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	<title>ATTRARRE Archivi - Deltaindex</title>
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	<description>Business a misura di talenti</description>
	<lastBuildDate>Mon, 02 Nov 2026 09:35:08 +0000</lastBuildDate>
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	<title>ATTRARRE Archivi - Deltaindex</title>
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	<item>
		<title>Dati, stipendi e previdenza: il consulente è un alleato della Gen Z</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 09:34:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTRARRE]]></category>
		<category><![CDATA[IN RISALTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Secondo il nuovo Osservatorio Zucchetti sui Consulenti del lavoro sono tre adempimenti che possono diventare leve per attrarre, accogliere e trattenere i giovani</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/dati-stipendi-e-previdenza-il-consulente-e-un-alleato-della-gen-z/">Dati, stipendi e previdenza: il consulente è un alleato della Gen Z</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>«Vogliamo che i consulenti del lavoro ci considerino dei loro partner, non semplici fornitori». Lo ha detto Domenico Uggeri, vicepresidente e responsabile della Business Unit HR di Zucchetti, presentando a Lodi il nuovo Osservatorio. È lo stesso salto che un’impresa può chiedere al proprio consulente sul fronte dei giovani. Zucchetti ha presentato anche un manifesto in dieci punti e il nuovo brand Zucchetti HR Prof, dedicato ai professionisti del lavoro. Il messaggio vale anche a valle. La ricerca indica almeno tre terreni.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il primo sono i dati. L’86% delle analisi che le aziende chiedono agli studi riguarda costi, budget e bilancio. Il 45% degli studi usa già l’analisi dei dati per fare consulenza, 20 punti in più del 2025. Eppure nelle paghe c’è già molto altro: ingressi, uscite, età, assenze. Il report la definisce una «miniera d’oro». Il riferimento è a tutto ciò che riguarda le persone: turnover, assenteismo, saldi ferie, organico per genere ed età. Secondo gli stessi Osservatori Zucchetti, molti uffici del personale non hanno il tempo o le competenze per analizzarli. Quanti under 30 lasciano l’azienda entro un anno, e dopo quanti mesi, è un numero che il consulente può già estrarre. Per un’impresa che vuole trattenere i giovani è il punto di partenza.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il secondo è la trasparenza retributiva. Dal 7 giugno, con il decreto legislativo 96 del 2026, le aziende devono indicare ai candidati la retribuzione iniziale o la fascia prevista e non possono chiedere quanto guadagnavano prima. È una richiesta che la Generazione Z avanzava da tempo: sapere subito quanto vale un posto, senza scoprirlo al terzo colloquio. Un annuncio con una cifra chiara diventa così anche un modo per distinguersi. Il 50% dei consulenti la considera un’opportunità, il 60% tra gli studi con più di 20 collaboratori.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="16505">Il terzo è la previdenza. Dal 1° luglio chi è alla prima assunzione nel settore privato aderisce automaticamente al fondo previsto dal contratto, con 60 giorni per scegliere diversamente. Tocca al datore di lavoro informarlo, indicare il fondo e raccogliere la sua scelta. Spiegarlo bene nei primi giorni è già un gesto di accoglienza. Per un giovane è la prima occasione di guardare al proprio futuro con l’azienda accanto. Oggi la pianificazione previdenziale è offerta dal 26% degli studi.</div>
<div class="article-body">
<p>Tre adempimenti che, letti con Delta Index, diventano tre leve: attrarre con la chiarezza, accogliere con l’attenzione, trattenere conoscendo i propri numeri. Il consulente, in questo percorso, può essere davvero un partner.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Studi poco attrattivi? Il 37% ha già iniziato a cercare giovani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 09:13:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTRARRE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Per il 60% della categoria la professione non attira gli under 27. Stella (Zucchetti): «I consulenti ricoprono un ruolo fondamentale di intermediazione con le PMI per la loro trasformazione digitale»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/studi-poco-attrattivi-il-37-ha-gia-iniziato-a-cercare-giovani/">Studi poco attrattivi? Il 37% ha già iniziato a cercare giovani</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Sei consulenti del lavoro su dieci sono convinti che la loro professione non attiri i giovani. È il dato più netto della prima edizione dell’Osservatorio Professionisti del Lavoro di Zucchetti, presentata in anteprima nazionale nei giorni scorsi allo Zucchetti Village di Lodi, davanti a 200 professionisti. Ma dentro la stessa ricerca c’è anche l’altra metà della storia: quasi uno studio su due ha deciso di non restare a guardare.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>L’indagine ha coinvolto a maggio 432 studi che elaborano le paghe e gestiscono il personale per conto delle imprese. «Abbiamo realizzato il primo Report dell’Osservatorio Professionisti del Lavoro 2026 con l’obiettivo di offrire ai consulenti del lavoro un’analisi approfondita dell’evoluzione della professione», spiega Luca Stella, presidente dell’Advisory Board degli Osservatori Zucchetti HR. I consulenti, ricorda, «ricoprono un ruolo fondamentale di intermediazione con le PMI per la loro trasformazione digitale».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>L’Osservatorio Delta Index &#8211; che ha una partnership con Zucchetti &#8211; ha letto la ricerca con la propria lente sulla Gen Z. Gli studi professionali sono piccole imprese a tutti gli effetti e, come le imprese, devono attrarre, selezionare, formare e trattenere i giovani. Con una ragione in più per guardarli da vicino: sono i consulenti a cui ogni giorno si rivolgono le aziende del territorio. Il punto, per Delta Index, non è stabilire chi abbia ragione, ma capire che cosa uno studio può cambiare da domani.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Le ragioni che si danno</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>A chi giudica la professione poco attrattiva, la ricerca ha chiesto il perché. Il 52% risponde «lavoro complicato e troppe norme». Seguono, distanziati, chi attribuisce la distanza ai giovani stessi (9%) e chi ritiene la professione poco al passo con i tempi (7%). Solo il 6% parla di lavoro sottopagato. Il report avverte che è il punto di vista dei professionisti, non necessariamente quello dei ragazzi. Qui si apre lo spazio per agire. Le ricerche sulle nuove generazioni che Delta Index legge ogni settimana indicano, accanto alla retribuzione, sempre le stesse richieste: equilibrio tra lavoro e vita privata, flessibilità, prospettive di crescita chiare. Sono le leve che il report stesso cita tra i fattori sociologici, insieme ad altri nodi che con la paga c’entrano poco. Nelle scuole mancano percorsi che facciano conoscere il mestiere e le sue possibilità: il 6% dei consulenti indica proprio la scarsa conoscenza della professione. Pesa il pregiudizio di un lavoro carico di scadenze e responsabilità. E sempre più ragazzi scelgono la carriera in azienda, percepita come più stabile. Nella prefazione la giuslavorista Orsola Razzolini, dell’Università di Milano, indica la strada: le organizzazioni degli studi «devono poter garantire nuovi equilibri tra indipendenza, sicurezza economica ed effettiva possibilità di bilanciare lavoro e vita personale».</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="21891"></div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/11/2/photos/studi-poco-attrattivi-il-37-ha-gia-iniziato-a-cercare-giovani_9b8d6ab0-d69c-11f1-9cdf-0003e0897d42_1920_1776.