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	<description>Business a misura di talenti</description>
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		<title>ESCLUSIVO &#8211; Il ministro Calderone per Delta Index: «I nostri giovani sono la vera infrastruttura per il Paese»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2026 20:38:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
		<category><![CDATA[IN RISALTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>INTERVENTO SPECIALE. Il ministro del Lavoro, Marina Calderone, condivide con l’Osservatorio Delta Index un contributo sulle nuove generazioni. «L’obiettivo è unico: creare spazi d’impiego dove i giovani possano crescere, contribuire e restare».</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="container">
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<div class="contentPreview">
<div class="doc" xml:lang="it">
<div class="articolo">
<div id="U11130666297557OD" class="testo">
<div class="p"><span class="gsto"><strong>Ospitiamo nella rubrica «Ciclone Z in azienda» l’intervento esclusivo del ministro del Lavoro, Marina Calderone: un contributo di grande valore per l’Osservatorio Delta Index che nasce dalla visione condivisa di costruire ponti solidi tra imprese e nuove generazioni, dove competenze, formazione e attrattività diventano vere leve utili per trasformare il talento dei giovani in valore concreto per le aziende e per il futuro del nostro Paese.</strong></p>
<p></span></div>
<div class="p">Viviamo un tempo complesso dentro al quale abitano diverse opportunità di costruire spazi, strumenti e buone prassi che accompagnino le transizioni, da quella demografica alla rivoluzione dettata dall’uso dell’intelligenza artificiale. Per politiche del lavoro efficaci serve allora visione. Serve avere l’ambizione e il coraggio di riconoscere quanto ancora è funzionale, cosa va aggiornato e cosa, invece, ha bisogno di revisioni più radicali, agendo secondo priorità e consapevolezza delle possibili aree di azione. Tanto più per le politiche giovanili in uno dei Paesi più anziani del mondo.</div>
<div class="p">Partiamo dal dato di realtà. L’occupazione giovanile in Italia migliora e il tasso di disoccupazione degli under 29 è sceso del 6,7% tra il 2022 e il 2026. Un trend in linea con la crescita complessiva del mercato del lavoro: ormai abbiamo superato stabilmente il record di oltre 24 milioni di occupati, 16,5 milioni con contratto a tempo indeterminato. Ancora oggi, il 42% delle ricerche di lavoro è complicata dalla difficoltà di trovare candidati con le giuste competenze. Davanti a noi, la prospettiva di un turnover che porterà oltre 3 milioni di persone fuori dal mondo del lavoro entro il 2030.</div>
<h3 class="h4">Partecipazione al lavoro</h3>
<div class="p">In questo quadro, le politiche giovanili rappresentano l’infrastruttura per il futuro del Paese. Prima di tutto in termini di partecipazione al lavoro: un incentivo economico, da solo, non è sufficiente.</div>
<div class="blockquote">
<div class="p">«Il tasso di disoccupazione degli under 29 è sceso del 6,7% tra il 2022 e il 2026»</div>
</div>
<div class="p">Una misura funziona quando accompagna la persona verso un’occupazione solida, costruendo percorsi che valorizzino competenze, formazione e orientamento; quando mette in rete tutti gli attori del lavoro, dalle istituzioni centrali agli enti territoriali, dai centri per l’impiego alle agenzie per il lavoro, agli istituti formativi, agli enti bilaterali. Ed è tanto più vero per una generazione di giovani donne e uomini che ha un approccio al lavoro diverso dal passato: la qualità del lavoro, la misura della sua retribuzione, la sua durata nel tempo e la sua capacità di creare percorsi di crescita partecipati rappresentano la vera metrica del successo.</div>
<h3 class="h4">Il Bonus Giovani</h3>
<div class="p">In questa cornice si inserisce la scelta di riportare il Bonus Giovani alla decontribuzione totale, prima con il decreto Coesione e ora con l’ultimo decreto Primo Maggio. Abbiamo rafforzato lo strumento attraverso uno sgravio contributivo totale per le assunzioni a tempo indeterminato di under 35, valido due anni e di massimo 500 euro al mese nelle regioni del centronord (650 euro se le assunzioni sono in area ZES), indirizzando la misura per assumere chi è più lontano dal lavoro, Neet inclusi. A patto ci sia un aumento occupazionale netto e si applichi il «salario giusto» determinato dai contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative.</div>
<h3 class="h4">Stabilizzazione dei contratti</h3>
<div class="p">Accanto al Bonus Giovani, l’incentivo alla stabilizzazione rende conveniente trasformare i contratti a termine sotto i 12 mesi, già esistenti al 30 aprile 2026, in rapporti stabili. Due strumenti diversi, un obiettivo unico: aumentare la qualità e la durata dell’occupazione giovanile. Poi l’investimento sui fondi per l’autoimpiego, che guardano anche ai passaggi generazionali: 800 milioni di euro che comprendono la formazione e il tutoraggio del giovane che vuol dare alla propria idea la forma di nuova impresa o attività professionale. In Lombardia sono già stati coinvolti 270 ragazzi e ragazze, con 70 domande ammesse al finanziamento.</div>
<h3 class="h4">Percorsi da rafforzare</h3>
<div class="p">Gli incentivi, del resto, poggiano su un’infrastruttura formativa che stiamo innovando e consolidando. L’apprendistato resta lo strumento che meglio tiene insieme contratto di lavoro, formazione e titolo di studio: è il ponte più solido tra la scuola e l’impresa, e non a caso vive di un regime proprio, distinto dagli altri esoneri.</div>
<div class="blockquote">
<div class="p">«L’apprendistato è molto importante perché è il ponte più solido tra la scuola e l’impresa»</div>
</div>
<div class="p">Lo affianchiamo al rafforzamento dei percorsi di IeFP in modalità duale, che riducono la dispersione scolastica, e con gli ITS Academy, i cui percorsi restituiscono tassi di inserimento occupazionale tra i più alti del sistema. È lì, nella filiera tecnica e professionale, che competenze richieste e offerte tornano a parlarsi: la ragione per cui quei giovani trovano lavoro più in fretta.</div>
<h3 class="h4">Investimenti in tecnologia</h3>
<div class="p">Stiamo investendo, poi, sulle potenzialità della tecnologia. La piattaforma del Ministero, il SIISL, semplifica le procedure per trovare e formare candidati, accedere agli incentivi e integra servizi digitali come AppLI, il web coach del Ministero: strumenti che riducono tempi, costi e complessità per chi assume, oltre che per chi cerca lavoro. Gli strumenti economici si integrano pienamente con il programma GOL, la riforma delle politiche attive del lavoro del Pnrr dedicata a disoccupati e lavoratori fragili di qualsiasi età. I risultati del programma, oltre i target soprattutto in Lombardia, mostrano l’efficacia della nuova collaborazione Stato-Regioni, tra pubblico e privato, destinata a produrre risultati nel tempo. Le competenze sono, e sempre più saranno, il vero tesoro per l’occupabilità.</div>
<div></div>
<h3 class="h4">Nuove alleanze</h3>
<div class="p">Per attrarre e trattenere i giovani servono modelli organizzativi capaci di valorizzare il talento e la crescita. Il rafforzamento delle politiche attive del lavoro, le revisioni al sistema normativo apportate decreto dopo decreto in questi quattro anni, la nuova alleanza con le parti sociali per recuperare qualità nel lavoro, i tagli fiscali anche su welfare e contratti di produttività, l’attenzione agli impatti dell’IA nel mondo del lavoro attraverso l’Osservatorio istituito al Ministero, punta a offrire opportunità concrete.La certificazione delle microcompetenze acquisite in azienda, poi, apre a nuove possibilità di sviluppo di percorsi formativi davvero aderenti alle necessità di innovazione della competizione su scala globale. L’adesione altissima al bando del Fondo Nuove Competenze 3 ne è la cartina al tornasole.</div>
<h3 class="h4">Una politica di inclusione</h3>
<div class="p">Il lavoro è la prima politica di inclusione. Per questo stiamo costruendo un sistema di relazioni, strumenti, obiettivi e risorse che protegge, forma e accompagna. Investiamo sulla tecnologia senza rinunciare alle garanzie, rafforziamo la contrattazione e ampliamo le tutele per studenti e famiglie. L’obiettivo è chiaro: creare spazi dove i giovani possano crescere, contribuire e restare.Spazi dove idee e talenti diventano opportunità per le imprese e per il Paese.</div>
