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	<title>FORMARE Archivi - Deltaindex</title>
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	<description>Business a misura di talenti</description>
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	<title>FORMARE Archivi - Deltaindex</title>
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	<item>
		<title>Formare i giovani sul lavoro, no a corsi fiume ma tutor e feedback per la crescita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Nov 2025 09:15:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Accoglienza, affiancamento, soglie di autonomia, verifica: la coach Federica Romagna sintetizza il «cantiere» che riduce errori, accelera produttività e costruisce fiducia. La Gen Z lo capisce subito: «Qui si cresce»</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article__head"></div>
<div class="article-body-big">La formazione non è un extra: è il primo mattone del patto tra impresa e giovani. Nei primi novanta giorni decide fiducia, produttività e permanenza. Se l’ingresso è un percorso vero – affiancamento, casi reali, soglie minime di autonomia, feedback – il tempo all’autonomia si accorcia e il desiderio di restare cresce. Se invece restano promesse vaghe e «corsi fiume» senza applicazione, i ragazzi si spengono e l’azienda perde tempo due volte: nel cercarli e nel rimpiazzarli.</div>
<div class="story">
<div class="article-body-full">
<div class="position2">È da qui che partiamo per questa terza puntata dedicata al «Formare», costruita con la coach Federica Romagna in collaborazione con l’Osservatorio Delta Index: stessa sensibilità, obiettivo comune, tradurre in pratiche ciò che spesso rimane uno slogan. Non teoria, ma organizzazione: cosa accade, quando, con chi e come si misura. Perché formare non significa aggiungere ore d’aula, significa progettare lavoro che insegna lavoro.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Promessa da mantenere</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>«È un tema realissimo ed è una delle principali motivazioni che spingono poi i giovani ad andarsene: al colloquio promettono formazione e affiancamento, poi non accade nulla» racconta Romagna. «La frattura nasce tra due mondi che non comunicano: recruiting e parte operativa. Il manager ha l’obiettivo di produrre, vede la formazione come un costo e la posticipa. Oppure si affida il neoassunto a persone già oberate che “non sanno” di essere tutor». Da qui il primo rimedio: smontare l’idea di formazione come accessorio. «Se vogliamo cambiare, servono due cose: un cambio di mentalità del management e un legame stretto tra piano formativo e KPI. Non “facciamo un corso così si vede che formiamo”, ma: quale obiettivo vogliamo raggiungere? Per un team vendite, ad esempio, un percorso di comunicazione per migliorare la negoziazione» . E soprattutto integrare la formazione nella routine: «Nei colloqui, nelle revisioni di metà o fine anno: deve diventare parte dello sviluppo della risorsa».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Il costo non è un ostacolo</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Sul capitolo budget, Romagna è tranchant: «Il costo di non formare è più alto di una buona formazione: bassa produttività, errori anche costosi, scarsa innovazione. Se non mi formo e non so cosa c’è là fuori, l’azienda resta ferma. E se sento che non si investe su di me, me ne vado».</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont right">
<figure class="zoom-gallery new libera right"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/11/3/photos/formare-sul-lavoro-no-a-corsi-fiumema-tutor-e-feedback-per-la-crescita_c80d6b58-b893-11f0-b324-45bec001a27a_1920_2088.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="lozad alignleft" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/11/3/photos/cache/formare-sul-lavoro-no-a-corsi-fiumema-tutor-e-feedback-per-la-crescita_c80d6b58-b893-11f0-b324-45bec001a27a_1920_2088_v3_medium_libera.jpg" width="519" height="564" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/11/3/photos/cache/formare-sul-lavoro-no-a-corsi-fiumema-tutor-e-feedback-per-la-crescita_c80d6b58-b893-11f0-b324-45bec001a27a_1920_2088_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
</div>
<h3 class="half-story">Fondamentale l’onboarding</h3>
<div class="article-body">
<p>Cuore del «formare» è l’onboarding. «Non è un giro ufficio e due password. Serve affiancamento vero sui casi ricorrenti, qualcuno che ti ascolta e ti guida. L’onboarding dà sicurezza, fa sentire accolti e ti rende autonomo il più velocemente possibile» ricorda la coach, portando esempi concreti di percorsi settimanali intensivi con tutor dedicati: «Senza onboarding i primi mesi sono ansia, frustrazione, inefficienza: non sai a chi chiedere, hai paura di sbagliare». Un equivoco ricorrente è separare onboarding e formazione: «Le due cose vanno insieme. Sentirmi dire: “ieri hai ascoltato, oggi mezz’ora di simulazione, domani sei al telefono da solo” non è onboarding» . E qui si incastra il pregiudizio più duro: «Investo e poi se ne vanno? È il pretesto per non formare. Il rischio vero è non formare e tenerli non formati».</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Lezioni innovative e coinvolgenti</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Come si progetta, allora, una formazione efficace per la Gen Z ? «La formazione passiva, frontale, è noiosissima e poco funzionale. Serve pratica: role play, simulazioni, casi reali, micro-apprendimenti che applichi subito in reparto. La tecnologia — anche l’IA — aiuta se è dentro un disegno: esercizi guidati, feedback istantanei, percorsi adattivi. Senza un tutor e un obiettivo restano gadget».</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 237px" class="wp-caption alignright"><a title="La coach Federica Romagna" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/11/3/photos/formare-sul-lavoro-no-a-corsi-fiumema-tutor-e-feedback-per-la-crescita_c932f3ae-b893-11f0-b324-45bec001a27a_1920_3415.jpeg" data-title="La coach Federica Romagna"><img decoding="async" class="lozad" title="La coach Federica Romagna" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/11/3/photos/cache/formare-sul-lavoro-no-a-corsi-fiumema-tutor-e-feedback-per-la-crescita_c932f3ae-b893-11f0-b324-45bec001a27a_1920_3415_v3_medium_libera.jpeg" alt="La coach Federica Romagna" width="237" height="422" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/11/3/photos/cache/formare-sul-lavoro-no-a-corsi-fiumema-tutor-e-feedback-per-la-crescita_c932f3ae-b893-11f0-b324-45bec001a27a_1920_3415_v3_medium_libera.jpeg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">La coach Federica Romagna</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">C’è poi lo skill mismatch. «Tutti lo denunciano, pochi si prendono la quota di responsabilità. Non basta “comprare fuori” chi è già pronto: bisogna mappare le competenze per ruolo, programmare affiancamenti con tempi certi, verifiche in itinere. Il manager non è un professore, ma deve guidare l’apprendimento quotidiano». Questo è il punto che Romagna ripete più volte: legare ogni intervento formativo a indicatori misurabili e farlo vivere nella routine (colloqui individuali, revisioni periodiche, momenti di feedback), non come evento isolato.</p>
</div>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Feedback continui e costanti</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il tassello che accelera tutto è il feedback. «Le piattaforme anonime piene di “bravo!” non cambiano i comportamenti. Servono rituali brevi e regolari: cosa è andato, cosa migliorare, di cosa hai bisogno per farlo. Linguaggio concreto, esempi, passi successivi» spiega Romagna, in coerenza con il Decalogo Delta Index che premia il coaching continuo. Argomento che la coach sottolinea spesso quando lega piano formativo e momenti di restituzione.</p>
</div>
<div id="scroll6" class="article-body">
<h3>Meno slogan, più progettazione</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Alla fine «formare» è anche «trattenere». «Se io percepisco che investi su di me, vedo un percorso. Quando arriva un’offerta esterna non decido solo sullo stipendio» riassume la coach, riportando l’attenzione sul patto di fiducia costruito nei primi mesi. Tesi emersa anche a proposito del costo di non formare e del turnover. Il punto di caduta è chiaro: meno slogan, più progettazione. «Onboarding con affiancamento reale, obiettivi collegati ai KPI, cicli brevi e pratici, feedback ritualizzati. È organizzazione, non magia» è la sintesi operativa che attraversa tutta la chiacchierata con Romagna, dai casi di «promesse non mantenute» alla ricetta per trasformare l’ingresso in azienda in un vero acceleratore di autonomia. Così la formazione smette di essere un costo e diventa linguaggio d’impresa: «Qui cresci davvero». Ed è lì che il giovane resta.</p>
</div>
</div>
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		<title>Servizio civile, il vivaio «nascosto». Ma per le imprese che sanno cercare</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/servizio-civile-il-vivaio-nascosto-ma-per-le-imprese-che-sanno-cercare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Sep 2025 10:38:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Non un ripiego ma un investimento sul lavoro: il 71% dei giovani coinvolti riceve offerte subito Di Blasi e Dal Lago (Mosaico): «Il valore aggiunto non è solo ciò che sperimentano, ma ciò che diventano dopo»</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="article__head">
<div class="article__contacts">
<div class="author article__author">
<div class="author_container"></div>
</div>
</div>
</div>
<div class="article-body-big">
<p class="zoom-gallery header-foto">Il Servizio civile universale e la Leva civica possono essere il miglior biglietto da visita per il mercato del lavoro. Non è un paradosso. E non lo dicono solo i numeri, lo confermano anche le storie e le analisi, in particolare quella realizzata dall’<a href="http://www.deltaindex.it/" target="_blank" rel="noopener">Osservatorio Delta Index</a> sull’Associazione Mosaico (la sede principale, tra le quattro presenti in Lombardia, è a Bergamo) che dal 2016 conduce un’indagine sugli effetti occupazionali del Servizio civile universale e della Leva civica regionale. I risultati dell’ottava edizione parlano chiaro: il 71% dei ragazzi riceve almeno un’offerta di lavoro entro sei mesi dalla conclusione del servizio. Un dato prezioso: durante queste esperienze, i giovani acquisiscono competenze trasversali che li rendono pronti a misurarsi con il mondo del lavoro.</p>
</div>
<div class="story">
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Una formula unica</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Il Servizio civile non è un ripiego, ma un investimento. E i numeri lo dimostrano», afferma Claudio Di Blasi, presidente di Associazione Mosaico, nata nel 2000, quando il Servizio civile era ancora legato all’obiezione di coscienza. «La gestione degli operatori volontari era frammentata – ricorda Di Blasi –. Con alcuni enti decidemmo di sperimentare una formula unica di coordinamento. L’allora direttore dell’Ufficio nazionale per il Servizio civile, Guido Bertolaso, approvò l’idea. Quando partimmo eravamo poche realtà, oggi Mosaico conta 350 enti associati».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Un percorso che, nel tempo, ha trasformato l’associazione che opera in Lombardia in un punto di riferimento nazionale. Non solo per i numeri, ma per la capacità di innovare strumenti e visione. Tra i dati più rilevanti del report 2024, c’è il fatto che il 68% dei ragazzi riceve offerte di lavoro da realtà diverse rispetto a quelle in cui ha prestato servizio, e nel 49% dei casi in settori differenti. Significa che le competenze maturate sono trasversali e trasferibili: dall’organizzazione di eventi alla gestione amministrativa, dall’assistenza a minori e anziani fino alla comunicazione digitale.</div>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont right">
<figure class="zoom-gallery new libera right">
<figure style="width: 380px" class="wp-caption alignleft"><a title="Michele Dal Lago" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/29/photos/servizio-civile-il-vivaio-nascostoma-per-le-imprese-che-sanno-cercare_3c678356-9d07-11f0-85d5-8e765c89b52c_1920_1440.webp" data-title="Michele Dal Lago"><img decoding="async" class="lozad" title="Michele Dal Lago" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/29/photos/cache/servizio-civile-il-vivaio-nascostoma-per-le-imprese-che-sanno-cercare_3c678356-9d07-11f0-85d5-8e765c89b52c_1920_1440_v3_large_libera.webp" alt="Michele Dal Lago" width="380" height="285" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/29/photos/cache/servizio-civile-il-vivaio-nascostoma-per-le-imprese-che-sanno-cercare_3c678356-9d07-11f0-85d5-8e765c89b52c_1920_1440_v3_large_libera.webp" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Michele Dal Lago</figcaption></figure>
<p>«Le imprese cercano soft skills, e i nostri ragazzi le portano in dote», evidenzia Michele Dal Lago, responsabile del tutoraggio. «Parliamo di puntualità, capacità di lavorare in gruppo, senso di responsabilità. Sono qualità spesso assenti nei curricula dei ventenni, mentre il Servizio civile le fa emergere in modo naturale».</figure>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Negli anni Ottanta, chi optava per il Servizio civile al posto della leva militare era spesso guardato con sospetto. Di Blasi lo sa bene: «Quando lo feci io, nel 1981, eravamo 5.000 obiettori contro 250.000 ragazzi in divisa». Svolgere il Servizio civile, spiega, ha consolidato quelli che erano i suoi principi e valori.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Con gli anni, la situazione è cambiata. Abolita la leva obbligatoria, annualmente viene pubblicato un bando dal Dipartimento per le Politiche giovanili e il Servizio civile universale. I giovani scelgono il progetto più affine a sé, e presentano la propria candidatura. Mosaico, mediamente, conta almeno tre candidati per ogni posizione aperta.</p>
</div>
<div class="half-story"></div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 283px" class="wp-caption alignright"><a title="Claudio Di Blasi" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/29/photos/servizio-civile-il-vivaio-nascostoma-per-le-imprese-che-sanno-cercare_3de6fc70-9d07-11f0-85d5-8e765c89b52c_1920_2560.webp" data-title="Claudio Di Blasi"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Claudio Di Blasi" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/29/photos/cache/servizio-civile-il-vivaio-nascostoma-per-le-imprese-che-sanno-cercare_3de6fc70-9d07-11f0-85d5-8e765c89b52c_1920_2560_v3_medium_libera.webp" alt="Claudio Di Blasi" width="283" height="377" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/29/photos/cache/servizio-civile-il-vivaio-nascostoma-per-le-imprese-che-sanno-cercare_3de6fc70-9d07-11f0-85d5-8e765c89b52c_1920_2560_v3_medium_libera.webp" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Claudio Di Blasi</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">Tra chi aspira a svolgere questo percorso, la presenza femminile è «dominante» (il 74% dei partecipanti). Le esperienze pregresse (scolastiche e non) di chi si candida, così come le aspirazioni o le attitudini personali sono le più diverse. Dal Lago evidenzia come ci siano «numerosi operatori volontari provenienti da facoltà tecniche e scientifiche. Impegnarsi per un anno in un ufficio comunale o in un’associazione culturale significa tornare a casa con competenze che nel privato valgono oro». Tornando al report, l’indagine mostra che il 72% delle offerte lavorative ricevute dagli operatori volontari è di buona qualità: contratti a termine, ma anche apprendistati e tempo indeterminato. C’è comunque un obiettivo ancora da raggiungere: far sì che le imprese guardino al Servizio civile universale e alla Leva civica regionale come un percorso formativo dove i giovani crescono umanamente e professionalmente. Questo bagaglio personale diventa una risorsa importante per le aziende.</p>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Una criticità da superare – osserva Di Blasi – è rappresenta dal fatto che ci sono aziende che hanno un approccio emergenziale quando devono assumere nuovo personale, e manca una visione a lungo termine dove sia centrale l’obiettivo di far crescere e trattenere i lavoratori. Ma la risorsa umana è come una materia prima preziosa: se scarseggia, è necessario mettere in atto delle azioni per coltivarla».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Mosaico sta lavorando proprio su questo fronte, organizzando workshop e incontri tra mondo produttivo e giovani operatori volontari. «Vogliamo mostrare alle imprese – aggiunge Dal Lago – che il Servizio civile è anche un’occasione di radicamento territoriale. In Valtellina, ad esempio, il lavoro non manca, ma i giovani partono e non tornano. Il Servizio civile può essere un ponte tra nuove generazioni e comunità locali».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Lo stesso Di Blasi porta un esempio personale. Conclusi gli studi universitari, all’ingresso nel mondo del lavoro «le competenze che mi servirono di più le avevo imparate durante il percorso di Servizio civile: la capacità di gestire gli uffici, il relazionarmi con il pubblico, saper lavorare in squadra. Competenze affinate non sui libri, ma grazie all’esperienza diretta».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Oggi la sfida è ancora più grande: il settore educativo vive una carenza drammatica di figure professionali. «In Lombardia mancheranno 7-8.000 educatori entro tre anni – avverte il presidente –. Non possiamo importare queste competenze dall’estero. Con Regione e con le Cooperative attive sul territorio stiamo sperimentando come la Leva civica possa diventare anche uno strumento di orientamento e formazione verso specifici percorsi di studio».</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Una palestra di vita</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>L’idea di fondo è chiara: trasformare il Servizio civile e la Leva civica in una sorta di palestra di vita, capace di unire imprese, terzo settore e istituzioni. «Immaginate un gruppo di aziende che investono insieme ad altri soggetti in un vivaio di giovani, promuovendo la formazione e il radicamento nel territorio – spiega Dal Lago –. Sarebbe un modello di sostenibilità sociale ed economica».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Non una panacea, certo. «Il Servizio civile non risolve tutti i problemi – conclude Di Blasi – ma è un tassello fondamentale in un’Italia che invecchia e che rischia di sprecare le poche energie giovani rimaste. Noi lo vediamo ogni giorno: questi ragazzi non sono solo operatori volontari, sono la nostra più grande ricchezza».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Dietro le percentuali ci sono storie, scelte, percorsi di crescita. Ragazzi che scoprono un mestiere, aziende che trovano collaboratori affidabili, territori che ritrovano energie. Ed è forse questo il vero messaggio che arriva da Associazione Mosaico: in un Paese che soffre di inverno demografico e di sfiducia, il Servizio civile universale e la Leva civica regionale non sono solo esperienze di altruismo e impegno sociale, ma incubatori di futuro. Come dice Dal Lago, «il valore aggiunto non è solo quello che i giovani fanno durante il servizio, ma ciò che diventano dopo. E di questo, oggi, abbiamo un bisogno disperato».</p>
</div>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/servizio-civile-il-vivaio-nascosto-ma-per-le-imprese-che-sanno-cercare/">Servizio civile, il vivaio «nascosto». Ma per le imprese che sanno cercare</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Assunti per formarli, non per il Cv. Modello «Skill-based» con i giovani</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/assunti-per-formarli-non-per-il-cv-modello-skill-based-con-i-giovani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Sep 2025 15:18:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=9234</guid>