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/11/2/photos/cache/studi-poco-attrattivi-il-37-ha-gia-iniziato-a-cercare-giovani_9b8d6ab0-d69c-11f1-9cdf-0003e0897d42_1920_1776_v3_large_libera.jpg" alt="Studi poco attrattivi? Il 37% ha già iniziato a cercare giovani" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/11/2/photos/cache/studi-poco-attrattivi-il-37-ha-gia-iniziato-a-cercare-giovani_9b8d6ab0-d69c-11f1-9cdf-0003e0897d42_1920_1776_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Chi ha già cominciato</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>La consapevolezza cresce. Tra le priorità dei titolari la gestione dei collaboratori sale di 7 punti in un anno: il 22% la mette al primo posto, seconda solo all’efficienza dei processi. Già nel 2025 il 79% degli studi dichiarava difficoltà a trovare personale. E molti hanno cominciato a muoversi. Il 37% degli studi ha avviato iniziative per attrarre giovani collaboratori: academy interne, rapporti con scuole e università. Un altro 10% lo farà a breve. Tra gli studi con più di 20 collaboratori la quota sale al 77%: il 65% è già partito, il 12% si sta organizzando. Come sempre, più fatica per i piccoli: nelle realtà fino a cinque collaboratori ha cominciato il 24%. Eppure anche uno studio di tre o quattro persone ha strumenti alla portata: un rapporto stabile con un istituto tecnico o un istituto tecnologico superiore, un tirocinio seguito davvero, un affiancamento per chi entra. È un percorso che le imprese conoscono bene: chi si struttura prima arriva prima ai giovani.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Meno carte, più consulenza</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>C’è poi un elemento che può cambiare la percezione del mestiere. Il 45% dei consulenti applicherebbe l’intelligenza artificiale alla consulenza normativa, il 38% all’automazione delle attività ripetitive. Le norme che oggi spaventano i ragazzi possono pesare meno e lasciare spazio alla parte più interessante del lavoro. A una condizione: che il tempo liberato non tolga ai giovani il primo gradino su cui imparare, ma li porti prima verso il lavoro di valore. Il report descrive una professione che vuole passare da gestore di adempimenti a consulente d’impresa e specialista delle persone. È un’immagine molto più vicina a ciò che cerca la Generazione Z. Lo confermano le competenze più difficili da trovare: consulenziali (48%) e normative (39%) prima di quelle digitali (13%), terreno su cui i giovani partono avvantaggiati. Il report lo dice chiaramente: il professionista non deve diventare un esperto di algoritmi, ma un utilizzatore consapevole. Un ventenne che entra in studio con dimestichezza digitale può essere una risorsa anche per chi lo accoglie.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Il Delta Navigator</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per uno studio, come per un’azienda, le domande diventano precise. Chi accompagna il giovane nei primi mesi. Se il percorso di crescita è scritto o resta implicito. Quanto conta il tempo personale. Quanto tempo passa tra il colloquio e la risposta. Per capire dove il percorso si interrompe, l’Osservatorio mette a disposizione il Delta Navigator, questionario gratuito di autovalutazione che si richiede a info@deltaindex.it. Vale per le imprese di ogni dimensione e per gli studi che vogliono continuare a crescere insieme ai giovani.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Networking, i giovani ci credono più di tutti. Ma nessuno insegna loro come fare</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/networking-i-giovani-ci-credono-piu-di-tutti-ma-nessuno-insegna-loro-come-fare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 15:28:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTRARRE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Una ricerca LinkedIn fotografa il paradosso dei giovani: sono la generazione che crede di più nelle relazioni professionali, ma anche quella che fatica di più a costruirle. La chiave è in azienda</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/networking-i-giovani-ci-credono-piu-di-tutti-ma-nessuno-insegna-loro-come-fare/">Networking, i giovani ci credono più di tutti. Ma nessuno insegna loro come fare</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I giovani che hanno scoperto il valore di LinkedIn, lo aprono quasi ogni giorno, scorrono, leggono il post di un manager o di un’azienda che li interessa. Vorrebbero commentare, ma poi non lo fanno. Chiudono l’app e passano oltre. Non si tratta di pigrizia, la loro è paura. E adesso questa percezione è stata rilevata anche statisticamente attraverso i numeri. Li ha messi in fila LinkedIn con una ricerca realizzata da Censuswide su 18.050 lavoratori in dodici Paesi, 1.050 dei quali in Italia. Il quadro generale è già eloquente: per l’82% dei professionisti italiani il network è importante per orientarsi nel lavoro, ma il 42% non sa come trasformare i contatti in relazioni vere. È quando si guarda ai più giovani, però, che il dato diventa un paradosso.</p>
<p><strong>Chi ci crede di più, fatica di più</strong></p>
<p>La Gen Z è la generazione che attribuisce più valore alle relazioni professionali: il 93% le considera fondamentali per orientarsi nella carriera, contro l’86% dei Millennial, il 79% della Gen X e il 68% dei Baby Boomer. Ed è, allo stesso tempo, quella più in difficoltà. Il 55% dei giovani non sa come passare dal contatto alla relazione. Il 51% non sa nemmeno da dove cominciare. A frenarli non è il disinteresse, ma soprattutto i timori: di sembrare poco autentici (39%), di disturbare (36%), di essere giudicati (28%), perfino di passare per opportunisti (27%). Paure che chi ha qualche anno di lavoro alle spalle fatica a ricordare. Ma che per chi entra oggi in azienda pesano. Il risultato si vede online. Il 68% della Gen Z dichiara di scorrere regolarmente contenuti su lavoro e carriera senza mai interagire. Tra i Baby Boomer la quota scende al 41%.</p>
<p>Quando nel novembre 2024 avevamo incontrato Marcello Albergoni, country manager di LinkedIn Italia, nella sede milanese della piattaforma, era stato lui stesso a descrivere questo profilo: «Magari c’è qualcuno che è un po’ più timido e ha bisogno di guardare le aziende, di farsi ispirare». Quasi due anni dopo, quel «qualcuno» ha una percentuale.</p>
<p><strong>Non sono fermi: stanno costruendo</strong></p>
<p>Attenzione, però, a leggere questi numeri come l’ennesimo ritratto di una generazione fragile. I dati della piattaforma raccontano altro. Negli ultimi sei anni i giovani professionisti italiani hanno aumentato del 17% il ritmo con cui creano nuove connessioni. Nello stesso periodo i Millennial l’hanno ridotto del 18%, la Gen X del 27%. La Gen Z, insomma, si muove e bussa pure. Il problema è capire chi apre.</p>
<p><strong>La porta che conta è quella dell’azienda</strong></p>
<p>C’è un dato, nella ricerca, che dovrebbe interessare ogni responsabile delle risorse umane. Solo il 13% delle candidature inviate dai giovani in Italia nasce da una segnalazione interna. Ma quando la segnalazione c’è, la probabilità di essere assunti è oltre cinque volte e mezzo più alta. Tradotto: il canale più efficace per portare un giovane in azienda è anche quello che i giovani usano meno. Non perché non ci credano. Perché non hanno le chiavi.</p>
<p>Ed è qui che la lettura dell’Osservatorio Delta Index cambia prospettiva. Il networking viene raccontato quasi sempre come una competenza che il singolo deve imparare da solo, a colpi di coraggio e messaggi a freddo. Ma per un’impresa che vuole attrarre la Gen Z la relazione non è un problema del candidato. È un processo che l’azienda può progettare. Lo conferma un altro numero della ricerca: appena il 28% dei professionisti italiani racconta di aver ricevuto indicazioni chiare su come costruire rapporti professionali. Nessuno lo insegna. Né a scuola, né &#8211; il più delle volte &#8211; in azienda.</p>
<p><strong>Se i giovani guardano, le imprese devono farsi trovare</strong></p>
<p>Se la Gen Z osserva in silenzio, la prima domanda per un’impresa è semplice: c’è qualcosa da osservare? Il report di Delta Index, costruito su un centinaio di imprese, fotografa una situazione ancora acerba: solo il 7% aveva sviluppato una strategia di employer branding articolata sui canali social, mentre il 42% li utilizzava in modo limitato. Aziende che i giovani non possono nemmeno scorrere. Figurarsi contattare.</p>
<p><strong>Il network si coltiva anche dentro</strong></p>
<p>C’è poi una differenza generazionale che riguarda il dopo. Per il 76% della Gen X e il 73% dei Millennial fare networking significa anche mantenere vive le relazioni nel tempo. Per la Gen Z la quota scende al 59%. I giovani vedono il network soprattutto come una serie di occasioni &#8211; eventi, webinar, gruppi &#8211; più che come un rapporto da curare. È esattamente lo spazio in cui un’azienda può fare la differenza. Un tutor che presenta il neoassunto ai colleghi di altri reparti. Un manager che risponde al commento di un ragazzo sotto il post aziendale. Un programma di segnalazioni aperto anche a chi è entrato da poco, perché sono i coetanei i primi a portare altri coetanei. Una rete di ex stagisti e studenti in alternanza da tenere viva anche dopo la fine del percorso.</p>