<div class="qualifica">
<div></div>
<div class="sigla"><strong>Marina Calderone</strong><br />
<em><strong><span class="crsv">Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali</span></strong></em></div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
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		<item>
		<title>VIDEO &#8211; Giuliano Noci (Polimi): «Giovani candidati insicuri: cosa deve capire chi li assume»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 08:53:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DELTA INDEX TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Insicurezza è la parola più ricorrente tra 6.000 studenti lombardi intervistati. Giuliano Noci, Prorettore del Politecnico di Milano: «Nel lavoro i ragazzi chiedono sicurezza, chiedono un appoggio, chiedono coordinamento».</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>C’è una parola che torna più delle altre quando si chiede a 6.000 studenti lombardi cosa provano pensando al lavoro che li aspetta: insicurezza. Non è un’impressione, è un dato. E per un’azienda che si trova davanti un giovane candidato con questo stato d’animo, capire cosa significhi diventa il primo passo per non perderlo. È il tema della prima puntata della video intervista dell’Osservatorio Delta Index a Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano e fondatore dell’Hub della Conoscenza, che ha condotto «Next Gen Power», la ricerca su oltre 6.000 studenti delle scuole superiori lombarde presentata al Festival dell’Economia di Trento e già raccontata su queste pagine. Nella prima domanda, abbiamo chiesto a Noci cosa deve capire un’azienda quando incontra un giovane candidato segnato dall’insicurezza.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Non pigrizia, ma fragilità</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per Noci il punto di partenza è riconoscere che i giovani di oggi vivono un rapporto diverso con il futuro rispetto alle generazioni precedenti. Dove un tempo prevaleva una propensione proattiva e un sostanziale ottimismo, oggi la ricerca registra il contrario: l’ottimismo cala, mentre cresce una forte introspezione, alimentata da tecnologie che connettono apparentemente al mondo ma isolano nella realtà.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="106429" data-gtm-vis-recent-on-screen7174058_371="111461" data-gtm-vis-total-visible-time7174058_371="100" data-gtm-vis-has-fired7174058_371="1">«I giovani di oggi hanno per certi versi caratteristiche non opposte agli adulti, ma poco ci manca», dice Noci. «Le tecnologie che apparentemente ti connettono con il mondo, in realtà non ti fanno vivere una relazione sociale fisica con altri: ti proiettano in una dimensione che diventa fragilità, diventa solitudine».</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Cosa chiedono davvero al lavoro</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>È in questa chiave, spiega Noci, che le aziende devono leggere l’atteggiamento dei giovani candidati. Nel mondo del lavoro non chiedono privilegi: chiedono sicurezza, chiedono un appoggio, chiedono coordinamento. Chiedono, in sostanza, di uscire dalla fragilità che i social e il Covid hanno inevitabilmente lasciato in loro.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Bonus Giovani 2024: ultima chiamata Inps, domande entro il 30 settembre</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/bonus-giovani-2024-ultima-chiamata-inps-domande-entro-il-30-settembre/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 10:14:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[OCCUPAZIONE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>OCCUPAZIONE. Con il messaggio n. 2451, l'Inps fissa la scadenza per gli esoneri su Bonus Giovani, Donne e Zes relativi alle assunzioni 2024-2025: dal 1° ottobre non sarà più possibile inviare nuove domande.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr" data-sourcepos="9:1-9:621;342-962">Il 30 settembre 2026 è la data che le imprese devono segnare in agenda se, tra il 1° settembre 2024 e il 31 dicembre 2025, hanno assunto a tempo indeterminato giovani under 35, donne in condizione di svantaggio o personale non dirigenziale in una sede produttiva della Zona Economica Speciale (Zes) unica per il Mezzogiorno e non hanno ancora presentato domanda per l&#8217;esonero contributivo a cui avevano diritto. Con il messaggio n. 2451 del 23 luglio 2026, l&#8217;Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (Inps) ha reso noto che, a partire dal 1° ottobre, non sarà più possibile inviare nuove istanze per quegli eventi.</p>
<h3 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold" dir="ltr" data-sourcepos="11:1-11:39;964-1002">Le tre misure del decreto Coesione</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr" data-sourcepos="13:1-13:333;1004-1336">Il riferimento normativo è il decreto-legge 7 maggio 2024, n. 60, convertito con modificazioni dalla legge 4 luglio 2024, n. 95, il cosiddetto decreto Coesione. Agli articoli 22, 23 e 24 introduceva tre esoneri contributivi distinti, tutti al 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro (esclusi i premi Inail):</p>
<ul class="[li_&amp;]:mb-0 [li_&amp;]:mt-1 [li_&amp;]:gap-1 [&amp;:not(:last-child)_ul]:pb-1 [&amp;:not(:last-child)_ol]:pb-1 list-disc flex flex-col gap-1 pl-8 mb-3 print:block print:space-y-1" dir="ltr" data-sourcepos="15:1-17:141;1338-1954">
<li class="font-claude-response-body whitespace-normal break-words pl-2" data-sourcepos="15:1-15:344;1338-1681"><strong>Bonus Giovani</strong> (art. 22): per le nuove assunzioni a tempo indeterminato, o le trasformazioni da tempo determinato a indeterminato, di personale under 35. Tetto di 500 euro mensili per lavoratore, che salgono a 650 euro per le sedi produttive nelle regioni Zes: Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria e Sardegna.</li>
<li class="font-claude-response-body whitespace-normal break-words pl-2" data-sourcepos="16:1-16:132;1682-1813"><strong>Bonus Donne</strong> (art. 23): per le assunzioni di lavoratrici svantaggiate, con esonero fino a 24 mesi e tetto di 650 euro mensili.</li>
<li class="font-claude-response-body whitespace-normal break-words pl-2" data-sourcepos="17:1-17:141;1814-1954"><strong>Bonus Zes unica</strong> (art. 24): per le assunzioni di personale non dirigenziale nelle regioni Zes, con lo stesso tetto di 650 euro mensili.</li>
</ul>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr" data-sourcepos="19:1-19:350;1956-2305">Le tre misure erano già state illustrate dall&#8217;Inps con la circolare n. 90 e la circolare n. 91 del 12 maggio 2025, e con la circolare n. 10 del 3 febbraio 2026 per il Bonus Zes. Ora, su richiesta del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali di consolidare definitivamente la spesa, l&#8217;Istituto chiude la finestra di presentazione delle domande.</p>
<h3 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold" dir="ltr" data-sourcepos="21:1-21:38;2307-2344">Non è il nuovo Bonus Giovani 2026</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr" data-sourcepos="23:1-23:544;2346-2889">È il punto su cui le imprese rischiano di fare confusione, ed è la ragione per cui vale la pena soffermarcisi. Questo non è il Bonus Giovani di cui l&#8217;Osservatorio Delta Index si è occupato più volte nelle scorse settimane. Quella è una misura diversa, più recente: introdotta dal decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62 &#8211; il decreto Lavoro &#8211; per le assunzioni <strong>a partire dal 2026</strong>, con regole proprie e più stringenti, come l&#8217;obbligo di incremento occupazionale netto e il rispetto del cosiddetto salario giusto ancorato ai contratti collettivi.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr" data-sourcepos="25:1-25:521;2891-3411">Il messaggio n. 2451 riguarda invece la misura precedente, quella legata al decreto Coesione, e si applica solo agli eventi già avvenuti nel biennio 2024-2025. Sono due provvedimenti consecutivi, con lo stesso nome commerciale ma requisiti, platee e finestre temporali differenti. Chi in questi mesi ha attivato assunzioni agevolate con il nuovo bonus non deve fare nulla in relazione a questa scadenza; chi invece ha assunto nel 2024 o nel 2025 e non ha ancora regolarizzato la posizione, ha tempo fino al 30 settembre.</p>
