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	<title>EDITORIALE Archivi - Deltaindex</title>
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	<description>Business a misura di talenti</description>
	<lastBuildDate>Thu, 26 Mar 2026 16:21:33 +0000</lastBuildDate>
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	<title>EDITORIALE Archivi - Deltaindex</title>
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		<title>La Generazione Z non è una sorpresa per chi la conosce. In grave ritardo è il mondo degli adulti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 09:24:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Il referendum sulla giustizia non ha rivelato un’improvvisa passione civile dei più giovani. Ha soltanto mostrato, ancora una volta, che la Generazione Z si muove quando percepisce autenticità, posta in gioco reale e mobilitazione dal basso. Nel lavoro le imprese lo hanno capito da tempo. La politica e l’informazione, invece, ci arrivano adesso.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/la-generazione-z-non-e-una-sorpresa-per-chi-la-conosce-in-grave-ritardo-e-il-mondo-degli-adulti/">La Generazione Z non è una sorpresa per chi la conosce. In grave ritardo è il mondo degli adulti</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="193" data-end="856">In questi giorni post referendum gli adulti si sono svegliati e hanno scambiato per sorpresa quello che in realtà è solo il loro ritardo. Nando Pagnoncelli (Ipsos) ha fotografato bene e con precisione cosa è successo alle urne: tra i 18 e i 28 anni la partecipazione è arrivata al 67%, con il 58,5% per il No. E proprio attorno a questo dato si è allargato lo stupore. Davvero i giovani? Davvero proprio loro? Davvero quella generazione che consideriamo distante, intermittente, diffidente, refrattaria ai riti della politica? Sì, proprio loro. Ma il punto è che la Generazione Z non sorprende affatto. A sorprendere, semmai, è la lentezza con cui il mondo adulto continua a leggerla.</p>
<p data-start="858" data-end="1480">I giornali la scoprono quando fa notizia. La politica la rincorre quando le serve. Il mondo del lavoro, invece, ci sbatte contro da anni. E proprio per questo, forse, ha capito qualcosa prima degli altri. Francesco Seghezzi, presidente di Adapt, lo ha detto con una formula limpida: “La generazione Z ha cambiato le regole del gioco”. Le ha cambiate nei colloqui, nei tempi della permanenza in azienda, nelle aspettative verso i capi, nel modo di valutare un ambiente, un brand, una promessa. Pensare che tutto questo non dovesse prima o poi arrivare anche nella sfera pubblica era un’ingenuità da adulti autoreferenziali.<img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-10051 alignleft" src="https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/03/infografica_genz_referendum_delta_index_v2-240x300.png" alt="" width="296" height="370" srcset="https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/03/infografica_genz_referendum_delta_index_v2-240x300.png 240w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/03/infografica_genz_referendum_delta_index_v2-819x1024.png 819w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/03/infografica_genz_referendum_delta_index_v2-768x960.png 768w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/03/infografica_genz_referendum_delta_index_v2.png 1080w" sizes="(max-width: 296px) 100vw, 296px" /></p>
<p data-start="1482" data-end="1529"><strong data-start="1482" data-end="1529">La stessa lente sul lavoro e sulla politica</strong></p>
<p data-start="1531" data-end="2318">La verità è che la Gen Z applica alla politica lo stesso criterio con cui da tempo giudica le imprese. Vuole coerenza. Vuole verità. Vuole capire se dietro il messaggio c’è sostanza oppure soltanto confezione. Nel Decalogo Delta Index lo diciamo in modo esplicito: “Autenticità significa parlare apertamente della tua azienda”. E ancora: un giovane non cerca soltanto un lavoro, cerca “un posto da frequentare e da vivere”. Trasportata fuori dai cancelli dell’impresa, la stessa logica funziona identica. I giovani non si mobilitano per appartenenza rituale, né per deferenza verso l’istituzione. Si mobilitano quando sentono che c’è qualcosa di vero in gioco, qualcosa che li riguarda davvero, qualcosa che non è stato apparecchiato per loro ma che chiede a loro una presa di posizione.</p>
