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	Commenti a: In Germania universitari pagati l’80% in più, l’allarme di Panetta conferma ciò che il «Delta Index» misura da anni	</title>
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	<description>Business a misura di talenti</description>
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		Di: Giampietro		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampietro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 16:11:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’allarme lanciato da Fabio Panetta fotografa con precisione una crisi strutturale, ma rischia di essere letto solo nella sua dimensione economica. In realtà, come sostengo da anni in Lettera ai giovani. Diventa ciò che sei e in Costruire futuro, il nodo centrale non è soltanto quanto i giovani guadagnano, ma quanto vengono riconosciuti come persone in cammino, come capitale umano e morale, non come semplice fattore produttivo.
I giovani non stanno abbandonando l’Italia solo perché gli stipendi sono più bassi. Se così fosse, basterebbe un adeguamento salariale per invertire la rotta. La verità più scomoda è un’altra: stanno lasciando un sistema che spesso non sa dire loro chi possono diventare, che non offre visione, responsabilità progressive, fiducia. In Diventa ciò che sei ho scritto che un giovane resta dove intravede un senso, non solo un contratto. E oggi, troppo spesso, il lavoro in Italia appare come una parentesi precaria, non come un percorso.
L’articolo coglie bene un punto decisivo: il problema non è isolato, ma sistemico. Demografia, salari, organizzazione del lavoro, meritocrazia intermittente sono facce della stessa crisi culturale. In Costruire futuro ho insistito su questo aspetto: non esiste futuro economico senza una cultura del futuro, e questa cultura si costruisce solo se le istituzioni e le imprese imparano a investire davvero sulle persone, non a utilizzarle finché conviene.
Particolarmente centrata è l’analisi sul momento dell’ingresso in azienda. Quando un giovane entra senza una mappa, senza obiettivi chiari, senza un tutor, il messaggio implicito è devastante: non sei parte di un progetto. È esattamente qui che si rompe il patto tra generazioni. E non è un caso che molti giovani se ne vadano nei primi mesi: non perché siano “inermi” o “impazienti”, ma perché non accettano più di restare in luoghi che non promettono crescita.

Il tema della meritocrazia, poi, è dirimente. Per la Generazione Z non è un valore astratto, ma una condizione minima di fiducia. Sapere come si cresce, perché si cresce, in quali tempi, è parte integrante della dignità del lavoro. Dove tutto è opaco, arbitrario o affidato alle relazioni informali, il futuro perde credibilità. E quando il futuro non è credibile, il presente diventa insopportabile.
Per questo condivido l’idea che l’investimento pubblico in istruzione e ricerca sia necessario, ma non sufficiente. Se le imprese non diventano luoghi educativi, oltre che produttivi, l’istruzione continuerà a trasformarsi in un biglietto di sola andata verso l’estero. Lo ripeto spesso: formare giovani per poi perderli non è modernità, è un fallimento collettivo.
La vera posta in gioco, come conclude l’articolo, non è generazionale ma civile. Un Paese che invecchia e non sa trattenere i suoi giovani non perde solo competenze: perde fiducia, energia, capacità di immaginare. In Costruire futuro ho scritto che il futuro non si prevede, si prepara. Oggi prepararlo significa una cosa molto concreta: diventare, come sistema, luoghi in cui abbia senso restare. Non per trattenere con la forza, ma per attrarre con il significato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’allarme lanciato da Fabio Panetta fotografa con precisione una crisi strutturale, ma rischia di essere letto solo nella sua dimensione economica. In realtà, come sostengo da anni in Lettera ai giovani. Diventa ciò che sei e in Costruire futuro, il nodo centrale non è soltanto quanto i giovani guadagnano, ma quanto vengono riconosciuti come persone in cammino, come capitale umano e morale, non come semplice fattore produttivo.<br />
I giovani non stanno abbandonando l’Italia solo perché gli stipendi sono più bassi. Se così fosse, basterebbe un adeguamento salariale per invertire la rotta. La verità più scomoda è un’altra: stanno lasciando un sistema che spesso non sa dire loro chi possono diventare, che non offre visione, responsabilità progressive, fiducia. In Diventa ciò che sei ho scritto che un giovane resta dove intravede un senso, non solo un contratto. E oggi, troppo spesso, il lavoro in Italia appare come una parentesi precaria, non come un percorso.<br />
L’articolo coglie bene un punto decisivo: il problema non è isolato, ma sistemico. Demografia, salari, organizzazione del lavoro, meritocrazia intermittente sono facce della stessa crisi culturale. In Costruire futuro ho insistito su questo aspetto: non esiste futuro economico senza una cultura del futuro, e questa cultura si costruisce solo se le istituzioni e le imprese imparano a investire davvero sulle persone, non a utilizzarle finché conviene.<br />
Particolarmente centrata è l’analisi sul momento dell’ingresso in azienda. Quando un giovane entra senza una mappa, senza obiettivi chiari, senza un tutor, il messaggio implicito è devastante: non sei parte di un progetto. È esattamente qui che si rompe il patto tra generazioni. E non è un caso che molti giovani se ne vadano nei primi mesi: non perché siano “inermi” o “impazienti”, ma perché non accettano più di restare in luoghi che non promettono crescita.</p>
<p>Il tema della meritocrazia, poi, è dirimente. Per la Generazione Z non è un valore astratto, ma una condizione minima di fiducia. Sapere come si cresce, perché si cresce, in quali tempi, è parte integrante della dignità del lavoro. Dove tutto è opaco, arbitrario o affidato alle relazioni informali, il futuro perde credibilità. E quando il futuro non è credibile, il presente diventa insopportabile.<br />
Per questo condivido l’idea che l’investimento pubblico in istruzione e ricerca sia necessario, ma non sufficiente. Se le imprese non diventano luoghi educativi, oltre che produttivi, l’istruzione continuerà a trasformarsi in un biglietto di sola andata verso l’estero. Lo ripeto spesso: formare giovani per poi perderli non è modernità, è un fallimento collettivo.<br />
La vera posta in gioco, come conclude l’articolo, non è generazionale ma civile. Un Paese che invecchia e non sa trattenere i suoi giovani non perde solo competenze: perde fiducia, energia, capacità di immaginare. In Costruire futuro ho scritto che il futuro non si prevede, si prepara. Oggi prepararlo significa una cosa molto concreta: diventare, come sistema, luoghi in cui abbia senso restare. Non per trattenere con la forza, ma per attrarre con il significato.</p>
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