
«Quando abbiamo visto Stem Racing per la prima volta, ci siamo resi conto che dietro la gara c’era una storia potente che nessuno stava raccontando per intero – spiega Paolo Maria Ferrari, ceo e founder di Skillherz -. Ragazzi che per mesi lavorano come una piccola azienda, trovano sponsor, costruiscono un’identità di squadra, progettano e costruiscono una monoposto. La competizione è solo il momento finale. Noi volevamo portare uno sguardo su tutto il resto. E farlo attraverso altri ragazzi: perché la comunicazione di un progetto è parte del progetto stesso». La Formazione Scuola Lavoro ha un obiettivo che va oltre l’esperienza in sé: aiutare i ragazzi a capire cosa è il lavoro. Non come concetto astratto, ma come insieme di responsabilità, ritmi, relazioni e decisioni che non si possono simulare in aula. «L’esperienza genera consapevolezza, è il principio che guida Skillherz da sempre» spiega Ferrari. E in un contesto come Stem Racing, dove tutto è reale – la competizione, le scadenze, la pressione – quella consapevolezza si costruisce in modo diretto, tangibile, difficilmente riproducibile altrove.
Il paddock come aula
Quello che da anni Skillherz porta – tramite la scuola – nelle aziende, al Mugello ha preso una forma del tutto particolare. La troupe di studenti non ha simulato nulla. Ha lavorato in un contesto reale, con un mandato reale, in mezzo a una competizione che non si fermava ad aspettarli. «La preparazione dura due o tre giorni» racconta Anna Chiara Canova, educatrice di Skillherz che ha seguito tutte e tre le tappe.
«Si lavora su due piani: quello tecnico – gestione delle riprese con cellulare e stabilizzatore, microfono, inquadrature, regola dei terzi, luce – e quello relazionale, che spesso è quello che sorprende di più i ragazzi». Sorprende perché, sul campo, le dinamiche cambiano rapidamente. «Nelle prime ore le squadre in gara guardavano la troupe con un po’ di diffidenza – continua Canova -. «Già nel pomeriggio erano gli stessi team a cercare i nostri ragazzi per farsi intervistare, per rilasciare un commento a caldo. Nascevano relazioni vere, si scambiavano i numeri. Questo succede perché l’età è la stessa: cambia solo il ruolo».
Ruoli precisi, responsabilità reali
All’interno della troupe i ragazzi non sono intercambiabili. Ci sono i cameraman, i frontman che conducono le interviste, gli «occhi» – ovvero il direttore di produzione – che costruisce nei giorni precedenti un piano operativo incrociando il programma di Stem Racing con i momenti da intercettare. E i montatori, che lavorano sul materiale raccolto. Ovviamente affiancati da un professionista dei video che per Skillherz è Antonio D’Andrea.
«Organizzano il lavoro per coppie, ognuna con un target preciso» spiega Letizia Roggeri, project manager di Skillherz. «Al Mugello c’erano coppie dedicate agli studenti, ai professori, alle squadre. Il formato più interessante è quello che chiamiamo “reality”: un’intervista di gruppo in cui i ragazzi si fanno raccontare il backstage dell’esperienza, le dinamiche interne al team, i momenti di tensione, le emozioni prima di uno speech in inglese davanti alla giuria. Lì emerge tutto».

Il risultato, nei tre eventi seguiti da Skillherz, è stato sistematicamente positivo. Non nel senso dello sforzo burocratico, ma di qualcosa di più concreto: ragazzi che si scoprono capaci di cose che non si aspettavano. «C’era una ragazza convinta di essere introversa» ricorda Canova. «Alla fine mi ha detto: non avrei mai pensato di essere in grado di interagire così, con sconosciuti, in un contesto del genere. E invece l’ho fatto per un’intera giornata. Come quella ragazza che ha fatto piangere tutti perché ha raccontato che la passione per i motori gliel’aveva trasmessa suo padre che era morto». Un ragazzo appassionato di Formula 1 ha vissuto il Mugello dall’interno senza pagare il biglietto: lavorando.
Cosa resta in mano ai ragazzi
Al termine dell’esperienza gli studenti ricevono un bilancio di competenze certificato. Ma quello che Roggeri e Canova descrivono come valore più duraturo è qualcosa di meno formale: la capacità di stare in un contesto ad alta velocità, prendere decisioni rapide, coordinarsi senza che qualcuno dica loro esattamente cosa fare in ogni momento. «L’educatore in questi contesti diventa un facilitatore» osserva Canova. «Aiuti i ragazzi a rompere il ghiaccio, a trovare il primo accesso. Poi si muovono da soli. Ed è esattamente quello che vogliamo: che l’esperienza sia loro, non nostra».
