescere”, ha raccolto 26mila candidature, formato 4mila persone e favorito 2.600 assunzioni nell’indotto. <b>Per la Gen Z, questi percorsi riducono la distanza tra aula, impresa e mestiere</b>», dice Deitinger. All’appello mancano diverse figure: «Sviluppatori, specialisti IT, data scientist, esperti di cybersecurity e intelligenza artificiale. E servono diplomati tecnici, profili per la transizione energetica, figure medico-scientifiche, competenze interdisciplinari in supply chain e procurement e ruoli legati al software-defined vehicle». I ruoli sono decisamente complessi: alle conoscenze tecniche si affiancano «adattabilità, collaborazione, ascolto, problem solving, comunicazione e lettura di scenari complessi». Se da un lato il divario è ampio, dall’altro i giovani chiedono un plus, oltre la formazione tecnica. «Cercano orientamento, riconoscimento del proprio potenziale, contatto con il lavoro reale e crescita professionale», sottolinea la presidente di Assoknowledge. Vogliono capire il proprio ruolo e misurarsi con attività concrete.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="38315"></div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
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<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/22/photos/academy-dimpresa-da-25-a-232-competenze-costruite-in-casa_a1fcb076-6e0b-11f1-aeda-4de6a6485e8b_1920_1944.png"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/22/photos/cache/academy-dimpresa-da-25-a-232-competenze-costruite-in-casa_a1fcb076-6e0b-11f1-aeda-4de6a6485e8b_1920_1944_v3_medium_libera.png" alt="Academy d’Impresa da 25 a 232. Competenze «costruite» in casa" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/22/photos/cache/academy-dimpresa-da-25-a-232-competenze-costruite-in-casa_a1fcb076-6e0b-11f1-aeda-4de6a6485e8b_1920_1944_v3_medium_libera.png" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Un’Academy d’Impresa efficace «trasforma motivazioni e attitudini in competenze spendibili», in grado di incidere sull’engagement, mentre «due imprese su tre adottano strategie per attrarre e trattenere talenti». Le Academy d’Impresa più solide lavorano con scuole, Its, università, fornitori e istituzioni. Le imprese portano fabbisogni e pratiche operative; il sistema educativo li traduce in moduli, laboratori, apprendistati e micro-qualifiche. Deitinger cita il caso Muner, «un’operazione di sistema nata in Emilia-Romagna, promossa dalle industrie del territorio, con Dallara come capofila, che ha portato le università regionali a consorziarsi attorno ai fabbisogni della “Motor Valley”».</p>
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<div class="article-body">
<p>«Per le Pmi il modello sarà diverso» da quello dei grandi gruppi. Se le strutture autonome sono costose; diventano più realistici progetti aperti, territoriali, interaziendali o di filiera. Qui si gioca una partita di politica industriale: riconoscere le Academy d’Impresa «come parte del sistema formativo, incentivarne l’apertura verso PMI e territori e integrarle stabilmente con scuola, ITS Academy e università». Per iniziare con il piede giusto nell’avvio di una Academy aziendale, ci sono alcuni errori da evitare: «misurare solo le ore erogate, non partire dai fabbisogni reali, non coinvolgere scuole, ITS Academy e università, non aprirsi alla filiera e non collegare formazione, selezione e sviluppo &#8211; avverte Deitinger -. Una Academy d’Impresa chiusa dentro l’azienda rischia di perdere il suo potenziale più innovativo».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Nei prossimi cinque anni, «per le grandi imprese le Academy d’Impresa tenderanno a diventare uno standard. Per le aziende più piccole cresceranno i modelli condivisi». La differenza la faranno governance, co-progettazione, integrazione fra aula e lavoro, strumenti digitali, micro-certificazioni e uso consapevole dell’IA. E ciò significa persone più pronte, minori costi di inserimento, una filiera più robusta.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/academy-dimpresa-da-25-a-232-le-competenze-costruite-in-casa/">Academy d’Impresa da 25 a 232. Le competenze «costruite» in casa</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Inclusione, il gap che pesa: le aziende faticano a convincere la Generazione Z con i fatti</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/inclusione-il-gap-che-pesa-le-aziende-faticano-a-convincere-la-generazione-z-con-i-fatti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 08:39:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTRARRE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Survey di Aidp (Direzione personale) commentata da Carlamaria Tiburtini: «L’89% considera la “Dei” strategica, ma solo il 37% del top management si impegna davvero».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/inclusione-il-gap-che-pesa-le-aziende-faticano-a-convincere-la-generazione-z-con-i-fatti/">Inclusione, il gap che pesa: le aziende faticano a convincere la Generazione Z con i fatti</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>La contraddizione è figlia dei nostri tempi. Lo sentiamo dire troppo spesso, ma ciò non limita la verità della frase, soprattutto se parliamo di mondo del lavoro. L’89% delle aziende italiane considera la Dei (Diversity, equity &amp; inclusion) un obiettivo strategico. Eppure, quando si passa dalle dichiarazioni ai comportamenti organizzativi, il consenso si riduce sensibilmente. È la fotografia scattata dalla Survey 2026 del <b>Centro Ricerche Aidp </b>(Associazione italiana per la direzione del personale), guidato dal professor Umberto Frigelli insieme all’Area <b>Diversity &amp; Inclusion</b> coordinata da <b>Carlamaria Tiburtini</b>, su un campione di oltre 300 professionisti Hr. Il dato racconta una trasformazione ormai avviata. Oltre il 90% delle organizzazioni dichiara di aver integrato almeno in parte i principi Esg (Environmental, social and governance), la responsabilità sociale d’impresa e il benessere organizzativo nelle proprie strategie. La meta è ancora molto lontana. Solo il 37% del top management dimostra un pieno commitment sui temi della Dei, della sostenibilità e del benessere organizzativo. La maggioranza esprime un sostegno parziale, mentre una quota residuale continua a considerare queste tematiche marginali rispetto alle priorità di business.