<p data-start="2320" data-end="3026">Per questo il voto di questi giorni non racconta una riconciliazione improvvisa tra Gen Z e politica. Racconta il contrario: racconta la crisi delle forme tradizionali della politica e la forza di una partecipazione che nasce altrove. Seghezzi, commentando il referendum, osserva che la partecipazione oggi tende a diventare “episodica, reattiva e situazionale”. È una definizione preziosa, perché spiega tutto. Non siamo di fronte a ragazzi apatici che ogni tanto, per mistero, si alzano dal divano. Siamo di fronte a una generazione che non riconosce più automaticamente autorevolezza ai vecchi corpi intermedi, ma che sa attivarsi con forza quando percepisce un’urgenza, un pericolo, una contraddizione.</p>
<p data-start="3028" data-end="3053"><strong data-start="3028" data-end="3053">L’errore degli adulti</strong></p>
<p data-start="3055" data-end="3860">Qui sta l’errore di lettura di molta informazione. Si continua a raccontare la Gen Z come un soggetto da classificare, quasi da addomesticare: disinteressata, volatile, iperconnessa, individualista. Poi però, quando rompe lo schema, scatta il titolo stupito. È una pigrizia culturale. Perché i segnali c’erano tutti. Nel lavoro, per esempio, sappiamo da tempo che i giovani non si lasciano comprare da un linguaggio aggiornato o da una vetrina social ben pettinata. Cercano trasparenza, senso, possibilità di crescita, qualità delle relazioni, chiarezza sulle regole del gioco. Seghezzi lo dice con nettezza anche nell’intervista all’Osservatorio Delta Index: la Gen Z “cerca autenticità e coinvolgimento, non solo comfort”. È una frase che vale per l’azienda, ma vale perfettamente anche per la politica.</p>
<p data-start="3862" data-end="4514">Ed è per questo che l’operazione di raggiungere i giovani con media formalmente vicini a loro, ma con un metodo vecchio, verticale, controllato, non poteva bastare. Qualche commentatore nei giorni scorsi ha colto bene il rischio dell’“effetto boomerang” nel tentativo di intercettare la fascia 18-34 attraverso il podcast di Fedez e Mr Marra. Il punto non era il mezzo. Il punto era il metodo. Puoi anche entrare nei luoghi comunicativi frequentati dalla Gen Z, ma se ci entri senza vero contraddittorio vieni percepito come un corpo estraneo. Il canale, da solo, non crea credibilità. Anzi, qualche volta la mancanza di credibilità la illumina meglio.</p>
<p data-start="4516" data-end="4555"><strong data-start="4516" data-end="4555">La partecipazione che nasce altrove</strong></p>
<p data-start="4557" data-end="5159">Il referendum, invece, è stato seguito perché attorno ad esso si è mossa una dinamica più profonda, meno addomesticabile. C’è chi scrive che nel No si sono riconosciute anche “persone non intercettate dai partiti” attivate da “una mobilitazione straordinaria della società civile”. È qui il punto decisivo. La Gen Z non è tornata dentro i vecchi recinti. Ha risposto a una spinta sociale diffusa, non a un richiamo di apparato. E quando questo succede, i partiti scoprono di non avere più il monopolio della partecipazione, mentre i giornali scoprono di non avere più il monopolio dell’interpretazione.</p>
<p data-start="5161" data-end="5808">Nel lavoro questa lezione è già costata cara. Il nostro Rapporto Delta Index mostra che l’attrattività resta una delle maggiori urgenze percepite dalle imprese, ma che gli strumenti messi in campo sono ancora deboli: solo il 7,1% ha una strategia di employer branding davvero articolata; il 12,2% non ha alcun rapporto con il sistema formativo; il 41,8% usa i social in modo limitato. Significa che molte aziende hanno capito di dover parlare ai giovani, ma non hanno ancora capito fino in fondo come farsi credere dai giovani. È la stessa difficoltà che oggi esplode in politica: pensare che basti presidiare un linguaggio senza cambiare postura.</p>
<p data-start="5810" data-end="5843"><strong data-start="5810" data-end="5843">La credibilità prima di tutto</strong></p>