					<description><![CDATA[<p>Martina Mauri (Politecnico): «Non è una moda, ma la via per riconoscere e trattenere davvero i ragazzi in azienda che cercano opportunità di esprimersi. Gli Hr devono mappare le competenze, non i titoli»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/assunti-per-formarli-non-per-il-cv-modello-skill-based-con-i-giovani/">Assunti per formarli, non per il Cv. Modello «Skill-based» con i giovani</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>In molti colloqui, la prima domanda è ancora: «Quanta esperienza hai?». Ma se sei un giovane, la risposta è sempre troppo breve. E se sei un’azienda, oggi è una domanda sbagliata. Lo dimostra un dato: il 54% dei lavoratori italiani ritiene di avere competenze non riconosciute. E nel caso della Gen Z, il problema non è solo la mancata valorizzazione, ma anche l’incapacità di intercettare il potenziale.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Per invertire questa rotta, c’è un modello che sta emergendo anche in Italia: si chiama Skill-Based Organization, e mette le persone davanti ai ruoli. A spiegarne l’efficacia è <strong class="gsto">Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano</strong>, che da anni analizza l’evoluzione del lavoro e dei suoi paradigmi, nonché autorevole e preziosa voce scientifica per i contenuti sviluppati dal Delta Index. «Le aziende – spiega – sono ancora strutturate per ruoli, ma i ruoli stanno diventando fluidi. Partire dalle competenze, invece, consente di valorizzare le persone in modo più equo, soprattutto i giovani che oggi si trovano spesso esclusi. Una giovane laureata in filosofia che sa usare strumenti di Ia può diventare una risorsa preziosa in una funzione data-driven, se l’azienda è in grado di vederlo. Ma se guardiamo solo al titolo di studio o al job title precedente, perderemo persone con grande potenziale nascosto».</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Ruoli rigidi, persone invisibili</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Il sistema attuale – prosegue Mauri – funziona così: ti cerco se hai già fatto qualcosa. Ma se non l’hai ancora fatto, anche se potresti farlo benissimo, non ti vedo». È la logica del curriculum, che penalizza chi ha meno esperienze, ma anche chi ha sviluppato competenze fuori dai canoni classici.</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure class="zoom-gallery new libera left"><figcaption>
<figure style="width: 274px" class="wp-caption alignleft"><a title="Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/1/photos/assunti-per-formarli-non-per-il-cvmodello-skill-based-con-i-giovani_38d54ebc-8709-11f0-bb73-e14b66d64ae4_1920_1290.webp" data-title="Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/1/photos/cache/assunti-per-formarli-non-per-il-cvmodello-skill-based-con-i-giovani_38d54ebc-8709-11f0-bb73-e14b66d64ae4_1920_1290_v3_large_libera.webp" alt="Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano" width="274" height="184" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/1/photos/cache/assunti-per-formarli-non-per-il-cvmodello-skill-based-con-i-giovani_38d54ebc-8709-11f0-bb73-e14b66d64ae4_1920_1290_v3_large_libera.webp" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano</figcaption></figure>
</figcaption></figure>
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<p>Nelle Skill-Based Organization, invece, si parte da una domanda diversa: quali competenze servono davvero per svolgere un’attività? E chi le possiede – anche in modo trasversale – può essere coinvolto, formato, promosso. È un cambio di paradigma. «Significa uscire dalla logica “ti assumo per fare X” e passare a “ti assumo perché sai fare A, B, C e posso farti crescere in più direzioni”. Questo approccio funziona anche nelle Pmi: non servono strutture complesse, serve solo la volontà di ragionare per skill».</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Quello che le aziende non vedono</h3>
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<div class="article-body">
<p>Il Delta Index, l’Osservatorio sull’attrattività delle imprese verso la Gen Z, ha misurato anche sul territorio lombardo quanto questo modello sia lontano dalla realtà. Meno di un’impresa su tre ha attivato processi strategici per il reskilling o l’upskilling. E anche in fase di selezione, la valutazione è ancora centrata sul percorso e non sul potenziale. «È un peccato – osserva Mauri – perché la Generazione Z è ricca di risorse: competenze digitali, capacità di adattamento, pensiero critico. Ma se li valutiamo solo per quello che hanno fatto, non ci accorgiamo di quello che possono diventare».</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>I numeri che premiano</h3>
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<div class="article-body">
<p>I benefici della Skill-Based Organization non sono solo teorici. I dati raccolti dal Politecnico, sintetizzati in un confronto con le aziende «tradizionali», parlano chiaro: il coinvolgimento e la motivazione raddoppiano (dal 17% al 42%); il benessere percepito cresce dal 10% al 18%; l’intenzione di dimettersi cala drasticamente, dal 41% al 36%. «Sono risultati che non si ottengono con un benefit o con un corso di formazione ogni tanto – chiarisce Mauri – ma con un cambio strutturale di approccio. Quando le persone si sentono viste, riconosciute, ascoltate per ciò che sanno fare, lavorano meglio e restano più volentieri».</p>
</div>
<div class="article-body">
<blockquote class="quote-article-cont">
<h4 style="text-align: center;"><span style="color: #0000ff;">«Dobbiamo imparare a guardare dentro, non solo fuori. Quante persone in azienda hanno capacità che non usiamo? </span><span style="color: #0000ff;">Quanti giovani hanno potenziale per ruoli che non immaginano nemmeno? Se non costruiamo strumenti per mappare le competenze in modo dinamico, questo  tesoro resta nei cassetti».</span></h4>
</blockquote>
</div>
<div class="half-story"></div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>La scuola non basta</h3>
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<div class="article-body">
<p>Il tema del mismatch tra formazione e lavoro è spesso affrontato accusando il sistema scolastico. Ma l’analisi dell’Osservatorio Delta Index mostra che le responsabilità sono diffuse. In Lombardia il 40% delle imprese non ha relazioni attive con scuole, Its o università, e solo il 22% arriva a co-progettare percorsi di apprendistato. Difficile trovare giovani pronti se il dialogo con la formazione è interrotto. Mauri è netta su questo aspetto: «Il mondo delle imprese deve imparare a parlare con quello della scuola. Non possiamo pretendere candidati perfetti se non li aiutiamo a diventarlo. Il ruolo degli Its, ad esempio, può essere cruciale se costruito con le imprese e orientato alle reali competenze richieste».</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Un tesoro nascosto non mappato</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>La metà dei lavoratori italiani sente che le proprie competenze non sono utilizzate. E la Gen Z, spesso, viene confinata in ruoli standard, senza reale valorizzazione. «Dobbiamo imparare a guardare dentro, non solo fuori – sottolinea Mauri –. Quante persone in azienda hanno capacità che non usiamo? Quanti giovani hanno potenziale per ruoli che non immaginano nemmeno? Se non costruiamo strumenti per mappare le competenze in modo dinamico, questo tesoro resta nei cassetti».</p>
</div>
<div id="scroll6" class="article-body">
<h3>Formazione, cultura quotidiana</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Secondo il Delta Index, nella classifica delle priorità Hr, la formazione è indicata come urgente solo dal 17% delle imprese prima del questionario. Ma dopo l’assessment, la percentuale sale al 28%. Segno che serve consapevolezza. «La Gen Z cerca identità, senso, crescita – afferma Mauri –. E la formazione è il modo per offrirglieli. Ma non bastano corsi spot o piattaforme. Serve un tutor che ascolta, un onboarding ben pensato, un manager che fa coaching. Serve una cultura del feedback continuo e dello sviluppo personalizzato. Solo così la formazione diventa retention, non solo adempimento. I giovani non vogliono pacchetti preconfezionati. Vogliono sapere che c’è un progetto per loro. Che qualcuno li seguirà. Che avranno voce. E questo vale più di tanti benefit materiali. Dove trovano questo, restano».</p>
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<div id="scroll7" class="article-body">
<h3>Nuovo patto tra giovani e imprese</h3>
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<div class="article-body">
<p>La logica della Skill-Based Organization è al centro anche del modello di valutazione sviluppato dal Delta Index. Attraverso un questionario certificato, le aziende vengono valutate non solo sulla capacità di attrarre, ma anche di formare, selezionare e trattenere i giovani. Chi supera la soglia ottiene un bollino «Gen Z friendly», visibile sui propri canali. Ma, prima ancora, ottiene una bussola per capire dove migliorare.</p>
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<div class="article-body">
<p>«La sfida – conclude Mauri – è costruire un nuovo patto con i giovani. Non basato su promesse, ma su riconoscimento, fiducia, ascolto. E questo patto può iniziare solo se impariamo a guardarli per ciò che sono: pieni di potenziale, anche quando il curriculum è ancora vuoto».</p>
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<div id="scroll8" class="article-body">
<h2>SCHEDA</h2>
<p>Che cosa è la Skill-based Organization</p>
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<div class="article-body">
<p>Una Skill-Based Organization è un’organizzazione che fonda i propri processi HR non su ruoli fissi o posizioni gerarchiche, ma sulle competenze reali e attualizzabili delle persone. È un approccio sempre più urgente, in un mercato del lavoro in cui le tecnologie evolvono rapidamente e il ciclo di obsolescenza delle competenze si è ridotto a 2–3 anni. L’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano ha definito tre pilastri fondamentali di questo modello: a) de-costruzione del lavoro: le attività vengono assegnate in base alle competenze necessarie, non ai ruoli. Le persone non sono incasellate, ma coinvolte in progetti coerenti con ciò che sanno fare (o possono imparare a fare); b) analisi strategica delle competenze: mappare, aggiornare e prevedere le competenze future diventa un processo continuo, non un esercizio annuale: c) strutture orizzontali e team auto-organizzati, dove responsabilità e autonomia sono distribuite. A supporto di questo modello, le tecnologie digitali (soprattutto l’Ia) giocano un ruolo chiave: permettono di personalizzare la crescita, prevedere i fabbisogni futuri e connettere le persone alle opportunità.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/assunti-per-formarli-non-per-il-cv-modello-skill-based-con-i-giovani/">Assunti per formarli, non per il Cv. Modello «Skill-based» con i giovani</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<title>Formazione al top: la Generazione Z non cerca il manager, ma il master</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/formazione-al-top-la-generazione-z-non-cerca-il-manager-ma-il-master/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sala]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jul 2025 10:49:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=8508</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le aziende devono adattarsi alle nuove esigenze, offrendo opportunità di aggiornamento costante e creando spazi per una vera evoluzione professionale</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/formazione-al-top-la-generazione-z-non-cerca-il-manager-ma-il-master/">Formazione al top: la Generazione Z non cerca il manager, ma il master</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article__head">