</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 365px" class="wp-caption alignleft"><a title="Carlamaria Tiburtini di Aidp" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/8/photos/inclusione-le-aziende-faticano-a-convincere-la-gen-z-con-i-fatti_86f7edae-6311-11f1-a11a-3ef0d82a78ec_1920_1320.jpg" data-title="Carlamaria Tiburtini di Aidp"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Carlamaria Tiburtini di Aidp" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/8/photos/cache/inclusione-le-aziende-faticano-a-convincere-la-gen-z-con-i-fatti_86f7edae-6311-11f1-a11a-3ef0d82a78ec_1920_1320_v3_large_libera.jpg" alt="Inclusione: le aziende faticano a convincere la Gen Z con i fatti" width="365" height="251" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/8/photos/cache/inclusione-le-aziende-faticano-a-convincere-la-gen-z-con-i-fatti_86f7edae-6311-11f1-a11a-3ef0d82a78ec_1920_1320_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Carlamaria Tiburtini di Aidp</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">Anche sul fronte della cultura interna emergono segnali di fragilità. Per tutti gli ambiti analizzati, la maggioranza dei dipendenti mostra un livello di consapevolezza soltanto parziale. La piena comprensione dei temi resta confinata a una minoranza. «Da una parte crescono consapevolezza, rappresentazione e attenzione verso i diritti delle persone appartenenti ai gruppi di diversità; dall’altra aumentano polarizzazione, resistenze culturali e, in molti Paesi, vere e proprie regressioni normative &#8211; osserva Carlamaria Tiburtini, referente nazionale Aidp Inclusion -. Non è un tema distante da noi perché la qualità democratica di un Paese entra inevitabilmente anche dentro le organizzazioni».</p>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>La conseguenza è un divario tra aspettative delle persone e risposta delle aziende. Un divario che può avere effetti diretti sulla produttività. «Sul benessere, un delta elevato può aumentare stress, demotivazione, senso di disallineamento e rischio di burnout &#8211; spiega Tiburtini -. Sulla produttività, questo squilibrio può tradursi in minore concentrazione, performance meno costante, assenteismo, quiet quitting e maggiore turnover. Per la Gen Z contano molto autenticità, feedback frequente, inclusione, equilibrio vita-lavoro e impatto del proprio ruolo. Quando questi fattori mancano, la produttività tende a risentirne rapidamente».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il punto è rilevante perché riguarda direttamente uno dei nodi più critici per le imprese italiane: la retention dei talenti. Negli ultimi anni il turnover giovanile è diventato uno degli indicatori più osservati dai direttori Hr. La crescente mobilità professionale della Gen Z obbliga le aziende a interrogarsi sulla propria capacità di costruire ambienti di lavoro credibili e coerenti. Il principale ostacolo allo sviluppo di politiche più mature è rappresentato dalla prevalenza delle priorità di business, indicata dal 50% dei rispondenti. Seguono le resistenze culturali interne e lo scarso coinvolgimento del management. Le difficoltà economiche, spesso considerate il problema principale, vengono citate da meno di un quarto del campione.<a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/8/photos/inclusione-le-aziende-faticano-a-convincere-la-gen-z-con-i-fatti_8769b4a2-6311-11f1-a11a-3ef0d82a78ec_1920_1944.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/8/photos/cache/inclusione-le-aziende-faticano-a-convincere-la-gen-z-con-i-fatti_8769b4a2-6311-11f1-a11a-3ef0d82a78ec_1920_1944_v3_medium_libera.jpg" alt="Inclusione: le aziende faticano a convincere la Gen Z con i fatti" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/8/photos/cache/inclusione-le-aziende-faticano-a-convincere-la-gen-z-con-i-fatti_8769b4a2-6311-11f1-a11a-3ef0d82a78ec_1920_1944_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></div>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Per anni abbiamo parlato di diversity come di un tema reputazionale &#8211; afferma Tiburtini -. Oggi sappiamo che non basta più perché l’inclusione non è un progetto parallelo e non è una campagna di comunicazione. Le organizzazioni più mature sono quelle che hanno capito che inclusione significa cultura manageriale. Significa chiedersi chi prende parola nelle riunioni, chi viene considerato leadership material, chi può essere autentico senza pagare un prezzo e chi resta fuori dai network informali del potere».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La sfida riguarda anche il cosiddetto stipendio emotivo. La ricerca internazionale «Footprints: Young People’s Values, Hopes and Expectations» (Pontificia Università della Santa Croce) condotta su oltre 9.000 giovani tra i 18 e i 29 anni ha mostrato come una quota significativa della Gen Z sia disposta a lasciare un lavoro stabile e ben retribuito se il contesto organizzativo viene percepito come tossico. «Ai leader bisogna parlare di business. Solo quando l’impatto di politiche non inclusive arriva a toccare i KPI aziendali ci si rende conto dell’opportunità persa. Temo che oggi lo stipendio emotivo non sia preso nella sua giusta considerazione e gli impatti potranno in alcuni casi essere molto negativi e difficili da recuperare».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Accanto alle politiche di genere cresce l’attenzione verso l’equità e la trasparenza nelle carriere, nelle retribuzioni e negli avanzamenti professionali. Un tema destinato a diventare sempre più centrale anche alla luce delle nuove normative europee. Competitività è ormai sinonimo di concretezza. La parola d’ordine per la Gen Z è «credibilità»: lo spartiacque che determina se costruire il proprio futuro professionale in una azienda o cercarlo altrove.