<h3 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold" dir="ltr" data-sourcepos="27:1-27:38;3413-3450">Cosa succede dopo il 30 settembre</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr" data-sourcepos="29:1-29:381;3452-3832">Dal 1° ottobre 2026 la porta si chiude: nessuna nuova domanda sarà accettata per le assunzioni effettuate nell&#8217;arco temporale oggetto di incentivazione. Per le imprese che hanno margini di recupero non ancora attivati, si tratta a tutti gli effetti di un beneficio economico che scade, non per un errore procedurale del datore di lavoro, ma per il semplice trascorrere del tempo.</p>
<h3 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold" dir="ltr" data-sourcepos="31:1-31:27;3834-3860">La lettura Delta Index</h3>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr" data-sourcepos="33:1-33:890;3862-4751">La sequenza racconta più di quanto dica la singola scadenza amministrativa. Un incentivo che chiude i conti mentre un altro, con lo stesso nome ma regole diverse, è già in corso: è la fotografia di una politica del lavoro giovanile che non si ferma, ma che cambia continuamente pelle. Per le funzioni HR è un doppio esercizio, da un lato verificare subito se ci sono assunzioni 2024-2025 ancora da mettere a regime prima che il diritto scada, dall&#8217;altro non confondere gli obblighi della vecchia misura con quelli, più severi, della nuova. La sostanza, però, resta quella che l&#8217;Osservatorio Delta Index ha già scritto a proposito del bonus attuale: l&#8217;esonero contributivo riduce il costo dell&#8217;ingresso, non quello dell&#8217;abbandono. Il vantaggio economico si chiede all&#8217;Inps. L&#8217;attrattività verso i giovani si costruisce in azienda, e su quella nessuna scadenza amministrativa fa da proroga.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/bonus-giovani-2024-ultima-chiamata-inps-domande-entro-il-30-settembre/">Bonus Giovani 2024: ultima chiamata Inps, domande entro il 30 settembre</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>«Imprese attrattive solo se spazzano via i loro silos organizzativi»</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/imprese-attrattive-solo-se-spazzano-via-i-loro-silos-organizzativi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 08:03:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTRARRE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Il Prorettore del Politecnico Giuliano Noci, dopo la ricerca su 6.000 studenti lombardi: «Il loro ottimismo verso il futuro è più basso. Però i giovani d’oggi sono meglio di quanto ci immaginiamo. Siamo noi a non farli uscire dal guscio».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/imprese-attrattive-solo-se-spazzano-via-i-loro-silos-organizzativi/">«Imprese attrattive solo se spazzano via i loro silos organizzativi»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Giuliano Noci è Prorettore del Politecnico di Milano e guida da tre anni l’Hub della Conoscenza che ha promosso «Next Gen Power»: la ricerca con le voci di oltre 6.000 studenti delle scuole superiori lombarde sui temi di lavoro, scuola, intelligenza artificiale e futuro. Lo abbiamo incontrato con l’Osservatorio Delta Index per chiedergli cosa dovrebbero imparare le aziende da questi dati.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Professor Noci, dalla vostra ricerca su 6.000 studenti lombardi la parola più ricorrente è «insicurezza». Cosa deve capire un’azienda davanti a un giovane candidato con questo stato d’animo?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Che i ragazzi di oggi somigliano più a noi di quanto pensiamo, ma con una differenza: il loro ottimismo verso il futuro è più basso. Ed è comprensibile, visto quello che sta succedendo nel mondo. C’è anche una forte introspezione: le tecnologie li connettono al mondo ma non fanno vivere loro relazioni fisiche reali. Il risultato è fragilità, solitudine. Nel lavoro chiedono sicurezza, un appoggio, coordinamento. Chiedono, in fondo, di poter uscire da una fragilità che social e pandemia hanno lasciato addosso a questa generazione più che alle precedenti».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"><b>La ricerca dice che i giovani non rifiutano il lavoro. Chiedono garanzie diverse rispetto a dieci, vent’anni fa. Quali, in concreto</b>?</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Prima cosa: sono molto meglio di quanto ci immaginiamo. Siamo noi a non farli uscire dal guscio. Il lavoro non è per loro un obiettivo assoluto come lo era per noi: c’è un tema forte di equilibrio tra vita e lavoro. Poi vogliono crescere, non solo di stipendio: di competenze. Vogliono aziende coerenti con i propri valori, anche ambientali. E vogliono essere accompagnati: c’è una fragilità di fondo, figlia dei social e della bolla creata dal Covid, che si traduce in una richiesta esplicita di coordinamento».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Cosa dovrebbe cambiare già dal colloquio di selezione, per non deluderli subito?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Ci sono tassi di abbandono altissimi nei primi mesi. Perché tra promessa e realtà, in azienda, spesso il divario è troppo ampio. Un’impresa deve offrire prima di tutto una visione strategica chiara: il giovane vuole capire dove la porti, come si posiziona sul mercato. Poi deve accettare la diversità di questa generazione, invece di liquidare tutto con “non hanno voglia di lavorare”: è un giudizio sbagliato, e sbagliarlo davanti a un ragazzo fragile è il modo migliore per chiudere ogni dialogo prima ancora che cominci».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Sfatiamo il mito dello stipendio. Ai ragazzi non interessa la paga?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Non è vero. Lo stipendio non è affatto secondario: chi si affaccia in Svizzera, Francia o Olanda trova retribuzioni doppie. Ma non basta. Non è che pagando bene un’azienda si mette la coscienza a posto su tutto il resto. Lo stipendio pesa quanto gli altri elementi, non più degli altri».</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="23564"><b>I ragazzi sentono la scuola lontana dal lavoro. Le aziende possono fare qualcosa prima ancora dell’assunzione?</b></div>
<div class="article-body">
<p>«Sì, ma devono muoversi molto prima. Al Politecnico vedo giovani che il giorno della laurea sono già con un contratto in mano da sei mesi: troppo tardi per cercarli lì. Le imprese devono avvicinarsi a scuole e università per costruire insieme progetti che generino conoscenza reciproca, non solo colloqui dell’ultimo minuto. E cambia il ruolo delle risorse umane: non più il soggetto che gestisce solo relazioni sindacali, come in passato, ma un motore che crea valore se e solo se il capitale umano è preparato e motivato, cinghia di trasmissione tra scuola e lavoro.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Un consiglio alle imprese che faticano ad attrarre i giovani?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Rompere due schemi. Il primo: pensare che lavorare tanto dia automaticamente ragione a chi comanda: è un assunto che va messo in discussione. Il secondo, più difficile: i silos organizzativi. I ragazzi sono nati con internet, pensano per ipertesti, in rete, in orizzontale, vivono la sharing economy, l’economia della condivisione. Le aziende italiane, invece, vivono ancora di funzioni separate, di campanili, non solo quelli dei paesi, ma anche quelli tra un ufficio e l’altro. È il sistema più lontano possibile dal loro modo di ragionare».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Due paure emergono dalla ricerca: intelligenza artificiale e geopolitica. Sono legate?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Sì, stanno insieme. Sotto c’è lo stesso pessimismo di fondo sul futuro, e un futuro pensato con pessimismo rischia di allontanare i ragazzi dal futuro stesso: è un tema serio per i nostri territori. Sull’intelligenza artificiale la paura non è essere sostituiti: è non riuscire a governarla. L’intelligenza artificiale è utile, è fondamentale, va messa al servizio dell’uomo, non il contrario. E anche qui c’è un tema di sfiducia verso la scuola e verso chi fa le regole, più che verso la tecnologia in sé».