<p data-start="5845" data-end="6537">La Gen Z, invece, la postura la vede subito. Sente il tono. Fiuta la finzione. Capisce se le stai parlando davvero oppure se la stai soltanto usando come target. E reagisce di conseguenza: si ritrae, se non si fida; si espone, se percepisce autenticità; si mobilita, se sente che la partita è reale. Non c’è nessun mistero sociologico. C’è una grammatica precisa, che nel lavoro è già emersa con forza e che ora investe tutta la vita collettiva. La generazione che chiede feedback chiari, crescita reale, rispetto dei confini, verità nei rapporti e coerenza tra parole e pratiche, è la stessa generazione che in politica non tollera più liturgie opache, paternalismi e operazioni di facciata.</p>
<p data-start="6539" data-end="7058">Per questo oggi bisognerebbe smetterla di dire che i giovani “si sono risvegliati”. No. I giovani erano già svegli. Erano svegli mentre le imprese perdevano candidature senza capirne il motivo. Erano svegli mentre i recruiter scoprivano che lo stipendio, da solo, non basta più. Erano svegli mentre le organizzazioni più intelligenti imparavano che l’autorità non vale se non è accompagnata da credibilità. Adesso quella stessa lezione è arrivata alla politica. E la stampa la registra quando il fenomeno è già esploso.</p>
<p data-start="7060" data-end="7089"><strong data-start="7060" data-end="7089">La lezione del referendum</strong></p>
<p data-start="7091" data-end="7496">La notizia, allora, non è che la Gen Z abbia votato. La notizia è che continuiamo a stupirci di una generazione che da anni ci sta dicendo la stessa cosa: senza autenticità non c’è relazione, senza relazione non c’è fiducia, senza fiducia non c’è consenso. Nel lavoro lo abbiamo imparato a fatica. In politica lo stiamo imparando adesso. Nell’informazione, forse, non lo abbiamo ancora imparato del tutto.</p>
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		<title>Una nuova generazione davanti a un mercato del lavoro che si restringe</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/una-nuova-generazione-davanti-a-un-mercato-del-lavoro-che-si-restringe/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Nov 2025 11:24:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Gen Z non trova spazio non per mancanza di volontà, ma per un mercato del lavoro che rallenta e per aziende ancora prive di processi capaci di accoglierla: scarsa attrattività, selezioni deboli, poca formazione e onboarding quasi assenti. L’AI non causa la crisi, ma ne amplifica le fragilità. Il vero nodo è progettare l’ingresso, non giudicare i giovani.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Da tempo raccontiamo la Generazione Z come il vettore di un cambiamento culturale: più attenta al benessere, più selettiva nelle scelte, più sensibile al clima aziendale e alla qualità della formazione. Un nuovo modo di intendere il lavoro che ha posto le imprese di fronte alla necessità di ripensare processi, relazioni e strumenti interni. Tutto vero. Ma negli ultimi due anni è emerso un ulteriore livello di complessità, che trasforma questa lettura e la porta su un piano diverso: il problema non è più solo come i giovani si relazionano al lavoro, ma come il lavoro si sta restringendo intorno ai giovani.</p>
<h4><strong>Il mercato globale si restringe proprio dove servirebbe aprirsi</strong></h4>
<p>I numeri internazionali aiutano a inquadrare meglio la situazione anticipando trend che già si stanno delineando anche nel nostro Paese. Negli Stati Uniti, la disoccupazione giovanile è più che doppia rispetto al dato complessivo; in Asia e Africa le proporzioni diventano drammatiche; in Europa il tema non è più l’assenza di lavoro, ma l’instabilità cronica dei contratti. In tutti i casi, l’ingresso nella vita professionale è un percorso sempre più ripido. Le assunzioni rallentano, la mobilità sociale si restringe, la competizione cresce. E questo accade in un momento storico in cui ci si aspetterebbe l’opposto: una generazione numericamente ridotta avrebbe dovuto incontrare un mercato affamato di competenze. Invece succede il contrario.</p>
<h4><strong>L’AI non è la causa: è un amplificatore di fragilità strutturali</strong></h4>
<p>In questo quadro, l’intelligenza artificiale non è la frattura principale. È piuttosto un fattore di pressione aggiuntivo che interviene su debolezze già esistenti: processi lenti, organizzazioni prudenziali, una transizione economica incerta. Lo confermano studi e istituti internazionali: non c’è stata un’esplosione di licenziamenti tecnologici, né un crollo improvviso delle posizioni entry-level dovuto all’AI. C’è, piuttosto, un atteggiamento di attesa, quasi di sospensione: si assume meno, si licenzia meno, e questo immobilismo finisce per penalizzare soprattutto chi entra, non chi è già dentro.</p>