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/inclusione-il-gap-che-pesa-le-aziende-faticano-a-convincere-la-generazione-z-con-i-fatti/">Inclusione, il gap che pesa: le aziende faticano a convincere la Generazione Z con i fatti</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Gen Z, selezione troppo lenta: un costo reale. E alla fine il giovane se ne va altrove</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 07:43:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SELEZIONARE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Con l’IA il candidato studia l’azienda, poi aspetta. Il 22% smette entro due settimane, il 17% ha già firmato altrove. Lo «Smarter Hiring Report» di Indeed certifica il paradosso: le imprese perdono il passo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-selezione-troppo-lenta-un-costo-reale-e-alla-fine-il-giovane-se-ne-va-altrove/">Gen Z, selezione troppo lenta: un costo reale. E alla fine il giovane se ne va altrove</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Immaginate un candidato che arriva al colloquio avendo già letto le ultime interviste del vostro amministratore delegato, analizzato le recensioni su Glassdoor, studiato i valori dichiarati sul sito e simulato le domande più probabili con un assistente di intelligenza artificiale. Non è uno scenario futuribile. È già la normalità per una quota crescente di giovani che si affacciano al mercato del lavoro.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Non si tratta di onniscienza, e sarebbe un errore pensarlo. La Generazione Z non arriva sapendo già tutto di un’azienda. Al contrario, spesso non conosce nemmeno le aziende del proprio territorio, ma se vuole arriva con strumenti potenti per informarsi, e li usa. Lo conferma lo «Smarter Hiring Report» di Indeed, realizzato con YouGov su oltre 9.300 tra datori di lavoro e candidati in 12 Paesi, tra cui l’Italia. Tra chi utilizza l’intelligenza artificiale nella ricerca di lavoro, il 60% la trova efficace per raccogliere informazioni sulle aziende prima di candidarsi, il 55% per prepararsi ai colloqui. Non è un vezzo tecnologico: è un cambio strutturale nel modo in cui un giovane si presenta. E pone alle aziende una domanda diretta: siete pronti ad accogliere qualcuno che conosce le vostre contraddizioni meglio di quanto pensiate?</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Candidato più consapevole</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Come sottolinea Gianluca Bonacchi, Talent Strategy Advisor di Indeed, il valore reale dell’IA non è nella sostituzione delle competenze umane, ma nel potenziamento della persona che la usa. Il candidato che arriva «allenato» non è necessariamente più bravo: è più consapevole, fa domande più mirate, valuta con maggiore attenzione. Il colloquio smette di essere una verifica unilaterale e diventa uno spazio bidirezionale. Le aziende che non se ne sono ancora accorte rischiano di essere valutate &#8211; e bocciate &#8211; prima ancora di aver aperto bocca.</p>
</div>
<div class="article-body">
<blockquote class="quote-article-cont">
<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #3366ff;">Il silenzio non è neutro: il 26% ha dovuto rimandare scelte di vita per l’attesa</span></strong></p>
</blockquote>
<p>L’Osservatorio Delta Index registra esattamente questa dinamica. I giovani non sono meno motivati dei loro predecessori. Portano però nel processo di selezione una domanda di coerenza: cercano conferma che ciò che l’azienda dichiara corrisponda a ciò che effettivamente offre. E oggi hanno gli strumenti per verificarlo.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Quando il silenzio è già una risposta</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>C’è un paradosso che i dati mettono in evidenza con una certa brutalità. Mentre i candidati arrivano sempre più preparati, le aziende spesso non reggono il ritmo sul fronte più elementare: la velocità di risposta. Il 41% dei candidati italiani si aspetta un riscontro entro due-quattro settimane dalla candidatura. Le aziende si muovono su tempi molto diversi: per il 45% il processo si protrae oltre le cinque settimane. Le conseguenze sono concrete e misurabili. Il 22% dei candidati inizia a cercare altrove se non ottiene risposta entro due settimane. Il 17% ha già accettato un’altra offerta nel frattempo. Il 25% ha sviluppato una percezione negativa dell’azienda. E, dato forse più sottovalutato, il 26% ha dovuto ritardare decisioni personali importanti a causa dell’attesa.</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/5/11/photos/gen-z-selezione-lenta-costo-reale-alla-fine-il-giovane-se-ne-va-altrove_53afe936-4d0b-11f1-8a17-05a528923769_1920_1742.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/5/11/photos/cache/gen-z-selezione-lenta-costo-reale-alla-fine-il-giovane-se-ne-va-altrove_53afe936-4d0b-11f1-8a17-05a528923769_1920_1742_v3_large_libera.jpg" alt="Gen Z, selezione lenta: costo reale, alla fine il giovane se ne va altrove" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/5/11/photos/cache/gen-z-selezione-lenta-costo-reale-alla-fine-il-giovane-se-ne-va-altrove_53afe936-4d0b-11f1-8a17-05a528923769_1920_1742_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Incertezza e frustrazione</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="5703">Quest’ultimo numero merita attenzione. Non siamo di fronte a una semplice inefficienza gestionale. Il processo di selezione lento entra nella vita delle persone: blocca scelte, crea incertezza, genera frustrazione. Per la Gen Z, che legge ogni segnale organizzativo come un riflesso della cultura aziendale, il silenzio non è neutrale. È già una risposta.</div>
<div class="article-body">
<p>Per le piccole e medie imprese, spesso meno strutturate sul fronte delle risorse umane, questo rischio è particolarmente concreto: perdere un candidato qualificato in fase di attesa ha un costo reale, non solo in termini di recruiting, ma di carico per i colleghi già operativi. Il 30% delle aziende italiane segnala un aumento del carico di lavoro per i dipendenti come conseguenza diretta dei processi troppo lenti. Il 18% registra un calo del morale.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il fenomeno del ghosting aziendale (l’azienda che sparisce dopo uno o più colloqui, senza feedback, senza spiegazioni) è la forma più acuta di questo problema. I ragazzi parlano tra loro, e i social amplificano ogni esperienza negativa. Un processo silenzioso non viene dimenticato. Viene raccontato.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Italia fanalino di coda sul benessere</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il terzo elemento che emerge dalla ricerca è noto nei contorni generali, ma contiene un dettaglio specificamente italiano che merita attenzione. Per il 40% dei candidati italiani l’equilibrio tra vita privata e lavoro (il cosiddetto work-life balance) è il fattore decisivo nella scelta tra diverse offerte. Lo stipendio base viene al secondo posto, prioritario per il 26%. Crescita professionale, opportunità di apprendimento e benefit seguono distanziati. Il lavoro viene valutato sempre più per come si inserisce nella vita delle persone, non solo per quanto paga.</p>