<div class="article__contacts">
<div class="socials"></div>
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</div>
<div class="article-body-big">
<p class="zoom-gallery header-foto">Le lacune nella formazione sono un problema a qualsiasi livello: per la Generazione Z, che ne fa uno dei pilastri della propria «ideologia» del mondo del lavoro moderno, e per chi desidera un avanzamento di carriera, ma ritiene di non avere un bagaglio di competenze sufficientemente ampio. <strong>I benefici di una<a href="https://info.deltaindex.it/blog/sos-competenze-la-loro-mancanza-%C3%A8-un-problema-per-la-gen-z-e-per-chi-vuole-un-avanzamento-di-carriera" target="_blank" rel="noopener"> formazione</a> fatta come si deve</strong>, però, valgono per tutti: sono il lavoratore e l’azienda a raccoglierne i frutti. Il mondo del lavoro è in continua evoluzione ed è richiesta una formazione continua, che non riguarda solo le competenze tecniche, ma anche, ed ormai soprattutto, quelle trasversali.</p>
</div>
<div class="story">
<div class="article-body-full">
<h4 class="position2">La Gen Z ribalta il paradigma: no carriere manageriali, ma formazione</h4>
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<div class="article-body">
<p>Se per la Generazione Z la formazione sul posto di lavoro è determinante, e come Osservatorio Delta Index lo sappiamo bene visto che la gran parte delle aziende lo coglie come priorità, non si può dire lo stesso dell’ipotesi di un avanzamento di carriera, seppur si tratti di un tema collegato alle competenze. Ne parla Francesco Perillo, Hr e psicologo del lavoro, su LinkedIn, analizzando un’interessante ricerca di Robert Walters. I dati, relativi alla possibilità di ottenere posizioni manageriali di medio livello, sono emblematici. il 52% della Generazione Z, all’interno dell’Unione Europea, ritiene che non valga la pena intraprendere una carriera manageriale. Come mai? Il 69% associa questi ruoli ad alti livelli di stress e scarsa gratificazione, per via degli orari prolungati e delle maggiori responsabilità a fronte di una crescita salariale percepita insufficiente. Per il 18% c’è scarso potere decisionale e, per l’11%, una limitata crescita personale. Invece che far carriera, il 72% dei giovani professionisti preferisce concentrarsi sulla crescita personale e l’accumulo di competenze. Ricercano sviluppo professionale, autonomia ed un equilibrio tra lavoro e vita privata.</p>
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<div class="article-body-full">
<h4 class="position2">Come devono muoversi le aziende</h4>
</div>
<div class="article-body">
<p>Le aziende, come indicato nella ricerca di Robert Walters, devono fronteggiare questa riluttanza nell’accettare ruoli di middle management. Il rischio per le aziende è di non avere futuro ed è necessario trovare dei correttivi. Fondamentale è far matchare gli interessi dei giovani, le loro aspettative, con quello che questi ruoli possono offrire. Ci vogliono una maggiore autonomia, una valutazione regolare del carico di lavoro e chiare opportunità di aggiornamento e formazione.</p>
</div>
<div class="article-body">
<h4>L’Italia non è al passo nel formare i lavoratori</h4>
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<div class="article-body">
<p>Il Future of Jobs Report 2025 racconta di come il 65% delle aziende italiane preveda di investire significativamente in programmi di upskilling e reskilling entro il 2030. La media globale si attesta al 55%. Se da un lato si tratta senz’altro di un dato confortante, è però chiaro sintomo della presa di coscienza del gap che attualmente c’è. Il 44% delle imprese dichiara problemi nell’attrarre talenti qualificati, un dato superiore alla media globale pari al 39%. Formare i lavoratori, con programmi di livello, sfruttando atenei ed aziende di e-learning, è fondamentale: sei attraente verso la Gen Z e verso chi vuole formarsi per avanzare nella carriera.</p>
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<div class="article-body">
<h4>La formazione carente: un problema a 360 gradi che riguarda tutti</h4>
</div>
<div class="half-story">Una formazione scarna non è un problema solo per la Generazione Z. Secondo il primo studio di «People at Work 2025» di Adp Research, solo il 24% dei lavoratori, a livello globale, è sicuro di possedere le competenze necessarie per un avanzamento di carriera. Solo il 17% dei lavoratori concorda pienamente sul fatto che il proprio datore di lavoro stia investendo nelle competenze necessarie per un proprio avanzamento.</div>
<div class="article-body">
<blockquote>
<h5 style="text-align: center;"><strong><span style="color: #3366ff;">«Solo il 17% dei lavoratori concorda pienamente sul fatto </span></strong><strong><span style="color: #3366ff;">che il proprio datore di lavoro stia investendo nelle competenze </span></strong><strong><span style="color: #3366ff;">necessarie per un proprio avanzamento»</span></strong></h5>
</blockquote>
<p>I lavoratori europei sono i meno propensi a credere di avere le competenze necessarie per progredire nella carriera e raggiungere il prossimo livello entro tre anni (17%). In testa ci sono i lavoratori del Medio Oriente e dell’Africa (38%). I lavoratori europei sono i meno propensi anche nel credere che il loro datore di lavoro investa nelle loro competenze (17%). In Italia la situazione è problematica. Solamente il 14% dei lavoratori (15% uomini, 14% donne) ha fiducia nelle proprie competenze. Appena il 10% ha fiducia nel datore di lavoro per la propria crescita professionale (11% uomini e 8% donne).</p>
</div>
<div class="article-body">
<h4>I benefici della formazione</h4>
</div>
<div class="article-body">
<p>Secondo la ricerca Adp, formare un dipendente non significa solo ampliare il suo bagaglio di competenze, ma anche renderlo più produttivo e leale. «La nostra ricerca dimostra come una forza lavoro qualificata è più leale verso il proprio datore di lavoro oltre che più produtttiva. Eppure solo una piccola parte dei lavoratori viene riqualificata entro due anni dall’assunzione &#8211; dichiara Nela Richardson, economista capo di Adp -. Se le aziende vogliono trarre vantaggio dagli enormi progressi tecnologici in corso, dovrebbero investire nelle competenze e nell’avanzamento professionale dei loro dipendenti». Quando Adp ha chiesto ai lavoratori di tutto il mondo quali fossero i motivi principali per non cambiare datore di lavoro, l’opportunità di un avanzamento di carriera ha avuto rilievo: è seconda solo alla flessibilità degli orari. I lavoratori che pensano che i propri datori di lavoro si stiano impegnando abbastanza nel fornire la formazione necessaria, sono quasi sei volte più propensi a consigliare l’azienda e descriverla come un ottimo posto dove lavorare. Sono anche 3.3 volte più propensi a descriversi come altamente produttivi e due volte più propensi ad affermare di non avere intenzione di cambiare posto di lavoro. Chi svolge compiti ripetitivi simili ogni giorno ha una visione molto negativa degli investimenti fatti dai datori di lavoro. Solo il 9% degli uomini ed il 7% delle donne, che rientrano in questa casistica, sono soddisfatti rispetto alle possibilità di upskilling.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><strong class="gsto">Le soft skill: valore aggiunto</strong></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Una formazione completa è utile anche per le aziende, perchè vengono formati i dipendenti per il mondo del lavoro di domani, ma non sufficiente, come dichiarato da Mary Hayes, direttore ricerca People &amp; Performance di Adp research: «Abbiamo rilevato che la formazione da sola non è sufficiente a colmare il divario di competenze. Solo il 24% dei lavoratori è sicuro di avere le competenze necessarie per progredire nei prossimi tre anni della loro carriera. Il mondo del lavoro sta cambiando ad una velocità impressionante e le organizzazione devono fare la loro parte per colmare il divario di competenze».</p>
</div>
<div class="article-body">
<h5 style="text-align: center;"><span style="color: #3366ff;"><strong>«Il 39% delle attuali skill richieste a livello globale (il 38% in Italia) subirà una trasformazione entro il 2030. Le soft skills in ascesa e maggiormente richieste: capacità di pensiero critico e analitico (69%), resilienza, adattabilità e flessibilità (67%), leadership e influenza sociale (61%), pensiero creativo (57%)»</strong></span></h5>
<p>Secondo il Future of Jobs Report 2025, il 39% delle attuali skill richieste a livello globale (il 38% in Italia) subirà una trasformazione entro il 2030, con le soft skill che acquisiscono sempre più importanza e centralità. Tra le soft skills in ascesa e maggiormente richieste troviamo la capacità di pensiero critico e analitico (69%), la resilienza, adattabilità e flessibilità (67%), la leadership e influenza sociale (61%), la presenza di pensiero creativo (57%). L’importanza delle soft skill è testimoniata dalle caratteristiche che Adecco attribuisce al leader moderno: capacità direttive, doti comunicative ed empatia, capacità decisionali, essere d’ispirazione, umiltà, capacità di team-working, pragmatismo, capacità di delega, entusiasmo e sensibilità.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><strong class="gsto">Conclusione</strong></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La Generazione Z ha tracciato la strada: è fondamentale adottare sistemi di formazione strutturati, a 360 gradi, che contemplino hard e soft skill. Il mondo del lavoro cambia continuamente, in maniera frenetica, richiedendo sempre più un alto livello di competenze. Dare centralità alla formazione, allo sviluppo del bagaglio di competenze, è l’unico modo per stare al passo ed essere attraenti verso le nuove generazioni.</p>
</div>
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<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/formazione-al-top-la-generazione-z-non-cerca-il-manager-ma-il-master/">Formazione al top: la Generazione Z non cerca il manager, ma il master</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Studenti, &#8220;prove&#8221; di lavoro per le competenze digitali; il PCTO a WeAreProject</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/studenti-competenze-digitali-pcto-weareproject/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2025 14:02:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=7155</guid>

