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	<title>Francesca Lai, Autore presso Deltaindex</title>
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	<description>Business a misura di talenti</description>
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	<item>
		<title>Gen Z, selezione troppo lenta: un costo reale. E alla fine il giovane se ne va altrove</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 07:43:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SELEZIONARE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Con l’IA il candidato studia l’azienda, poi aspetta. Il 22% smette entro due settimane, il 17% ha già firmato altrove. Lo «Smarter Hiring Report» di Indeed certifica il paradosso: le imprese perdono il passo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-selezione-troppo-lenta-un-costo-reale-e-alla-fine-il-giovane-se-ne-va-altrove/">Gen Z, selezione troppo lenta: un costo reale. E alla fine il giovane se ne va altrove</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Immaginate un candidato che arriva al colloquio avendo già letto le ultime interviste del vostro amministratore delegato, analizzato le recensioni su Glassdoor, studiato i valori dichiarati sul sito e simulato le domande più probabili con un assistente di intelligenza artificiale. Non è uno scenario futuribile. È già la normalità per una quota crescente di giovani che si affacciano al mercato del lavoro.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Non si tratta di onniscienza, e sarebbe un errore pensarlo. La Generazione Z non arriva sapendo già tutto di un’azienda. Al contrario, spesso non conosce nemmeno le aziende del proprio territorio, ma se vuole arriva con strumenti potenti per informarsi, e li usa. Lo conferma lo «Smarter Hiring Report» di Indeed, realizzato con YouGov su oltre 9.300 tra datori di lavoro e candidati in 12 Paesi, tra cui l’Italia. Tra chi utilizza l’intelligenza artificiale nella ricerca di lavoro, il 60% la trova efficace per raccogliere informazioni sulle aziende prima di candidarsi, il 55% per prepararsi ai colloqui. Non è un vezzo tecnologico: è un cambio strutturale nel modo in cui un giovane si presenta. E pone alle aziende una domanda diretta: siete pronti ad accogliere qualcuno che conosce le vostre contraddizioni meglio di quanto pensiate?</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Candidato più consapevole</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Come sottolinea Gianluca Bonacchi, Talent Strategy Advisor di Indeed, il valore reale dell’IA non è nella sostituzione delle competenze umane, ma nel potenziamento della persona che la usa. Il candidato che arriva «allenato» non è necessariamente più bravo: è più consapevole, fa domande più mirate, valuta con maggiore attenzione. Il colloquio smette di essere una verifica unilaterale e diventa uno spazio bidirezionale. Le aziende che non se ne sono ancora accorte rischiano di essere valutate &#8211; e bocciate &#8211; prima ancora di aver aperto bocca.</p>
</div>
<div class="article-body">
<blockquote class="quote-article-cont">
<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #3366ff;">Il silenzio non è neutro: il 26% ha dovuto rimandare scelte di vita per l’attesa</span></strong></p>
</blockquote>
<p>L’Osservatorio Delta Index registra esattamente questa dinamica. I giovani non sono meno motivati dei loro predecessori. Portano però nel processo di selezione una domanda di coerenza: cercano conferma che ciò che l’azienda dichiara corrisponda a ciò che effettivamente offre. E oggi hanno gli strumenti per verificarlo.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Quando il silenzio è già una risposta</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>C’è un paradosso che i dati mettono in evidenza con una certa brutalità. Mentre i candidati arrivano sempre più preparati, le aziende spesso non reggono il ritmo sul fronte più elementare: la velocità di risposta. Il 41% dei candidati italiani si aspetta un riscontro entro due-quattro settimane dalla candidatura. Le aziende si muovono su tempi molto diversi: per il 45% il processo si protrae oltre le cinque settimane. Le conseguenze sono concrete e misurabili. Il 22% dei candidati inizia a cercare altrove se non ottiene risposta entro due settimane. Il 17% ha già accettato un’altra offerta nel frattempo. Il 25% ha sviluppato una percezione negativa dell’azienda. E, dato forse più sottovalutato, il 26% ha dovuto ritardare decisioni personali importanti a causa dell’attesa.</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/5/11/photos/gen-z-selezione-lenta-costo-reale-alla-fine-il-giovane-se-ne-va-altrove_53afe936-4d0b-11f1-8a17-05a528923769_1920_1742.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/5/11/photos/cache/gen-z-selezione-lenta-costo-reale-alla-fine-il-giovane-se-ne-va-altrove_53afe936-4d0b-11f1-8a17-05a528923769_1920_1742_v3_large_libera.jpg" alt="Gen Z, selezione lenta: costo reale, alla fine il giovane se ne va altrove" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/5/11/photos/cache/gen-z-selezione-lenta-costo-reale-alla-fine-il-giovane-se-ne-va-altrove_53afe936-4d0b-11f1-8a17-05a528923769_1920_1742_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Incertezza e frustrazione</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="5703">Quest’ultimo numero merita attenzione. Non siamo di fronte a una semplice inefficienza gestionale. Il processo di selezione lento entra nella vita delle persone: blocca scelte, crea incertezza, genera frustrazione. Per la Gen Z, che legge ogni segnale organizzativo come un riflesso della cultura aziendale, il silenzio non è neutrale. È già una risposta.</div>
<div class="article-body">
<p>Per le piccole e medie imprese, spesso meno strutturate sul fronte delle risorse umane, questo rischio è particolarmente concreto: perdere un candidato qualificato in fase di attesa ha un costo reale, non solo in termini di recruiting, ma di carico per i colleghi già operativi. Il 30% delle aziende italiane segnala un aumento del carico di lavoro per i dipendenti come conseguenza diretta dei processi troppo lenti. Il 18% registra un calo del morale.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il fenomeno del ghosting aziendale (l’azienda che sparisce dopo uno o più colloqui, senza feedback, senza spiegazioni) è la forma più acuta di questo problema. I ragazzi parlano tra loro, e i social amplificano ogni esperienza negativa. Un processo silenzioso non viene dimenticato. Viene raccontato.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Italia fanalino di coda sul benessere</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il terzo elemento che emerge dalla ricerca è noto nei contorni generali, ma contiene un dettaglio specificamente italiano che merita attenzione. Per il 40% dei candidati italiani l’equilibrio tra vita privata e lavoro (il cosiddetto work-life balance) è il fattore decisivo nella scelta tra diverse offerte. Lo stipendio base viene al secondo posto, prioritario per il 26%. Crescita professionale, opportunità di apprendimento e benefit seguono distanziati. Il lavoro viene valutato sempre più per come si inserisce nella vita delle persone, non solo per quanto paga.</p>
</div>
<div class="article-body">
<blockquote class="quote-article-cont">
<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #3366ff;">Work-life balance: decisivo per il 40% dei candidati. Le imprese italiane sono le ultime a dirlo</span></strong></p>
</blockquote>
<p>Il dato veramente rilevante è quello che riguarda le aziende. Solo il 17% dei datori di lavoro italiani considera l’equilibrio vita-lavoro l’elemento più attrattivo da comunicare. Tra i 12 Paesi esaminati dalla ricerca, l’Italia registra il dato più basso in assoluto. Le imprese italiane sono quelle che comunicano di meno su ciò che i candidati considerano più importante.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il disallineamento si riflette anche sulle leve scelte: la crescita professionale è indicata come fattore di punta dal 24% delle imprese, ma è decisiva solo per il 14% dei candidati. Si punta su qualcosa che i candidati valutano poco, trascurando ciò che valutano molto. Non è un problema di valori: è un problema di ascolto. Per l’Osservatorio Delta Index questa disconnessione è uno dei nodi strutturali del mercato del lavoro italiano. Le aziende non mancano necessariamente di politiche di benessere o flessibilità. Spesso mancano del linguaggio per comunicarle. E in un mercato dove i candidati arrivano preparati e assistiti dalla tecnologia, ciò che non viene comunicato è come se non esistesse.</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Cosa cambia, concretamente</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Mettendo insieme i tre elementi (il candidato più attrezzato, i processi troppo lenti, la disconnessione sulle aspettative) emerge un quadro che non chiede alle aziende di stravolgere la propria organizzazione. Chiede qualcosa di più preciso: consapevolezza. Consapevolezza che il colloquio non è più il primo momento di incontro, ma uno dei tanti in un percorso in cui il candidato ha già raccolto informazioni e formato un’opinione. Consapevolezza che ogni settimana di silenzio ha un costo misurabile. Consapevolezza che comunicare benessere, flessibilità e clima aziendale non è un lusso da grandi imprese strutturate, ma una necessità competitiva anche per le piccole e medie imprese.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La Gen Z non è una generazione che rifiuta il lavoro. È una generazione che porta aspettative più definite, strumenti più potenti e meno disponibilità a tollerare incoerenze tra ciò che viene promesso e ciò che viene offerto. Per le aziende che sapranno ascoltare, questa non è una minaccia. È un’opportunità per diventare davvero migliori.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Gen Z, il 90% crede ancora nel lavoro ma il 23,9% si perde prima a scuola</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-il-90-crede-ancora-nel-lavoro-ma-il-239-si-perde-prima-a-scuola/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 08:33:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ORIENTAMENTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>ORIENTAMENTO. La ricerca Censis-Fondazione Costruiamo il Futuro smonta il luogo comune dei ragazzi disillusi. Il problema si pone quando la scuola non riesce a orientare e così la distanza dal futuro si allarga</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-il-90-crede-ancora-nel-lavoro-ma-il-239-si-perde-prima-a-scuola/">Gen Z, il 90% crede ancora nel lavoro ma il 23,9% si perde prima a scuola</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Non hanno voglia di lavorare. Oppure sì, ma solo a certe condizioni: meno sacrificio, più tempo per sé, più attenzione al benessere. È questo il ritornello polarizzante che accompagna il racconto dei giovani italiani. Una chiave di lettura semplice, ripetuta, quasi automatica. Ma anche comoda. Perché sposta il problema alla fine del percorso, sul lavoro, quando il nodo vero potrebbe stare molto prima.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Prima del lavoro c’è la scuola. E soprattutto c’è il modo in cui la scuola riesce – o non riesce – a rendere visibile il futuro. È da qui che conviene partire per leggere «Senso della scuola, senso del lavoro», la prima rilevazione dell’Osservatorio Iride nato dalla collaborazione tra la Fondazione Costruiamo il Futuro ETS e il Censis. Una ricerca che guarda il sistema educativo con gli occhi dei ragazzi. E quello che emerge è meno rassicurante del previsto: non siamo davanti a una generazione disimpegnata, ma a una generazione che fatica a dare senso al percorso che dovrebbe accompagnarla verso il lavoro.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Una scelta da costruire</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>I dati raccontano tutt’altro che una fuga dal lavoro. Il 90% dei giovani dice di voler trovare un lavoro che ama, l’89% punta al successo professionale, l’88% a una vita soddisfacente. Il lavoro resta centrale, ma cambia posizione: non è più un destino da accettare, è una scelta da costruire. Non a caso la ricerca descrive ragazzi insieme ottimisti e preoccupati, fiduciosi e incerti, ben lontani dallo stereotipo dei «bamboccioni».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il punto di svolta sta qui. Alla domanda se la scuola prepari al mondo futuro, il 18,4% risponde «molto» e il 53,3% «abbastanza». Ma il 22,8% dice «poco» e il 5,5% «per niente». In altre parole, oltre un giovane su quattro non si sente preparato ad affrontare il futuro. Non è il lavoro a essere in discussione, ma il percorso che dovrebbe renderlo comprensibile. Ed è proprio in questa fascia più critica che si concentrano i segnali di rottura: il 60,3% pensa che la vita vera sia fuori dalle mura scolastiche, il 55,4% vive la scuola come troppo stressante e competitiva, il 46,1% si sente disorientato rispetto a un futuro incerto, il 42,6% la considera noiosa.