</div>
<div class="article-body">
<blockquote class="quote-article-cont">
<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #3366ff;">Work-life balance: decisivo per il 40% dei candidati. Le imprese italiane sono le ultime a dirlo</span></strong></p>
</blockquote>
<p>Il dato veramente rilevante è quello che riguarda le aziende. Solo il 17% dei datori di lavoro italiani considera l’equilibrio vita-lavoro l’elemento più attrattivo da comunicare. Tra i 12 Paesi esaminati dalla ricerca, l’Italia registra il dato più basso in assoluto. Le imprese italiane sono quelle che comunicano di meno su ciò che i candidati considerano più importante.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il disallineamento si riflette anche sulle leve scelte: la crescita professionale è indicata come fattore di punta dal 24% delle imprese, ma è decisiva solo per il 14% dei candidati. Si punta su qualcosa che i candidati valutano poco, trascurando ciò che valutano molto. Non è un problema di valori: è un problema di ascolto. Per l’Osservatorio Delta Index questa disconnessione è uno dei nodi strutturali del mercato del lavoro italiano. Le aziende non mancano necessariamente di politiche di benessere o flessibilità. Spesso mancano del linguaggio per comunicarle. E in un mercato dove i candidati arrivano preparati e assistiti dalla tecnologia, ciò che non viene comunicato è come se non esistesse.</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Cosa cambia, concretamente</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Mettendo insieme i tre elementi (il candidato più attrezzato, i processi troppo lenti, la disconnessione sulle aspettative) emerge un quadro che non chiede alle aziende di stravolgere la propria organizzazione. Chiede qualcosa di più preciso: consapevolezza. Consapevolezza che il colloquio non è più il primo momento di incontro, ma uno dei tanti in un percorso in cui il candidato ha già raccolto informazioni e formato un’opinione. Consapevolezza che ogni settimana di silenzio ha un costo misurabile. Consapevolezza che comunicare benessere, flessibilità e clima aziendale non è un lusso da grandi imprese strutturate, ma una necessità competitiva anche per le piccole e medie imprese.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La Gen Z non è una generazione che rifiuta il lavoro. È una generazione che porta aspettative più definite, strumenti più potenti e meno disponibilità a tollerare incoerenze tra ciò che viene promesso e ciò che viene offerto. Per le aziende che sapranno ascoltare, questa non è una minaccia. È un’opportunità per diventare davvero migliori.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Gen Z, il 90% crede ancora nel lavoro ma il 23,9% si perde prima a scuola</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-il-90-crede-ancora-nel-lavoro-ma-il-239-si-perde-prima-a-scuola/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 08:33:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ORIENTAMENTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>ORIENTAMENTO. La ricerca Censis-Fondazione Costruiamo il Futuro smonta il luogo comune dei ragazzi disillusi. Il problema si pone quando la scuola non riesce a orientare e così la distanza dal futuro si allarga</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-il-90-crede-ancora-nel-lavoro-ma-il-239-si-perde-prima-a-scuola/">Gen Z, il 90% crede ancora nel lavoro ma il 23,9% si perde prima a scuola</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Non hanno voglia di lavorare. Oppure sì, ma solo a certe condizioni: meno sacrificio, più tempo per sé, più attenzione al benessere. È questo il ritornello polarizzante che accompagna il racconto dei giovani italiani. Una chiave di lettura semplice, ripetuta, quasi automatica. Ma anche comoda. Perché sposta il problema alla fine del percorso, sul lavoro, quando il nodo vero potrebbe stare molto prima.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Prima del lavoro c’è la scuola. E soprattutto c’è il modo in cui la scuola riesce – o non riesce – a rendere visibile il futuro. È da qui che conviene partire per leggere «Senso della scuola, senso del lavoro», la prima rilevazione dell’Osservatorio Iride nato dalla collaborazione tra la Fondazione Costruiamo il Futuro ETS e il Censis. Una ricerca che guarda il sistema educativo con gli occhi dei ragazzi. E quello che emerge è meno rassicurante del previsto: non siamo davanti a una generazione disimpegnata, ma a una generazione che fatica a dare senso al percorso che dovrebbe accompagnarla verso il lavoro.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Una scelta da costruire</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>I dati raccontano tutt’altro che una fuga dal lavoro. Il 90% dei giovani dice di voler trovare un lavoro che ama, l’89% punta al successo professionale, l’88% a una vita soddisfacente. Il lavoro resta centrale, ma cambia posizione: non è più un destino da accettare, è una scelta da costruire. Non a caso la ricerca descrive ragazzi insieme ottimisti e preoccupati, fiduciosi e incerti, ben lontani dallo stereotipo dei «bamboccioni».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il punto di svolta sta qui. Alla domanda se la scuola prepari al mondo futuro, il 18,4% risponde «molto» e il 53,3% «abbastanza». Ma il 22,8% dice «poco» e il 5,5% «per niente». In altre parole, oltre un giovane su quattro non si sente preparato ad affrontare il futuro. Non è il lavoro a essere in discussione, ma il percorso che dovrebbe renderlo comprensibile. Ed è proprio in questa fascia più critica che si concentrano i segnali di rottura: il 60,3% pensa che la vita vera sia fuori dalle mura scolastiche, il 55,4% vive la scuola come troppo stressante e competitiva, il 46,1% si sente disorientato rispetto a un futuro incerto, il 42,6% la considera noiosa.