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	Commenti a: Il 33% dei diplomati è disorientato. Scuola e lavoro ancora distanti	</title>
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	<description>Business a misura di talenti</description>
	<lastBuildDate>Fri, 16 Jan 2026 16:27:10 +0000</lastBuildDate>
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		Di: Giampietro		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampietro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 16:27:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il dato che apre l’articolo (un diplomato su tre in Lombardia senza idee chiare sul proprio futuro) non va letto come una fragilità individuale dei giovani, ma come un indicatore di sistema. È il segnale di una distanza ancora troppo ampia tra scuola, lavoro e territori, che genera disorientamento proprio nel momento in cui sarebbe più necessario offrire strumenti di lettura e di scelta.
La ricerca di Fondazione Adapt ha il merito di spostare il fuoco dal “momento della decisione” al processo dell’orientamento, mostrando con chiarezza che non può più essere episodico, teorico o delegato alle sole famiglie. In un mercato del lavoro che cambia rapidamente e in un contesto demografico che restringe le possibilità di recupero degli errori, orientare significa accompagnare nel tempo, aiutare le persone a conoscersi, a riorientarsi, a non scambiare una difficoltà per un fallimento personale.
Il paradosso evidenziato, imprese che cercano competenze e giovani che faticano a scegliere, non è una contraddizione, ma l’effetto di filiere educative e produttive che dialogano ancora poco. In questo senso, il ruolo delle imprese come attori educativi non è un’opzione accessoria, ma una responsabilità civica. Le esperienze citate, da Edison a Skillherz, mostrano che quando l’orientamento diventa esperienziale, continuativo e radicato nei territori, cresce la qualità delle scelte e si riduce il mismatch.
C’è poi un tema di equità che attraversa tutto l’articolo. L’orientamento non serve solo a “trovare lavoro”, ma a rendere visibili opportunità che altrimenti resterebbero accessibili solo a chi dispone di maggiori risorse culturali e sociali. Costruire percorsi di pari dignità tra istruzione tecnica, professionale e accademica significa rafforzare la coesione sociale e la sostenibilità futura del sistema.
In definitiva, orientare non è indicare una strada dall’alto, ma camminare insieme, come comunità educante, assumendosi una responsabilità condivisa verso le nuove generazioni. Non farlo, oggi, non è solo inefficiente: è un rischio che il Paese non può permettersi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il dato che apre l’articolo (un diplomato su tre in Lombardia senza idee chiare sul proprio futuro) non va letto come una fragilità individuale dei giovani, ma come un indicatore di sistema. È il segnale di una distanza ancora troppo ampia tra scuola, lavoro e territori, che genera disorientamento proprio nel momento in cui sarebbe più necessario offrire strumenti di lettura e di scelta.<br />
La ricerca di Fondazione Adapt ha il merito di spostare il fuoco dal “momento della decisione” al processo dell’orientamento, mostrando con chiarezza che non può più essere episodico, teorico o delegato alle sole famiglie. In un mercato del lavoro che cambia rapidamente e in un contesto demografico che restringe le possibilità di recupero degli errori, orientare significa accompagnare nel tempo, aiutare le persone a conoscersi, a riorientarsi, a non scambiare una difficoltà per un fallimento personale.<br />
Il paradosso evidenziato, imprese che cercano competenze e giovani che faticano a scegliere, non è una contraddizione, ma l’effetto di filiere educative e produttive che dialogano ancora poco. In questo senso, il ruolo delle imprese come attori educativi non è un’opzione accessoria, ma una responsabilità civica. Le esperienze citate, da Edison a Skillherz, mostrano che quando l’orientamento diventa esperienziale, continuativo e radicato nei territori, cresce la qualità delle scelte e si riduce il mismatch.<br />
C’è poi un tema di equità che attraversa tutto l’articolo. L’orientamento non serve solo a “trovare lavoro”, ma a rendere visibili opportunità che altrimenti resterebbero accessibili solo a chi dispone di maggiori risorse culturali e sociali. Costruire percorsi di pari dignità tra istruzione tecnica, professionale e accademica significa rafforzare la coesione sociale e la sostenibilità futura del sistema.<br />
In definitiva, orientare non è indicare una strada dall’alto, ma camminare insieme, come comunità educante, assumendosi una responsabilità condivisa verso le nuove generazioni. Non farlo, oggi, non è solo inefficiente: è un rischio che il Paese non può permettersi.</p>
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