					<description><![CDATA[<p>La diagnosi è fondamentale per stabilire la cura. Così è con il Delta Index, l’importanza di misurare la distanza tra le aziende e i giovani serve non solo a scopo conoscitivo ma soprattutto risolutivo. Ne sono consapevoli i titolari di WeAreProject Informatica di Stezzano che, grazie all’analisi dei bisogni aziendali individuati dal Delta Index, hanno definito i contenuti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/studenti-competenze-digitali-pcto-weareproject/">Studenti, &#8220;prove&#8221; di lavoro per le competenze digitali; il PCTO a WeAreProject</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p id="ember565">La diagnosi è fondamentale per stabilire la cura. Così è con il Delta Index, l’importanza di misurare la <strong>distanza tra le aziende e i giovani</strong> serve non solo a scopo conoscitivo ma soprattutto risolutivo. Ne sono consapevoli i titolari di WeAreProject Informatica di Stezzano che, grazie all’analisi dei bisogni aziendali individuati dal Delta Index, hanno definito i contenuti formativi sui quali lavorare.</p>



<p>Così è nato il progetto <strong>PCTO</strong> (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento) per l’anno scolastico 2023/2024 che si è concluso nei giorni scorsi. L’iniziativa  ha visto la partecipazione di <strong>oltre 70 studenti</strong> delle classi terze, quarte e quinte dell’IISS Majorana, ISIS Natta, ITI Marconi e IS Archimede. Il progetto, incentrato sull’<strong>intelligenza artificiale</strong>, aveva come obiettivo principale quello di far avvicinare gli studenti al mondo del lavoro e di permettere loro di comprendere come l’innovazione digitale può essere utilizzata efficacemente in azienda.</p>