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>C’è un dato che l’ha sorpresa più degli altri?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Due, in realtà. Il primo: la creatività dei ragazzi, che in alcuni progetti ha sorpreso perfino i manager aziendali. Il secondo: durante un hackathon a Casalmaggiore è emersa una richiesta fortissima di spazi di socialità. Abbiamo tanti oratori e immobili vuoti che potremmo restituire a questo bisogno: è una sfida importante, ma è una sfida per il nostro futuro».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Hub della Conoscenza e Delta Index guardano allo stesso mondo da due punti diversi. Che valore ha incrociare questi sguardi?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Enorme. Ho visto tante fiere di orientamento dove studenti e aziende si parlavano senza capirsi: ragazzi che giravano nei corridoi cercando solo il gadget, imprese che tornavano a casa insoddisfatte del risultato che si erano poste. Un dialogo tra sordi. Noi partiamo dai giovani, Delta Index dalle imprese: messi insieme, i due sguardi aiutano le aziende a capire che non scelgono più i talenti, sono i talenti a scegliere le imprese. E che sono diversi da noi non per capriccio: la tecnologia ha accelerato il tempo, e chi oggi ha 14-15 anni è, di fatto, generazioni avanti rispetto a noi».</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/imprese-attrattive-solo-se-spazzano-via-i-loro-silos-organizzativi/">«Imprese attrattive solo se spazzano via i loro silos organizzativi»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Generazione Z, sei giovani su dieci temono un lavoro che non sapranno amare</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/generazione-z-sei-giovani-su-dieci-temono-un-lavoro-che-non-sapranno-amare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 07:42:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Ricerca dell’Hub della Conoscenza su 6.000 studenti lombardi fa cadere il mito che ai ragazzi non interessi lo stipendio: stabilità economica uno degli obiettivi principali</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/generazione-z-sei-giovani-su-dieci-temono-un-lavoro-che-non-sapranno-amare/">Generazione Z, sei giovani su dieci temono un lavoro che non sapranno amare</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Sei studenti lombardi su dieci hanno paura di ritrovarsi, un giorno, in un lavoro che non amano. È il dato più preoccupante di «Next Gen Power», la ricerca condotta su oltre 6.000 studenti delle scuole superiori da Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano, per l’Hub della Conoscenza che dialoga con Delta Index e ne condivide l’impostazione: capire le nuove generazioni serve, prima di tutto, a capire cosa chiedono al lavoro. Ed è un dato che riguarda direttamente le aziende: chi sa leggerlo ha in mano uno strumento in più per diventare un datore di lavoro più attrattivo.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Perché di lavoro, in fondo, parlano anche i capitoli della ricerca che sembrano occuparsi d’altro. Nel capitolo dedicato alla scuola, il 41% degli studenti lamenta un collegamento troppo debole con il mondo del lavoro. In quello sull’intelligenza artificiale, quasi uno studente su due (47%) teme che la tecnologia porti via posti di lavoro. E nelle risposte aperte, dove i ragazzi hanno potuto scrivere con parole proprie cosa temono per il futuro, il tema dell’inserimento lavorativo e dell’autonomia economica raccoglie da solo quasi la metà delle citazioni. Il lavoro è la lente attraverso cui questi 6.000 ragazzi lombardi guardano il proprio futuro. La ricerca, promossa dall’Hub della Conoscenza con il supporto di Cassa Padana Bcc, Anci Lombardia e della rete Informagiovani di Anci Lombardia, è stata presentata al Festival dell’Economia di Trento.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Il mito sfatato</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il primo dato smentisce uno stereotipo ricorrente, quello dei «giovani che non vogliono lavorare». Il 54% degli studenti indica l’indipendenza economica come principale obiettivo di vita, il 53% vuole stare bene con se stesso, il 52% desidera un lavoro coerente con le proprie passioni e il 47% considera fondamentale l’equilibrio tra vita personale e professionale. Parole d’ordine pragmatiche, non ideologiche: stabilità, coerenza, sostenibilità. Anche nelle risposte aperte il tono resta pragmatico più che ideologico: un’altra fetta consistente di risposte, il 39%, mette al centro il benessere personale e la qualità della vita più che la carriera in sé.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4eb7f4fa-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_419.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/cache/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4eb7f4fa-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_419_v3_large_libera.jpg" alt="Il 60% della Generazione Z teme un lavoro che non saprà amare" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/cache/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4eb7f4fa-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_419_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Ma la stessa area tematica racconta anche l’altra faccia della medaglia. Il 60% degli intervistati teme di essere costretto a svolgere un lavoro che non ama, il 45% ha paura di non trovare opportunità adeguate, quasi altrettanti (44%) temono semplicemente di non riuscire a raggiungere una condizione stabile, il 31% teme di dover accettare troppi compromessi e il 30% dichiara apertamente di sentirsi potenzialmente «non all’altezza». È un dato che smentisce un altro luogo comune, quello dei giovani a cui «non interessa lo stipendio»: la paura di non raggiungere la stabilità economica dice l’esatto contrario, perché dietro c’è il bisogno concreto di costruirsi una vita &#8211; una casa, una famiglia, un’autonomia &#8211; che senza stabilità resta un progetto sulla carta. Un dato che per le imprese ha un peso specifico enorme: non è la motivazione a mancare, è la fiducia di trovare un contesto capace di accoglierla e valorizzarla. Gli studenti non immaginano vite facili, scrivono i ricercatori, ma sostenibili: con equilibrio tra lavoro, benessere mentale e possibilità di progettare il futuro.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Scuola, gap con il lavoro</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il rapporto con il sistema scolastico emerge come uno dei nodi più critici. Il 60% degli studenti cambierebbe il sistema di valutazione e il carico di studio, il 53% le metodologie didattiche; torna anche qui il nodo del collegamento debole con il mondo del lavoro (41%), già anticipato in apertura. Nelle risposte aperte, il tema del carico di studio e della valutazione da solo raccoglie il 31% delle citazioni, con toni prevalentemente critici e la richiesta esplicita di sistemi più equi; il collegamento con il mondo del lavoro, pur pesando meno in termini quantitativi (16%), viene descritto come urgente: tirocini, orientamento, competenze pratiche sono percepiti come un vuoto da colmare subito, non a percorso concluso. Dalle risposte aperte affiora la richiesta esplicita di più educazione finanziaria, competenze pratiche, orientamento professionale ed educazione emotiva: strumenti che gli studenti percepiscono come assenti proprio nel passaggio più delicato, quello verso l’ingresso nel mercato del lavoro.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>IA, usata ma non insegnata</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="15218">Sul fronte tecnologico il 71% degli adolescenti utilizza già strumenti di intelligenza artificiale per lo studio e la scrittura, ma il 56% ritiene che la scuola non stia fornendo competenze adeguate per affrontare la trasformazione in corso. La paura principale, però, non è la sostituzione del proprio ruolo lavorativo: il 62% teme soprattutto la perdita della creatività umana e del valore distintivo delle persone in una società sempre più automatizzata, contro il 47% che teme la perdita di posti di lavoro.</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<p class="zoom-gallery new libera left"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4f31355e-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_3140.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="lozad alignleft" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/cache/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4f31355e-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_3140_v3_medium_libera.jpg" alt="Il 60% della Generazione Z teme un lavoro che non saprà amare" width="303" height="496" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/cache/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4f31355e-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_3140_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></p>