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Ciò accade mentre i giovani continuano a investire nello studio. Il 68,7% vuole proseguire la formazione, contro il 31,3% che preferirebbe lavorare subito. Non solo: per il 49,6% diploma o qualifica rappresentano il requisito minimo per trovare lavoro, mentre un ulteriore 38,1% ritiene necessario continuare a studiare. Solo una minoranza considera il titolo un semplice «pezzo di carta». Il punto, quindi, non è la perdita di valore dello studio, ma la sua difficoltà crescente a tradursi in prospettive concrete. E infatti il 76,3% degli studenti dice che, potendo tornare indietro, rifarebbe la stessa scuola: segno che la legittimazione della scuola regge, ma non basta più da sola a orientare il dopo.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="28534"></div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/3/30/photos/gen-z-il-90-crede-ancora-nel-lavoroma-il-239-si-perde-prima-a-scuola_39262866-2c11-11f1-84d6-ff427df3aa91_1920_1747.png"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/3/30/photos/cache/gen-z-il-90-crede-ancora-nel-lavoroma-il-239-si-perde-prima-a-scuola_39262866-2c11-11f1-84d6-ff427df3aa91_1920_1747_v3_large_libera.png" alt="Gen Z, il 90% crede ancora nel lavoroma il 23,9% si perde prima a scuola" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/3/30/photos/cache/gen-z-il-90-crede-ancora-nel-lavoroma-il-239-si-perde-prima-a-scuola_39262866-2c11-11f1-84d6-ff427df3aa91_1920_1747_v3_large_libera.png" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Ancora troppe gerarchie culturali</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il sistema educativo continua però a orientare più per gerarchie culturali che per opportunità reali. Oltre la metà degli studenti sceglie il liceo, mentre tecnici e professionali restano indietro. Negli ultimi vent’anni i licei sono saliti dal 41,5% al 52,4%, mentre i professionali sono scesi dal 23,8% al 15,3%. È una distribuzione che non segue la domanda del mercato del lavoro, che continua a richiedere competenze tecniche. Il risultato è un disallineamento strutturale. Questo squilibrio si costruisce molto presto: tra chi esce dalle medie con 10 e lode, il 94% sceglie il liceo; tra chi esce con 6, solo il 18,7% va al liceo, mentre il 43,5% finisce nei tecnici e il 37,8% nei professionali. Più che orientamento, è una selezione implicita. Il paradosso è percorsi meno scelti sono spesso quelli più vicini al lavoro reale. Eppure restano meno attrattivi, alimentando la distanza tra formazione e sistema produttivo. Anche quando si guarda al dopo-diploma il divario resta netto: si immatricola all’università il 73,8% dei diplomati liceali, contro il 34,3% dei tecnici e appena il 13,8% dei professionali. E tuttavia, tra chi arriva dai tecnici, la quota che sceglie percorsi Stem è persino più alta di quella dei liceali, 38,5% contro 30,7%. Segno che i percorsi tecnici non sono affatto secondari sul piano delle competenze strategiche, ma continuano a pagare un deficit di prestigio.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Questa distanza si riflette nel mercato del lavoro. In Italia il tasso di occupazione giovanile è del 34,4%, contro il 49,4% della media europea. I Neet (Not in Education, Employment or Training) sono il 15,2%, ben sopra l’11,1% Ue. Anche la disoccupazione giovanile resta elevata, intorno all’11,4%.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>E questa fragilità nasce prima del lavoro. Nasce dentro il sistema educativo. Lungo il percorso si perdono oltre 96 mila studenti, il 16,5% di una coorte. E la dispersione è fortemente diseguale: tra i 18-24enni con genitori poco istruiti gli early leavers arrivano al 23,9%, mentre scendono all’1,6% tra chi ha almeno un genitore laureato. La scuola, quindi, non solo orienta poco, ma fatica anche a compensare le disuguaglianze di partenza.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Ma anche tra chi arriva alla fine emergono criticità pesanti. Quasi uno studente su due non raggiunge competenze adeguate in italiano e oltre la metà in matematica. Non è solo dispersione, è qualità del capitale umano.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Fatica a immaginare il lavoro</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>In un Paese che invecchia e perde giovani, non è un dettaglio statistico: è un problema di produttività futura, di capacità di innovare, di tenuta del sistema. Emerge un quadro chiaro. I giovani non rifiutano il lavoro, ma faticano a immaginarlo. Studiano, ma raramente vedono dove la teoria prende forma. Le professioni restano lontane, i contesti produttivi poco conosciuti, i passaggi tra formazione e lavoro poco visibili. Così anche le scelte diventano più deboli. L’orientamento arriva tardi e resta spesso teorico. Ma costruire un’idea di lavoro richiede tempo, esposizione, esperienza. Il punto allora non è aggiungere un adempimento, ma ridurre una distanza: rendere il lavoro visibile dentro i percorsi educativi, costruire continuità tra scuola e realtà produttiva, anticipare il momento in cui i ragazzi iniziano a immaginarsi nel mondo. Non è solo una questione educativa. È una questione economica: è lì che si forma &#8211; o si indebolisce &#8211; il rapporto tra giovani, competenze e lavoro. A renderlo ancora più evidente è un ultimo scarto: nel 2024 gli early leavers italiani sono ancora il 9,8%, sopra la media Ue del 9,4%, mentre tra i giovani con genitori poco istruiti l’abbandono precoce sale al 23,9%. È qui che scuola, lavoro e disuguaglianze si intrecciano: la difficoltà di orientare non rallenta solo la transizione, ma allarga anche le distanze sociali.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-il-90-crede-ancora-nel-lavoro-ma-il-239-si-perde-prima-a-scuola/">Gen Z, il 90% crede ancora nel lavoro ma il 23,9% si perde prima a scuola</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Manager e Gen Z, due idee di lavoro. Scontro tra ambizione ed equilibrio</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/manager-e-gen-z-due-idee-di-lavoro-scontro-tra-ambizione-ed-equilibrio/</link>
					<comments>https://www.deltaindex.it/journal/manager-e-gen-z-due-idee-di-lavoro-scontro-tra-ambizione-ed-equilibrio/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 08:58:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=10020</guid>

					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Un’indagine internazionale su oltre duemila responsabili delle assunzioni e migliaia di giovani rivela un divario molto netto: solo il 2% degli under 27 condivide tutte le priorità dei manager</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/manager-e-gen-z-due-idee-di-lavoro-scontro-tra-ambizione-ed-equilibrio/">Manager e Gen Z, due idee di lavoro. Scontro tra ambizione ed equilibrio</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il dibattito sul rapporto tra aziende e Gen Z si è ormai trasformato in un luogo comune. Da un lato manager e imprenditori che faticano a trovare candidati «motivanti»; dall’altro giovani che percepiscono il lavoro come poco sostenibile o distante dalle proprie aspettative. Nel mezzo, una narrazione che spesso riduce il problema a una questione di atteggiamento: i giovani sarebbero meno ambiziosi, meno resilienti, meno disposti al sacrificio.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Eppure i dati raccontano una storia diversa. Più che una mancanza di motivazione, sembra emergere un disallineamento profondo tra i valori che guidano le organizzazioni e quelli che orientano le nuove generazioni. A metterlo nero su bianco è il report internazionale Hiring Managers vs. Gen Z Priorities, che confronta le priorità di oltre duemila responsabili delle assunzioni con la gerarchia di valori dichiarata da migliaia di giovani appartenenti alla Generazione Z.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Riferimenti diversi</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il quadro che emerge è sorprendentemente netto: le aziende e i giovani stanno guardando al lavoro attraverso due sistemi di riferimento diversi. L’indagine restituisce inoltre un quadro coerente con quanto emerge dalle rilevazioni <b>Delta Index </b>, l’osservatorio italiano (con base a Bergamo) dedicato all’attrattività delle aziende verso la Gen Z. Anche nelle analisi condotte in Italia si osserva lo stesso scarto: per una quota crescente di giovani il lavoro resta importante, ma non rappresenta più l’unico centro attorno a cui organizzare identità e scelte di vita.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il punto di partenza del report è semplice. Quando agli hiring manager viene chiesto quali caratteristiche considerino decisive nei candidati, la risposta (come si può leggere nell’infografica in pagina) è sorprendentemente compatta. I valori più citati sono tre: il desiderio di successo professionale, la volontà di imparare e crescere e la disponibilità a dedicare molto tempo ed energia al lavoro. Insieme rappresentano circa il 75% delle preferenze dei responsabili delle assunzioni.</div>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/3/16/photos/manager-e-gen-z-due-idee-di-lavoro-scontro-tra-ambizione-ed-equilibrio_2712b458-2114-11f1-b8b2-2221012ac144_1920_1719.jpg"><img decoding="async" class="lozad" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/3/16/photos/cache/manager-e-gen-z-due-idee-di-lavoro-scontro-tra-ambizione-ed-equilibrio_2712b458-2114-11f1-b8b2-2221012ac144_1920_1719_v3_large_libera.jpg" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/3/16/photos/cache/manager-e-gen-z-due-idee-di-lavoro-scontro-tra-ambizione-ed-equilibrio_2712b458-2114-11f1-b8b2-2221012ac144_1920_1719_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Si tratta, in fondo, del modello culturale che ha guidato per decenni la costruzione delle carriere: una persona ambiziosa, orientata ai risultati, desiderosa di migliorarsi continuamente e pronta a mettere il lavoro al centro della propria vita. Ma è proprio qui che emerge la distanza.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Quando si osserva la gerarchia dei valori della Gen Z, il quadro cambia sensibilmente. Il valore più diffuso tra i giovani non riguarda la carriera ma la possibilità di aiutare concretamente altre persone, nel proprio contesto sociale o nella propria comunità. Più della metà dei giovani intervistati inserisce questa dimensione tra i propri valori principali. Subito dopo compaiono altri elementi che raramente occupano il centro del discorso manageriale: sicurezza economica, qualità della vita quotidiana, relazioni familiari, impatto sociale. Solo in un secondo momento emergono valori direttamente collegati al lavoro, come l’impegno professionale o il successo nella carriera.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Lavoro in una cornice più ampia</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="21505">Questo non significa che la Gen Z non attribuisca importanza al lavoro. Piuttosto indica che il lavoro è inserito in una cornice più ampia. Per molti giovani non rappresenta più l’unico strumento di realizzazione personale, ma una delle dimensioni attraverso cui costruire una vita soddisfacente.</div>
<div class="article-body">
<p>Il nodo più interessante riguarda proprio il concetto di successo professionale. Tra i manager è il principale indicatore di potenziale. Tra i giovani, invece, il rapporto con questo valore appare più ambivalente. Il report mostra infatti che oltre il 60% della Gen Z vorrebbe ridurre il peso della pressione verso il successo professionale nella propria vita ideale. È l’unico valore che presenta una variazione negativa tra vita reale e vita desiderata.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il dato non indica un rifiuto della carriera. Piuttosto segnala che la definizione stessa di successo sta cambiando. Per una parte significativa delle nuove generazioni riuscire nella vita non coincide necessariamente con scalare rapidamente una gerarchia aziendale o accumulare riconoscimento professionale. Può significare stabilità economica, autonomia nelle scelte di vita, tempo per le relazioni o benessere personale.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Questo cambiamento produce un effetto curioso nel mercato del lavoro. Più della metà dei giovani possiede almeno uno dei valori più ricercati dalle aziende. Ma solo una piccola minoranza possiede tutti e tre i valori contemporaneamente. In altre parole, il candidato ideale immaginato da molte organizzazioni è diventato un profilo statistico piuttosto raro.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>La stabilità economica</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Un altro dato aiuta a comprendere il contesto in cui questa trasformazione si muove. Circa il 42% della Gen Z considera la sicurezza finanziaria una priorità centrale. Non si tratta necessariamente di ricerca della ricchezza, ma di stabilità. Questa generazione è cresciuta tra crisi economiche, aumento del costo della vita e precarietà lavorativa. In questo scenario la sicurezza economica assume un significato diverso: più protezione che status.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>La notorietà non interessa</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Allo stesso tempo, uno dei luoghi comuni più diffusi sulla Gen Z sembra essere smentito dai numeri. La ricerca di notorietà o fama pubblica &#8211; spesso associata alla cultura dei social &#8211; è tra i valori meno importanti per i giovani. Il messaggio che emerge dal report è quindi più complesso di quanto suggeriscano gli stereotipi generazionali. La Gen Z non rifiuta il lavoro. Ma tende a rifiutare l’idea che il valore di una persona sia definito esclusivamente dalla performance professionale.