<p>Gli studenti hanno esplorato le potenzialità e i limiti dell’intelligenza artificiale, imparando a interagire con essa in modo produttivo su casi concreti che hanno riguardato differenti dipartimenti di WeAreProject. «I nostri <strong>giovani talenti</strong> hanno appreso come l’intelligenza artificiale possa <strong>migliorare i processi aziendali</strong> e <strong>aumentare la produttività</strong> individuale &#8211; commenta Valeria Mauri, direttore marketing di WeAreProject &#8211; Applicando l’intelligenza artificiale a casi d’uso reali, hanno collaborato con vari referenti all’interno della nostra azienda e con differenti business unit. È stato straordinario osservare come la loro curiosità e il loro <strong>entusiasmo</strong> siano cresciuti durante questo percorso».</p>



<p>Il progetto PCTO di WeAreProject Informatica rappresenta un <strong>modello di successo per l’alternanza scuola-lavoro</strong>.  «Questo progetto non è stato solo un’occasione per avvicinare gli studenti al mondo del lavoro, ma anche un’opportunità per la nostra azienda per comprendere meglio come approcciano le sfide proposte, ascoltare le loro esigenze e curiosità per essere sempre più preparati ad accogliere nuove risorse ed essere in linea con le loro aspettative», afferma Roberta Zampa, People &amp; culture manager di WeAreProject.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/studenti-competenze-digitali-pcto-weareproject/">Studenti, &#8220;prove&#8221; di lavoro per le competenze digitali; il PCTO a WeAreProject</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il tabù dell&#8217;esperienza: vecchi dipendenti fanno formazione a neo assunti</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/dipendenti-formano-neo-assunti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Busi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2025 14:02:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=7206</guid>