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Ciò accade mentre i giovani continuano a investire nello studio. Il 68,7% vuole proseguire la formazione, contro il 31,3% che preferirebbe lavorare subito. Non solo: per il 49,6% diploma o qualifica rappresentano il requisito minimo per trovare lavoro, mentre un ulteriore 38,1% ritiene necessario continuare a studiare. Solo una minoranza considera il titolo un semplice «pezzo di carta». Il punto, quindi, non è la perdita di valore dello studio, ma la sua difficoltà crescente a tradursi in prospettive concrete. E infatti il 76,3% degli studenti dice che, potendo tornare indietro, rifarebbe la stessa scuola: segno che la legittimazione della scuola regge, ma non basta più da sola a orientare il dopo.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="28534"></div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/3/30/photos/gen-z-il-90-crede-ancora-nel-lavoroma-il-239-si-perde-prima-a-scuola_39262866-2c11-11f1-84d6-ff427df3aa91_1920_1747.png"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/3/30/photos/cache/gen-z-il-90-crede-ancora-nel-lavoroma-il-239-si-perde-prima-a-scuola_39262866-2c11-11f1-84d6-ff427df3aa91_1920_1747_v3_large_libera.png" alt="Gen Z, il 90% crede ancora nel lavoroma il 23,9% si perde prima a scuola" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/3/30/photos/cache/gen-z-il-90-crede-ancora-nel-lavoroma-il-239-si-perde-prima-a-scuola_39262866-2c11-11f1-84d6-ff427df3aa91_1920_1747_v3_large_libera.png" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Ancora troppe gerarchie culturali</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il sistema educativo continua però a orientare più per gerarchie culturali che per opportunità reali. Oltre la metà degli studenti sceglie il liceo, mentre tecnici e professionali restano indietro. Negli ultimi vent’anni i licei sono saliti dal 41,5% al 52,4%, mentre i professionali sono scesi dal 23,8% al 15,3%. È una distribuzione che non segue la domanda del mercato del lavoro, che continua a richiedere competenze tecniche. Il risultato è un disallineamento strutturale. Questo squilibrio si costruisce molto presto: tra chi esce dalle medie con 10 e lode, il 94% sceglie il liceo; tra chi esce con 6, solo il 18,7% va al liceo, mentre il 43,5% finisce nei tecnici e il 37,8% nei professionali. Più che orientamento, è una selezione implicita. Il paradosso è percorsi meno scelti sono spesso quelli più vicini al lavoro reale. Eppure restano meno attrattivi, alimentando la distanza tra formazione e sistema produttivo. Anche quando si guarda al dopo-diploma il divario resta netto: si immatricola all’università il 73,8% dei diplomati liceali, contro il 34,3% dei tecnici e appena il 13,8% dei professionali. E tuttavia, tra chi arriva dai tecnici, la quota che sceglie percorsi Stem è persino più alta di quella dei liceali, 38,5% contro 30,7%. Segno che i percorsi tecnici non sono affatto secondari sul piano delle competenze strategiche, ma continuano a pagare un deficit di prestigio.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Questa distanza si riflette nel mercato del lavoro. In Italia il tasso di occupazione giovanile è del 34,4%, contro il 49,4% della media europea. I Neet (Not in Education, Employment or Training) sono il 15,2%, ben sopra l’11,1% Ue. Anche la disoccupazione giovanile resta elevata, intorno all’11,4%.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>E questa fragilità nasce prima del lavoro. Nasce dentro il sistema educativo. Lungo il percorso si perdono oltre 96 mila studenti, il 16,5% di una coorte. E la dispersione è fortemente diseguale: tra i 18-24enni con genitori poco istruiti gli early leavers arrivano al 23,9%, mentre scendono all’1,6% tra chi ha almeno un genitore laureato. La scuola, quindi, non solo orienta poco, ma fatica anche a compensare le disuguaglianze di partenza.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Ma anche tra chi arriva alla fine emergono criticità pesanti. Quasi uno studente su due non raggiunge competenze adeguate in italiano e oltre la metà in matematica. Non è solo dispersione, è qualità del capitale umano.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Fatica a immaginare il lavoro</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>In un Paese che invecchia e perde giovani, non è un dettaglio statistico: è un problema di produttività futura, di capacità di innovare, di tenuta del sistema. Emerge un quadro chiaro. I giovani non rifiutano il lavoro, ma faticano a immaginarlo. Studiano, ma raramente vedono dove la teoria prende forma. Le professioni restano lontane, i contesti produttivi poco conosciuti, i passaggi tra formazione e lavoro poco visibili. Così anche le scelte diventano più deboli. L’orientamento arriva tardi e resta spesso teorico. Ma costruire un’idea di lavoro richiede tempo, esposizione, esperienza. Il punto allora non è aggiungere un adempimento, ma ridurre una distanza: rendere il lavoro visibile dentro i percorsi educativi, costruire continuità tra scuola e realtà produttiva, anticipare il momento in cui i ragazzi iniziano a immaginarsi nel mondo. Non è solo una questione educativa. È una questione economica: è lì che si forma &#8211; o si indebolisce &#8211; il rapporto tra giovani, competenze e lavoro. A renderlo ancora più evidente è un ultimo scarto: nel 2024 gli early leavers italiani sono ancora il 9,8%, sopra la media Ue del 9,4%, mentre tra i giovani con genitori poco istruiti l’abbandono precoce sale al 23,9%. È qui che scuola, lavoro e disuguaglianze si intrecciano: la difficoltà di orientare non rallenta solo la transizione, ma allarga anche le distanze sociali.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-il-90-crede-ancora-nel-lavoro-ma-il-239-si-perde-prima-a-scuola/">Gen Z, il 90% crede ancora nel lavoro ma il 23,9% si perde prima a scuola</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Manager e Gen Z, due idee di lavoro. Scontro tra ambizione ed equilibrio</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/manager-e-gen-z-due-idee-di-lavoro-scontro-tra-ambizione-ed-equilibrio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 08:58:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=10020</guid>