</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Integrare i nuovi concetti</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per le aziende questo cambiamento apre una questione strategica. Non riguarda soltanto le politiche di recruiting o di employer branding, ma il modo stesso in cui il lavoro viene raccontato e organizzato. Se il linguaggio resta centrato esclusivamente su ambizione, competizione e performance, una parte dei giovani semplicemente non si riconoscerà in quella narrazione. Al contrario, le organizzazioni che sapranno integrare crescita professionale, qualità della vita e senso del lavoro avranno probabilmente un vantaggio nella competizione per i talenti. Il dibattito sulla Gen Z spesso oscilla tra entusiasmo e critica. Ma al di là delle semplificazioni, i dati indicano una trasformazione più ampia: il lavoro resta importante, ma non è più disposto a occupare tutto lo spazio della vita.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/manager-e-gen-z-due-idee-di-lavoro-scontro-tra-ambizione-ed-equilibrio/">Manager e Gen Z, due idee di lavoro. Scontro tra ambizione ed equilibrio</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Gen Z e mercato del lavoro: in due anni i ruoli junior sono scesi dal 26% al 17%</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-e-mercato-del-lavoro-in-2-anni-i-ruoli-junior-scesi-dal-26-al-17/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Feb 2026 09:53:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Meno posizioni entry-level nei settori tecnologici: le imprese accelerano sull’innovazione con l’intelligenza artificiale, ma restringono l’ingresso dei giovani, con effetti sul ricambio delle competenze</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-e-mercato-del-lavoro-in-2-anni-i-ruoli-junior-scesi-dal-26-al-17/">Gen Z e mercato del lavoro: in due anni i ruoli junior sono scesi dal 26% al 17%</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il mondo del lavoro è attraversato da una spaccatura profonda. Fiducia, condizioni economiche e rapporto con l’intelligenza artificiale: un triplo divario che l’<strong class="gsto">Osservatorio Delta Index</strong> intercetta da tempo nel <strong class="gsto">confronto quotidiano tra imprese e Generazione Z</strong>. I dati del <strong class="gsto">Workmonitor 2026 di Randstad</strong>, diffusi a livello globale, non fanno che confermare e amplificare questa frattura, offrendo una fotografia utile per leggere &#8211; anche in chiave italiana &#8211; le tensioni che stanno ridefinendo il rapporto tra aziende e lavoratori, soprattutto più giovani. Condotta in 35 Paesi su 27mila persone (750 in Italia) e, per la prima volta, anche sul lato dei datori di lavoro, l’indagine restituisce un quadro coerente con quanto emerge dalle rilevazioni di Delta Index: la distanza non è solo generazionale, ma culturale e organizzativa. Ed è su questo scarto che oggi si gioca la capacità delle imprese di attrarre, coinvolgere e trattenere talenti in un mercato del lavoro sempre più competitivo.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Datori di lavoro e dipendenti</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il nuovo perimetro di analisi ha portato a galla l’ambivalenza del settore. Da una parte i datori di lavoro sono convinti che l’anno porterà crescita, lo afferma il 95%, mentre solo il 51% dei lavoratori condivide lo stesso ottimismo. Passando al divario economico, benché il 66% delle organizzazioni sostenga di aver definito strategie per compensare l’impatto del costo della vita, solo il 30% dei dipendenti afferma di averne colto davvero i benefici. La pressione fiscale si traduce in scelte concrete: il 40% dei lavoratori ha intrapreso un secondo impiego e il 36% ha aumentato o prevede di aumentare le ore lavorate. Anche chi ha un contratto tradizionale a tempo pieno cerca nuove forme di protezione economica, come il combinare l’impiego stabile con attività secondarie: un orientamento che la Gen Z, con la sua mentalità da «portfolio career», vive non come rinuncia, ma come risposta a un mercato in cui identità professionale e stabilità si conquistano diversificando.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il terzo spaccato, forse il più complesso, riguarda l’intelligenza artificiale. Il 63% dei datori di lavoro ha investito nell’IA negli ultimi dodici mesi e i talenti percepiscono chiaramente questa accelerazione: il 59% afferma che l’uso dell’IA è ormai incoraggiato in modo esplicito nelle organizzazioni. Eppure la percezione dei benefici rimane sbilanciata: il 47% dei lavoratori ritiene che l’IA favorirà più le aziende che le persone. Un talento su cinque non si aspetta alcun impatto sul proprio lavoro, mentre i datori di lavoro prevedono trasformazioni molto più profonde. Questo mismatch di aspettative è cruciale, perché rischia di ampliare non solo il divario di competenze, ma anche quello di fiducia: se l’IA ha già iniziato a trasformare ruoli, processi e seniority, non è scontato che i lavoratori ne percepiscano le opportunità.</div>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Confronto preoccupato con l’IA</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="22427">Per la Gen Z il tema è particolarmente sensibile. È la generazione più preoccupata nel confronto con l’IA, più ansiosa per la perdita di posti di lavoro e allo stesso tempo la più esposta a un paradosso evidente: mentre la domanda di competenze avanzate cresce, le opportunità di ingresso diminuiscono drasticamente. Nel 2023 il 26% dei ruoli legati a IA e automazione era accessibile a profili junior; oggi siamo scesi sotto il 17%. Parallelamente, il turnover è accelerato: la permanenza media della Gen Z nei primi cinque anni di carriera è di 1,1 anni, quattro volte meno dei Baby Boomer. Settori cruciali come banca, finanza, assicurazioni e life science registrano tassi di fidelizzazione dei più giovani spesso inferiori al 20%, in alcuni casi sotto il 10%. Il rischio è chiaro: si va profilando un vuoto generazionale in aree strategiche, mentre le aziende continuano a competere sugli stessi profili senior.</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/2/18/photos/gen-z-e-mercato-del-lavoro-in-2-anni-i-ruoli-junior-scesi-dal-26-al-17_7709f6ee-0cae-11f1-92e9-47fee22cc680_1920_1704.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="lozad alignleft" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/2/18/photos/cache/gen-z-e-mercato-del-lavoro-in-2-anni-i-ruoli-junior-scesi-dal-26-al-17_7709f6ee-0cae-11f1-92e9-47fee22cc680_1920_1704_v3_large_libera.jpg" width="464" height="412" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/2/18/photos/cache/gen-z-e-mercato-del-lavoro-in-2-anni-i-ruoli-junior-scesi-dal-26-al-17_7709f6ee-0cae-11f1-92e9-47fee22cc680_1920_1704_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>In questo scenario, emerge un altro elemento centrale: la fiducia. La fiducia nella leadership è in calo, così come quella tra colleghi. Nonostante ciò, il rapporto con il manager diretto si rafforza. Il 72% dei talenti afferma di avere un rapporto solido con il proprio responsabile e il 63% dichiara di sentirsi più legato a lui che all’azienda. Per HR e imprenditori è un segnale fortissimo: il manager è oggi un mediatore di senso e stabilità, più che un supervisore. Tuttavia, il 50% dei lavoratori &#8211; percentuale più alta tra i più giovani &#8211; preferisce utilizzare l’IA per chiedere consigli professionali. Questo non indebolisce la figura del manager, ma la costringe a un’evoluzione: la Gen Z non cerca controllo, cerca un alleato autorevole capace di fornire contesto, visione e rassicurazioni in un mercato in continuo mutamento.</p></div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Dialogo tra generazioni</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>La collaborazione è un ulteriore punto di tensione. Se da un lato il 78% dei talenti afferma di essere più produttivo quando collabora, dall’altro il lavoro ibrido ha reso la cooperazione più complessa: lo afferma l’81% dei datori di lavoro. Eppure, mai come oggi la collaborazione multigenerazionale rappresenta un vantaggio competitivo: il 95% delle aziende ne riconosce il valore, mentre il 74% dei talenti dichiara di affidarsi a colleghi di altre generazioni per ampliare le proprie prospettive. È un ecosistema di scambio reciproco: i giovani offrono competenze digitali e velocità di apprendimento, i senior offrono esperienza, giudizio e una lettura più ampia dei settori. Le aziende che sapranno facilitare questo scambio avranno un vantaggio reale nell’attrarre e trattenere i talenti.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Obsolete le carriere lineari</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il rapporto mostra anche come i lavoratori stiano ridefinendo il concetto di successo. Le carriere lineari perdono peso: il 72% dei datori di lavoro le considera ormai obsolete e quasi due talenti su cinque dichiarano di non voler percorrere una carriera tradizionale. La retribuzione resta la prima leva di attrazione, ma non quella che trattiene. A trattenere è l’equilibrio tra lavoro e vita privata, indicato dal 46% come motivazione principale per rimanere. Eppure proprio su questo punto si apre una contraddizione strutturale: se il 72% dei datori di lavoro ritiene l’autonomia una leva di produttività e coinvolgimento, l’81% non permette ai dipendenti di decidere i propri orari. Un cortocircuito tra cultura organizzativa e nuove aspettative, destinato a diventare una delle principali sfide HR dei prossimi anni.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La soluzione di Randstad proposta è sintetizzabile in una sola parola: fiducia. Un elemento indispensabile che richiede trasparenza, visibilità sulle strategie, percorsi di sviluppo accessibili e chiari per tutti. Per colmare il divario di realtà sull’IA, le aziende devono spostare la narrazione dalla minaccia alla collaborazione uomo-macchina, creando le condizioni perché la Gen Z, oggi la più esposta e la più critica, veda nell’innovazione una leva di empowerment, non un pericolo.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Tanti al lavoro, pochi davvero coinvolti. La frattura che pesa sulla produttività</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produttivita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 09:29:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Studio del Censis per far fronte al disimpegno. La ricercatrice Fulvia Santini: «Tra i giovani il disengagement non è rifiuto del lavoro, ma di modelli che ormai non parlano più alle nuove generazioni»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produttivita/">Tanti al lavoro, pochi davvero coinvolti. La frattura che pesa sulla produttività</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il lavoro continua a occupare le giornate, ma sempre meno le menti. È in questo scarto silenzioso che si gioca oggi una delle partite più decisive per il futuro delle imprese italiane. Una distanza che non riguarda soltanto il benessere individuale, ma che incide direttamente sulla produttività, sulla capacità di trattenere competenze e sulla tenuta complessiva del sistema economico. È da qui che prende le mosse la ricerca «Engagement e produttività. Più produttività attraverso la leva della motivazione e del coinvolgimento sul posto di lavoro», realizzata dal Censis e commissionata da Philip Morris Italia, che prova a riportare al centro una variabile spesso evocata, ma raramente affrontata fino in fondo: il coinvolgimento reale delle persone nel lavoro che svolgono.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">La contraddizione</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il contesto è quello di un Paese che lavora molto e rende poco. Da oltre quindici anni la produttività italiana cresce a fatica, mentre aumentano le ore lavorate e si intensifica la pressione organizzativa. A livello internazionale, le ricerche Gallup del 2024 e del 2025 collocano l’Italia tra i Paesi con i livelli di engagement più bassi. «È stato proprio questo dato a far scattare la riflessione &#8211; spiega Fulvia Santini, ricercatrice del Censis -. Ci siamo chiesti cosa accade quando l’engagement viene meno e abbiamo deciso di analizzare il disengagement non come una fragilità individuale, ma come un processo strutturale che riguarda organizzazioni, modelli di lavoro e aspettative generazionali».