					<description><![CDATA[<p>Giovani laureati italiani senza lavoro: un paradosso tra competenze e mancanza di esperienza. Scopri soluzioni e strategie per superare questo ostacolo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/dipendenti-formano-neo-assunti/">Il tabù dell&#8217;esperienza: vecchi dipendenti fanno formazione a neo assunti</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’era della conoscenza, i giovani escono dalle università con bagagli di competenze sempre più pesanti. Eppure, una volta fuori dalle aule, si scontrano con un muro insormontabile: la richiesta di esperienza lavorativa. Si erge così un paradosso grottesco che vede da un lato, una gioventù pronta a fare il primo passo nel mondo del lavoro; dall’altro, un mercato lavorativo che apre le porte solo a chi vanta anni di esperienza alle spalle. Un circolo vizioso che rischia di stroncare le ambizioni dei giovani e di frenare la crescita del Paese.</p>
<p>I dati ISTAT riferiti al tasso di disoccupazione giovanile in Italia sono lampanti: nel 2023 più del 22% degli under 27 non ha trovato un impiego nei primi anni dopo la fine degli studi. Fortunatamente esistono realtà che offrono soluzioni concrete a questa inarrestabile contraddizione, a proprie spese.</p>
<p>È il caso di Marer Srl, azienda meccanica di Curno specializzata in stampaggio a freddo per la produzione di viti speciali destinate a diversi settori, che da sempre crede nei giovani e investe ingenti capitali per la loro formazione. “Non sono solito richiedere ai giovani esperienza minima, perché comprendo la difficoltà nel poterla maturare e, purtroppo, sul territorio non sono presenti scuole che formino attrezzisti montatori in grado di progettare un’attrezzatura per macchinari come i miei, che stampano dai 150 ai 400 pezzi al minuto” spiega Alessandro Cassotti, proprietario di Marer insieme alla sorella Domenica: “I neolaureati sono ingegneri esperti nei calcoli matematici, ma le macchine per lo stampaggio ad alta velocità necessitano dell’abilità e dell’esperienza dell’operatore. Quella del lavoratore esperto è una figura che non possono ricoprire i giovani”.</p>
<p>Per fronteggiare questo problema ci sono alcune aziende che hanno la possibilità di realizzare al proprio interno una scuola di formazione, gestita da vecchi dipendenti oramai in pensione che si dedicano alla preparazione dei neo assunti: “Questa è una soluzione molto efficace, perché permette in un solo anno di avere a disposizione un elevato numero di giovani competenti, formati in loco. L’intoppo consiste nel fatto che per poter adoperare questa soluzione è necessario disporre di un elevato capitale fermo e acquistare stampatrici a freddo che non possono essere usate per produrre ma solo destinate alla formazione e che costano un milione e mezzo di euro l’una. È una strategia che in pochi possono adottare” dichiara Cassotti, che illustra poi i progetti di formazione da lui messi in atto, per sopperire al dilagante problema dei giovani senza esperienza.</p>
<p>“Ho deciso di formarli nella mia azienda. Per farlo li affianco al personale esperto e consento loro di fare pratica sui macchinari già operativi. Questo comporta per me molti svantaggi, da un notevole rallentamento della produzione a elevatissime spese da sostenere. Inoltre, se nelle scuole delle grosse aziende il periodo di formazione è pari ad un anno soltanto, con questa modalità si prolunga fino a 2 o 3, durante i quali il dipendente che viene istruito percepisce regolare stipendio senza che possa, però, produrre lavoro per l’azienda; devo anche finanziare tutti i vari corsi di sicurezza previsti dalla legge e questo implica per me costi molto alti prima che il dipendente sia completamente autonomo” conclude.</p>
<p>Secondo uno studio della International Labour Organization (ILO), le aziende che investono nella formazione dei giovani dipendenti registrano un aumento della produttività del 20-30% nei primi due anni di lavoro. Inoltre, questi investimenti riducono i tassi di turnover, poiché i dipendenti ben formati sono più propensi a rimanere con l’azienda. Esiste comunque il rischio<br />
che i frutti del lungo lavoro vengano beneficiati da altre aziende, nel caso in cui il lavoratore decidesse di licenziarsi. Dunque, il problema dei ragazzi a cui manca l’esperienza lavorativa è più che mai attuale.</p>
<p>Uno studio della Fondazione Bertelsmann stima che la disoccupazione giovanile costi all&#8217;Unione Europea circa 153 miliardi di euro all&#8217;anno in termini di sussidi, mancati guadagni e perdite di produttività. Questo dato sottolinea l&#8217;urgenza di trovare soluzioni efficaci. Serve un impegno congiunto da parte di istituzioni, aziende e mondo accademico per creare un ponte tra le esigenze del mercato del lavoro e le aspirazioni dei giovani.</p>
<p>“Le risoluzioni potrebbero essere molteplici: servirebbero scuole in grado di formare i ragazzi, in modo che a fine studi possano già essere produttivi; questo accorcerebbe i tempi di formazione e diminuirebbe i costi. Anche lo Stato dovrebbe sostenere di più le aziende che investono sugli under 27, ad esempio finanziando i costi dei numerosi corsi obbligatori o dei cosiddetti macchinari muletto, che costano un milione e mezzo di euro su cui i giovani fanno pratica, evitando così di rallentare la produzione” propone Cassotti.</p>
<p>Che conclude: “Io credo moltissimo nella formazione dei ragazzi perché penso che il futuro sia nelle loro mani. Continuo a investire su di loro e penso che tra una decina d’anni l’intelligenza artificiale potrebbe diminuire notevolmente tempi e costi di apprendimento, col rischio però di dover interamente riorganizzare il reparto produzione e sostituire tutti i vecchi macchinari”.</p>
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		<title>Il PCTO e le soft skills: la formazione che prepara al futuro del lavoro</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/pcto-competenze-trasversali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emily Pesenti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2025 14:02:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=7221</guid>

					<description><![CDATA[<p>PCTO e competenze: Il PCTO evolve, puntando su competenze trasversali e orientamento per preparare gli studenti.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Percorso per le Competenze Trasversali e per l&#8217;Orientamento (PCTO) è un programma formativo introdotto nel sistema scolastico italiano, evoluzione del precedente modello conosciuto come alternanza scuola-lavoro. Questa trasformazione ha riflettuto un cambiamento di prospettiva, ponendo un&#8217;enfasi maggiore sulle competenze trasversali e sull&#8217;orientamento degli studenti, piuttosto che solo sull&#8217;esperienza lavorativa.</p>
<h3><strong>Dall&#8217;alternanza scuola-lavoro al PCTO</strong></h3>
<p>Inizialmente, il concetto di alternanza scuola-lavoro fu introdotto per colmare il divario tra il mondo dell&#8217;istruzione e quello del lavoro. Gli studenti delle scuole superiori avevano l&#8217;opportunità di affiancare alla loro formazione teorica un periodo di esperienza pratica presso aziende, enti o organizzazioni, con l&#8217;obiettivo di acquisire competenze professionali direttamente sul campo. Questo programma aveva il duplice scopo di preparare meglio gli studenti al mercato del lavoro e di aiutarli a comprendere più chiaramente le proprie aspirazioni professionali.</p>
<p>Tuttavia, con il passare del tempo, si è compreso che non era sufficiente fornire solo un&#8217;esperienza lavorativa. La società moderna richiede sempre più competenze trasversali, come la capacità di lavorare in team, la risoluzione dei problemi, la comunicazione efficace e il pensiero critico. È in questo contesto che l&#8217;alternanza scuola-lavoro ha subito una trasformazione significativa, diventando il PCTO.</p>
<h3><strong>Cosa sono le competenze trasversali?</strong></h3>
<p>Le competenze trasversali, spesso definite &#8220;&#8221;soft skills&#8221;&#8221;, sono quelle abilità che non sono specifiche di un particolare lavoro o settore, ma sono cruciali per il successo in qualsiasi campo professionale. Tra queste troviamo possiamo citare la comunicazione efficace, il lavoro di gruppo, il problem solving e la gestione del tempo.</p>
<h3><strong>Il nuovo approccio del PCTO</strong></h3>
<p>Il PCTO integra queste competenze trasversali con un forte orientamento professionale. Gli studenti non solo partecipano a stage o tirocini, ma sono anche coinvolti in attività di orientamento, laboratori, e progetti che mirano a sviluppare una vasta gamma di abilità utili per il loro futuro. L&#8217;idea è che attraverso una formazione diversificata e integrata, gli studenti possano esplorare le proprie inclinazioni e interessi, facendosi un&#8217;idea più chiara del proprio percorso post-scolastico, sia esso universitario o lavorativo.</p>
<h3><strong>Meno importanza al lavoro, più focus sulle soft skills</strong></h3>
<p>Vista la natura spesso generica degli istituti scolastici, che non sempre preparano specificamente a un singolo settore professionale, soprattutto nel caso dei licei, si è deciso di dare meno importanza all&#8217;esperienza lavorativa in sé, concentrandosi invece sullo sviluppo delle soft skills. Questa scelta nasce dalla consapevolezza che, indipendentemente dal percorso formativo specifico degli studenti, le competenze trasversali sono fondamentali per il successo in qualsiasi ambito professionale. In questo modo, gli studenti non solo acquisiscono una formazione teorica e pratica, ma anche le abilità necessarie per navigare con successo nel mondo del lavoro contemporaneo e futuro.</p>
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		<title>Neolaureati e lavoro: quali settori offrono più opportunità?</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/neolaureati-e-quali-settori-offrono-piu-opportunita-di-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessia Carne]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2025 14:02:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Crescono le opportunità nei settori di formazione, ristorazione e servizi finanziari. L’IA? Una competenza trasversale nel mondo del lavoro.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="672" class="wp-image-6922" src="https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2025/05/IMG_5698-1024x672.jpeg" alt="" srcset="https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2025/05/IMG_5698-1024x672.jpeg 1024w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2025/05/IMG_5698-300x197.jpeg 300w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2025/05/IMG_5698-768x504.jpeg 768w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2025/05/IMG_5698.jpeg 1170w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Crescono le opportunità nei settori di formazione, ristorazione e servizi finanziari. L’IA? Una competenza trasversale nel mondo del lavoro. </h2>



<h3 class="wp-block-heading">Il mondo del lavoro è in continua evoluzione e noi dell’Osservatorio <a href="https://www.deltaindex.it/">Delta Index</a> lo percepiamo ogni giorno relazionandoci con le aziende. Le difficoltà più diffuse nelle aziende? Attrarre e selezionare i giovani laureati. Ma quali sono i settori in cui si registrano più opportunità per i giovani neolaureati?</h3>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Due punti di vista</strong></h4>



<p>Quando parliamo di opportunità nel mondo del lavoro entrano in scena due punti di vista. Da un lato le aziende alla ricerca di giovani laureati da inserire in azienda; dall’altro lato i giovani neolaureati alla ricerca di un primo impiego. Sono dunque evidenti gli ostacoli che si presentano da entrambe le parti. Le aziende devono far fronte alle difficoltà nell’attrarre, selezionare e trattenere i giovani laureati da formare e inserire in azienda. Anche per i giovani laureati la ricerca del lavoro non sembra proprio essere una passeggiata. Al contrario per i neolaureati trovare il primo impiego appare sempre più come una sfida, soprattutto in Italia. Competizione alta, stipendi entry-level tra i più bassi in Europa, fenomeno expat in crescita… Sono diversi i fattori che creano difficoltà ai giovani nel trovare un impiego. Ma quali sono i settori in crescita per i neolaureati? </p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Il quadro generale in Italia e in Europa</strong></h4>