</div>
<p>Tra le competenze considerate cruciali per il futuro, gli studenti indicano al primo posto quelle digitali e tecnologiche (68%), seguite dalla capacità di adattarsi e imparare continuamente (54%) e dal pensiero critico (34%). Una generazione che convive già con l’intelligenza artificiale, ma che chiede di poterla governare invece di subirla, e che imputa proprio alla scuola il ritardo nel fornire gli strumenti per farlo in modo consapevole.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Il peso della geopolitica</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il dato più netto riguarda però la percezione del contesto globale. L’80% degli intervistati considera guerre e conflitti il principale rischio per la propria vita futura, mentre il 66% teme crisi economiche e instabilità sociale, il 37% l’instabilità politica. Nelle risposte aperte il rischio economico domina con il 39% delle citazioni – inflazione e costo della vita percepiti come la preoccupazione più concreta e immediata – seguito dagli scenari di conflitto, che generano un’ansia diffusa e «sentita come reale e vicina» nelle parole dei ricercatori.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Sul fronte dell’informazione emerge un paradosso: il 42% denuncia un eccesso di notizie che genera confusione, il 44% ritiene che i temi internazionali siano raccontati in modo poco chiaro, il 39% li giudica semplicemente troppo complessi.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Più che disinteressati, i ragazzi appaiono sopraffatti dalla complessità del presente: percepiscono la politica internazionale come lontana dalla vita quotidiana, ma non per mancanza di curiosità.</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Cosa cambia per le aziende</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per le imprese lombarde, i dati di Next Gen Power raccontano qualcosa che riguarda anche il mondo del lavoro che questi ragazzi troveranno tra pochi anni. La difficoltà delle aziende ad attrarre e trattenere i giovani non nasce da un rifiuto del lavoro, ma da una distanza tra ciò che i ragazzi cercano &#8211; stabilità, un lavoro coerente con le proprie passioni, un ambiente che non tradisca la fiducia riposta &#8211; e quello che trovano davvero quando entrano in azienda.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La paura di «non essere all’altezza» riguarda da vicino il primo periodo in azienda: se i primi mesi non sono seguiti bene, quell’ansia rischia di trasformarsi in un abbandono precoce. La richiesta di orientamento e di competenze pratiche riguarda la formazione interna, che spesso è pensata per chi ha già esperienza e non per chi deve ancora costruirsela. E il timore di perdere valore umano nell’uso dell’intelligenza artificiale ricorda alle aziende che le competenze digitali da sole non bastano: servono affiancate a quelle relazionali e critiche. Non basta più dirsi accoglienti verso i giovani: bisogna dimostrarlo nei fatti, fin dal primo giorno.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>È una lettura che va nella stessa direzione di quanto osserva Delta Index studiando il rapporto tra aziende e nuove generazioni: la ricerca del Politecnico guarda a questi temi dal punto di vista dei ragazzi, Delta Index dal punto di vista delle imprese. Messe insieme, le due prospettive raccontano la stessa urgenza.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Controllare non basta più, i giovani cercano manager capaci di seguirli</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 07:53:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. L’Osservatorio Delta Index rivela: solo il 2% delle imprese condivide le priorità della Gen Z. Coach Romagna (Top voice LinkedIn): «Il micromanagement nasce da bravi operativi mai formati a gestire le persone».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli/">Controllare non basta più, i giovani cercano manager capaci di seguirli</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il curriculum apre le porte di un’azienda, poi una volta a bordo, a rendere il lavoro un’esperienza positiva o meno, è spesso il rapporto quotidiano con il proprio responsabile. Su questo punto <b>Federica Romagna, coach che da anni affianca imprese, manager e candidati, Top voice di LinkedIn che collabora con l’Osservatorio Delta Index</b>, parte da un dato che l’Osservatorio ha pubblicato qualche settimana fa: solo il 2% delle imprese condivide le stesse priorità dei propri giovani talenti. Da una parte i manager mettono al primo posto ambizione, sacrificio, presenza in ufficio, risultati. Dall’altra i giovani cercano equilibrio di vita. «Forse dicono la stessa cosa in modo diverso, e invece di trovare una via comune vanno allo scontro» osserva Romagna. A questo si somma un pregiudizio duro a morire: quello dei giovani come persone senza voglia di fare. Un’etichetta che, secondo la coach, racconta più chi la usa che chi la subisce.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Il cambio di paradigma</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>«I manager di oggi sono cresciuti con l’idea che il lavoro coincidesse con l’identità personale» spiega Romagna. Il successo si misurava con le ore passate in ufficio: più tempo, più valore. «I giovani hanno visto altro. Spesso i propri genitori andare in burnout, per aziende che non li hanno mai premiati». Per questo il lavoro, per loro, resta importante ma diventa una parte della vita, non tutta la vita.</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 198px" class="wp-caption alignleft"><a title="Federica Romagna, coach e Top voice di LinkedIn" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_2653d048-840f-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1920.jpg" data-title="Federica Romagna, coach e Top voice di LinkedIn"><img decoding="async" class="lozad" title="Federica Romagna, coach e Top voice di LinkedIn" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/cache/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_2653d048-840f-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1920_v3_large_libera.jpg" alt="Controllare non basta più, i giovani cercano manager capaci di seguirli" width="198" height="198" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/cache/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_2653d048-840f-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1920_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Federica Romagna, coach e Top voice di LinkedIn</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">«Non è mancanza di motivazione, è un diverso tipo di motivazione. Se il manager non offre gli strumenti giusti, il giovane non si attiva. Ma questo non significa che non voglia lavorare». Il rischio, per le aziende ferme a un modello degli anni Novanta, è perdere l’innovazione che i giovani potrebbero portare, se solo venisse dato loro più spazio. «Il giovane non cerca più solo un posto di lavoro o lo stipendio a fine mese. Cerca un luogo dove riconoscersi, un ruolo dove potersi esprimere» aggiunge Romagna. Le due visioni, quella dei manager e quella dei giovani, per lei restano conciliabili: basterebbe ascoltarsi invece di misurarsi a distanza. «Se venisse dato loro più spazio, credo che potremmo assistere a dei veri salti di qualità. Anche aziende ancora ferme a modelli datati potrebbero trovare un’innovazione che oggi, dall’interno, fanno fatica a generare da sole».</p>