<p>Piccoli gesti che non costano quasi nulla. E che trasformano un contatto in un legame. Legami che contano anche per trattenere: un giovane che dentro l’azienda ha costruito relazioni ha un motivo in più per restare.</p>
<p><strong>Chi fa il primo passo</strong></p>
<p>«Costruire un network non significa semplicemente conoscere più persone o attivare i propri contatti quando si cerca un nuovo lavoro. Significa creare relazioni autentiche nel tempo, attraverso conversazioni, scambio e reciprocità», ha commentato Albergoni presentando la ricerca. Reciprocità è la parola giusta. Ma una relazione reciproca ha bisogno che qualcuno faccia il primo passo. E pretendere che sia sempre un ventitreenne con la paura di disturbare è, forse, il vero errore delle imprese.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/networking-i-giovani-ci-credono-piu-di-tutti-ma-nessuno-insegna-loro-come-fare/">Networking, i giovani ci credono più di tutti. Ma nessuno insegna loro come fare</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Stipendi bassi, Gen Z in fuga. Le aziende investono in altro</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/stipendi-bassi-gen-z-in-fuga-le-aziende-investono-in-altro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 09:04:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTRARRE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Le imprese sanno che le retribuzioni basse sono la prima causa delle partenze all’estero. Ma nei loro investimenti la paga è al 4° posto</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/stipendi-bassi-gen-z-in-fuga-le-aziende-investono-in-altro/">Stipendi bassi, Gen Z in fuga. Le aziende investono in altro</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Ogni anno migliaia di giovani italiani, in larga parte laureati, se ne vanno a lavorare all’estero e non tornano. Dal 2011 il saldo è di 441mila under 35 in meno, e nel solo 2024 le partenze hanno superato i rientri di 61mila unità.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Nella prima settimana di settembre due ricerche distinte del Cnel e di Teha Group con Philip Morris Italia, entrambe presentate al forum di Cernobbio, hanno provato a spiegare perché. E lo hanno fatto interrogando i due protagonisti opposti della stessa vicenda: da una parte le imprese, dall’altra i ragazzi. In questo articolo cominciamo dalle imprese, perché le loro risposte a due domande fondamentali non combaciano. La prima era quale sia la causa principale della partenza dei giovani. Per l’82,1% sono le retribuzioni troppo basse. La seconda era dove abbiano investito per attrarre e trattenere i giovani. E qui la classifica cambia. Al primo posto la formazione continua; 46,4%. Al secondo il lavoro flessibile o da remoto: 42,9%. Al terzo i percorsi di carriera strutturati: 33,3%. I pacchetti retributivi competitivi arrivano quarti, al 30,8%, e la revisione delle politiche salariali si ferma al 28%.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Non è ipocrisia, è aritmetica</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Prima di leggerlo come un’incoerenza, conviene capire perché succede. Il salario è la leva più costosa e la meno governabile dalla singola impresa. Ci stanno dentro il cuneo fiscale, il contratto collettivo, i margini del settore, la concorrenza internazionale sui prezzi. Un’azienda di trenta persone in provincia su quasi nessuno di questi fattori ha una presa reale. Formazione, flessibilità e percorsi di carriera costano meno e dipendono da decisioni interne. Si lavora su ciò che si governa: è una scelta razionale, non una scorciatoia.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il problema nasce un passaggio dopo. Se un’impresa dichiara che la causa è il salario e poi interviene su altro, dovrebbe almeno verificare se quell’altro sta funzionando. Quasi nessuno lo misura. La leva viene scelta perché è disponibile, non perché sia stata provata efficace.</div>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="24776"></div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/9/21/photos/stipendi-bassi-gen-z-in-fuga-le-aziende-investono-in-altro_7454f234-b599-11f1-a6f5-7ef1b4b87e9a_1920_1944.png"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/9/21/photos/cache/stipendi-bassi-gen-z-in-fuga-le-aziende-investono-in-altro_7454f234-b599-11f1-a6f5-7ef1b4b87e9a_1920_1944_v3_medium_libera.png" alt="Stipendi bassi, Gen Z in fuga. Le aziende investono in altro" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/9/21/photos/cache/stipendi-bassi-gen-z-in-fuga-le-aziende-investono-in-altro_7454f234-b599-11f1-a6f5-7ef1b4b87e9a_1920_1944_v3_medium_libera.png" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Il problema è grave, ma è degli altri</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>C’è un secondo scarto, e forse è il dato più significativo dell’intera indagine. Il 93,9% delle imprese considera la perdita dei giovani un fenomeno grave per l’Italia. Il 45,5% lo considera rilevante per la propria azienda. Fra il Paese e il capannone si perde metà del problema. Eppure un giovane non lascia l’Italia in astratto. Lascia un ufficio, un reparto, un responsabile. La somma nazionale di cui tutti si preoccupano è fatta esattamente di quelle uscite singole che quasi metà delle imprese non considera un proprio problema. Il terzo dato chiude il ragionamento: una su quattro non ha una strategia formalizzata di attrazione e trattenimento. Non parliamo di microimprese improvvisate. Nel campione il 63,7% supera i 250 dipendenti.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Quanto costa, e a chi</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il conto nazionale è noto e in questi giorni è circolato ovunque: 16 miliardi l’anno secondo il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, 159,5 miliardi accumulati, 441mila giovani persi dal 2011, un saldo 2024 negativo per 61mila unità. Sono numeri che servono alla politica economica e non muovono una decisione aziendale. Il conto che muove le decisioni è un altro, e nessuna delle due ricerche lo calcola perché nessuna impresa lo comunica: quanto ha speso quell’azienda, in ricerca, selezione, inserimento e affiancamento, per il giovane che dopo ventiquattro mesi ha preso un aereo. Quella cifra è già stata pagata, ed è già stata persa.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>La verifica che costa poco</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Attrarre e trattenere sono due dei quattro pilastri su cui l’Osservatorio Delta Index misura l’attrattività di un’impresa. Sono anche i due su cui, in questa indagine, le aziende dichiarano di lavorare di più e di misurare di meno. C’è un modo semplice di uscire dall’impasse, e non passa dal costo del lavoro. Prima di chiedersi se si può pagare di più, conviene chiedere ai propri giovani se pagare di più fosse davvero la cosa che mancava. Nella maggior parte delle imprese quella domanda non è mai stata posta in forma strutturata.</p>
</div>
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		<item>