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 354px" class="wp-caption alignleft"><a title="Fulvia Santini, ricercatrice del Censis" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_33ef176e-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1279.jpeg" data-title="Fulvia Santini, ricercatrice del Censis"><img decoding="async" class="lozad" title="Fulvia Santini, ricercatrice del Censis" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/cache/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_33ef176e-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1279_v3_large_libera.jpeg" alt="Fulvia Santini, ricercatrice del Censis" width="354" height="236" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/cache/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_33ef176e-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1279_v3_large_libera.jpeg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Fulvia Santini, ricercatrice del Censis</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">Il Rapporto restituisce un quadro complesso, fatto di apparenti contraddizioni. Il 79,3% degli occupati dichiara di sentirsi molto o abbastanza motivato. Ma questa media nasconde fratture profonde. Tra i 18 e i 44 anni solo il 24,3% afferma di essere davvero interessato al proprio lavoro. E per il 54,1% dei giovani il lavoro ha perso centralità nella vita o non è mai stato una priorità. «Non è una disaffezione verso il lavoro in sé &#8211; chiarisce Santini &#8211; ma il rifiuto di un modello che non risponde più alle esigenze delle nuove generazioni, sempre più orientate alla ricerca di equilibrio tra vita privata e vita professionale».</p>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>L’età emerge come uno spartiacque netto. Gli over 55, cresciuti in un’epoca in cui il lavoro rappresentava un valore identitario e una fonte primaria di riconoscimento sociale, risultano i più coinvolti: il 37,5% si dichiara molto motivato e il 66,3% continua a considerare il lavoro un pilastro centrale della propria esistenza. All’estremo opposto, tra i più giovani prende forma una sensazione diffusa di disincanto. Più della metà degli under 35, il 53,9%, si sente poco o per nulla coinvolta nelle attività quotidiane, contro il 34,4% degli over 55. Una distanza emotiva che non nasce all’improvviso, ma che si costruisce nel tempo.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>I tre passaggi chiave</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="2205">Per descrivere questo scivolamento progressivo, il Censis individua tre passaggi chiave, le cosiddette «tre D» del disengagement: disallineamento, disincanto e distacco. Il primo nodo è il disallineamento tra competenze e ruolo. Solo il 27,2% dei lavoratori percepisce una piena coerenza tra ciò che sa fare e ciò che gli viene richiesto, mentre il 13,7% segnala un forte scarto. Il fenomeno colpisce soprattutto i giovani: tra i 18 e i 34 anni il disallineamento sale al 16,8%, quasi tre volte il dato degli over 55. «Molti giovani entrano nel mondo del lavoro con aspettative elevate di apprendimento e di contributo &#8211; osserva Santini -. Ma spesso si ritrovano in ruoli poco coerenti, ripetitivi o privi di percorsi chiari. Questo scarto iniziale genera frustrazione, che nel tempo si trasforma in disincanto e poi in distacco».</div>
<div class="article-body">
<p>Il disengagement non resta confinato nella sfera emotiva. Produce effetti concreti e misurabili sulle organizzazioni. Il 44,3% dei lavoratori dipendenti ha considerato di cambiare occupazione, percentuale che sale al 64,6% tra gli under 35. Le motivazioni sono eloquenti: aumento del reddito (39,5%), stress o carico di lavoro eccessivo (28,7%), ricerca di una maggiore soddisfazione professionale (21,5%). «Non si tratta semplicemente di instabilità o di strategia di carriera &#8211; sottolinea Santini &#8211; ma della ricerca di condizioni di lavoro migliori, più sostenibili e più coerenti con le proprie aspettative».</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_34e9d67c-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1751.jpg"><img decoding="async" class="lozad" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/cache/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_34e9d67c-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1751_v3_large_libera.jpg" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/cache/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_34e9d67c-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1751_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Il costo del disengagement è percepito anche dai lavoratori stessi. Un occupato su tre ritiene che il disimpegno riduca in modo significativo la produttività dell’azienda in cui lavora, una convinzione particolarmente diffusa tra i senior, più consapevoli del legame tra coinvolgimento e risultati. Turnover elevato, perdita di competenze, calo della qualità delle prestazioni e impoverimento del clima organizzativo sono alcune delle conseguenze di questa distanza crescente.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Alla domanda su cosa potrebbe aumentare il coinvolgimento, il 54% degli occupati indica una retribuzione più competitiva. Ma fermarsi al salario sarebbe riduttivo. Quattro lavoratori su dieci chiedono più benessere e migliori condizioni di lavoro, il 32% benefit aziendali e il 26,9% maggiore flessibilità oraria e smart working. Tra i giovani emergono anche la richiesta di percorsi di crescita più chiari e di un investimento strutturale nella formazione continua. «L’engagement non si costruisce solo con lo stipendio &#8211; ribadisce Santini -. È il risultato di un equilibrio tra riconoscimento economico, benessere psicologico, qualità delle relazioni e possibilità di sviluppo».</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Dal welfare al wellness</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Da qui il passaggio, sempre più evidente, dal welfare al wellness. Non più solo bonus e misure economiche, ma un’attenzione più profonda alla dimensione emotiva e organizzativa del lavoro. La parte qualitativa della ricerca, basata su interviste a responsabili HR di aziende inserite nelle classifiche Best Place to Work, mostra come le realtà più avanzate stiano investendo su sistemi di monitoraggio continuo dell’engagement, sulla valorizzazione dei feedback, su una comunicazione più trasparente tra manager e collaboratori e su iniziative concrete per ridurre il carico mentale. «Un esempio che ci ha colpito molto &#8211; racconta Santini &#8211; è quello di aziende che hanno introdotto il “Free Friday”, una giornata senza call o riunioni per permettere alle persone di chiudere la settimana lavorativa senza portarsi dietro il peso mentale del lavoro nel fine settimana».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Accanto al benessere, la formazione emerge come uno snodo decisivo. Non solo corsi o budget dedicati, ma formazione on the job, mentoring e accompagnamento reale nei percorsi di crescita.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il messaggio finale del Rapporto è netto: senza motivazione non c’è impresa, e senza coinvolgimento non c’è futuro. «Il lavoro non è solo ciò che faccio &#8211; conclude Santini &#8211; ma ciò che mi permette di sentirmi parte di qualcosa». Quando questa connessione si spezza, si inceppa il motore della produttività.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produttivita/">Tanti al lavoro, pochi davvero coinvolti. La frattura che pesa sulla produttività</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<title>Il 33% dei diplomati è disorientato. Scuola e lavoro ancora distanti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 09:13:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ORIENTAMENTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Tra scelte in famiglia e iniziative improvvisate, l’orientamento dei giovani non regge. Colombo (Adapt): «Senza comunità formative vere, i ragazzi restano soli davanti a decisioni fondamentali»</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il dato più netto è anche il più spiazzante: in Lombardia un diplomato su tre non ha le idee chiare sul proprio futuro professionale. Non è una fotografia marginale, ma il segnale di una frattura profonda tra scuola, lavoro e aspettative delle nuove generazioni. È da qui che prende avvio la ricerca «Orientare i talenti. Dati, strumenti, esperienze e prospettive», realizzata da Fondazione Adapt, che mette nero su bianco una verità ormai difficile da ignorare: l’orientamento non può più essere un momento isolato, né un adempimento formale, ma una vera infrastruttura strategica per il futuro del Paese.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"><strong class="gsto">Il disorientamento che colpisce il 33,2% dei diplomati del Nord-Ovest è il prodotto di una concatenazione di fattori strutturali</strong>. Da un lato, un sistema educativo che continua a privilegiare la trasmissione dei saperi rispetto alla capacità di aiutare gli studenti a leggere se stessi; dall’altro, un mercato del lavoro che evolve rapidamente e rende sempre più difficile immaginare traiettorie lineari. La ricerca evidenzia come oltre il 40% dei giovani dichiari di aver scelto il proprio percorso formativo senza una reale conoscenza delle opportunità professionali a esso collegate, mentre quasi uno su tre afferma di essersi basato soprattutto su indicazioni familiari.</div>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/7/photos/il-33-dei-diplomati-e-disorientato-scuola-e-lavoro-ancora-distanti_de6bf20c-eba6-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_1952.jpg"><img decoding="async" class="lozad alignright" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/7/photos/cache/il-33-dei-diplomati-e-disorientato-scuola-e-lavoro-ancora-distanti_de6bf20c-eba6-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_1952_v3_medium_libera.jpg" width="555" height="565" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/7/photos/cache/il-33-dei-diplomati-e-disorientato-scuola-e-lavoro-ancora-distanti_de6bf20c-eba6-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_1952_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Percorsi inefficaci</h3>
</div>
<div class="article-body">«L’orientamento oggi è ancora troppo debole e frammentato», sottolinea <strong class="gsto">Matteo Colombo, presidente di Fondazione Adapt,</strong> «e spesso non riesce a dare ai ragazzi uno sguardo d’insieme che li aiuti a capire come si arriva a certe criticità». A pesare è anche la debolezza dei servizi. Un giovane su quattro segnala l’assenza o l’inefficacia dell’orientamento ricevuto durante il percorso scolastico e formativo. Quando presente, si concentra spesso in momenti sporadici, scollegati dal resto dell’esperienza educativa. «Dobbiamo superare l’idea di un orientamento puramente teorico &#8211; afferma Colombo -. Serve passare a un orientamento esperienziale, basato sulla conoscenza diretta delle realtà formative e professionali, dentro vere comunità formative».</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure class="zoom-gallery new libera left"><a title="Matteo Colombo, presidente Fondazione Adapt" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/7/photos/il-33-dei-diplomati-e-disorientato-scuola-e-lavoro-ancora-distanti_e00117be-eba6-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_1280.jpg" data-title="Matteo Colombo, presidente Fondazione Adapt"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Matteo Colombo, presidente Fondazione Adapt" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/7/photos/cache/il-33-dei-diplomati-e-disorientato-scuola-e-lavoro-ancora-distanti_e00117be-eba6-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_1280_v3_large_libera.jpg" alt="Matteo Colombo, presidente Fondazione Adapt" width="323" height="215" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/7/photos/cache/il-33-dei-diplomati-e-disorientato-scuola-e-lavoro-ancora-distanti_e00117be-eba6-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_1280_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption>Matteo Colombo, presidente Fondazione Adapt</figcaption></figure>
</div>
<p>Il contesto demografico rende questo scenario ancora più critico. Nei prossimi decenni la popolazione attiva italiana è destinata a ridursi di circa il 35%, passando da 37,3 a 24,4 milioni di persone; in Lombardia la contrazione prevista è del 21%. Eppure, entro il 2029, nella sola regione saranno richiesti 682.800 nuovi lavoratori, soprattutto nei servizi alle imprese, nell’industria manifatturiera e nei servizi alla persona. Quasi la metà delle posizioni riguarderà profili tecnici e professionali. «Siamo davanti a un paradosso evidente &#8211; osserva Colombo -. Da una parte le imprese non trovano competenze, dall’altra molti giovani faticano a scegliere. È il segno che l’orientamento non può essere lasciato al caso». Il mismatch produce effetti concreti: il 23% dei giovani occupati svolge un lavoro che non valorizza pienamente il proprio titolo di studio, mentre la sovraqualificazione convive con la carenza di profili tecnici. Anche le competenze digitali restano un nodo aperto: solo il 68,6% dei giovani possiede competenze almeno di base. «Il rischio &#8211; avverte Colombo &#8211; è che i ragazzi arrivino a pensare: “Questo percorso non fa per me, quindi mollo”. In realtà l’orientamento dovrebbe evitare proprio questo, offrendo alternative e accompagnando la crescita personale nel tempo».</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="30546"></div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Bassa istruzione terziaria</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Sul fronte dell’istruzione terziaria, l’Italia resta sotto la media europea, con il 31,6% di laureati tra i 25 e i 34 anni. La Lombardia sale al 35,2%, ma con forti divari territoriali. Milano supera il 45%, mentre altre province restano indietro. «Qui l’orientamento diventa anche una questione di equità &#8211; spiega Colombo &#8211; perché aiuta a rendere visibili opportunità che altrimenti resterebbero accessibili solo a chi ha più strumenti culturali e sociali».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Nonostante le criticità, la Lombardia mostra indicatori positivi: tasso di occupazione giovanile al 42%, abbandono scolastico al 7,7%, dispersione implicita al 3,7%. Un contesto che può diventare un laboratorio avanzato. «L’orientamento non è una scelta individuale che riguarda solo i ragazzi &#8211; afferma Colombo . &#8211; È un investimento sul territorio in cui un’impresa si colloca e quindi sulla sostenibilità futura dell’impresa stessa. L’alternativa è una logica autoreferenziale che spinge i giovani a studiare altrove e poi a lavorare altrove».</p>