<h4><strong>Un ingresso che le aziende non hanno ancora progettato</strong></h4>
<p>Dentro questo scenario globale, i dati dell’<strong>Osservatorio Delta Index</strong> offrono una chiave di lettura preziosa. Le difficoltà di incontro tra imprese e giovani non dipendono soltanto dalle aspirazioni della Gen Z, ma da una architettura organizzativa che spesso non è progettata per accogliere nuovi ingressi.</p>
<p>Nel nostro campione, appena il 7% delle aziende ha u<img decoding="async" class=" wp-image-9514 alignleft" src="https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2025/11/GenZLavoro-1-300x225.jpg" alt="" width="405" height="304" srcset="https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2025/11/GenZLavoro-1-300x225.jpg 300w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2025/11/GenZLavoro-1-768x577.jpg 768w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2025/11/GenZLavoro-1.jpg 947w" sizes="(max-width: 405px) 100vw, 405px" />na strategia strutturata di employer branding; il 22,4% collabora stabilmente con scuole, ITS e università; meno di un’azienda su dieci ha un onboarding progettato. Il 40% continua a basarsi esclusivamente sul colloquio, nonostante il mismatch di competenze costi all’Italia 38 miliardi l’anno (Unioncamere).</p>
<p>Questi numeri restituiscono un messaggio netto: il mercato del lavoro non si sta chiudendo per colpa dei giovani, ma per insufficienza di infrastrutture capaci di generarne l’ingresso.</p>
<h4><strong>Una generazione lucida, che si muove in un mercato opaco</strong></h4>
<p>La Gen Z non è una generazione difficile: è una generazione che si presenta davanti a una porta che spesso non si apre, o si apre solo a metà. E quando entra, trova processi fragili, ruoli poco definiti, percorsi formativi inesistenti. È qui che si origina il turnover, non da una presunta “instabilità valoriale” dei giovani.</p>
<p>Nello stesso tempo, i giovani dimostrano una capacità di adattamento straordinaria. Si formano autonomamente, utilizzano l’intelligenza artificiale più di qualsiasi altra generazione, cercano percorsi tecnici e professionali più solidi (negli Stati Uniti più di un terzo dei laureati guarda ai lavori manuali come opzioni stabili e non automatizzabili). Non siamo di fronte a una generazione fragile, ma a una generazione che legge il mercato con realismo.</p>
<h4><strong>La trasformazione necessaria oggi è quella delle imprese</strong></h4>
<p>Il punto centrale è che la trasformazione chiesta ai giovani negli ultimi anni è oggi richiesta alle imprese.<br />
Se i ragazzi sono pochi, ogni giovane vale di più.</p>
<p>E se i giovani faticano a entrare, è qui che si gioca la competitività dei territori e delle aziende. Non sarà l’AI a rifinire la distanza: saranno le imprese che sapranno aprire percorsi, creare onboarding solidi, codificare le competenze, collaborare con scuole e università, costruire un clima che permetta di restare.</p>
<p>Il lavoro non si sta chiudendo ai giovani: è l’ingresso che non è ancora stato progettato in modo adeguato.<br />
E questo, oggi, è il vero terreno su cui la Gen Z e le aziende decideranno il loro futuro comune.</p>
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		<title>Canarini, miniere, algoritmi: i primi a sentire il «gas» dell&#8217;IA sono i giovani</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/canarini-miniere-algoritmi-i-primi-a-sentire-il-gas-dellia-sono-i-giovani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 14:40:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Gen Z è il «canarino in miniera» del lavoro: negli USA l’IA erode i ruoli d’ingresso e alza l’asticella delle competenze. In Italia il rischio è maggiore per onboarding deboli e scarsa mappatura skill. La risposta: formazione continua, incentivi ai junior e monitoraggio dell’impatto IA</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/canarini-miniere-algoritmi-i-primi-a-sentire-il-gas-dellia-sono-i-giovani/">Canarini, miniere, algoritmi: i primi a sentire il «gas» dell&#8217;IA sono i giovani</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Oggi, nel mercato del lavoro americano, a svolgere quel ruolo di sentinelle non sono più gli uccellini gialli, ma i giovani, in