		<title>I giovani expat chiedono anche merito e responsabilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 08:59:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTRARRE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro ha ascoltato 1.803 ragazzi: dopo le paghe pesano la cultura del lavoro e le competenze ignorate. Due leve che non costano e che decide l’impresa</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Quando si ragiona sulla fuga all’estero dei giovani, una voce fondamentale è quella delle imprese ma lo è altrettanto quella dei ragazzi, e la classifica delle motivazioni tra le due voci purtroppo non coincide. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro ha analizzato 1.803 questionari compilati da giovani italiani che vivono all’estero. Le retribuzioni basse stanno in testa anche in questa graduatoria, ed è il dato che tutti i giornali hanno ripreso. Ma subito sotto, staccate di pochi punti, ci sono due voci che nei titoli di questi giorni non sono entrate. La prima è la cultura del lavoro arretrata, indicata dall’80,7%. La seconda sono le competenze poco valorizzate, 74,6%. Entrambe più alte della burocrazia, ferma al 48,4%, e del clientelismo, al 48,5%. Qualità della vita e clima sociale restano sotto il 34%: non è l’Italia come Paese a spingere fuori, è l’Italia come luogo di lavoro. Nelle risposte aperte l’osservazione si fa precisa. Ricorrono i modelli organizzativi ancora padronali anziché manageriali, riconosciuti come tipici delle imprese di piccola dimensione. E ricorre il confronto con l’estero sul punto delle responsabilità: fuori vengono affidate anche a persone giovani, in Italia si resta a lungo classificati come troppo poco esperti.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/9/21/photos/i-giovani-expat-chiedono-anche-meritoe-responsabilita_9873f566-b599-11f1-a6f5-7ef1b4b87e9a_1920_1310.png"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/9/21/photos/cache/i-giovani-expat-chiedono-anche-meritoe-responsabilita_9873f566-b599-11f1-a6f5-7ef1b4b87e9a_1920_1310_v3_large_libera.png" alt="I giovani expat chiedono anche meritoe responsabilità" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/9/21/photos/cache/i-giovani-expat-chiedono-anche-meritoe-responsabilita_9873f566-b599-11f1-a6f5-7ef1b4b87e9a_1920_1310_v3_large_libera.png" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>C’è poi il rovescio della classifica, cioè che cosa servirebbe per farli tornare. L’83% indica retribuzioni più alte, ma subito dietro, al 79%, c’è una maggiore valorizzazione del merito. Fra le due condizioni corre una differenza che riguarda direttamente i conti: la prima costa, la seconda no. Riconoscere il merito significa stabilire come si assegnano le responsabilità, ogni quanto si dà un riscontro a chi lavora e su quale base si decide un avanzamento. Sono scelte organizzative, non voci di bilancio.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="22628">Il Cnel tira la conclusione che riguarda le aziende da vicino. Sul salario pesano anche fattori che la singola impresa non controlla. Sull’organizzazione del lavoro e sul riconoscimento delle competenze, no: lì decide soltanto la governance aziendale. Tradotto per chi legge queste pagine: delle tre ragioni principali per cui un giovane laureato lascia l’Italia, due sono nelle mani di chi lo ha assunto.</div>
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		<title>La Lombardia attira tanti giovani e poi li cede all’estero</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/la-lombardia-attira-tanti-giovani-e-poi-li-cede-allestero/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 08:56:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTRARRE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Dal 2011 il saldo dei giovani è positivo di 114.490 unità, ma chi parte per l’estero ha studiato più a lungo. Per molti il territorio è uno scalo, non una destinazione. E il serbatoio si assottiglia</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Sulla fuga dei giovani la Lombardia ha due primati opposti, e il senso si capisce solo leggendoli insieme. Il primo: secondo l’elaborazione del Cnel su dati Istat, è la regione con più cancellazioni anagrafiche verso l’estero nel 2024 nella fascia 18-34 anni, quasi 15mila. Ed è prima anche per incidenza di laureati sul totale di chi parte. Chi se ne va da qui, in media, ha studiato più a lungo. Il secondo: fra il 2011 e il 2024 il saldo complessivo dei giovani è positivo di 114.490 unità. È il risultato di due flussi contrari, 191.621 arrivi dalle altre regioni italiane e 77.131 partenze verso l’estero. Nello stesso periodo l’Emilia-Romagna guadagna 81.794 giovani, mentre la Campania ne perde 196.347 e la Sicilia 163.482.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">La lettura per luogo di nascita scioglie l’apparente contraddizione. Attribuendo le partenze alla regione in cui la persona è nata, e non a quella da cui si cancella, le cancellazioni imputate al Nord scendono da 307mila a 224mila e la Lombardia cede due punti di quota a Campania, Puglia e Sicilia. Significa che una parte di chi parte da Bergamo, Como, Lecco o Sondrio non è cresciuto qui: è arrivato per studiare o per un primo impiego, e poi ha proseguito. C’è poi una distinzione che conta più del numero assoluto. Chi lascia l’Italia non è un campione qualsiasi della propria generazione: fra chi emigra i laureati sono il 40%, contro il 19% dei coetanei rimasti, e il rapporto fra uscite e rientri calcolato dal Cnel è di 14,5 partenze per ogni ritorno. Sul territorio la stessa selezione si legge nei dati richiamati dal Centro Studi Assolombarda: quasi 5.400 giovani laureati espatriati dalla Lombardia nel solo 2024. Non è un problema di quante persone se ne vanno, è un problema di quali. Il flusso interno che oggi tiene il bilancio in attivo, del resto, non è una rendita garantita. Lo stesso Centro Studi segnala che la vera criticità lombarda è il tasso di partecipazione al lavoro, sceso al 71,7% nel 2025: duecentesimo posto in Europa, oltre dieci punti sotto i migliori benchmark tedeschi. Nemmeno Milano, che guida la regione con il 75,1%, raggiunge il valore mediano continentale del 76,7%. E per solo effetto demografico, nei prossimi dieci anni la Lombardia perderà quasi 300mila persone in età da lavoro, con un freno stimato attorno al mezzo punto di prodotto interno lordo all’anno. Le regioni che oggi riforniscono il Nord si stanno svuotando a loro volta: il serbatoio da cui arrivano i 191mila ingressi non è infinito.</div>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-recent-on-screen7174058_371="21038" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="21038" data-gtm-vis-total-visible-time7174058_371="100" data-gtm-vis-has-fired7174058_371="1">È il punto in cui il dato smette di essere demografia e diventa una questione aziendale. La Lombardia non ha un problema di attrazione: attrae più di qualunque altra regione italiana. Ha un problema di seconda tappa. I giovani arrivano, e una quota consistente usa il territorio come scalo invece che come destinazione. Per un’impresa la conseguenza è disastrosa. Finché il saldo resta positivo, sostituire chi se ne va sembra un’operazione gestibile: si riapre la ricerca e si assume qualcuno arrivato da un’altra regione. È il ragionamento che ha funzionato per quindici anni ed è esattamente quello che le proiezioni sulla popolazione in età da lavoro rendono sempre meno praticabile. Trattenere smette di essere una questione di clima aziendale e diventa una condizione di continuità operativa.</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Torna il contratto a tempo indeterminato ma la Generazione Z resta fuori dal «gioco»</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/torna-il-contratto-a-tempo-indeterminato-ma-la-generazione-z-resta-fuori-dal-gioco/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 14:31:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTRARRE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. I dipendenti permanenti salgono al 68% degli occupati e i contratti a termine scendono al 10,2%. Ma il tasso di occupazione dei 15-24enni è l'unico in calo: la stabilità premia chi è già dentro</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/torna-il-contratto-a-tempo-indeterminato-ma-la-generazione-z-resta-fuori-dal-gioco/">Torna il contratto a tempo indeterminato ma la Generazione Z resta fuori dal «gioco»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr">Un ragazzo di ventitré anni firma il suo contratto di assunzione e nella prima riga c&#8217;è scritto che è a tempo indeterminato. Un bel colpo! Perché fino a dieci anni fa quella riga sarebbe arrivata &#8211; forse &#8211; alla termine di un percorso, un tirocinio, due rinnovi a termine, forse un apprendistato. Oggi è la prima cosa che l&#8217;azienda mette sul tavolo, a volte prima ancora di parlare di mansione. È il cambiamento più profondo avvenuto nel mercato del lavoro italiano negli ultimi cinque anni. Non lo ha annunciato nessuna riforma. È semplicemente successo.</p>
<h3 dir="ltr">I numeri del ribaltamento</h3>
<p dir="ltr">L&#8217;Istat, l&#8217;Istituto nazionale di statistica, ha diffuso i dati di luglio 2026. Gli occupati sono 24 milioni e 370mila, un milione e seicentomila in più rispetto a luglio 2021. Fin qui la notizia che circola. Ma la composizione di quel milione e sei racconta anche un&#8217;altra storia.</p>