<p>Sono cinque i settori in cui la richiesta di laureati magistrali è cresciuta in Italia nel corso del 2024. Il settore in cui la richiesta di laureati magistrali è stata maggiore, come riportato dal ‘Barometro del primo impiego di LinkedIn’, è quello della formazione. Seguono in ordine di classifica i servizi di alloggio e ristorazione, i servizi finanziari, la pubblica amministrazione chiudendo al quinto posto con i servizi amministrativi e di supporto. A livello europeo, la situazione italiana è simile a quella spagnola, sebbene l’ordine di classifica sia diverso, e a quella francese. I paesi citati hanno in comune una crescita di opportunità evidente costituita dall’apporto del settore turismo e ristorazione. Per quanto riguarda invece Germania, Paesi Bassi e Regno Unito si è registrato un aumento di offerte di primo impiego nel settore di supporto ai consumatori e nei servizi di assistenza sanitaria. </p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Le funzioni in crescita</strong></h4>



<p>Analizzando le funzioni aziendali più richieste nel 2024 in cui la domanda di neolaureati è cresciuta spicca al primo posto del podio il settore Ricerca. Tale funzione in Italia è maggiormente richiesta in quanto prevede un percorso ad alta specializzazione ma, in Italia, la media dei neolaureati in magistrale, è ancora inferiore rispetto alla media europea. Seguono al secondo e terzo posto l’Informatica e le Risorse Umane che non rientrano tra le funzioni maggiormente richieste negli altri paesi europei. Proseguendo in ordine di classifica per quanto riguarda l’Italia ci sono Vendite, Marketing, Amministrativo, Operazioni e Program / Project Manager. La situazione italiana è molto diversa da quella degli altri paesi europei che sul podio vedono l’area servizi e della consulenza legale, assente in Italia. </p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Uno sguardo all’Italia</strong></h4>



<p>Alla maggiore richiesta di determinate funzioni da parte delle aziende si assiste ad una maggiore crescita di titoli professionali per i neolaureati magistrali italiani. Tra i titoli professionali maggiormente in crescita troviamo al primo posto il Ricercatore postdoc ossia lo studioso che ha conseguito un dottorato di ricerca per poi dedicarsi a ricerche avanzate. Al secondo posto segue un titolo che prevede competenze in ambito tecnologico, in particolare, l’Ingegnere AI seguito, al terzo posto, dal Responsabile vendite. Nonostante la crescita dell’ambito tecnologico scientifico, con un occhio di riguardo all’AI, l’Italia non è stata travolta come l’Europa dall’ondata tecnologica. Sebbene l’utilizzo dell’AI e le conoscenze in campo tecnologico siano molto apprezzate dalle aziende, in Italia la fa da padrona la Ricerca. Nel panorama italiano restano infatti in maggiore crescita i titoli per profili accademici e di ricerca.</p>



<p><strong>Laureati triennali e laureati magistrali: fa differenza?</strong></p>



<p>Come precedentemente accennato ai vertici della classifica italiana nell’ambito della crescita delle opportunità lavorative per neolaureati troviamo la Ricerca. Infatti in Italia risultano esserci pochi laureati magistrali rispetto alla media degli altri paesi Europei. Il settore della Ricerca prevede però un percorso ad alta specializzazione costituito da diversi step. Si inizia infatti da una laurea triennale, seguita da una magistrale ed eventualmente un master concludendo con un dottorato di ricerca. Tali figure hanno richieste sempre più in crescita in quanto nel panorama italiano pochi laureati triennali proseguono gli studi. Ciò non significa che i laureati triennali non ottengano opportunità lavorative affini ai propri studi ma è necessario distinguere i due ambiti. </p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>I laureati triennali</strong></h4>



<p>La situazione per i laureati triennali nel 2024 si presenta con impieghi in più rapida ascesa. Diversi anche gli ambiti interessati che spaziano dal marketing all’insegnamento. Tra i cinque lavori che crescono di più per questo tipo di lauree troviamo al primo posto il Marketing specialist seguito da Project Manager e Addetto alle vendite. In chiusura della classifica troviamo il Software engineer e l’Insegnante. È inoltre interessante lo sguardo alle zone italiane dove lavorano più laureati triennali. Al primo posto troviamo il capoluogo piemontese. Torino è infatti la città italiana in cui il numero di laureati triennali che trova lavoro cresce più velocemente. Seguono al secondo e terzo posto Roma e Milano. </p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>I laureati magistrali</strong></h4>



<p>Per quanto riguarda la situazione italiana in merito ai neolaureati magistrali troviamo opportunità crescenti in ambiti disparati. Le opportunità crescenti variano dalle nuove tecnologie alle professioni più ‘tradizionali’ ma in rapida evoluzione. Troviamo infatti al primo posto tra i cinque lavori in crescita per i neolaureati magistrali l’Ingegnere dell’intelligenza artificiale. Dunque al primo posto una figura legata alle nuove tecnologie e in particolare all’AI seguita dal Responsabile Vendite. Seguono poi tra le maggiori richieste lo Psicologo, l’Architetto e lo Specialista HSE. Qualche differenza dai laureati triennali anche per quanto riguarda le zone in cui cresce la richiesta di laureati magistrali. Al primo posto si classifica la città di Roma seguita non da una metropoli ma dal capoluogo toscano, Firenze. Chiude la classifica la città di Milano. </p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Conclusione</strong> </h4>



<p>Dopo aver descritto un quadro generale della situazione lavorativa italiana per i giovani laureati restano alcune domande. Come fa un giovane a orientarsi in un mondo del lavoro sempre più in evoluzione? Come fanno le aziende ad attrarre candidati adatti alle loro richieste? È proprio questo che facciamo in Delta Index cercando di colmare il divario esistente tra aziende e giovani laureati. Sicuramente orientarsi in un mondo del lavoro così vasto e in rapida evoluzione non è facile. Un primo passo per sanare questo divario è una maggiore comunicazione tra aziende e giovani laureati. Una relazione che non deve nascere nel momento in cui le aziende cercano giovani o viceversa. Dal Report Delta Index 2024 si evince che è necessario un dialogo più aperto tra imprese e realtà formative. Inoltre, da parte delle aziende, è consigliabile prestare attenzione al momento della selezione in modo da essere soddisfatti delle nuove assunzioni e non sprecare giovani talenti. Per quanto riguarda i giovani in cerca di lavoro è necessario investire e nello studio e nelle competenze trasversali: sì all’AI ma usandola con cura. È giusto essere aggiornati a livello tecnologico ma le aziende italiane ricercano ancora il lato umano che contraddistingue e rende unico il lavoratore. </p>
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		<title>Aziende alle prese con la sfida del 2025: trattenere i giovani. Il 40% degli italiani, Gen Z in testa, vuole cambiare lavoro (e il 21% è in forse).</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-cambia-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sala]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2025 14:02:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=6588</guid>

					<description><![CDATA[<p>La sfida della talent retention è una gatta da pelare per qualsiasi azienda voglia crescere nel tempo e assicurarsi un futuro in un mercato del lavoro in continua e rapida evoluzione. Come Osservatorio del lavoro Delta Index, sappiamo quanto questo sia un tema attuale, che crea apprensione nelle aziende, tanto da essere uno dei quattro [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La sfida della <strong>talent retention</strong> è una gatta da pelare per qualsiasi azienda voglia crescere nel tempo e assicurarsi un futuro in un mercato del lavoro in continua e rapida evoluzione. Come <strong>Osservatorio del lavoro Delta Index</strong>, sappiamo quanto questo sia un tema attuale, che crea apprensione nelle aziende, tanto da essere uno dei quattro pilastri della nostra misurazione (attrarre, selezionare, formare e trattenere) della distanza che c&#8217;è tra i giovani e il mondo del lavoro.</p>



<p>Se è difficile, talvolta, riconoscere il talento giovanile, altrettanto complicato, ma di fondamentale importanza, è trattenerlo, investendo in pratiche di <strong>fidelizzazione</strong>. La tendenza, lo racconta <strong>l&#8217;European Workforce Study 2025</strong>, condotto da <strong>Great Place to Work</strong>, è chiara: <strong>il 40% dei dipendenti italiani, Generazione Z in testa, intende cambiare lavoro entro l&#8217;anno.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">I dati del report: Paesi a confronto, l&#8217;Italia è quello con meno stabilità lavorativa</h2>



<p>I dati che emergono dall&#8217;<strong>European Workforce Study 2025</strong>, condotto a livello europeo da <strong>Great Place to Work</strong>, indagando le opinioni di quasi 25mila collaboratori dislocati in 19 Paesi, sono eloquenti: l&#8217;<strong>Italia</strong>, con il <strong>40%</strong> di lavoratori che intendono <strong>cambiare impiego</strong>, è il <strong>Paese europeo più in difficoltà nel fidelizzare</strong>. Il <strong>21% non sa</strong> ancora se cambierà. La <strong>media UE</strong>, di chi intende cambiare lavoro, è al <strong>31%</strong>, lontana ben nove punti percentuali. Gli altri Paesi sopra la media sono Francia e Polonia (38%), Portogallo (37%), Irlanda (35%), Regno Unito, Grecia e Cipro (33%). Tra i Paesi con più stabilità lavorativa ci sono sono Norvegia, Paesi Bassi, Germania e Austria.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Altri dati del report: è la Generazione Z a voler cambiare di più</h2>