particolare quelli della <strong class="nero">Generazione Z</strong>. È questa la metafora che i ricercatori della Stanford University, Erik Brynjolfsson, Bharat Chandar e Ruyu Chen, hanno scelto per descrivere il nuovo scenario nel loro studio «Canaries in the Coal Mine? Generative AI and the Future of Work for Early-Career Professionals». Una ricerca che si discosta finalmente dalle previsioni teoriche e dalle simulazioni statistiche che hanno alimentato finora i<strong class="nero">l dibattito sull’Intelligenza artificiale</strong>. Gli autori non si sono limitati a stimare cosa potrebbe accadere: hanno analizzato milioni di cedolini salariali del mercato del lavoro statunitense, osservando cosa sta già accadendo. E i dati non lasciano spazio all’ottimismo: la sostituzione è in corso e colpisce soprattutto <strong class="nero">i giovani fra i 22 e i 25 anni</strong>, quelli che si affacciano per la prima volta al lavoro qualificato.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Gli algoritmi generativi</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Negli <strong class="nero">Stati Uniti</strong>, i cosiddetti entry-level, cioè i ruoli junior &#8211; analisti, copywriter, addetti marketing, consulenti alle prime esperienze &#8211; sono i più esposti. Le attività ripetitive, standardizzabili o basate su testi e dati vengono sempre più affidate agli algoritmi generativi. L’Intelligenza artificiale, insomma, non sta cancellando il lavoro umano in blocco, ma ne sta riscrivendo le gerarchie: riduce le porte d’ingresso e alza l’asticella delle competenze necessarie per entrare.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="22456">In parallelo, vale la pena ricordare una recente riflessione di Suzy Welch, professoressa alla Stern School of Business della NYU, pubblicata sul «Wall Street Journal». Secondo la sua analisi, emerge un’altra <strong class="nero">«spia rossa» del mismatch generazionale</strong>: i valori della Generazione Z non sono in sintonia con quelli che oggi le aziende ricercano nei candidati. Solo il 2% dei giovani mette al primo posto il risultato, l’apprendimento continuo e un’instancabile voglia di lavorare, proprio quei tratti che molti responsabili delle assunzioni considerano essenziali. Un’analisi forse eccessivamente negativa, di certo questo disallineamento di valori amplifica la complessità dello scenario: non bastano i cambiamenti tecnologici &#8211; come<strong class="nero"> l’automazione dell’IA che erode i ruoli d’ingresso </strong>&#8211; a spingere i giovani fuori dal mercato del lavoro; anche l’«ideale culturale» che le imprese prediligono rischia di escludere chi non lo condivide. <strong class="nero">E anche qui, i dati americani dicono che le aziende iniziano a prediligere le figure con esperienza rispetto ai giovani</strong>. Un fenomeno che si inizia a notare anche da noi, una deriva pericolosa per il futuro della nostra economia. Senz’altro andrà a compensare il calo demografico in continua progressione negativa, ma non potrà diventare una giustificazione alla <strong class="nero">mancanza di candidati giovani</strong>.</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3 class="title-line">Le abilità relazionali premiano</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>In tanta negatività, uno spiraglio comunque s’intravede. Infatti, lo studio della Stanford University mostra anche che chi<strong class="nero"> possiede abilità relazionali, analitiche e comunicative </strong>continua a essere richiesto e valorizzato. L’IA non sostituisce il talento umano, lo seleziona: chi sa interpretare, collaborare e dare senso alle informazioni resta indispensabile. In Italia questo scenario è ancora in arrivo, ma si avvicina rapidamente. E rischia di innestarsi su un terreno già fragile. Secondo il Rapporto dell’Osservatorio Delta Index, solo un’azienda su dieci offre percorsi di onboarding strutturati, e oltre la metà non possiede una mappatura chiara delle competenze necessarie ai diversi ruoli. <strong class="nero">Se l’Intelligenza artificiale generativa cambierà i mestieri, questo vuoto formativo potrebbe diventare un fossato</strong>. La lezione americana, invece, offre già tre direzioni concrete: formazione continua per i giovani, incentivi alle imprese che li assumono e monitoraggio costante dell’impatto dell’IA per fasce d’età e settori produttivi. Solo conoscendo dove e come l’automazione incide, sarà possibile costruire interventi tempestivi e mirati.