<p dir="ltr">I dipendenti permanenti sono passati dal 65,4% al 68% degli occupati, quelli a termine dal 12,8% al 10,2%. Tradotto in persone: i contratti stabili sono cresciuti di circa un milione e settecentomila unità, quelli a termine ne hanno persi oltre quattrocentomila. L&#8217;occupazione stabile è cresciuta più dell&#8217;occupazione totale. Solo nell&#8217;ultimo anno l&#8217;Istat conta 303mila dipendenti permanenti in più e 82mila a termine in meno.</p>
<p dir="ltr">Francesco Seghezzi, presidente dell&#8217;Associazione Adapt, ha definito questo il dato più significativo del mercato del lavoro italiano da molti anni, ricordando che un decennio fa si dava per scontato l&#8217;opposto: che tutto andasse verso contratti più flessibili. Oggi, osserva, il tempo indeterminato è uno degli strumenti che le imprese utilizzano per incentivare il recruiting in un mercato sempre più ristretto sul lato dell&#8217;offerta. Quindi, in soldoni, non si tratta di generosità, ma di scarsità di candidati.</p>
<h3 dir="ltr">Quello che il contratto non ha risolto</h3>
<p dir="ltr">Ora l&#8217;altra metà del quadro. Negli stessi cinque anni il tasso di occupazione complessivo è salito di 4,4 punti. In tutte le fasce d&#8217;età tranne una: i 15-24enni, dove scende di 1,2 punti. All&#8217;estremo opposto i 50-64enni guadagnano 7,8 punti. A luglio 2026 la disoccupazione generale scende al 5,8%, quella giovanile sale al 18,9%. E rispetto a un anno prima gli occupati crescono tra i 25-34enni e gli over 50, mentre calano proprio tra i 15-24. Una parte di quel calo dipende dal fatto che si studia più a lungo, e l&#8217;Istat lo segnala esplicitamente. Ma per un&#8217;impresa il punto non cambia. La stabilizzazione di massa è arrivata a chi è già dentro il mercato, non a chi ci deve entrare.</p>
<p dir="ltr">Il contratto a tempo indeterminato non sta funzionando come ponte. Sta funzionando come arma. Serve a portare via un venticinquenne già formato a un&#8217;altra azienda, non a far entrare un ventenne che un curriculum ancora non ce l&#8217;ha. Chi è dentro riceve più stabilità che mai. Chi è fuori aspetta come prima.</p>
<h3 dir="ltr">La carta giocata troppo presto</h3>
<p dir="ltr">Qui arriva la conseguenza che riguarda da vicino chi seleziona. Per trent&#8217;anni l&#8217;indeterminato è stato la leva finale: si conquistava. Aveva valore proprio perché arrivava dopo. Averlo spostato all&#8217;ingresso ha risolto un problema di attrazione e ne ha aperto un altro, a valle. Il primo effetto è che se lo offrono tutti, smette di distinguere. Un argomento usato da ogni concorrente non è più un argomento.</p>
<p dir="ltr">Il secondo è più serio. Al diciottesimo mese l&#8217;azienda non ha più nulla da mettere sul tavolo, perché la carta più forte l&#8217;ha giocata il primo giorno. E il diciottesimo mese è esattamente il momento in cui un giovane comincia a guardarsi intorno.</p>
<h3 dir="ltr">Il posto fisso che dura poco</h3>
<p dir="ltr">Lo nota lo stesso Seghezzi: il posto fisso dura sempre meno, perché i lavoratori cambiano lavoro più spesso, proprio per effetto della concorrenza crescente tra le imprese.</p>
<p dir="ltr">Delta Index osserva la stessa dinamica dal lato dell&#8217;azienda, e da tempo. Nel rapporto dell&#8217;Osservatorio la permanenza media nella stessa impresa per un giovane tra i 15 e i 29 anni risultava di due anni e cinque mesi, contro i dieci anni e un mese della fascia 30-54: un valore già in calo del 20-25% fra il 2012 e il 2019, quindi prima della pandemia e prima che si cominciasse a parlare di Generazione Z.</p>
<p dir="ltr">Messi uno accanto all&#8217;altro, i due dati dicono una cosa scomoda. Un contratto a tempo indeterminato che dura venti mesi non è stabilità: è un contratto a termine in cui l&#8217;azienda si è presa tutto il rischio. Ricerca, inserimento, affiancamento, i mesi iniziali a produttività ridotta. Tutto sostenuto, niente ammortizzato. E la leva economica si sta consumando in parallelo. Secondo la ricerca 2026 dell&#8217;Osservatorio HR Innovation del Politecnico di Milano, le aziende puntano sempre meno sul salario per attrarre personale &#8211; dodici punti percentuali in meno rispetto all&#8217;anno precedente &#8211; mentre il primo motivo per cui si cambia lavoro è ormai il benessere organizzativo, indicato dal 20% dei lavoratori. Contratto e stipendio: le due leve tradizionali sono già spinte al massimo. Le altre sono rimaste ferme.</p>
<h3 dir="ltr">In Lombardia il bacino si stringe</h3>
<p dir="ltr">C&#8217;è poi una ragione territoriale per cui la partita si gioca ormai sul trattenere più che sull&#8217;assumere. Il Centro Studi Assolombarda ha ricordato nei giorni scorsi su Il Sole 24 Ore che la maggiore criticità lombarda è il tasso di partecipazione al lavoro, sceso al 71,7% nel 2025: duecentesimo posto fra le 244 regioni europee, oltre dieci punti sotto i benchmark tedeschi. Nemmeno Milano, che guida con il 75,1%, raggiunge il valore mediano continentale del 76,7%. E per solo effetto demografico, nei prossimi dieci anni la regione perderà quasi 300mila persone in età da lavoro, con un freno stimato attorno al mezzo punto di prodotto interno lordo ogni anno. I giovani Neet, l&#8217;acronimo inglese che indica chi non studia, non lavora e non è in formazione, sono scesi all&#8217;8,5%, ma cresce l&#8217;uscita dei laureati: quasi 5.400 espatri nel 2024.</p>
<p dir="ltr">Il serbatoio non si allarga. Ogni giovane che lascia un&#8217;azienda lombarda, nella maggior parte dei casi, non viene rimpiazzato da un nuovo ingresso: viene sottratto a un&#8217;altra impresa del territorio. È una partita a somma zero che le aziende stanno giocando fra loro.</p>
<h3 dir="ltr">Tre numeri da calcolare questa settimana</h3>
<p dir="ltr">Il contratto stabile ha coperto una parte del primo pilastro del Delta Index, attrarre. Sugli altri tre &#8211; selezionare, formare, trattenere &#8211; non è cambiato nulla, perché nessun contratto li tocca. Ecco tre domande che un&#8217;impresa può verificare sui propri dati, senza bisogno di una consulenza.</p>
<ul>
<li dir="ltr">Quanti degli under 30 assunti a tempo indeterminato negli ultimi tre anni sono ancora in azienda a ventiquattro mesi. Non il turnover complessivo: proprio quella coorte.</li>
<li dir="ltr">Quante ore di formazione strutturata riceve un neoassunto nei primi dodici mesi, e chi lo segue con un nome e un cognome.</li>
<li dir="ltr">Quanto tempo passa fra l&#8217;ingresso e il primo colloquio in cui si parla del suo percorso e non dei suoi compiti. Se la risposta è «non è previsto», il diciottesimo mese è già scritto.</li>
</ul>
<p dir="ltr">Il contratto a tempo indeterminato ha smesso di essere un traguardo ed è diventato un biglietto d&#8217;ingresso. Un biglietto d&#8217;ingresso, da solo, non ha mai trattenuto nessuno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/torna-il-contratto-a-tempo-indeterminato-ma-la-generazione-z-resta-fuori-dal-gioco/">Torna il contratto a tempo indeterminato ma la Generazione Z resta fuori dal «gioco»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Non i soldi, non il brand: ecco la classifica delle aziende che attraggono i giovani</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/non-i-soldi-non-il-brand-ecco-la-classifica-delle-aziende-che-attraggono-i-giovani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 09:23:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTRARRE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=10350</guid>

					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Great Place to Work Italia premia venti aziende su input di 5.048 giovani collaboratori: fiducia all'88%, Leadership Index al 90%. I numeri confermano ciò che Delta Index misura da tempo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/non-i-soldi-non-il-brand-ecco-la-classifica-delle-aziende-che-attraggono-i-giovani/">Non i soldi, non il brand: ecco la classifica delle aziende che attraggono i giovani</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Chi vincerebbe una gara di popolarità tra le aziende italiane, secondo un ventenne di oggi? Non Ferrari, non una big tech americana, non una banca storica. Al primo posto c&#8217;è Edera Nordest, una società veneta di prestiti a dipendenti e pensionati. Sorpresi? I giovani lo sono molto meno di noi.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">È il verdetto della nuova edizione del ranking Best Workplaces for Gen Z, stilato da Great Place to Work Italia sulla base delle opinioni di 5.048 collaboratori nati dopo il 1998, su quasi 40mila rispondenti in 92 organizzazioni. Regole d&#8217;ingresso rigide: almeno 20 dipendenti in organico e un minimo del 10% di rispondenti Gen Z al questionario di clima aziendale.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Sul podio, insieme a Edera Nordest, salgono Bending Spoons &#8211; appena quotata al Nasdaq di New York &#8211; e la monzese Quantyca, specializzata in data management e advanced analytics. Tre aziende diversissime per settore e dimensione, unite da un solo denominatore comune: sanno ascoltare.</p>