</div>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Controllare o guidare?</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il secondo nodo riguarda il controllo. «Controllare significa dire esattamente i passi da seguire, come si è sempre fatto. Guidare significa condividere l’obiettivo, dare gli strumenti e lasciare che il metodo lo trovi la persona». Il micromanagement, spiega Romagna, nasce spesso da un problema strutturale: «Chi viene promosso a responsabile arriva dall’operatività e replica l’unico modello che conosce, perché nessuno lo ha formato a guidare le persone. La crescita professionale avviene per anzianità o per merito, ma il merito resta spesso legato all’operatività. Così si mette in un ruolo manageriale chi non ha le competenze per gestire persone». Il fenomeno riguarda soprattutto i responsabili intermedi, i «capetti» più che i vertici aziendali. Chi guida invece di controllare, spiega Romagna, forma leader indipendenti: «Persone che si sentono parte dell’azienda e libere di esprimersi appieno».</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="Il capo che non basta più" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_d5ed70f0-840e-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1742.jpg" data-title="Il capo che non basta più"><img decoding="async" class="lozad" title="Il capo che non basta più" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/cache/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_d5ed70f0-840e-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1742_v3_large_libera.jpg" alt="Controllare non basta più, i giovani cercano manager capaci di seguirli" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/cache/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_d5ed70f0-840e-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1742_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption></figcaption></figure>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Il perché non è una ribellione</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>C’è poi un tema di comunicazione. I manager tendono a decidere e non spiegare. I ragazzi sono abituati a chiedere il perché. I primi lo leggono come mancanza di rispetto, i secondi come mancanza di trasparenza. «Il perché non è un gesto di ribellione: è il modo in cui il giovane cerca di lavorare al meglio. Ha bisogno di capire a cosa serve una cosa, quali sono gli obiettivi aziendali». Spesso basterebbe pochissimo, aggiunge Romagna: «Un messaggio su uno strumento che i ragazzi già usano, senza bisogno di convocare riunioni formali per ogni chiarimento. Ed è proprio su questo attrito, quando si ripete senza mai trovare ascolto, che matura la decisione di andarsene. Non per ribellione, ma perché il giovane non si sente più libero di portare il proprio contributo».</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Feedback continuo, non annuale</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Anche la valutazione va ripensata. «Il mondo del lavoro cambia troppo in fretta per aspettare la riunione annuale. I giovani cercano un confronto costante, che permetta di correggere subito il tiro». Bastano anche solo un quarto d’ora al mese: il punto non è la frequenza formale, ma l’attenzione continua. «Se non ho mai avuto un momento di confronto con una persona, non posso stupirmi se dopo un anno si dimette. Se sono attenta, posso intercettare il problema prima, e magari trovare una collocazione diversa. Più felice per lei, più produttiva per l’azienda». È un do ut des, aggiunge Romagna: l’ascolto costante non è un favore concesso al giovane, ma un investimento diretto sulla tenuta dell’azienda stessa. Un problema di fondo, per la coach, resta il gap generazionale: «Chi è in azienda da tempo spesso non ha gli strumenti per adattarsi a un modo di vivere il lavoro così diverso dal proprio».</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>L’anzianità non è competenza</h3>
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<div class="article-body">
<p>Romagna non fa giri di parole sull’equazione più anni uguale più valore: «È un bias di valutazione. L’anzianità porta esperienza e conoscenza del contesto, elementi preziosi. Ma l’adattabilità e la propensione all’apprendimento continuo, che spesso hanno i giovani, superano di gran lunga gli anni di servizio». Molte aziende, osserva, non hanno nemmeno percorsi di carriera definiti: il giovane non sa quali competenze potrà acquisire, a prescindere dal traguardo di un ruolo apicale. Non è un caso che, secondo i dati citati da Romagna, solo il 6% della Gen Z aspiri oggi a ruoli dirigenziali di alto livello: «Il modello manageriale che hanno davanti, spesso, non li rappresenta. Quando l’azienda non offre una prospettiva chiara, restano due strade: le dimissioni, oppure il cosiddetto quiet quitting, il minimo indispensabile per portare a casa lo stipendio, senza più investire davvero».</p>
</div>
<div id="scroll6" class="article-body">
<h3>I manager che ce la fanno</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Esistono comunque, secondo Romagna, manager che invertono la rotta: «Sono persone che riescono ad andare oltre il ruolo. Riescono a vedere il talento della persona, a prescindere da tutto il resto». Spesso non vivono la propria posizione come un luogo di potere, ma come uno spazio di responsabilità verso gli altri. Diventano mentori più che controllori, e costruiscono una cultura aziendale dove sbagliare non è una colpa da nascondere, ma un passaggio necessario per crescere. «Se un giovane può alzare la mano e dire non ho capito, senza sentirsi in difetto, allora la cultura aziendale è più sana. E la persona resta». Restano pochi, conclude la coach. Ma dimostrano che il cambiamento, prima ancora che organizzativo, è culturale.</p>
</div>
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		<item>
		<title>IA, tante aziende dicono di sapere ma non aggiornano davvero i team</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/ia-tante-aziende-dicono-di-sapere-ma-non-aggiornano-davvero-i-team/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 09:04:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. L’85% delle aziende ha avviato percorsi sull’intelligenza artificiale ma solo il 19% li rende strutturati e continuativi: EDUNext misura il divario che pesa sull’attrazione della Gen Z.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il paradosso emerso da EDUNext è chiaro: l’85% delle imprese che usano l’intelligenza artificiale ha avviato o sta progettando percorsi formativi dedicati, ma solo il 19% li ha resi strutturati e continuativi. Il 48% si ferma a iniziative occasionali o pilota. Quasi un dipendente su due, tra chi lavora in aziende che già adottano l’IA, non ha ricevuto alcuna formazione specifica negli ultimi dodici mesi. E il 44% delle imprese non prevede alcun investimento in formazione nei prossimi 12-24 mesi.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Sul fronte delle competenze ritenute più strategiche, le imprese indicano soprattutto adattabilità, comunicazione efficace e pensiero critico. Ma tra chi ha già implementato l’IA il quadro cambia: creatività e pensiero critico salgono in cima alla lista, segnalando un passaggio da una logica di semplice adattamento a una di utilizzo strategico. È lo stesso passaggio che, secondo i ricercatori, dovrebbe guidare il modo in cui le aziende parlano ai più giovani, per i quali quelle competenze non sono un’opzione ma un requisito già dato per scontato.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il 60% delle imprese che usano l’IA ritiene importante la complementarità tra competenze umane e artificiali, e l’86% degli Hr manager dichiara di verificare criticamente i risultati dell’IA prima di adottarli: un’auto-percezione che i dati sperimentali del rapporto invitano comunque a leggere con cautela, perché l’effetto reale dell’IA sui processi cognitivi resta più complesso di quanto le imprese stesse percepiscano.