</div>
<div class="article-body">
<blockquote class="float-quote-article-cont">
<h3><span style="color: #0000ff;"><strong>«Senza bussola i ragazzi scambiano una difficoltà per un fallimento personale»</strong></span></h3>
</blockquote>
<p>Da qui il ruolo strategico delle aziende come attori educativi. La ricerca valorizza diverse best practice, tra cui il caso di Edison. Con il progetto Scuola Edison, l’azienda ha costruito percorsi strutturati di incontro con studenti e docenti, basati su laboratori, testimonianze e attività esperienziali sui temi dell’energia, della transizione ecologica e dell’innovazione. Un modello che interpreta l’orientamento come responsabilità condivisa. «Quando le imprese entrano nei percorsi di orientamento &#8211; sottolinea Colombo &#8211; contribuiscono a creare quella pari dignità tra i diversi percorsi formativi che è essenziale per aiutare i giovani a scegliere senza gerarchie precostituite».</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Servono strumenti per scegliere</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Accanto a Edison, emergono esperienze promosse da ITS Academy, associazioni datoriali e soggetti del terzo settore, accomunate dalla continuità nel tempo e dal forte radicamento territoriale. Sono iniziative che non si limitano a informare, ma permettono di sperimentare. «L’orientamento &#8211; ribadisce Colombo &#8211; non è un momento di scelta isolato, ma un percorso che dura nel tempo, attraversa più enti e accompagna le persone lungo tutta la vita». Il messaggio che emerge è netto: non esiste un percorso giusto in assoluto. «Dobbiamo rilanciare l’idea che non ci siano strade di serie A e di serie B &#8211; conclude Colombo -. Esistono percorsi più o meno coerenti con le persone. L’orientamento serve a dare strumenti per scegliere, per riorientarsi e per crescere». Perché, come emerge con forza dai dati e dalle esperienze raccontate, orientare non significa indicare una direzione dall’alto, ma camminare insieme, costruendo passo dopo passo un rapporto più solido tra persone, lavoro e territorio.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h2>Skillherz, il modello educativo</h2>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h2>che coinvolge di più le aziende</h2>
</div>
<div class="article-body">
<p>Di fronte a un orientamento che in Italia continua a mostrarsi fragile, episodico e spesso scollegato dalla realtà produttiva, il nodo non è più solo quanto orientamento si fa, ma come lo si costruisce. I dati della ricerca di Fondazione Adapt lo dicono con chiarezza: un diplomato su tre non ha idee chiare sul proprio futuro professionale e molti giovani compiono scelte formative senza conoscere davvero gli sbocchi lavorativi. È il segnale di una distanza strutturale tra scuola e lavoro che non può essere colmata con eventi spot o testimonianze occasionali. In questo contesto si inserisce <strong class="gsto">Skillherz (società benefit Edoomark con Gruppo Sesaab e Odissea di Percassi), progetto interregionale di orientamento che ribalta l’impostazione tradizionale </strong>e prova a ricostruire il collegamento mancante partendo da un assunto semplice ma spesso rimosso dal dibattito pubblico: l’orientamento funziona solo se passa anche dalle imprese. Non come attori accessori o testimonial di una giornata, ma come parte integrante del processo educativo. Il modello Skillherz nasce proprio per superare la logica informativa, puntando su un approccio esperienziale e continuativo. Le NextGenFactory Skillherz sono spazi fisici in cui studenti e studentesse entrano in contatto diretto con il lavoro, incontrano aziende, professionisti e mestieri, osservano processi reali e comprendono come le competenze apprese a scuola si trasformano in attività concrete. Non si tratta di anticipare la selezione, ma di rendere visibile ciò che normalmente resta astratto. Skillherz lavora sulla costruzione di comunità formative territoriali, mettendo in rete scuole, imprese, enti di formazione e istituzioni. L’orientamento non è più un momento isolato, ma un percorso che accompagna i ragazzi nel tempo, aiutandoli a leggere se stessi, a conoscere le alternative e a riorientarsi quando necessario. Un punto centrale, soprattutto in un mercato del lavoro che non offre più traiettorie lineari. C’è poi un elemento che rende Skillherz particolarmente rilevante anche per le imprese. In un contesto segnato dal calo demografico e dalla crescente difficoltà di reperimento di profili tecnici e professionali, partecipare ai percorsi di orientamento significa investire sul proprio territorio e sulla sostenibilità futura del sistema produttivo. Le aziende diventano attori educativi, contribuendo a creare quella pari dignità tra i diversi percorsi formativi &#8211; tecnici, professionali, accademici- che è essenziale per scelte più consapevoli. Con i centri di Bergamo, Brescia, Lodi, Como, Lecco e Vicenza, Skillherz non propone scorciatoie ma un modello concreto per ridurre la distanza tra scuola e lavoro. Per maggiori informazioni <a href="http://www.skillherz.com/" target="_blank" rel="noopener">www.skillherz.com</a>.</p>
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		<title>«Colloqui standard? Meglio i giochi: funzionano e mostrano il vero sé»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 08:54:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SELEZIONARE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Il professor Solari (UniMI): «Attenzione a non improvvisare perché hanno efficacia solo se validati psicometricamente e progettati per leggere davvero i comportamenti, non come un Angry Birds aziendale»</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>«La qualità dei processi di selezione del personale oggi è, nella migliore delle ipotesi, bassa». <strong class="gsto">Luca Solari, professore ordinario di Scienze Sociali e Politiche all’Università degli Studi di Milano</strong>, apre così la conversazione con l’ <strong class="gsto">Osservatorio Delta Index</strong> sul futuro del recruiting . La sua non è una provocazione, ma la sintesi di anni di studi: «Un’intervista non strutturata spiega meno del lancio di una moneta le caratteristiche della persona, eppure molti selezionatori restano convinti di riuscire a capire tutto». È proprio in questa distanza tra ciò che si pensa di valutare e ciò che realmente si misura che si inserisce la gamification, non come un espediente ludico, ma come un modo per affrontare l’inefficienza dei metodi tradizionali.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">I vantaggi</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Le radici della gamification non nascono nelle aziende, ma negli studi sulle community online dei primi anni Duemila. «World of Warcraft, EVE Online: quei mondi sono stati oggetto di vere etnografie digitali &#8211; ricorda Solari -. Si cercava di capire cosa rendesse quei contesti così motivanti e perché le persone vivessero con tanta intensità le dinamiche di gioco». Parallelamente, la psicologia iniziava a interrogarsi sulla forza dei meccanismi ludici, e un contributo decisivo veniva dal lavoro della game designer Jane McGonigal. «In Reality is Broken sostiene che il problema non è che <strong class="gsto">le persone </strong>fuggono dalla realtà, ma che<strong class="gsto"> nella realtà non trovano le condizioni positive che trovano nei giochi: sfida, gratificazione, riconoscimento, la sensazione che le proprie azioni abbiano un impatto</strong>». Elementi che, tradotti nel linguaggio organizzativo, significano motivazione autentica e una diversa qualità dell’esperienza lavorativa, soprattutto nei contesti più rigidi.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 216px" class="wp-caption alignleft"><a title="Luca Solari, professore di Scienze Sociali e Politiche dell'Università degli Studi di Milano" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/15/photos/colloqui-standard-meglio-i-giochifunzionano-e-mostrano-il-vero-se_9b0c3e2c-d990-11f0-96af-b20115507b17_1920_2881.jpg" data-title="Luca Solari, professore di Scienze Sociali e Politiche dell'Università degli Studi di Milano"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Luca Solari, professore di Scienze Sociali e Politiche dell'Università degli Studi di Milano" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/15/photos/cache/colloqui-standard-meglio-i-giochifunzionano-e-mostrano-il-vero-se_9b0c3e2c-d990-11f0-96af-b20115507b17_1920_2881_v3_medium_libera.jpg" alt="Luca Solari, professore di Scienze Sociali e Politiche dell'Università degli Studi di Milano" width="216" height="324" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/15/photos/cache/colloqui-standard-meglio-i-giochifunzionano-e-mostrano-il-vero-se_9b0c3e2c-d990-11f0-96af-b20115507b17_1920_2881_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Luca Solari, professore di Scienze Sociali e Politiche dell&#8217;Università degli Studi di Milano</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">Il vantaggio principale della gamification, spiega Solari, è che permette di osservare comportamenti più spontanei dei test tradizionali e delle classiche prove di selezione. «La selezione funziona solo se le persone sono motivate. Se presenti un test a qualcuno che non ha voglia di compilarlo, ciò che misuri non rappresenta le sue reali caratteristiche». Il gioco, invece, attiva in modo naturale engagement e curiosità, favorendo una partecipazione meno difensiva e più sincera. <strong class="gsto">Molti giochi consentono di osservare capacità come problem solving, gestione della pressione, collaborazione, rapidità decisionale e orientamento al risultato</strong>, ma anche lo stile con cui le persone affrontano compiti nuovi o ambigui. Non solo: la gamification permette anche di stimolare comportamenti desiderati. «Se vogliamo favorire collaborazione o innovazione, possiamo creare setting simili ai giochi, con obiettivi chiari e payoff espliciti. Le persone non cambiano perché qualcuno lo ordina, ma perché vogliono fare bene nel gioco, vogliono dimostrare qualcosa a se stesse e agli altri».</p>
</div>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Il rischio nella progettazione</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="49105"></div>
<div class="article-body">
<p>Ed è proprio sulla progettazione che Solari vede il rischio maggiore. «Ci sono troppe persone che si improvvisano. Prendono un gioco, cambiano due elementi grafici e lo vendono come Angry Birds aziendale. Questo non è gamification, è cattiva consulenza». La questione non è estetica, ma metodologica: «<strong class="gsto">Un gioco usato per la selezione deve essere validato psicometricamente</strong>, per dimostrare che ciò che misura corrisponde davvero alla capacità dichiarata». Inoltre, un designer competente deve conoscere la vasta letteratura sui profili dei gamers. «C’è chi gioca per vincere, chi per socializzare, chi per esplorare, chi per disturbare gli altri. Se progetto un gioco solo per chi vuole vincere, escludo gran parte dei comportamenti possibili, e ciò che osservo diventa poco interpretabile». Per questo il professore insiste sulla necessità di costruire esperienze complesse, che diano spazio a stili diversi e non si limitino alla logica della competizione pura, tanto rassicurante quanto fuorviante per chi guarda solo alla classifica finale.</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/15/photos/colloqui-standard-meglio-i-giochifunzionano-e-mostrano-il-vero-se_9c4b0e30-d990-11f0-96af-b20115507b17_1920_1429.jpg"><img decoding="async" class="lozad" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/15/photos/cache/colloqui-standard-meglio-i-giochifunzionano-e-mostrano-il-vero-se_9c4b0e30-d990-11f0-96af-b20115507b17_1920_1429_v3_large_libera.jpg" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/15/photos/cache/colloqui-standard-meglio-i-giochifunzionano-e-mostrano-il-vero-se_9c4b0e30-d990-11f0-96af-b20115507b17_1920_1429_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Utile per diverse età</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Negli ultimi anni la gamification è stata spesso presentata come lo strumento ideale per dialogare con la Generazione Z, ma Solari invita alla cautela. «L’interesse per il gaming nasce con i Millennials. Parlare di gamification “per i giovani” è più marketing che scienza. Non c’è ricerca che dimostri che funzioni solo con alcune generazioni». La variabile decisiva, infatti, non è l’età anagrafica ma il linguaggio di gioco appreso nella crescita. «Le abitudini di gioco sono culturali. Chi è cresciuto con la briscola reagisce in un modo, chi è cresciuto con Clash of Clans in un altro. Il punto non è la generazione, ma il tipo di esperienza ludica che ha modellato il modo di affrontare il gioco». Questo significa che un progetto serio deve partire dall’analisi del target reale, non da etichette generiche sulle generazioni, e che la stessa azienda potrebbe aver bisogno di giochi diversi per popolazioni diverse al suo interno.