<h4 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold">Fiducia e leadership, il divario con la media italiana</h4>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">I numeri raccontano una distanza netta tra le aziende premiate e la media nazionale. Il Trust Index, l&#8217;indicatore che misura credibilità, rispetto, equità e coesione interna, si ferma all&#8217;88% nelle aziende best contro il 42% della norma italiana. Ancora più ampio lo scarto sul Leadership Index, che valuta la qualità dei comportamenti manageriali: 90% contro 39%.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Sono proprio i temi della leadership &#8211; competenza della direzione (93% contro 36%), coerenza dei responsabili (91% contro 33%), imparzialità dei comportamenti manageriali (86% contro 29%) &#8211; a spiegare buona parte del divario. Dati che, letti con la lente di Delta Index, confermano quanto la capacità di <strong>Trattenere</strong> i giovani talenti dipenda meno dallo stipendio e più dalla qualità di chi li guida ogni giorno.</p>
<h4 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold">L&#8217;innovazione resta un terreno di scarsa diffusione</h4>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Il capitolo più critico riguarda le opportunità di innovazione: nelle aziende premiate, quasi un collaboratore su due (48%) dichiara di averne &#8220;molte&#8221;, contro un marginale 6% della media italiana. Specularmente, oltre la metà dei giovani nelle aziende medie lamenta di averne &#8220;poche&#8221; (36%) o &#8220;nessuna&#8221; (16%), percentuali che nei Best Workplaces crollano rispettivamente al 9% e al 2%.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Anche l&#8217;ascolto e la valorizzazione dei contributi dei collaboratori segnano un divario marcato: 90% nelle aziende best contro il 28% della norma italiana, con trend simili per la promozione della sperimentazione (83% contro 26%) e per le opportunità di crescita professionale (84% contro 29%).</p>
<h4 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold">I settori dei sogni: IT in testa, ma non solo</h4>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Guardando ai settori delle venti aziende premiate, a dominare è ancora una volta l&#8217;information technology, che pesa per il 35% del totale, seguito dai servizi professionali (25%). Completano il quadro retail, servizi finanziari e assicurativi, ospitalità (10% ciascuno), manifattura e advertising &amp; marketing (5%). Per dimensione, prevalgono le realtà più piccole: 7 aziende small (10-49 dipendenti), 5 medium small (50-149), 5 medium large (150-499), 2 large (500-999) e una sola realtà oltre i mille dipendenti.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Il dato che più interessa l&#8217;Osservatorio è però un altro: nel triennio considerato dalla ricerca, il peso dei collaboratori nati dal 1998 in poi è salito dal 5% al 13% della popolazione aziendale complessiva. Una crescita che, per Alessandro Zollo, CEO di Great Place to Work Italia, «rappresenta il vero vantaggio competitivo concreto» in un Paese segnato dall&#8217;invecchiamento demografico.</p>
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		<title>Come un sub nel profondo: ecco la nuova rotta per  attrarre i giovani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 08:08:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTRARRE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Capitale umano Laura Deitinger, presidente di Assoknowledge, spiega perché «le imprese vincenti sono quelle capaci di una “deep dive” nell’identità dei candidati. Nuovo concetto: da ciò che sanno fare a ciò che sono davvero»</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Immagina di indossare la muta, sistemare la maschera, controllare la bombola d’ossigeno e lasciarti andare giù, metro dopo metro, verso il silenzio profondo del mare. Non è un’immersione qualunque: è una discesa dentro te stesso. Un’esplorazione interiore, lenta e difficile, che ti obbliga a fare i conti con chi sei davvero. Questo è il «deep dive» di cui oggi si parla sempre più spesso nelle imprese più evolute, nelle aziende leader.   Fino a ieri si cercavano giovani con competenze, oggi si cercano giovani con consapevolezza. Le aziende non valutano più solo il saper fare: cercano chi ha avuto il coraggio di immergersi, di conoscersi, di interrogarsi. E in questa capacità di «andare a fondo», come un sub che affronta la pressione delle profondità, si cela la vera svolta: il passaggio dalle competenze tecniche a quelle identitarie.  Non basta più saper programmare un software, gestire un progetto o parlare una lingua: bisogna sapere chi si è, quali valori si portano, quanto si è capaci di aprirsi, relazionarsi, ascoltare. È questa la sfida che ogni giovane della Generazione Z deve affrontare se vuole essere attrattivo per le grandi Imprese.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Laura Deitinger, presidente di Assoknowledge (l’Associazione italiana dell’Education e del Knowledge di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici), parte da qui per raccontare un cambio di paradigma radicale che è contenuto nel Rapporto 2025 dell’associazione dal titolo «Dal Fare all’Essere: la rivoluzione dell’Education nelle Imprese italiane». Si passa  dalle competenze tecniche a quelle  identitarie. Perché la vera sfida, oggi, è sapere chi si ha davanti e decidere se vale la pena investire su di lui.</span></p>
<h4><span style="font-weight: 400;">Serve il saper essere</span></h4>
<figure id="attachment_10316" aria-describedby="caption-attachment-10316" style="width: 268px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-10316 size-medium" src="https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/06/Foto-Laura-2020-268x300.jpg" alt="" width="268" height="300" srcset="https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/06/Foto-Laura-2020-268x300.jpg 268w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/06/Foto-Laura-2020-916x1024.jpg 916w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/06/Foto-Laura-2020-768x858.jpg 768w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/06/Foto-Laura-2020.jpg 1020w" sizes="(max-width: 268px) 100vw, 268px" /><figcaption id="caption-attachment-10316" class="wp-caption-text">Laura Deitinger, presidente di Assoknowledge</figcaption></figure>
<p><span style="font-weight: 400;">«Noi assistiamo oggi a un cambiamento profondo – spiega Deitinger –: le aziende sono chiamate non solo a colmare il gap formativo che esiste tra ciò che le scuole insegnano e ciò che il mercato richiede, ma anche a diventare attori attivi nella costruzione delle competenze. Questo ha cambiato radicalmente il nostro modo di selezionare: dobbiamo chiederci non solo cosa sa fare un giovane, ma chi è. Perché se poi dobbiamo essere noi a formarlo, dobbiamo essere certi che ne valga la pena». L’impresa non può più affidarsi a un curriculum. Il sistema scolastico non fornisce le competenze che servono, e allora i grandi gruppi   si attrezzano in casa: le Corporate Academy &#8211; cioè quelle gestite dalle aziende &#8211; sono passati dalle 25 del 2010 alle 232 nel 2024.</span></p>
<h4><span style="font-weight: 400;">L’importanza delle power skill </span></h4>
<p><span style="font-weight: 400;">«Potremmo dire che le power skill sono il risultato professionale di una “deep dive” interiore – dice Deitinger –. Se hai avuto il coraggio di immergerti dentro te stesso, come un sub che si prepara con attenzione per andare in profondità, allora quelle competenze relazionali e identitarie emergono con forza. Il problema è che molti giovani non sono mai stati guidati a farlo: vivono in superficie, immersi in una cultura social dell’emulazione e del riconoscimento esterno, e spesso non sanno davvero cosa li appassioni o chi siano». Le cosiddette power skill – continua Deitinger – «non sono semplicemente soft skill aggiornate. Sono la manifestazione tangibile di un buon essere. Un giovane che ha coscienza di sé, che si è posto domande di senso, che ha affrontato un percorso interiore, avrà comportamenti profondamente diversi da chi non ha mai fatto questo lavoro».  È da qui che nasce il cambio di passo: la selezione non si fa più solo con prove tecniche, ma con domande personali. Chi organizza viaggi con gli amici, chi prepara una festa, chi ha avuto esperienze reali di gestione: tutto è già competenza, se sai leggerla. «Vogliamo sapere chi abbiamo davanti. Non cosa ha studiato, ma cosa ha capito di sé».</span></p>