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="34111"></div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<p>La cluster analysis condotta sul campione restituisce un quadro ancora più netto: quasi la metà delle imprese italiane rientra nel profilo dei «Formalmente Pronti», aziende che hanno attivato percorsi dichiarati, e a volte figure dedicate, senza però tradurre questo impegno in una diffusione reale delle competenze tra i lavoratori. È la distanza tra intenzione ed esecuzione, misurata su scala di sistema: esattamente il tipo di gap che, secondo la ricerca, pesa di più sulla capacità delle aziende di attrarre le nuove generazioni.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per orientare questa transizione, il rapporto propone il «Modello GENIALE» (Generative Ecosystems for New Intelligent Augmented Learning Education), un framework costruito attorno a un principio semplice: l’intelligenza artificiale deve generare nuove capacità umane, non limitarsi ad automatizzare compiti esistenti. Tra i principi del modello: l’uso dell’IA va calibrato sul bisogno reale, non applicato in modo indiscriminato. Il vantaggio nasce dall’integrazione tra giudizio umano e capacità computazionale, non dalla sostituzione dell’uno con l’altra; e ogni percorso formativo va progettato per preservare l’autonomia cognitiva di chi apprende, più che per massimizzare la velocità di esecuzione.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Un modello pensato per le aziende, ma che riguarda da vicino anche i giovani che ci entrano: capire come strutturare la formazione sull’IA, oggi, significa già iniziare a capire come parlare alla Gen Z, prima ancora che quei giovani varchino la porta dell’azienda e si scontrino con un divario che, a leggere i dati, resta ancora tutto da colmare.</p>
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		<item>
		<title>Rischio IA sul lavoro: la Generazione Z impara meno se il compito è troppo facile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 08:38:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. All’Università Luiss il rapporto Look4ward di Intesa Sanpaolo sull’intelligenza artificiale utilizzata dalla Generazione Z. Elisa Zambito: «Non sostituisce l’apprendimento, ma lo trasforma».</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Per capire come gestire la Gen Z in azienda, prima o poi bisogna passare dal tema dell’intelligenza artificiale: non solo quanto i giovani la usano, ma come le aziende progettano gli strumenti e i percorsi che gliela mettono in mano. È il punto di vista di EDUNext, il terzo rapporto dell’Osservatorio Look4ward, realizzato da Luiss e Intesa Sanpaolo e presentato nei giorni scorsi all’Università Luiss Guido Carli. La ricerca conferma che l’IA, usata bene, è una risorsa, ma introduce un avvertimento utile a chi progetta la formazione in azienda: nei compiti a bassa complessità chi lavora senza IA registra un engagement superiore del 15%, un apprendimento del 4% più alto e una motivazione intrinseca dell’11% maggiore rispetto a chi si affida alla tecnologia. Nei compiti complessi il quadro si inverte, e l’IA diventa un’ancora cognitiva che riduce il carico di lavoro.<img decoding="async" class="size-medium wp-image-10358 alignleft" src="https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/07/datiIA-e1784193578262-300x151.jpg" alt="" width="300" height="151" srcset="https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/07/datiIA-e1784193578262-300x151.jpg 300w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/07/datiIA-e1784193578262-768x388.jpg 768w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/07/datiIA-e1784193578262-800x405.jpg 800w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/07/datiIA-e1784193578262.jpg 802w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Servono personalità solide</h3>
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<div class="article-body">
<p>«L’intelligenza artificiale non sostituisce l’apprendimento, lo trasforma» spiega Elisa Zambito Marsala, responsabile Education Ecosystem and Global Value Programs di Intesa Sanpaolo e tra le fondatrici dell’Osservatorio. «Il Report nasce dalla consapevolezza che rappresenti una trasformazione tecnologica, oltre che una sfida globale, educativa e culturale, che richiede alleanze strategiche tra istituzioni, università e aziende». «L’IA richiede personalità solide in grado di coordinarla», aggiunge, in una riflessione profonda su nuovi modelli educativi, capaci di promuovere «un ecosistema dell’education aperto, collaborativo, orientato al futuro».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Sulla stessa linea Enzo Peruffo, Prorettore per la Didattica della Luiss: «Le competenze trasversali non possono essere considerate un esito indiretto dei percorsi formativi, ma devono essere progettate, allenate e valutate come parte integrante dell’apprendimento», in percorsi che «preservino l’autonomia cognitiva dei discenti». Il quadro nazionale, secondo i dati Eurostat citati nel rapporto, resta indietro rispetto alla media europea: solo il 20% degli italiani usa l’IA generativa, contro il 33% della media Ue, al penultimo posto tra i 27 Paesi. Ma tra i 16 e i 24 anni la quota sale quasi al 50%, e tra gli studenti sfiora il 60%: la distanza si accorcia proprio sulle fasce più giovani.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Oggi il vantaggio competitivo di un’azienda non dipende solo dalla tecnologia, ma dalla sua capacità di garantire competenze al passo con la trasformazione del lavoro» afferma Giacomo Castri, Executive Director, People Attraction Skills &amp; Learning Strategy di Intesa Sanpaolo. «Nel 2025, primo anno di attività della nostra Academy4Future, abbiamo formato 26.000 persone di Intesa Sanpaolo; entro il 2029 saranno coinvolte tutte le 90.000», un investimento che «attiva un driver di crescita che genera benefici per l’intero Gruppo».</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>No all’uso indiscriminato</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Lucia Marchegiani, responsabile del team di ricerca dell’Osservatorio, ha spiegato la logica dietro i numeri: «L’utilità di questi strumenti varia con la complessità del lavoro: se nei compiti più semplici l’assenza di tecnologia favorisce apprendimento e motivazione, in quelli complessi l’IA riduce il carico cognitivo e migliora le decisioni». La risposta, conclude, «risiede in una strategia che limiti l’uso indiscriminato di IA e che combini formazione continua e autonomia critica». Il rapporto adotta un disegno di ricerca articolato in quattro filoni: interviste in profondità a Ceo e figure chiave dell’ecosistema economico, una survey su 600 Hr manager italiani, un esperimento controllato su 800 persone con design fattoriale 3&#215;2 e un approfondimento dedicato al segmento scolastico K-12, dove la scuola secondaria emerge come l’anello più debole dell’intero ecosistema educativo, cioè il luogo in cui si formano, o si perdono, gli strumenti cognitivi con cui i futuri lavoratori affronteranno l’IA una volta entrati in azienda. Al convegno era presente anche Vincenzo Esposito, amministratore delegato di Microsoft Italia, secondo cui «le competenze diventano un fattore decisivo: la competitività si giocherà sulla capacità di apprendere e integrare conoscenze diverse». Con lui Salvatore De Rienzo di Egon Zehnder e Stefano Sperimbrogo, AI &amp; Data Lead di Accenture, a conferma dell’interesse con cui il mondo delle imprese guarda al rapporto tra intelligenza artificiale, competenze e nuove generazioni. Le due facce del fenomeno, in fondo, si tengono insieme: da un lato i giovani, che l’IA la usano già più e meglio della media dei lavoratori, come racconta la ricerca dell’Osservatorio Hr Innovation; dall’altro le aziende, che devono ancora imparare a costruire attorno a quell’uso spontaneo percorsi calibrati sulla complessità reale del lavoro.</p>
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		<item>
