IA, tante aziende dicono di sapere ma non aggiornano davvero i team

Il paradosso emerso da EDUNext è chiaro: l’85% delle imprese che usano l’intelligenza artificiale ha avviato o sta progettando percorsi formativi dedicati, ma solo il 19% li ha resi strutturati e continuativi. Il 48% si ferma a iniziative occasionali o pilota. Quasi un dipendente su due, tra chi lavora in aziende che già adottano l’IA, non ha ricevuto alcuna formazione specifica negli ultimi dodici mesi. E il 44% delle imprese non prevede alcun investimento in formazione nei prossimi 12-24 mesi.

Sul fronte delle competenze ritenute più strategiche, le imprese indicano soprattutto adattabilità, comunicazione efficace e pensiero critico. Ma tra chi ha già implementato l’IA il quadro cambia: creatività e pensiero critico salgono in cima alla lista, segnalando un passaggio da una logica di semplice adattamento a una di utilizzo strategico. È lo stesso passaggio che, secondo i ricercatori, dovrebbe guidare il modo in cui le aziende parlano ai più giovani, per i quali quelle competenze non sono un’opzione ma un requisito già dato per scontato.

Il 60% delle imprese che usano l’IA ritiene importante la complementarità tra competenze umane e artificiali, e l’86% degli Hr manager dichiara di verificare criticamente i risultati dell’IA prima di adottarli: un’auto-percezione che i dati sperimentali del rapporto invitano comunque a leggere con cautela, perché l’effetto reale dell’IA sui processi cognitivi resta più complesso di quanto le imprese stesse percepiscano.

La cluster analysis condotta sul campione restituisce un quadro ancora più netto: quasi la metà delle imprese italiane rientra nel profilo dei «Formalmente Pronti», aziende che hanno attivato percorsi dichiarati, e a volte figure dedicate, senza però tradurre questo impegno in una diffusione reale delle competenze tra i lavoratori. È la distanza tra intenzione ed esecuzione, misurata su scala di sistema: esattamente il tipo di gap che, secondo la ricerca, pesa di più sulla capacità delle aziende di attrarre le nuove generazioni.

Per orientare questa transizione, il rapporto propone il «Modello GENIALE» (Generative Ecosystems for New Intelligent Augmented Learning Education), un framework costruito attorno a un principio semplice: l’intelligenza artificiale deve generare nuove capacità umane, non limitarsi ad automatizzare compiti esistenti. Tra i principi del modello: l’uso dell’IA va calibrato sul bisogno reale, non applicato in modo indiscriminato. Il vantaggio nasce dall’integrazione tra giudizio umano e capacità computazionale, non dalla sostituzione dell’uno con l’altra; e ogni percorso formativo va progettato per preservare l’autonomia cognitiva di chi apprende, più che per massimizzare la velocità di esecuzione.

Un modello pensato per le aziende, ma che riguarda da vicino anche i giovani che ci entrano: capire come strutturare la formazione sull’IA, oggi, significa già iniziare a capire come parlare alla Gen Z, prima ancora che quei giovani varchino la porta dell’azienda e si scontrino con un divario che, a leggere i dati, resta ancora tutto da colmare.

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