					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Un’indagine internazionale su oltre duemila responsabili delle assunzioni e migliaia di giovani rivela un divario molto netto: solo il 2% degli under 27 condivide tutte le priorità dei manager</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/manager-e-gen-z-due-idee-di-lavoro-scontro-tra-ambizione-ed-equilibrio/">Manager e Gen Z, due idee di lavoro. Scontro tra ambizione ed equilibrio</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il dibattito sul rapporto tra aziende e Gen Z si è ormai trasformato in un luogo comune. Da un lato manager e imprenditori che faticano a trovare candidati «motivanti»; dall’altro giovani che percepiscono il lavoro come poco sostenibile o distante dalle proprie aspettative. Nel mezzo, una narrazione che spesso riduce il problema a una questione di atteggiamento: i giovani sarebbero meno ambiziosi, meno resilienti, meno disposti al sacrificio.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Eppure i dati raccontano una storia diversa. Più che una mancanza di motivazione, sembra emergere un disallineamento profondo tra i valori che guidano le organizzazioni e quelli che orientano le nuove generazioni. A metterlo nero su bianco è il report internazionale Hiring Managers vs. Gen Z Priorities, che confronta le priorità di oltre duemila responsabili delle assunzioni con la gerarchia di valori dichiarata da migliaia di giovani appartenenti alla Generazione Z.</div>
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<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Riferimenti diversi</h3>
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<div class="article-body">
<p>Il quadro che emerge è sorprendentemente netto: le aziende e i giovani stanno guardando al lavoro attraverso due sistemi di riferimento diversi. L’indagine restituisce inoltre un quadro coerente con quanto emerge dalle rilevazioni <b>Delta Index </b>, l’osservatorio italiano (con base a Bergamo) dedicato all’attrattività delle aziende verso la Gen Z. Anche nelle analisi condotte in Italia si osserva lo stesso scarto: per una quota crescente di giovani il lavoro resta importante, ma non rappresenta più l’unico centro attorno a cui organizzare identità e scelte di vita.</p>
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<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il punto di partenza del report è semplice. Quando agli hiring manager viene chiesto quali caratteristiche considerino decisive nei candidati, la risposta (come si può leggere nell’infografica in pagina) è sorprendentemente compatta. I valori più citati sono tre: il desiderio di successo professionale, la volontà di imparare e crescere e la disponibilità a dedicare molto tempo ed energia al lavoro. Insieme rappresentano circa il 75% delle preferenze dei responsabili delle assunzioni.</div>
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<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/3/16/photos/manager-e-gen-z-due-idee-di-lavoro-scontro-tra-ambizione-ed-equilibrio_2712b458-2114-11f1-b8b2-2221012ac144_1920_1719.jpg"><img decoding="async" class="lozad" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/3/16/photos/cache/manager-e-gen-z-due-idee-di-lavoro-scontro-tra-ambizione-ed-equilibrio_2712b458-2114-11f1-b8b2-2221012ac144_1920_1719_v3_large_libera.jpg" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/3/16/photos/cache/manager-e-gen-z-due-idee-di-lavoro-scontro-tra-ambizione-ed-equilibrio_2712b458-2114-11f1-b8b2-2221012ac144_1920_1719_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Si tratta, in fondo, del modello culturale che ha guidato per decenni la costruzione delle carriere: una persona ambiziosa, orientata ai risultati, desiderosa di migliorarsi continuamente e pronta a mettere il lavoro al centro della propria vita. Ma è proprio qui che emerge la distanza.</p>
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<div class="article-body">
<p>Quando si osserva la gerarchia dei valori della Gen Z, il quadro cambia sensibilmente. Il valore più diffuso tra i giovani non riguarda la carriera ma la possibilità di aiutare concretamente altre persone, nel proprio contesto sociale o nella propria comunità. Più della metà dei giovani intervistati inserisce questa dimensione tra i propri valori principali. Subito dopo compaiono altri elementi che raramente occupano il centro del discorso manageriale: sicurezza economica, qualità della vita quotidiana, relazioni familiari, impatto sociale. Solo in un secondo momento emergono valori direttamente collegati al lavoro, come l’impegno professionale o il successo nella carriera.</p>
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<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Lavoro in una cornice più ampia</h3>
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<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="21505">Questo non significa che la Gen Z non attribuisca importanza al lavoro. Piuttosto indica che il lavoro è inserito in una cornice più ampia. Per molti giovani non rappresenta più l’unico strumento di realizzazione personale, ma una delle dimensioni attraverso cui costruire una vita soddisfacente.</div>
<div class="article-body">
<p>Il nodo più interessante riguarda proprio il concetto di successo professionale. Tra i manager è il principale indicatore di potenziale. Tra i giovani, invece, il rapporto con questo valore appare più ambivalente. Il report mostra infatti che oltre il 60% della Gen Z vorrebbe ridurre il peso della pressione verso il successo professionale nella propria vita ideale. È l’unico valore che presenta una variazione negativa tra vita reale e vita desiderata.</p>
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<div class="article-body">