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>I consigli per gli imprenditori</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Prima di pensare al gioco come a una bacchetta magica, però, Solari invita chi si occupa di risorse umane a fare un esercizio di onestà intellettuale sui propri processi: «Chiedersi che cosa stiamo davvero valutando, quanto riusciamo a misurarlo e quanto invece ci affidiamo all’impressione del momento è già un passo di maturità. <strong class="gsto">La gamification non sostituisce il giudizio professionale, ma può costringerlo a uscire dall’improvvisazione e a confrontarsi con dati e comportamenti osservabili</strong>». Una sfida culturale prima che tecnologica. Alla fine, cosa direbbe Solari a un imprenditore un po’ scettico? La sua risposta è diretta: «Oggi molte organizzazioni usano processi di selezione costosi e poco precisi, e faticano ad attrarre giovani talenti. La gamification offre tre opportunità: presentarsi come organizzazione innovativa, ripensare dall’interno ciò che i selezionatori cercano davvero e ridurre i costi, perché la selezione è un costo di struttura». Per il professore, sperimentare non significa buttare via ciò che esiste, ma metterlo alla prova: «La scelta non è tra il colloquio tradizionale e il gioco miracoloso, la scelta è tra continuare a fidarsi dell’intuizione o iniziare a misurare in modo più serio ciò che accade». E conclude: «La questione non è se la gamification sia una moda. La questione è: può davvero permettersi di non sperimentare strumenti che potrebbero funzionare meglio di quelli che usa oggi?».</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/colloqui-standard-meglio-i-giochi-funzionano-e-mostrano-il-vero-se/">«Colloqui standard? Meglio i giochi: funzionano e mostrano il vero sé»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Dai giovani ai senior e ritorno. Lo scambio che cambia le imprese</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/dai-giovani-ai-senior-e-ritorno-lo-scambio-che-cambia-le-imprese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 09:07:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=9647</guid>

					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Nuova ricerca internazionale fotografa le fragilità e le opportunità del lavoro multigenerazionale. Bonacchi (Indeed): «Se i ragazzi insegnano ai colleghi più esperti e i senior trasmettono esperienza, il valore cresce»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/dai-giovani-ai-senior-e-ritorno-lo-scambio-che-cambia-le-imprese/">Dai giovani ai senior e ritorno. Lo scambio che cambia le imprese</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Dire ciò che si fa e fare ciò che si dice. È questo, oggi, il nuovo discrimine che separa le aziende che riescono ad attrarre la <strong class="gsto">Generazione Z </strong>da quelle che faticano a dialogare con il suo modo di vivere il lavoro. Una richiesta semplice: coerenza, trasparenza, niente retorica. Per alcuni difficile da mantenere nel quotidiano.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La fotografia arriva da una ricerca internazionale che Indeed, piattaforma globale per la ricerca di lavoro e il recruiting, ha commissionato a YouGov. Lo studio, condotto su 11.006 lavoratori e 5.600 recruiter, ha coinvolto nove Paesi: Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Italia, Francia, Giappone, Canada, Paesi Bassi e Australia. L’ <strong class="gsto">Osservatorio Delta Index </strong>rilegge la ricerca con il focus della Generazione Z attraverso il contributo di <strong class="gsto">Gianluca Bonacchi, Talent Strategy Advisor di Indeed.</strong></p>
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<p>Nel complesso, il quadro è positivo: in Italia il 71% dei lavoratori e il 78% dei recruiter vede nella forza lavoro multigenerazionale un beneficio per atmosfera, relazioni, idee e problem solving. E ancora più solidi sono i numeri legati alla produttività (81%) e alle performance (77%). Ma, accanto ai vantaggi, emergono anche fragilità, differenze di linguaggio, aspettative disallineate.</p>
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<h3 class="position2">Differenze nelle competenze</h3>
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<p>Le sfide che le aziende affrontano oggi sono numerose e complesse. La ricerca evidenzia come il 31% dei datori di lavoro e il 30% dei lavoratori percepisca differenze significative nelle competenze tecnologiche, un dato che mette in luce quanto la tecnologia possa diventare sia ostacolo sia opportunità. Non è solo una questione di familiarità con gli strumenti digitali, ma di approccio al lavoro e alle innovazioni. Anche gli stili di comunicazione risultano differenti: il 32% dei lavoratori e il 27% dei datori di lavoro segnala che modalità e linguaggi divergenti creano incomprensioni quotidiane. A questi si aggiungono conflitti di opinione e stereotipi legati all’età: il 26% dei datori e il 25% dei lavoratori parla di punti di vista contrastanti, mentre il 22% dei lavoratori e il 19% dei datori ammette che pregiudizi generazionali incidono sulle dinamiche quotidiane. La Gen Z è spesso etichettata come «dipendente dalla tecnologia» (58% lavoratori, 50% datori) o disimpegnata (41% lavoratori, 33% datori), mentre i Baby Boomer sono percepiti come poco flessibili (32% lavoratori, 30% datori) e avversi al rischio (24% lavoratori, 24% datori).</p>
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<h3>Un quarto della forza lavoro</h3>
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<p>«Le aziende mi parlano costantemente delle difficoltà nell’attrarre e trattenere la Generazione Z &#8211; racconta Gianluca Bonacchi, Talent Strategy Advisor di Indeed -. Oggi questi giovani rappresentano circa un quarto della forza lavoro e il loro peso continuerà a crescere. Ignorarli o non integrarli nei processi aziendali significa perdere competitività. È fondamentale comprenderne le esigenze, ascoltarli, e strutturare percorsi di lavoro che li mettano al centro senza però dimenticare le altre generazioni».</p>
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<figure style="width: 174px" class="wp-caption alignleft"><a title="Gianluca Bonacchi, Talent Strategy Advisor di Indeed" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/1/photos/dai-giovani-ai-senior-e-ritorno-lo-scambio-che-cambia-le-imprese_77968588-ce91-11f0-9438-8163fe283fdd_1920_2880.jpg" data-credits="Masiar Pasquali" data-title="Gianluca Bonacchi, Talent Strategy Advisor di Indeed"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Gianluca Bonacchi, Talent Strategy Advisor di Indeed" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/1/photos/cache/dai-giovani-ai-senior-e-ritorno-lo-scambio-che-cambia-le-imprese_77968588-ce91-11f0-9438-8163fe283fdd_1920_2880_v3_medium_libera.jpg" alt="Gianluca Bonacchi, Talent Strategy Advisor di Indeed" width="174" height="261" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/1/photos/cache/dai-giovani-ai-senior-e-ritorno-lo-scambio-che-cambia-le-imprese_77968588-ce91-11f0-9438-8163fe283fdd_1920_2880_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Gianluca Bonacchi, Talent Strategy Advisor di Indeed (Foto di Masiar Pasquali)</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">Non si tratta di stereotipi puramente culturali, ma di elementi che possono avere impatti concreti sul lavoro. «I bias esistono, ma influenzano la performance solo se non sappiamo gestirli», precisa Bonacchi. «All’interno della stessa generazione ci sono milioni di individui con caratteristiche e competenze diverse. Tuttavia, comprendere alcune tendenze comuni permette di valorizzare le persone e di farle collaborare in modo efficace».</p>
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<p>Il turnover, spiega Bonacchi, è strettamente legato a questi aspetti. I giovani cambiano lavoro più frequentemente, e spesso le aziende non sono pronte ad accoglierli in contesti coerenti con le loro aspettative. «Se promettiamo dinamicità, innovazione, crescita e poi le pratiche interne non seguono, il giovane talento se ne va. Lo stesso vale se ci concentriamo solo sulla Generazione Z: rischiamo di scoraggiare chi ha più esperienza, che resta fondamentale per trasferire conoscenze e guidare processi complessi».</p>
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<h3>La tecnologia: un punto d’incontro</h3>
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<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="27020">Un punto chiave riguarda la tecnologia. Non è più una scelta opzionale: è la base del lavoro quotidiano per la Generazione Z. «Per i giovani la tecnologia non è un vantaggio, è il punto di partenza», spiega Bonacchi. «Se le aziende investono nella formazione tecnologica cross-generazionale, creano una base comune che riduce le incomprensioni e aumenta la produttività. Ma bisogna farlo con consapevolezza: non tutti i giovani sono immediatamente autonomi, non tutti i senior sono disallineati. Serve equilibrio e metodologia».</div>
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<p>La comunicazione rappresenta un altro aspetto critico. «La Gen Z chiede chiarezza, rapidità, riscontri concreti», dice Bonacchi. «Alcune aziende hanno sostituito le email con strumenti di messaggistica istantanea o app interne. È un cambio che può sembrare banale, ma fa la differenza: significa comunicare nel luogo in cui la persona si trova, senza costringerla a seguire logiche organizzative rigide». Anche il linguaggio della leadership si evolve. Non più autoritario e distaccato, ma accessibile e partecipativo. Open space, team misti, momenti di confronto diretto: tutto questo non è estetica, ma modello di lavoro concreto.</p>
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<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/1/photos/dai-giovani-ai-senior-e-ritorno-lo-scambio-che-cambia-le-imprese_78f36d6a-ce91-11f0-9438-8163fe283fdd_1920_2740.png"><img decoding="async" class="lozad" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/1/photos/cache/dai-giovani-ai-senior-e-ritorno-lo-scambio-che-cambia-le-imprese_78f36d6a-ce91-11f0-9438-8163fe283fdd_1920_2740_v3_medium_libera.png" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/1/photos/cache/dai-giovani-ai-senior-e-ritorno-lo-scambio-che-cambia-le-imprese_78f36d6a-ce91-11f0-9438-8163fe283fdd_1920_2740_v3_medium_libera.png" data-loaded="true" /></a></figure>
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<h3>L’importanza dei valori</h3>
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<p>I valori diventano determinanti: «Non conta solo che cosa facciamo, ma perché lo facciamo», sottolinea Bonacchi. «Il senso di appartenenza si costruisce quando i giovani percepiscono coerenza tra le parole e i fatti, quando comprendono le motivazioni delle scelte aziendali e vedono come il loro lavoro contribuisce al contesto più ampio». La trasparenza salariale, un tempo tabù, oggi è una leva concreta di motivazione: conoscere i range retributivi aiuta i dipendenti a collocarsi, riduce il pay gap e aumenta l’engagement.</p>
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<p>L’engagement, aggiunge Bonacchi, parte molto prima dell’ingresso in azienda. «Comincia dagli annunci, dal modo in cui ci presentiamo online, dalle attività di employer branding. Se promettiamo dinamicità e riscontri immediati, dobbiamo mantenerlo sin dal colloquio. Poi continua con onboarding, formazione e prime esperienze sul lavoro: è lì che si costruisce la fiducia».</p>
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<h3>Tre leve principali</h3>
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<p>Tre leve principali motivano la Generazione Z: coerenza tra parole e fatti, percorsi di crescita personalizzati e un’offerta complessiva che includa stipendio, formazione, flessibilità e benefit. «I giovani valutano il presente e vogliono essere valorizzati subito. Se investiamo solo in formazione senza crescita economica, perderemo talenti», sottolinea Bonacchi.</p>
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<p>Risultano estremamente efficaci pratiche come il reverse mentoring, un approccio in cui i giovani insegnano ai colleghi più esperti su tecnologia e nuovi modi di lavorare, mentre i senior trasmettono esperienza e conoscenze: un scambio che arricchisce tutta l’azienda. «Se i giovani insegnano tecnologia ai senior e i senior trasmettono esperienza ai giovani, il valore generazionale aumenta. Se questo scambio avviene già nei primi mesi, si consolidano relazioni e senso di appartenenza».</p>