<h4><span style="font-weight: 400;">L’impresa e l’alleanza educativa</span></h4>
<p><span style="font-weight: 400;">«Ci troviamo in un momento storico in cui scuola, università e impresa devono smettere di correre su binari paralleli – afferma la presidente –. Bisogna lavorare insieme. Il sistema pubblico si sta muovendo, ma questi cambiamenti purtroppo richiedono tempi   lunghi. Le imprese, soprattutto quelle più strutturate, hanno deciso di non aspettare e di farsi carico direttamente della formazione». Assoknowledge collabora stabilmente con il Ministero dell’Istruzione e con il Mimit: «Stiamo lavorando perché la componente ontologica assuma un ruolo più importante  nei programmi scolastici. Perché se un docente inizia a chiedere “chi sei?”, comincia a seminare una nuova consapevolezza. E le scuole possono diventare luoghi in cui si cresce non solo per quello che si sa, ma per quello che si è». Un’esperienza diretta: «Stiamo partecipando a  un progetto finanziato dalla Presidenza del Consiglio per portare questi temi nelle scuole.   E quello che abbiamo trovato sono ragazzi con una domanda enorme di senso. Ma a fronte di una domanda così forte, hanno ricevuto pochissime risposte. Ecco perché anche le imprese devono contribuire a far trovare ai ragazzi queste risposte».</span></p>
<h3 style="text-align: center;"><strong>«Il lavoro sull’essere è urgente perché i giovani sono diventati oggetto della tecnologia»</strong></h3>
<h4><span style="font-weight: 400;">Formare non significa perdere</span></h4>
<p><span style="font-weight: 400;">«Ci viene spesso detto: ma se investo sulla formazione poi se ne vanno. Ma è esattamente l’opposto. Se non investi, se non li aiuta a crescere, allora sì che se ne vanno. Non possiamo più avere paura di formare le persone. Il vero rischio è perderle perché non le abbiamo valorizzate, non perché sono diventate migliori». E aggiunge: «Se prima usavamo lo strumento del feedback per trattenere i talenti, oggi li usiamo per valorizzarli. Chiediamo: Cosa ti piacerebbe fare?  Cosa sai fare davvero? Non ci interessa più solo la produttività, ma la valorizzazione complessiva della persona».</span></p>
<h4><span style="font-weight: 400;">La leadership credibile</span></h4>
<p><span style="font-weight: 400;">«Quello che funziona oggi è un nuovo tipo di leadership, che tiene insieme testa e cuore. Un leader, per essere credibile per un giovane, deve essere lui quello che si sarebbe scelto, deve incarnare dei valori e deve essere coerente tra ciò che dice, ciò che pensa e ciò che fa. La leadership non si esercita con l’autorità, ma con la presenza. Con la capacità di ascoltare, accompagnare, di essere punto di riferimento». La Gen Z, dice Deitinger, ha bisogno di adulti coerenti e aperti. «Non cercano capi simpatici, ma persone autentiche. E la coerenza è il nuovo fattore attrattivo. Non basta dire: bisogna essere».</span></p>
<h4><span style="font-weight: 400;">Il digitale come cultura</span></h4>
<p><span style="font-weight: 400;">«Parlare di digitale oggi non significa solo introdurre strumenti, ma rivedere il modello culturale aziendale. L’impatto della digitalizzazione è enorme: cambia il modo in cui lavoriamo, comunichiamo, apprendiamo. Le resistenze nelle Pmi sono ancora forti, soprattutto di tipo culturale. Ma non è possibile attrarre i giovani senza compiere questa trasformazione. E non è un fatto tecnico, è un fatto valoriale». Secondo Deitinger, la Generazione Z è cresciuta in simbiosi con la tecnologia: «È il loro rapporto con la tecnologia che con l’esperienza dovranno rivedere. Non sono loro a usare la tecnologia, è la tecnologia che ha usato loro. Questo ha creato individui spesso più superficiali, con meno profondità interiore. Ecco perché il lavoro sull’essere è ancora più urgente».</span></p>
<h4><span style="font-weight: 400;">Superare le fratture culturali</span></h4>
<p><span style="font-weight: 400;">«Il vero problema tra imprese e giovani? Il linguaggio. I giovani parlano un’altra lingua, una lingua fatta di senso, equilibrio, benessere. Le imprese, specialmente le Pmi, devono acquisire questo nuovo linguaggio, altrimenti rischiano di perdere queste relazioni. Serve un nuovo patto tra generazioni, serve per alcuni di giudicare meno e di ascoltare di più. I problemi relazionali spesso nono sono dovuti ai giovani che cambiano spesso, ma alle piccole imprese che incontrano maggiori difficoltà nell’affrontare il cambiamento ».</span></p>
<h4><span style="font-weight: 400;">La sfida dell’ascolto quotidiano</span></h4>
<p><span style="font-weight: 400;">«Attenzione, però, e l’appello è rivolto alle imprese meno sensibili: non basta creare una strategia annuale o lanciare qualche iniziativa spot per dire che si ascoltano i giovani. Il vero ascolto è quotidiano, è nel modo in cui li accogli al primo colloquio, nel modo in cui dai feedback, nel tempo che dedichi alla loro crescita. Serve presenza. Serve coerenza. Serve empatia». Deitinger è netta: «Se vogliamo costruire un ponte tra il mondo delle imprese in particolare le Pmi, che sono l’ossatura  del nostro sistema industriale,  e la Gen Z, dobbiamo iniziare da piccoli gesti quotidiani. Perché sono quelli che fanno la differenza: non i proclami, ma le relazioni».</span></p>
<h4><span style="font-weight: 400;">Centralità del riconoscimento</span></h4>
<p><span style="font-weight: 400;">«Un giovane oggi non cerca solo uno stipendio o un contratto stabile. Cerca di essere visto. Riconosciuto. Compreso. Questo significa che ogni impresa deve costruire spazi in cui i ragazzi possano raccontarsi, dove possano portare idee, dubbi. Se non lo fanno, non è per apatia: è perché nessuno ha mai chiesto loro di farlo». Deitinger sottolinea quanto il senso di riconoscimento sia alla base dell’engagement: «Noi chiediamo spesso: “Hai mai sentito che la tua opinione conti?”. La risposta, troppo spesso, è no. E da lì si capisce perché poi alcuni mollano tutto». C’è un’unica strada possibile, se le imprese vogliono davvero interfacciarsi con la Gen Z ed è quella di  accettare di mettersi in discussione. «Se vogliamo davvero attrarre i talenti, dobbiamo essere disposti a cambiare. Non a livello di slogan, ma nella cultura profonda dell’organizzazione. Questa è la grande sfida dei prossimi anni. E se la Gen Z ci chiede di essere migliori, forse dovremmo ascoltarla. Perché quello che ci chiede non è più tempo libero, ma più senso. Non è meno lavoro, ma lavoro vero».</span></p>
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		<title>Il divario di stipendio si assottiglia. Ora i giovani recuperano terreno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Bonzanni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 07:47:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTRARRE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. I dati Inps sul settore privato mostrano un cambio: in dieci anni la differenza tra i salari degli under 35 e quelli dei senior si è ridotta. Seghezzi (Adapt): «Ci sono meno ragazzi, quindi valgono di più».</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Domanda e offerta. È la regola che da sempre governa l’economia: e applicandola al mercato del lavoro, in tempi di transizione demografica si può rivelare un’inedita opportunità favorevole per le nuove generazioni. Lo raccontano i numeri, superando stereotipi e luoghi comuni: se i giovani sono sempre di meno, le aziende sono costrette a «contendersi» i talenti; in questo scenario, una chiave per attrarre o per trattenere i giovani è la retribuzione, che in quelle fasce d’età sta aumentando più di un tempo.