<p>Il dato non indica un rifiuto della carriera. Piuttosto segnala che la definizione stessa di successo sta cambiando. Per una parte significativa delle nuove generazioni riuscire nella vita non coincide necessariamente con scalare rapidamente una gerarchia aziendale o accumulare riconoscimento professionale. Può significare stabilità economica, autonomia nelle scelte di vita, tempo per le relazioni o benessere personale.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Questo cambiamento produce un effetto curioso nel mercato del lavoro. Più della metà dei giovani possiede almeno uno dei valori più ricercati dalle aziende. Ma solo una piccola minoranza possiede tutti e tre i valori contemporaneamente. In altre parole, il candidato ideale immaginato da molte organizzazioni è diventato un profilo statistico piuttosto raro.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>La stabilità economica</h3>
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<div class="article-body">
<p>Un altro dato aiuta a comprendere il contesto in cui questa trasformazione si muove. Circa il 42% della Gen Z considera la sicurezza finanziaria una priorità centrale. Non si tratta necessariamente di ricerca della ricchezza, ma di stabilità. Questa generazione è cresciuta tra crisi economiche, aumento del costo della vita e precarietà lavorativa. In questo scenario la sicurezza economica assume un significato diverso: più protezione che status.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>La notorietà non interessa</h3>
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<div class="article-body">
<p>Allo stesso tempo, uno dei luoghi comuni più diffusi sulla Gen Z sembra essere smentito dai numeri. La ricerca di notorietà o fama pubblica &#8211; spesso associata alla cultura dei social &#8211; è tra i valori meno importanti per i giovani. Il messaggio che emerge dal report è quindi più complesso di quanto suggeriscano gli stereotipi generazionali. La Gen Z non rifiuta il lavoro. Ma tende a rifiutare l’idea che il valore di una persona sia definito esclusivamente dalla performance professionale.</p>
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<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Integrare i nuovi concetti</h3>
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<div class="article-body">
<p>Per le aziende questo cambiamento apre una questione strategica. Non riguarda soltanto le politiche di recruiting o di employer branding, ma il modo stesso in cui il lavoro viene raccontato e organizzato. Se il linguaggio resta centrato esclusivamente su ambizione, competizione e performance, una parte dei giovani semplicemente non si riconoscerà in quella narrazione. Al contrario, le organizzazioni che sapranno integrare crescita professionale, qualità della vita e senso del lavoro avranno probabilmente un vantaggio nella competizione per i talenti. Il dibattito sulla Gen Z spesso oscilla tra entusiasmo e critica. Ma al di là delle semplificazioni, i dati indicano una trasformazione più ampia: il lavoro resta importante, ma non è più disposto a occupare tutto lo spazio della vita.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/manager-e-gen-z-due-idee-di-lavoro-scontro-tra-ambizione-ed-equilibrio/">Manager e Gen Z, due idee di lavoro. Scontro tra ambizione ed equilibrio</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<title>Gen Z e mercato del lavoro: in due anni i ruoli junior sono scesi dal 26% al 17%</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-e-mercato-del-lavoro-in-2-anni-i-ruoli-junior-scesi-dal-26-al-17/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Feb 2026 09:53:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=9938</guid>

					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Meno posizioni entry-level nei settori tecnologici: le imprese accelerano sull’innovazione con l’intelligenza artificiale, ma restringono l’ingresso dei giovani, con effetti sul ricambio delle competenze</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-e-mercato-del-lavoro-in-2-anni-i-ruoli-junior-scesi-dal-26-al-17/">Gen Z e mercato del lavoro: in due anni i ruoli junior sono scesi dal 26% al 17%</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il mondo del lavoro è attraversato da una spaccatura profonda. Fiducia, condizioni economiche e rapporto con l’intelligenza artificiale: un triplo divario che l’<strong class="gsto">Osservatorio Delta Index</strong> intercetta da tempo nel <strong class="gsto">confronto quotidiano tra imprese e Generazione Z</strong>. I dati del <strong class="gsto">Workmonitor 2026 di Randstad</strong>, diffusi a livello globale, non fanno che confermare e amplificare questa frattura, offrendo una fotografia utile per leggere &#8211; anche in chiave italiana &#8211; le tensioni che stanno ridefinendo il rapporto tra aziende e lavoratori, soprattutto più giovani. Condotta in 35 Paesi su 27mila persone (750 in Italia) e, per la prima volta, anche sul lato dei datori di lavoro, l’indagine restituisce un quadro coerente con quanto emerge dalle rilevazioni di Delta Index: la distanza non è solo generazionale, ma culturale e organizzativa. Ed è su questo scarto che oggi si gioca la capacità delle imprese di attrarre, coinvolgere e trattenere talenti in un mercato del lavoro sempre più competitivo.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Datori di lavoro e dipendenti</h3>
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<div class="article-body">
<p>Il nuovo perimetro di analisi ha portato a galla l’ambivalenza del settore. Da una parte i datori di lavoro sono convinti che l’anno porterà crescita, lo afferma il 95%, mentre solo il 51% dei lavoratori condivide lo stesso ottimismo. Passando al divario economico, benché il 66% delle organizzazioni sostenga di aver definito strategie per compensare l’impatto del costo della vita, solo il 30% dei dipendenti afferma di averne colto davvero i benefici. La pressione fiscale si traduce in scelte concrete: il 40% dei lavoratori ha intrapreso un secondo impiego e il 36% ha aumentato o prevede di aumentare le ore lavorate. Anche chi ha un contratto tradizionale a tempo pieno cerca nuove forme di protezione economica, come il combinare l’impiego stabile con attività secondarie: un orientamento che la Gen Z, con la sua mentalità da «portfolio career», vive non come rinuncia, ma come risposta a un mercato in cui identità professionale e stabilità si conquistano diversificando.