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<p>I dati parlano chiaro: il 50% dei lavoratori e il 51% dei datori di lavoro riconosce benefici concreti nella condivisione delle conoscenze; il 45% dei lavoratori e il 44% dei datori sottolinea la ricchezza di esperienza; il 39% dei lavoratori e il 43% dei datori apprezza l’innovazione derivante da prospettive diverse.</p>
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<p>La convivenza generazionale non è un compromesso, ma una strategia vincente. E la Generazione Z, con la sua richiesta di coerenza e trasparenza, ricorda alle aziende che la credibilità non si dichiara: si dimostra ogni giorno.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/dai-giovani-ai-senior-e-ritorno-lo-scambio-che-cambia-le-imprese/">Dai giovani ai senior e ritorno. Lo scambio che cambia le imprese</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<title>Gen Z, in Qintesi si cresce presto. «Da neoassunti a senior in 30 mesi»</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Oct 2025 09:10:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IMPRESE POSITIVE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=9394</guid>

					<description><![CDATA[<p>#IMPRESEPOSITIVE. Percorso di carriera trasparente (fasi e retribuzioni), Academy interna e mentoring continuo La testimonianza di Arianna, 26 anni: «Ho capito subito che la mia carriera non sarebbe stata lasciata al caso»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi/">Gen Z, in Qintesi si cresce presto. «Da neoassunti a senior in 30 mesi»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>«Sin dal primo giorno ho capito che la mia crescita non sarebbe stata lasciata al caso &#8211; racconta Arianna Abbiati, 26 anni, consultant e rappresentante della Generazione Z in Qintesi -. Il percorso professionale viene chiarito fin dall’inizio: sai quali competenze sviluppare, quali obiettivi raggiungere e come potrai crescere nel tempo». Arianna è una delle giovani che animano l’azienda, dove il 30% dei 400 collaboratori ha meno di 30 anni, e la media d’età si attesta sui 36.</p>
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<figure style="width: 294px" class="wp-caption alignleft"><a title="Arianna Abbiati, 26 anni, consultant di Qintesi" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/27/photos/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi_c52fc890-b311-11f0-ba91-fcc014704041_1920_1280.jpg" data-credits="Gian Vittorio Frau" data-title="Arianna Abbiati, 26 anni, consultant di Qintesi"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Arianna Abbiati, 26 anni, consultant di Qintesi" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/27/photos/cache/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi_c52fc890-b311-11f0-ba91-fcc014704041_1920_1280_v3_large_libera.jpg" alt="Arianna Abbiati, 26 anni, consultant di Qintesi" width="294" height="196" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/27/photos/cache/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi_c52fc890-b311-11f0-ba91-fcc014704041_1920_1280_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Arianna Abbiati, 26 anni, consultant di Qintesi (Foto di Gian Vittorio Frau)</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera right">Fondata nel 2011, Qintesi (partner dei principali vendor tra cui SAP e Google) &#8211; che si è sottoposta all’assessment dell’ <strong class="gsto">Osservatorio Delta Index </strong>per valutare l’attrattività verso la Gen Z &#8211; si propone come un ecosistema digitale d’eccellenza, capace di crescere al passo con la trasformazione tecnologica e la sostenibilità. «Il nostro obiettivo è creare un mercato in cui innovazione, solidità gestionale e valorizzazione delle persone si incontrano &#8211; spiega il presidente Angelo Amaglio -. Offriamo soluzioni di integrazione dei sistemi e consulenza su misura, costruendo relazioni di fiducia con clienti e comunità». I numeri raccontano questa crescita responsabile: nel 2024 Qintesi ha guidato 435 progetti, di cui oltre 70 internazionali, servendo 230 clienti attivi e generando un fatturato superiore a 37 milioni di euro. «Ogni progetto è un’opportunità per sviluppare competenze e consolidare relazioni &#8211; aggiunge Amaglio -. Valorizziamo le persone, che sono il vero motore della nostra crescita».</p>
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<figure style="width: 290px" class="wp-caption alignright"><a title="Angelo Amaglio, presidente di Qintesi" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/27/photos/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi_cfe842da-b311-11f0-ba91-fcc014704041_1920_1280.jpg" data-credits="Gian Vittorio Frau" data-title="Angelo Amaglio, presidente di Qintesi"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Angelo Amaglio, presidente di Qintesi" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/27/photos/cache/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi_cfe842da-b311-11f0-ba91-fcc014704041_1920_1280_v3_large_libera.jpg" alt="Angelo Amaglio, presidente di Qintesi" width="290" height="193" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/27/photos/cache/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi_cfe842da-b311-11f0-ba91-fcc014704041_1920_1280_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Angelo Amaglio, presidente di Qintesi (Foto di Gian Vittorio Frau)</figcaption></figure>
<p>La governance aziendale si ispira da quattro anni agli Obiettivi di Sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Il 2% del fatturato è investito in innovazione, e cinque laboratori di ricerca supportano le imprese nella compliance e nella trasformazione digitale. «I laboratori non sono solo luoghi di sperimentazione tecnologica &#8211; sottolinea Sabina Calvi, responsabile HR &#8211; ma spazi in cui i nostri team apprendono, sviluppano nuove competenze e trasferiscono conoscenze concrete ai clienti». La certificazione per la parità di genere ottenuta nel 2023 conferma l’impegno verso diversità ed empowerment femminile, con un comitato dedicato, policy interne, sostegno alla genitorialità e collaborazioni con associazioni come la Fondazione Libellula.</p>
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<p class="position2">Il modello Qintesi si fonda su due principi chiave: sviluppo delle competenze e trasparenza del percorso di carriera. «I neoassunti seguono un percorso strutturato: iniziano come junior consultant, diventano consultant e, in circa 30 mesi, possono arrivare a senior consultant &#8211; spiega Sabina Calvi -. Ogni fase ha obiettivi semestrali chiari, con pacchetti retributivi definiti dopo 30 mesi dall’assunzione. Non lasciamo nulla al caso: i giovani sanno fin dall’inizio quali competenze sviluppare e quali risultati ottenere».</p>
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<figure style="width: 311px" class="wp-caption alignleft"><a title="Sabina Calvi, responsabile HR" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/27/photos/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi_e6394ac0-b311-11f0-ba91-fcc014704041_1920_1280.jpg" data-credits="Gian Vittorio Frau" data-title="Sabina Calvi, responsabile HR"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Sabina Calvi, responsabile HR" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/27/photos/cache/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi_e6394ac0-b311-11f0-ba91-fcc014704041_1920_1280_v3_large_libera.jpg" alt="Sabina Calvi, responsabile HR" width="311" height="207" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/27/photos/cache/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi_e6394ac0-b311-11f0-ba91-fcc014704041_1920_1280_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Sabina Calvi, responsabile HR (Foto di Gian Vittorio Frau)</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera right">«I nostri team di progetto includono mix di seniority &#8211; aggiunge Amaglio -. I giovani entrano per imparare e contribuire operativamente, mentre i senior coordinano e guidano. Il clima interno, il work-life balance e le opportunità di crescita sono fondamentali per attrarre talenti». «In Qintesi le persone non si sentono numeri &#8211; sottolinea la responsabile HR -. Ogni collaboratore è seguito, valorizzato e coinvolto in progetti concreti, con tutoring continuo e training on-the-job». Presenza territoriale, innovazione e sostenibilità guidano la strategia di Qintesi. «Abbiamo sei uffici in Italia &#8211; spiega Amaglio &#8211; Milano il polo principale, Roma, Bergamo all’interno del Parco scientifico tecnologico Kilometro Rosso, Marcon, Mantova e Brescia completano la rete. Questo modello intercetta talenti locali e risponde alle nuove attitudini dei giovani, che non vogliono trasferirsi lontano da casa». Nei territori più piccoli, la concorrenza con le grandi multinazionali è alta: «Monitoriamo le opportunità con prudenza &#8211; aggiunge Amaglio &#8211; ma evitiamo di fare passi più lunghi della gamba».</p>
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<p>&nbsp;</p>
<figure style="width: 546px" class="wp-caption aligncenter"><a title="Gli uffici di Qintesi" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/27/photos/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi_f731508e-b311-11f0-ba91-fcc014704041_1920_1280.jpg" data-credits="Gian Vittorio Frau" data-title="Gli uffici di Qintesi"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Gli uffici di Qintesi" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/27/photos/cache/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi_f731508e-b311-11f0-ba91-fcc014704041_1920_1280_v3_large_libera.jpg" alt="Gli uffici di Qintesi" width="546" height="364" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/27/photos/cache/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi_f731508e-b311-11f0-ba91-fcc014704041_1920_1280_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Gli uffici di Qintesi (Foto di Gian Vittorio Frau)</figcaption></figure>
<p>Il lavoro quotidiano dei team è stimolante e variegato. Arianna racconta: «Sono consulente in Area Digital Supply Chain e Manufacturing, seguo progetti in ambito Procurement e Real Estate su SAP. La composizione dei team varia da tre a circa dieci persone: cambiare gruppo spesso è arricchente, consente di acquisire nuove competenze e costruire relazioni professionali durature». L’onboarding dei neoassunti inizia già dal primo giorno. «Dalla selezione alla presentazione alle figure principali, fino ai corsi dell’Academy, il nuovo collaboratore conosce subito: l’organizzazione, i valori e il proprio percorso di crescita – spiega Calvi -. Ogni fase del percorso è chiara, con tutoring e affiancamenti che aiutano a sviluppare le competenze richieste dai progetti».</p>
<p><a title="L'ingresso di Qintesi al Kilometro Rosso" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/27/photos/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi_10716ba6-b312-11f0-ba91-fcc014704041_1920_1280.jpg" data-credits="Gian Vittorio Frau" data-title="L'ingresso di Qintesi al Kilometro Rosso"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad alignleft" title="L'ingresso di Qintesi al Kilometro Rosso" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/27/photos/cache/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi_10716ba6-b312-11f0-ba91-fcc014704041_1920_1280_v3_large_libera.jpg" alt="L'ingresso di Qintesi al Kilometro Rosso" width="425" height="283" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/27/photos/cache/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi_10716ba6-b312-11f0-ba91-fcc014704041_1920_1280_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></p>
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<p>L&#8217;ingresso di Qintesi al Kilometro Rosso (Foto di Gian Vittorio Frau)</p>
<p class="zoom-gallery new libera left">La dimensione internazionale è in crescita: Qintesi ha guidato oltre 70 progetti all’estero, ma Amaglio sottolinea che l’espansione non si limita a «piantare una bandierina»: «Serve un tessuto di relazioni, professionisti senior locali e un approccio graduale». In questo ecosistema, la valorizzazione delle persone è centrale. «Il nostro payoff People Shaping Solutions sintetizza tutto &#8211; conclude Amaglio -. Non realizziamo software da soli, né diciamo alle aziende cosa fare: supportiamo soluzioni applicative con le competenze delle persone». La crescita è strutturata e i giovani, come Arianna, possono apprendere rapidamente, contribuire concretamente ai progetti e vedere i propri risultati riconosciuti. Qintesi è così: un ecosistema digitale in cui innovazione, sostenibilità e sviluppo delle persone non sono concetti astratti, ma pratiche quotidiane. Un luogo dove i giovani possono crescere, fare esperienza reale, acquisire skills preziose e comprendere fin dall’inizio dove potranno arrivare. «Adoro la consulenza &#8211; sottolinea Arianna Abbiati &#8211; perché permette di crescere velocemente, sviluppare competenze trasversali e collaborare con clienti e colleghi. Qui non ci si sente mai solo un numero».</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-in-qintesi-si-cresce-presto-da-neoassunti-a-senior-in-30-mesi/">Gen Z, in Qintesi si cresce presto. «Da neoassunti a senior in 30 mesi»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<title>Neet al 15,2%: costo 24 miliardi l’anno. Il ministro Calderone: «Li aiutiamo con AppLI»</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/neet-al-152-costo-24-miliardi-lanno-calderone-li-aiutiamo-con-appli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2025 07:35:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=9349</guid>