</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 157px" class="wp-caption alignleft"><a title="Francesco Seghezzi, presidente Adapt" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/15/photos/il-divario-di-stipendio-si-assottigliai-giovani-recuperano-terreno_488e2d38-688b-11f1-95b1-2739c400c0f4_1920_2880.jpg" data-title="Francesco Seghezzi, presidente Adapt"><img decoding="async" class="lozad" title="Francesco Seghezzi, presidente Adapt" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/15/photos/cache/il-divario-di-stipendio-si-assottigliai-giovani-recuperano-terreno_488e2d38-688b-11f1-95b1-2739c400c0f4_1920_2880_v3_medium_libera.jpg" alt="Il divario di stipendio si assottiglia.I giovani recuperano terreno" width="157" height="236" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/15/photos/cache/il-divario-di-stipendio-si-assottigliai-giovani-recuperano-terreno_488e2d38-688b-11f1-95b1-2739c400c0f4_1920_2880_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Francesco Seghezzi, presidente Adapt</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">Succede, in proporzione, persino in un Paese che attraversa una lunga – e ben nota – stagione di glaciazione salariale. <b>Francesco Seghezzi, presidente dell’Associazione Adapt e docente all’Università degli Studi di Bergamo</b>, ha analizzato i dati dell’Inps sui dipendenti del settore privato, evidenziando come tra il 2014 e il 2024 i salari degli under 35 siano cresciuti più rapidamente di quelli degli over 50, riducendo il divario generazionale. Più nello specifico, su scala nazionale nel 2014 il «premio salariale» dei lavoratori con più di cinquant’anni d’età – ovvero la forbice salariale in favore dei «senior», rispetto ai colleghi più giovani – era pari al 62,9%, mentre nel 2024 è sceso al 48,8%.</p>
</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>La dinamica</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Una buona notizia», la definisce Seghezzi, entrando poi nel dettaglio: «Mentre si parla spesso di occupazione giovanile sottolineando gli elementi negativi, specie nel post-Covid abbiamo assistito a una diminuzione della differenza salariale tra lavoratori anziani e lavoratori giovani. Certo, la situazione rimane comunque critica rispetto al resto dell’Europa, ma per l’Italia è una tendenza positiva». Il salario, tipicamente, si lega alla «carta d’identità»: più si sale con l’età e più aumenta, sia perché si scalano le gerarchie aziendali (a posizioni apicali corrispondono buste paga più consistenti) sia per i meccanismi premiali dovuti alla permanenza prolungata nella stessa azienda (gli «scatti»).</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Ora, però, la forbice si sta assottigliando. Perché? «Siamo ancora nella fase delle ipotesi – premette il ricercatore -, ma sicuramente il fatto che oggi ci siano meno giovani rispetto al passato innesca la legge della domanda e dell’offerta, rendendo i giovani più richiesti e, di conseguenza, potenzialmente meglio pagati. Non solo si sta riducendo il numero dei tirocini e dei contratti a termine, che portano a compensi più bassi, ma ora con più frequenza l’impresa sceglie di fare un investimento e interviene quindi sulla leva salariale. Chiaro, c’è forse anche un problema inverso: i salari delle persone mature crescono meno del passato, e questo può essere un tratto di vulnerabilità».</div>
</div>
<div class="article-body">
<blockquote class="quote-article-cont">
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #0000ff;">«Tra operai e impiegati under 35 lombardi gli stipendi crescono quasi il doppio dei senior»</span></h3>
</blockquote>
<p>Dentro tale congiuntura s’inserisce anche l’elevata mobilità lavorativa degli ultimi anni. La «great resignation», la stagione delle «dimissioni di massa» che ha animato la ripresa post-pandemica favorendo il passaggio da un’azienda all’altra, può aver contribuito a rafforzare il potere contrattuale delle nuove generazioni: «Il numero delle dimissioni si è ormai stabilizzato su livelli molto alti – rileva Seghezzi -: le aziende sono chiamate a pagare di più i propri dipendenti per trattenerli oppure per assumerli». È nel momento del colloquio, ad esempio, che si coglie un ritrovato potere contrattuale per i più giovani.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="29752"></div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/15/photos/il-divario-di-stipendio-si-assottigliai-giovani-recuperano-terreno_49231d9e-688b-11f1-95b1-2739c400c0f4_1920_1741.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/15/photos/cache/il-divario-di-stipendio-si-assottigliai-giovani-recuperano-terreno_49231d9e-688b-11f1-95b1-2739c400c0f4_1920_1741_v3_large_libera.jpg" alt="Il divario di stipendio si assottiglia.I giovani recuperano terreno" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/15/photos/cache/il-divario-di-stipendio-si-assottigliai-giovani-recuperano-terreno_49231d9e-688b-11f1-95b1-2739c400c0f4_1920_1741_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Un altro driver è rappresentato dal profilo professionale: la sfida per la competitività – dalla transizione digitale a quella ambientale, passando per una più trasversale attenzione all’innovazione – chiama le aziende a ricercare profili sempre più formati e specializzati. Ed è proprio nei giovani – più istruiti di un tempo e dotati di skills che non padroneggiano i colleghi più anziani – che si possono trovare questi nuovi lavoratori, con remunerazioni maggiori rispetto al passato.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Quella generazionale, comunque, è una delle tante fratture che attraversano il mercato del lavoro italiano: «In Europa la differenza salariale tra giovani e anziani è più contenuta – ricorda Seghezzi -. Ma l’Italia è un Paese di dualismi: basti pensare alle differenze salariali tra lavoratori e lavoratrici».</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Il caso lombardo</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Le dinamiche nazionali più incoraggianti trovano riflesso anche in Lombardia. Analizzando nuovamente il database dell’Inps, stavolta circoscritto alla base regionale, emerge come tra il 2014 e il 2024 le retribuzioni medie annue dei lavoratori dipendenti lombardi nel settore privato fino ai 34 anni d’età siano passate da 17.109 a 20.697 euro lordi, con un incremento del 21%; si tratta di una progressione quasi doppia rispetto a quanto segnato dagli over 50, che hanno visto salire le proprie retribuzioni del 12,9% (da 33.071 a 37.327 euro).</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>L’accelerazione parte dal basso, perché il gap si sta compattando soprattutto nelle mansioni più basse: sempre in Lombardia, nel decennio le retribuzioni degli operai fino ai 34 anni sono salite del 17,6%, contro il 13,3% degli over 50; tra gli impiegati, gli under 35 registrano un +20,9% contro il +9,8% dei senior. Tra i quadri l’andamento è sovrapponibile (retribuzioni al +22,2% gli under 35 e al +20,3% per gli over 50), mentre i dirigenti restano un segmento ancora poco popolato dai giovani (e ne risentono le retribuzioni: +2% quelle degli under 35 contro il +22% degli over 50).</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Terra di opportunità</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>La Lombardia è ancora una terra di opportunità per i giovani? «Sì, i dati lo confermano – risponde il presidente dell’Associazione Adapt -, anche se occorre mettere a sistema alcuni aspetti. Milano, ad esempio, sconta l’elevato costo della vita, avvertito in maniera più significativa dai giovani». Di nuovo, l’elemento generazionale si salda ad altri fattori. «Le persone mature hanno mosso i primi passi della carriera in periodi nei quali grazie al proprio stipendio avevano un più facile accesso a un bene come la casa: per chi ha acquistato un’abitazione nei decenni scorsi e ora è proprietario, oggi un rallentamento della crescita dei salari (ciò che accade per gli over 50, ndr) incide in misura minore. Diversamente, per i giovani la situazione abitativa resta complessa nonostante i miglioramenti dei salari».</p>
</div>
<div class="article-body">
<blockquote class="quote-article-cont">
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #0000ff;">«È al colloquio che i giovani sentono il loro nuovo potere contrattuale»</span></h3>
</blockquote>
<p>Nonostante sia difficile far quadrare i conti, la Lombardia resta la regione d’Italia con le retribuzioni più alte, e al tempo stesso continua ad attrarre giovani dal resto del Paese, spesso laureati in cerca di una professione allineata alle proprie competenze. «A Milano si registra una quota crescente di pendolarismo &#8211; conclude Seghezzi -: è un trend che può portare benefici alle città e alle province limitrofe, dove il costo della vita è più contenuto».</p>
</div>
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