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il terzo spaccato, forse il più complesso, riguarda l’intelligenza artificiale. Il 63% dei datori di lavoro ha investito nell’IA negli ultimi dodici mesi e i talenti percepiscono chiaramente questa accelerazione: il 59% afferma che l’uso dell’IA è ormai incoraggiato in modo esplicito nelle organizzazioni. Eppure la percezione dei benefici rimane sbilanciata: il 47% dei lavoratori ritiene che l’IA favorirà più le aziende che le persone. Un talento su cinque non si aspetta alcun impatto sul proprio lavoro, mentre i datori di lavoro prevedono trasformazioni molto più profonde. Questo mismatch di aspettative è cruciale, perché rischia di ampliare non solo il divario di competenze, ma anche quello di fiducia: se l’IA ha già iniziato a trasformare ruoli, processi e seniority, non è scontato che i lavoratori ne percepiscano le opportunità.</div>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Confronto preoccupato con l’IA</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="22427">Per la Gen Z il tema è particolarmente sensibile. È la generazione più preoccupata nel confronto con l’IA, più ansiosa per la perdita di posti di lavoro e allo stesso tempo la più esposta a un paradosso evidente: mentre la domanda di competenze avanzate cresce, le opportunità di ingresso diminuiscono drasticamente. Nel 2023 il 26% dei ruoli legati a IA e automazione era accessibile a profili junior; oggi siamo scesi sotto il 17%. Parallelamente, il turnover è accelerato: la permanenza media della Gen Z nei primi cinque anni di carriera è di 1,1 anni, quattro volte meno dei Baby Boomer. Settori cruciali come banca, finanza, assicurazioni e life science registrano tassi di fidelizzazione dei più giovani spesso inferiori al 20%, in alcuni casi sotto il 10%. Il rischio è chiaro: si va profilando un vuoto generazionale in aree strategiche, mentre le aziende continuano a competere sugli stessi profili senior.</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/2/18/photos/gen-z-e-mercato-del-lavoro-in-2-anni-i-ruoli-junior-scesi-dal-26-al-17_7709f6ee-0cae-11f1-92e9-47fee22cc680_1920_1704.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad alignleft" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/2/18/photos/cache/gen-z-e-mercato-del-lavoro-in-2-anni-i-ruoli-junior-scesi-dal-26-al-17_7709f6ee-0cae-11f1-92e9-47fee22cc680_1920_1704_v3_large_libera.jpg" width="464" height="412" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/2/18/photos/cache/gen-z-e-mercato-del-lavoro-in-2-anni-i-ruoli-junior-scesi-dal-26-al-17_7709f6ee-0cae-11f1-92e9-47fee22cc680_1920_1704_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>In questo scenario, emerge un altro elemento centrale: la fiducia. La fiducia nella leadership è in calo, così come quella tra colleghi. Nonostante ciò, il rapporto con il manager diretto si rafforza. Il 72% dei talenti afferma di avere un rapporto solido con il proprio responsabile e il 63% dichiara di sentirsi più legato a lui che all’azienda. Per HR e imprenditori è un segnale fortissimo: il manager è oggi un mediatore di senso e stabilità, più che un supervisore. Tuttavia, il 50% dei lavoratori &#8211; percentuale più alta tra i più giovani &#8211; preferisce utilizzare l’IA per chiedere consigli professionali. Questo non indebolisce la figura del manager, ma la costringe a un’evoluzione: la Gen Z non cerca controllo, cerca un alleato autorevole capace di fornire contesto, visione e rassicurazioni in un mercato in continuo mutamento.</p></div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Dialogo tra generazioni</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>La collaborazione è un ulteriore punto di tensione. Se da un lato il 78% dei talenti afferma di essere più produttivo quando collabora, dall’altro il lavoro ibrido ha reso la cooperazione più complessa: lo afferma l’81% dei datori di lavoro. Eppure, mai come oggi la collaborazione multigenerazionale rappresenta un vantaggio competitivo: il 95% delle aziende ne riconosce il valore, mentre il 74% dei talenti dichiara di affidarsi a colleghi di altre generazioni per ampliare le proprie prospettive. È un ecosistema di scambio reciproco: i giovani offrono competenze digitali e velocità di apprendimento, i senior offrono esperienza, giudizio e una lettura più ampia dei settori. Le aziende che sapranno facilitare questo scambio avranno un vantaggio reale nell’attrarre e trattenere i talenti.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Obsolete le carriere lineari</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il rapporto mostra anche come i lavoratori stiano ridefinendo il concetto di successo. Le carriere lineari perdono peso: il 72% dei datori di lavoro le considera ormai obsolete e quasi due talenti su cinque dichiarano di non voler percorrere una carriera tradizionale. La retribuzione resta la prima leva di attrazione, ma non quella che trattiene. A trattenere è l’equilibrio tra lavoro e vita privata, indicato dal 46% come motivazione principale per rimanere. Eppure proprio su questo punto si apre una contraddizione strutturale: se il 72% dei datori di lavoro ritiene l’autonomia una leva di produttività e coinvolgimento, l’81% non permette ai dipendenti di decidere i propri orari. Un cortocircuito tra cultura organizzativa e nuove aspettative, destinato a diventare una delle principali sfide HR dei prossimi anni.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La soluzione di Randstad proposta è sintetizzabile in una sola parola: fiducia. Un elemento indispensabile che richiede trasparenza, visibilità sulle strategie, percorsi di sviluppo accessibili e chiari per tutti. Per colmare il divario di realtà sull’IA, le aziende devono spostare la narrazione dalla minaccia alla collaborazione uomo-macchina, creando le condizioni perché la Gen Z, oggi la più esposta e la più critica, veda nell’innovazione una leva di empowerment, non un pericolo.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-e-mercato-del-lavoro-in-2-anni-i-ruoli-junior-scesi-dal-26-al-17/">Gen Z e mercato del lavoro: in due anni i ruoli junior sono scesi dal 26% al 17%</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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