					<description><![CDATA[<p> Il ministro del Lavoro a Delta Index: «Accompagniamo i giovani a scrivere il cv, a preparare un colloquio».TEHA fotografa il contesto: laureati 21% (Ue 35%), scuola e formazione deboli, tre profili da riattivare</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/neet-al-152-costo-24-miliardi-lanno-calderone-li-aiutiamo-con-appli/">Neet al 15,2%: costo 24 miliardi l’anno. Il ministro Calderone: «Li aiutiamo con AppLI»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Non è facile trovare una «antidoto» per ridare fiducia a chi è disilluso. Se lo scoraggiato è un giovane under 30, il problema non è solo personale ma anche sociale, è una responsabilità che cade sulle spalle dello Stato per il futuro del Paese. Ed è da questa emergenza che nasce l’idea del ministero del Lavoro di rispondere con un linguaggio più vicino ai giovani: un’App che tramite l’intelligenza artificiale li aiuti a orientarsi nel mondo del lavoro.</p>
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<div class="position2">«Con AppLI, l’intelligenza artificiale è al servizio dei giovani Neet per aiutarli a scrivere il curriculum vitae, preparare un colloquio, trovare un corso di formazione o un’occupazione. È la dimostrazione che si può utilizzare l’IA per far crescere le opportunità delle persone e aumentare l’efficienza degli strumenti per il mercato del lavoro» spiega il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Marina Calderone all’Osservatorio Delta Index.</div>
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<p>«La tecnologia, quando è ben progettata e usata con responsabilità – aggiunge il ministro –, può accorciare le distanze, rendere i servizi più semplici e più vicini. Anche perché AppLI non sostituisce il lavoro degli operatori, ma lo rafforza. La versione di AppLI oggi disponibile è da considerarsi un primo passo: il web coach sarà migliorato insieme a chi lo userà. Perché ogni talento merita un’opportunità». Le parole della ministra incrociano l’urgenza fotografata dalla nuova ricerca TEHA presentata al Forum Ambrosetti: il nodo dei Neet (Not in Education, Employment or Training) non è indolenza, ma perdita di fiducia e disallineamento tra competenze e opportunità. Ci sono giovani che non cercano più, convinti che non ci sia posto per loro, ma le aziende possono riaccendere la fiducia dei giovani. Il fenomeno ha un costo stimato di 24,5 miliardi di euro all’anno, pari all’1,23% del Pil.</p>
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<figure style="width: 275px" class="wp-caption alignleft"><a title="Marina Calderone, ministro del Lavoro" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/13/photos/neet-al-152-costo-24-miliardi-lannocalderone-li-aiutiamo-con-appli_fbce753a-a804-11f0-b221-31e719b4b64b_1920_2880.jpg" data-title="Marina Calderone, ministro del Lavoro"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Marina Calderone, ministro del Lavoro" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/13/photos/cache/neet-al-152-costo-24-miliardi-lannocalderone-li-aiutiamo-con-appli_fbce753a-a804-11f0-b221-31e719b4b64b_1920_2880_v3_medium_libera.jpg" alt="Marina Calderone, ministro del Lavoro" width="275" height="413" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/13/photos/cache/neet-al-152-costo-24-miliardi-lannocalderone-li-aiutiamo-con-appli_fbce753a-a804-11f0-b221-31e719b4b64b_1920_2880_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Marina Calderone, ministro del Lavoro</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">È da questa urgenza che nasce la ricerca «Educazione, lavoro e futuro del Paese. Affrontare la sfida delle competenze e dei Neet», realizzata da TEHA Club con il contributo della sua Ceo community. «Questa ricerca condivide un obiettivo comune: offrire a chi guida le aziende nuovi spunti di riflessione e idee innovative per comprendere meglio la realtà che ci circonda», spiega Paolo Borzatta, board member TEHA Club e project leader della ricerca. Dal report emerge un quadro chiaro: il sistema educativo italiano è in sofferenza, con un livello di investimento pari al 4% del Pil, inferiore alla media Ue del 4,8%, un gap significativo in termini di accesso e performance. Gli asili nido coprono appena il 30% dei bambini rispetto al 35,5% della media europea, le scuole secondarie di primo grado mostrano fragilità strutturali e forti disomogeneità territoriali, e solo il 21% dei giovani si laurea, contro una media Ue del 35%. Le università italiane restano poco attrattive per gli studenti stranieri e poco internazionalizzate, e la formazione continua degli adulti è limitata: solo un adulto su tre continua a formarsi dopo la laurea, contro due su tre nella media europea. Le differenze si riflettono nelle competenze di base: i test Pisa (Programme for International Student Assessment) mostrano performance inferiori alla media Ocse in matematica e lettura. Questi limiti hanno un impatto diretto sul mondo del lavoro.</p>
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<figure style="width: 350px" class="wp-caption alignright"><a title="AppLI creata dal Ministero del Lavoro per aiutare i giovani a trovare lavoro" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/13/photos/neet-al-152-costo-24-miliardi-lannocalderone-li-aiutiamo-con-appli_7878bbb8-a805-11f0-b221-31e719b4b64b_1920_1197.jpg" data-title="AppLI creata dal Ministero del Lavoro per aiutare i giovani a trovare lavoro"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="AppLI creata dal Ministero del Lavoro per aiutare i giovani a trovare lavoro" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/13/photos/cache/neet-al-152-costo-24-miliardi-lannocalderone-li-aiutiamo-con-appli_7878bbb8-a805-11f0-b221-31e719b4b64b_1920_1197_v3_large_libera.jpg" alt="AppLI creata dal Ministero del Lavoro per aiutare i giovani a trovare lavoro" width="350" height="218" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/13/photos/cache/neet-al-152-costo-24-miliardi-lannocalderone-li-aiutiamo-con-appli_7878bbb8-a805-11f0-b221-31e719b4b64b_1920_1197_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">AppLI creata dal Ministero del Lavoro per aiutare i giovani a trovare lavoro</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera medium">L’Italia è ancora il secondo Paese Ue per incidenza di Neet, con il 15,2% dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono in formazione. Tuttavia, quasi due terzi di questi giovani vorrebbero lavorare. Il fenomeno è prevalentemente femminile, concentrato nel Mezzogiorno e coinvolge in gran parte giovani con diploma. L’analisi individua tre grandi gruppi: «Chi non lavora ma cerca opportunità, chi non lavora e non cerca per cause esterne, come problemi familiari o contesti territoriali difficili, e la fascia degli smarriti, circa 453.000 persone che hanno perso fiducia e motivazione», illustra la ricercatrice Carlotta Molteni.</p>
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<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #0000ff;"><strong>Il ministro Marina Calderone: «L’intelligenza artificiale a servizio dei giovani. Ogni talento merita un’opportunità»</strong></span></h3>
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<p>Sono gli scoraggiati, giovani fuori dal mercato del lavoro da mesi o anni, bloccati dalla paura della precarietà e dall’incertezza. «È possibile disaggregare ulteriormente il fenomeno dei Neet, individuando delle sottocategorie di appartenenza, di cui tre particolarmente vulnerabili: oltre agli inattivi, gli indisponibili a causa di responsabilità familiari, e i disoccupati di lunga durata, disponibili a iniziare entro 2 settimane e disoccupati da oltre 1 anno», sottolinea Molteni. Si tratta di soggetti ad alto rischio di esclusione sociale perché il disimpegno a lungo termine ne danneggia l’occupabilità. Le leve del cambiamento emergono chiare. La prima è il lavoro: serve orientare l’offerta verso chi ha perso fiducia, affrontando il paradosso del mismatch tra domanda e offerta. Molte aziende non riescono a trovare personale adatto anche in territori con alta disoccupazione, mentre alcune persone sono troppo qualificate per certi ruoli. È necessario un lavoro mirato di orientamento, reclutamento e accompagnamento. La seconda leva, forse la più decisiva, è la formazione. Bisogna ripensarla dall’infanzia fino ai diciotto anni, con l’orientamento come parte integrante del percorso scolastico, e con figure professionali capaci di aiutare i giovani a comprendere chi sono, cosa vogliono e quali strade percorrere. Solo così sarà possibile agire anche sui Neet più fragili. «Gli effetti si vedranno nel lungo periodo, ma è indispensabile cominciare subito», sottolinea Borzatta. L’adozione delle proposte TEHA avrebbe impatti straordinari. Ridurre i Neet inattivi allineandosi agli standard europei potrebbe abbattere i costi di 60% al 2040.</p>
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<p><strong class="gsto">Il capo Dipartimento Paolo Caridi: </strong></p>
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<h2>«Un coach virtuale per tutti, <span style="font-size: 16px;">allena per l’occupazione»</span></h2>
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<p>Si chiama AppLI, acronimo di «Assistente personale per il lavoro in Italia», e dal 15 settembre è disponibile su tutto il territorio nazionale. È un web coach intelligente pensato per accompagnare i giovani tra i 18 e i 34 anni nella ricerca di un percorso di formazione o di lavoro. La piattaforma utilizza intelligenza artificiale generativa multi-agente per dialogare con gli utenti, ascoltare aspirazioni e bisogni, e proporre percorsi personalizzati di orientamento, formazione e impiego, basandosi su dati pubblici certificati e aggiornati. È un vero e proprio coach virtuale: non sostituisce le scelte, ma le chiarisce e le collega a opportunità concrete sul territorio.</p>
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<figure style="width: 255px" class="wp-caption alignleft"><a title="Vincenzo Caridi, Capo Dipartimento del Ministero del Lavoro" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/13/photos/neet-al-152-costo-24-miliardi-lannocalderone-li-aiutiamo-con-appli_fd216974-a804-11f0-b221-31e719b4b64b_1920_1279.jpeg" data-title="Vincenzo Caridi, Capo Dipartimento del Ministero del Lavoro"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Vincenzo Caridi, Capo Dipartimento del Ministero del Lavoro" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/13/photos/cache/neet-al-152-costo-24-miliardi-lannocalderone-li-aiutiamo-con-appli_fd216974-a804-11f0-b221-31e719b4b64b_1920_1279_v3_large_libera.jpeg" alt="Vincenzo Caridi, Capo Dipartimento del Ministero del Lavoro" width="255" height="170" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/10/13/photos/cache/neet-al-152-costo-24-miliardi-lannocalderone-li-aiutiamo-con-appli_fd216974-a804-11f0-b221-31e719b4b64b_1920_1279_v3_large_libera.jpeg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Vincenzo Caridi, Capo Dipartimento del Ministero del Lavoro</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">«AppLI nasce per dare una risposta operativa a tre nodi cruciali – spiega Vincenzo Caridi, capo Dipartimento per le politiche del lavoro, previdenziali, assicurative e per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro –: il disorientamento, il mismatch tra competenze e richieste del mercato e, soprattutto, il peso dei Neet». Dopo tre fasi di sperimentazione, una delle quali ha coinvolto sei Regioni e oltre 2.000 utenti, AppLI debutta ora su scala nazionale. «La priorità, nel breve termine, è portare più giovani possibile a provarlo. Puntiamo a coinvolgere 120mila under 35 entro la fine del 2025, continuando a garantire piena tutela dei dati e un miglioramento continuo del servizio». I risultati delle sperimentazioni sono incoraggianti: il 90% degli utenti ha espresso valutazioni positive, con oltre 700 curriculum creati, 400 simulazioni di colloquio e quasi mille percorsi di orientamento completati. Il sistema non è pensato solo per i giovani: anche i Centri per l’Impiego possono utilizzarlo. AppLI integra infatti dati territoriali, corsi, bandi e opportunità coerenti con il profilo e la residenza dell’utente, garantendo pari accesso a Nord e Sud. «Un ragazzo di Ragusa e uno di Bolzano hanno oggi le stesse possibilità – conclude Caridi –. Possono conoscere le professioni più richieste, le competenze necessarie e i percorsi per ottenerle. È una piattaforma che restituisce libertà di scelta, non vincoli».</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/neet-al-152-costo-24-miliardi-lanno-calderone-li-aiutiamo-con-appli/">Neet al 15,2%: costo 24 miliardi l’anno. Il ministro Calderone: «Li aiutiamo con AppLI»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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