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>L’Italia, questa volta, ha il vantaggio del tempo. Anche se è poco, pochissimo, può osservare l’esperienza americana e scegliere se restare a guardare o attrezzarsi. Perché la vera sfida non è fermare l’Intelligenza artificiale, ma preparare chi dovrà viverla per primo. E trasformare un rischio in un’opportunità di crescita generazionale.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/canarini-miniere-algoritmi-i-primi-a-sentire-il-gas-dellia-sono-i-giovani/">Canarini, miniere, algoritmi: i primi a sentire il «gas» dell&#8217;IA sono i giovani</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Gen Z e lavoro: autenticità e coerenza, stop a vuote promesse</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-e-lavoro-autenticita-e-coerenza-stop-a-vuote-promesse/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Aug 2025 13:59:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se c’è una caratteristica dei giovani under 27 che le aziende devono prendere seriamente in considerazione, è senz’altro l’autenticità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-e-lavoro-autenticita-e-coerenza-stop-a-vuote-promesse/">Gen Z e lavoro: autenticità e coerenza, stop a vuote promesse</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body-big">
<p class="zoom-gallery header-foto">«I <strong class="nero">Gen Z</strong>» sono spietati con chi dichiara un valore solo per trarne un vantaggio economico. In questo sono decisamente migliori di noi adulti che abbiamo identificato nel denaro il metro della vita. Per loro la trasparenza di un marchio è fondamentale nella scelta del luogo di lavoro. Se qualcuno crede di fregarli, si sbaglia di grosso.</p>
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<div class="story">
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<h3 class="position2">Il lavoro e la Gen Z</h3>
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<p>Questa è una generazione cresciuta con un accesso senza precedenti alle informazioni grazie alla tecnologia e ai social media, quindi è particolarmente abile a individuare le incongruenze e i messaggi falsi di qualche boomer che si crede più furbo di loro. E non si tratta di una fissazione, bensì del risultato di una crescente stanchezza nei confronti delle promesse vuote o delle campagne pubblicitarie puramente performative. Non c’è dunque da lamentarsi di questi giovani che &#8211; come da sempre succede nella storia &#8211; rigettano le eredità scomode delle generazioni precedenti. La loro <strong class="nero">fame di autenticità e trasparenza </strong>li spinge a cercare la coerenza come parte integrante della cultura aziendale. Chi ancora crede di poterli convincere con una campagna marketing di pura facciata che promuova la diversità o l’inclusione o la sostenibilità, gioca col fuoco e rischia di ustionarsi.</p>
<h5 style="text-align: center;"><span style="color: #0000ff;"><strong>Gli under 27 tendono a non essere ideologici e detestano le barriere che possono limitare le persone per genere, età, cultura, provenienza, disabilità, religione e orientamento sessuale</strong></span></h5>
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<p>Solo le aziende che non etichettano di pregiudizi questi giovani &#8211; e che non li considerano solo merce di acquisto in un mercato sempre più esiguo di risorse &#8211; avranno più possibilità di essere scelte dalla Gen Z. Perché gli under 27 <strong class="nero">tendono a non essere ideologici </strong>e detestano le barriere che possono limitare le persone per genere, età, cultura, provenienza, disabilità, religione e orientamento sessuale.</p>
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<h2 class="title-line">Diversità, equità e inclusione</h2>
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<p>Su questo argomento, nel linguaggio aziendale si cita spesso come pilastro la DEI, acronimo di <strong class="nero">diversità, equità e inclusione</strong>. Cioè i principi che promuovono un ambiente di lavoro accogliente dove le d<strong class="nero">ifferenze sono un valore aggiunto</strong>. Al di là del gergo tecnico da management, i ragazzi cosa chiedono? Non una banale tolleranza ma di essere accolti, rispettati e valorizzati. Non sembra una richiesta così stralunata da viziati bamboccioni. È un desiderio di comunicazione chiara, onesta e continua dal quale le aziende possono ottenere benefici sia nell’attrattività e nella retention dei talenti sia nella creatività e nell’innovazione agevolata da un clima lavorativo più positivo.</p>