		<title>Non i soldi, non il brand: ecco la classifica delle aziende che attraggono i giovani</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/non-i-soldi-non-il-brand-ecco-la-classifica-delle-aziende-che-attraggono-i-giovani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 09:23:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTRARRE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Great Place to Work Italia premia venti aziende su input di 5.048 giovani collaboratori: fiducia all'88%, Leadership Index al 90%. I numeri confermano ciò che Delta Index misura da tempo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/non-i-soldi-non-il-brand-ecco-la-classifica-delle-aziende-che-attraggono-i-giovani/">Non i soldi, non il brand: ecco la classifica delle aziende che attraggono i giovani</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Chi vincerebbe una gara di popolarità tra le aziende italiane, secondo un ventenne di oggi? Non Ferrari, non una big tech americana, non una banca storica. Al primo posto c&#8217;è Edera Nordest, una società veneta di prestiti a dipendenti e pensionati. Sorpresi? I giovani lo sono molto meno di noi.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">È il verdetto della nuova edizione del ranking Best Workplaces for Gen Z, stilato da Great Place to Work Italia sulla base delle opinioni di 5.048 collaboratori nati dopo il 1998, su quasi 40mila rispondenti in 92 organizzazioni. Regole d&#8217;ingresso rigide: almeno 20 dipendenti in organico e un minimo del 10% di rispondenti Gen Z al questionario di clima aziendale.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Sul podio, insieme a Edera Nordest, salgono Bending Spoons &#8211; appena quotata al Nasdaq di New York &#8211; e la monzese Quantyca, specializzata in data management e advanced analytics. Tre aziende diversissime per settore e dimensione, unite da un solo denominatore comune: sanno ascoltare.</p>
<h4 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold">Fiducia e leadership, il divario con la media italiana</h4>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">I numeri raccontano una distanza netta tra le aziende premiate e la media nazionale. Il Trust Index, l&#8217;indicatore che misura credibilità, rispetto, equità e coesione interna, si ferma all&#8217;88% nelle aziende best contro il 42% della norma italiana. Ancora più ampio lo scarto sul Leadership Index, che valuta la qualità dei comportamenti manageriali: 90% contro 39%.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Sono proprio i temi della leadership &#8211; competenza della direzione (93% contro 36%), coerenza dei responsabili (91% contro 33%), imparzialità dei comportamenti manageriali (86% contro 29%) &#8211; a spiegare buona parte del divario. Dati che, letti con la lente di Delta Index, confermano quanto la capacità di <strong>Trattenere</strong> i giovani talenti dipenda meno dallo stipendio e più dalla qualità di chi li guida ogni giorno.</p>
<h4 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold">L&#8217;innovazione resta un terreno di scarsa diffusione</h4>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Il capitolo più critico riguarda le opportunità di innovazione: nelle aziende premiate, quasi un collaboratore su due (48%) dichiara di averne &#8220;molte&#8221;, contro un marginale 6% della media italiana. Specularmente, oltre la metà dei giovani nelle aziende medie lamenta di averne &#8220;poche&#8221; (36%) o &#8220;nessuna&#8221; (16%), percentuali che nei Best Workplaces crollano rispettivamente al 9% e al 2%.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Anche l&#8217;ascolto e la valorizzazione dei contributi dei collaboratori segnano un divario marcato: 90% nelle aziende best contro il 28% della norma italiana, con trend simili per la promozione della sperimentazione (83% contro 26%) e per le opportunità di crescita professionale (84% contro 29%).</p>
<h4 class="text-text-100 mt-2 -mb-1 text-base font-bold">I settori dei sogni: IT in testa, ma non solo</h4>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Guardando ai settori delle venti aziende premiate, a dominare è ancora una volta l&#8217;information technology, che pesa per il 35% del totale, seguito dai servizi professionali (25%). Completano il quadro retail, servizi finanziari e assicurativi, ospitalità (10% ciascuno), manifattura e advertising &amp; marketing (5%). Per dimensione, prevalgono le realtà più piccole: 7 aziende small (10-49 dipendenti), 5 medium small (50-149), 5 medium large (150-499), 2 large (500-999) e una sola realtà oltre i mille dipendenti.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal">Il dato che più interessa l&#8217;Osservatorio è però un altro: nel triennio considerato dalla ricerca, il peso dei collaboratori nati dal 1998 in poi è salito dal 5% al 13% della popolazione aziendale complessiva. Una crescita che, per Alessandro Zollo, CEO di Great Place to Work Italia, «rappresenta il vero vantaggio competitivo concreto» in un Paese segnato dall&#8217;invecchiamento demografico.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/non-i-soldi-non-il-brand-ecco-la-classifica-delle-aziende-che-attraggono-i-giovani/">Non i soldi, non il brand: ecco la classifica delle aziende che attraggono i giovani</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<item>
		<title>IA e Gen Z, domanda d’obbligo sul management: chi forma i formatori?</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/ai-e-gen-z-domanda-dobbligo-sul-management-chi-forma-i-formatori/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 09:03:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=10347</guid>

					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Per la Gen Z guidare un team non è più garanzia di crescita, ma un costo. Un manager su cinque non conosce le implicazioni etiche dell’IA. Mauri (Politecnico): «Spesso è il manager a frenarsi da solo».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/ai-e-gen-z-domanda-dobbligo-sul-management-chi-forma-i-formatori/">IA e Gen Z, domanda d’obbligo sul management: chi forma i formatori?</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è solo un problema di ambizione. Secondo l’Osservatorio HR Innovation del Politecnico di Milano, la Gen Z guarda con crescente distacco al ruolo di manager, tradizionalmente inteso come tappa naturale di carriera. Il dato interroga le aziende: è un problema per l’organizzazione, o il segnale che il modello manageriale deve semplicemente cambiare pelle? Le generazioni precedenti associavano la crescita professionale al comando di un team. Per la Gen Z il legame non è più automatico: guidare persone è percepito come un costo (soprattutto di tempo e di impegno a discapito della vita privata), non necessariamente come un riconoscimento.<br />
C’è poi un secondo nodo, più tecnico ma altrettanto urgente: un manager su cinque non conosce le implicazioni etiche dell’intelligenza artificiale. Non sa, cioè, distinguere con chiarezza quali attività si possono delegare alla tecnologia e quali restano di competenza delle persone. Un gap che rischia di rallentare l’adozione dell’IA nei team, proprio mentre i più giovani la usano con crescente disinvoltura, spesso senza attendere indicazioni dall’alto.</p>
<p>«Il paradosso &#8211; racconta da Martina Mauri -, è che spesso è il manager a frenarsi da solo. Nelle conversazioni informali con le aziende emerge un timore diffuso: quando un giovane collaboratore utilizza uno strumento che il manager non conosce, capita che non faccia domande, per paura di sembrare meno preparato di chi dovrebbe guidare. Il tema, allora, diventa chi forma i formatori: la scuola, l’azienda, o entrambe insieme».<br />
È un rischio silenzioso, perché il manager resta comunque una figura centrale nell’accompagnamento all’uso dell’IA sul lavoro. Se rinuncia a interrogarsi su cosa sta facendo il proprio team, quella figura perde la capacità di trasferire l’innovazione dal singolo al resto dell’organizzazione, con il rischio che pratiche efficaci restino isolate invece di diventare patrimonio comune.<br />
«La domanda che la Gen Z pone, in fondo &#8211; sottolinea Mauri -, non è se vuole comandare, ma se le aziende sanno offrire un modello di guida credibile: trasparente sull’uso dell’IA, capace di farsi correggere dai più giovani senza perdere autorevolezza, e disposto a imparare insieme a chi guida, invece di limitarsi a valutarlo dall’alto».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/ai-e-gen-z-domanda-dobbligo-sul-management-chi-forma-i-formatori/">IA e Gen Z, domanda d’obbligo sul management: chi forma i formatori?</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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