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		<title>Dispersione scolastica, un costo insostenibile per il futuro del Paese</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/un-costo-insostenibile-per-il-futuro-del-paese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Aug 2025 13:55:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=8743</guid>

					<description><![CDATA[<p>La dispersione scolastica è un’emergenza sociale ed economica che penalizza l’occupabilità giovanile e frena la crescita del Paese. Servono più formazione tecnico-professionale, orientamento e sostegno alle famiglie fragili.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="article__head">
<p class="article__title"><span style="font-size: 16px;">Il fenomeno della dispersione scolastica non è solo un problema educativo, ma una vera e propria emergenza sociale ed economica. Le gravi difficoltà strutturali di accesso al mercato del lavoro per i giovani, aggravate dai divari territoriali, di genere e generazionali, penalizzano chi abbandona precocemente gli studi, con ripercussioni significative sull’occupabilità e sulla crescita del Paese. L’Italia, non a caso, detiene il primato europeo dei Neet («Not in Education, Employment, or Training»): quasi un quarto dei giovani tra i 15 e i 34 anni (19,2%) si trova fuori da ogni percorso formativo e lavorativo, un dato ben superiore alla media europea del 13%. Questa situazione è strettamente correlata al tasso di abbandono scolastico precoce, che rimane allarmante soprattutto nel Mezzogiorno. Le regioni del Sud non solo registrano percentuali elevate di giovani che lasciano gli studi (fino al 21% in alcune aree), ma anche i più bassi livelli di competenze di base, rafforzando un ciclo di povertà educativa che limita ogni opportunità di riscatto. Al Nord, pur essendo meno diffuso l’abbandono scolastico, emerge un altro aspetto critico: il basso numero di laureati. Molti giovani, infatti, scelgono di entrare direttamente nel mercato del lavoro dopo la scuola superiore. Questa dinamica abbassa il livello di istruzione complessiva e riduce la competitività e la produttività del Paese rispetto ad altre economie europee, dove la formazione avanzata rappresenta un asset fondamentale. Le conseguenze di questa crisi educativa si riflettono in maniera evidente nel mondo del lavoro. Chi lascia la scuola senza completare un ciclo formativo è più vulnerabile alla disoccupazione, con un tasso di occupazione inferiore del 18,7% rispetto ai diplomati. Anche quando trova lavoro, deve spesso accontentarsi di contratti precari, salari bassi e limitate possibilità di crescita professionale. Questo non solo alimenta la marginalità economica e sociale, ma rappresenta un costo collettivo: meno entrate fiscali, più spesa per sussidi e un freno alla produttività del Paese. La ricerca di Inapp evidenzia come le condizioni di partenza abbiano un peso determinante. Circa l’80% dei giovani che abbandonano gli studi proviene da famiglie con bassi livelli di istruzione, spesso inquadrate in professioni a basso reddito. Questo dato sottolinea un’eredità culturale ed economica che si perpetua, limitando le prospettive di mobilità sociale. La povertà educativa è il risultato di un sistema che non riesce a compensare le disuguaglianze di origine, lasciando indietro chi ha più bisogno di supporto. Tuttavia, esistono soluzioni. Le politiche di contrasto alla dispersione scolastica devono integrare istruzione e lavoro, puntando su percorsi formativi più pratici e collegati alle richieste del mercato. Investire nella formazione tecnico-professionale, potenziare l’orientamento e migliorare la qualità dei servizi educativi, rappresentano passi fondamentali per prevenire l’abbandono. Allo stesso tempo, è necessario rafforzare il sistema di welfare, sostenendo le famiglie più fragili e promuovendo un accesso equo all’istruzione.</span></p>
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