<p>È la <strong>Generazione Z</strong> a registrare il <strong>tasso più alto di mobilità</strong>, <strong>40%</strong> (e 25% in forse sul cambiamento). La propensione a cambiare lavoro diminuisce con l&#8217;avanzare dell&#8217;età.</p>



<p>Non c&#8217;è da stupirsi: il nostro osservatorio <strong>Delta Index </strong>ogni giorno rileva un mercato del lavoro sempre più in rapida evoluzione, con le aziende ancorate a vecchi paradigmi estremamente lontane da quello che cercano i giovani.</p>



<p>Per farci un&#8217;idea più chiara sul tema, abbiamo intervistato <strong>Beniamino Bedusa</strong>, <strong>presidente di Great Place to Work Italia</strong>:&lt;&lt;I giovani vogliono maggiormente cambiare lavoro perchè quell&#8217;appartenenza all&#8217;azienda che veniva data per scontata in passato, oggi c&#8217;è molto meno. Ma credo ci siano altre due motivazioni &#8211; commenta <strong>Bedusa</strong> -. Tempo fa, se una persona cambiava spesso lavoro veniva etichettata come diversa, mentre oggi è totalmente accettato. Inoltre ci sono delle aspettative più alte dei giovani nei confronti di manager e leader aziendali&gt;&gt;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le aziende sono veramente consapevoli dell&#8217;importanza di trattenere i giovani?</h2>



<p>Una simulazione di <strong>Great Place to Work Italia</strong> mostra come un&#8217;azienda, con <strong>100 dipendenti</strong> e un tasso di <strong>turnover del 10%</strong>, arrivi a sostenere fino a <strong>200mila euro l&#8217;anno in costi indiretti</strong>. Le aziende sono consapevoli dell&#8217;importanza della talent retention? Secondo <strong>Gartner</strong>, per l&#8217;<strong>87%</strong> dei <strong>responsabili risorse umane</strong> il <strong>miglioramento</strong> della <strong>retention</strong> è una <strong>priorità</strong> per il 2025. <strong>L&#8217;Italia, rispetto alla media europea, ha una percentuale inferiore di dipendenti fidelizzati</strong>: 54% contro il 60%, occupando il sedicesimo posto su 19.</p>



<p>Le aziende hanno realmente una visione concreta di quelli che sono i fatti? &lt;&lt;Le aziende non calcolano il turnover, perdono una persona e ne assumono un&#8217;altra &#8211; racconta <strong>Beniamino Bedusa</strong> -. Non si chiedono quante persone hanno perso, il perchè o i soldi spesi. Il pensiero è che quella persona non fosse quella giusta. Il ragionamento non considera le persone che sono uscite, i costi e come reinvestire del denaro per non perdere altra gente. Questo approccio lo vedo molto poco perchè significa mettersi in discussione, ammettere di aver sbagliato. Le aziende reagiscono: esce uno ed entra uno. Non è però un tema di reazione, ma di pianificazione&gt;&gt;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il paradigma, da rovesciare, di come investire per aumentare la fidelizzazione</h2>



<p>Gli investimenti per la fidelizzazione non sono sempre eseguiti nel modo giusto:&lt;&lt;Le aziende, più che capire come trattenere i giovani, devono capire come trasformarsi per essere un buon posto per giovani. E non c&#8217;è una ricetta unica, ogni business ha caratteristiche e necessità diverse &#8211; spiega il presidente di <strong>Great Place to Work Italia</strong> -. Quando le aziende dicono di investire sulla fidelizzazione, di solito c&#8217;è dietro l&#8217;investimento economico, pagare di più, ma non è così. Nessuno mette in discussione l&#8217;importanza del lato economico, ma non è quello. Ci sono tanti temi e il principale è quello dei responsabili. Devono gestire l&#8217;organizzazione con competenza, ricercando nei dipendenti interesse, suggerimenti, idee e prendendole in considerazione. Devono comportarsi in maniera onesta, devono dare il tempo di capire al dipendente cosa sta facendo e quale sia il suo impatto sul lavoro. Oltre al responsabile, contano le modalità di lavoro. C&#8217;è difficoltà nell&#8217;avere il modello ibrido&gt;&gt;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I temi sul tavolo</h2>



<p>Se ogni azienda deve creare il proprio ambiente, coerente con il modo di essere e con le necessità di quel tipo di business, ci sono degli elementi base particolarmente importanti: il <strong>lavoro ibrido</strong>, la possibilità di avere un <strong>equilibrio tra vita e lavoro</strong>, avere un <strong>responsabile</strong> che <strong>ascolti</strong> il dipendente, che stia attento anche alla vita personale, ma che sia <strong>competente</strong>, un <strong>ambiente sano dal punto di vista psicologico</strong>, una <strong>leadership</strong> che il dipendente possa apprezzare e in cui si possa rispecchiare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lavoro ibrido</h2>



<p>Come <strong>Delta Index</strong>, siamo perfettamente a conoscenza di come il <strong>lavoro ibrido</strong> s&#8217;incastri con il nuovo modo di vivere il mondo del lavoro da parte dei giovani: non vivono più per lavorare, ma ricercano un bilanciamento tra impiego e vita e la modalità ibrida dà questa possibilità.</p>



<p>Dall&#8217;<strong>European Workforce Study 2025</strong> emerge come questa modalità di lavoro trovi maggior sperimentazione in ambienti dove c&#8217;è fiducia nella leadership e, quando il dipendente ha possibilità di scelta, il 57% sceglie di lavorare un po&#8217; in sede e un po&#8217; a casa. Il <strong>50% di chi lavora in modalità ibrida è contento del posto di lavoro</strong> in cui si trova, contro il 44% di chi lavora in sede e il 37% di chi lavora a distanza. Il lavoro ibrido, oltre ad aumentare la fidelizzazione, porta anche a una maggior possibilità di innovazione, a migliori risultati di business, a una maggior soddisfazione dei dipendenti. In Italia è poco considerato, solo il 36% decide dove lavorare (contro il 57% dei Paesi Bassi).</p>



<p>&lt;&lt;C&#8217;è molta difficoltà ad avere una modalità ibrida di lavoro per le aziende, ma è un elemento chiave. Oggi le aziende subiscono lo smartworking, pensano &#8216;Lo devo fare perchè me lo chiedono&#8217; &#8211; spiega Beniamino Bedusa -. L&#8217;obiettivo è farlo in maniera gestita, con una visione di lungo termine, perchè conviene anche all&#8217;azienda che, così facendo, riesce ad aumentare il potere d&#8217;acquisto dei dipendenti senza dar loro un aumento, perchè può lavorare per obiettivi e non per controllo, perchè può costruire un&#8217;azienda basata sulla fiducia e sul controllo del raggiungimento degli obiettivi a livello aziendale&gt;&gt;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il divario di prossimità</h2>



<p>Meno di un leader su due coinvolge i dipendenti nel processo decisionale o ne accoglie suggerimenti. L&#8217;Italia, come sempre in queste classifiche, è al minimo in questo e, al contempo, è il Paese in cui i leader sovrastimano maggiormente le <strong>capacità di prossimità</strong>. Chi riduce sempre più il divario tra boss e dipendenti migliora le prestazioni complessive, la soddisfazione e la fidelizzazione. </p>



<p>&lt;&lt;Non c&#8217;è più il tema del &#8216;Ringrazia Dio che hai un lavoro&#8217;. Il dipendente deve vedere che il lavoro ha un significato per lui, deve capire il proprio ruolo nell&#8217;azienda e come questa impatta sul territorio. Se capisce questo, può dare un valore al lavoro e pensare di rimanere. Mettere una persona a fare un impiego base e, negli anni, piano piano, si costruisce una posizione, è un&#8217;ottica che funzionava vent&#8217;anni fa, ma non oggi. Il mercato del lavoro è più dinamico e trasparente. È tutto più facile e lo è anche cambiare lavoro, capire chi cerca lavoro, capire quanto guadagnino gli altri&gt;&gt; commenta <strong>Bedusa</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanto incide la sicurezza psicologica sul posto di lavoro</h2>



<p>In <strong>Italia</strong> solo il <strong>38%</strong> (dato più basso di tutti) <strong>crede che il posto di lavoro sia psicologicamente ed emotivamente sano</strong>. La sicurezza psicologica favorisce risultati migliori, portando dipendenti a sviluppare più volentieri nuove idee. Beniamino Bedusa ci racconta di quanto sia un tema importante, di cui tenere conto sempre più.</p>



<p>&lt;&lt;È uno dei driver che guida tutta l&#8217;esperienza lavorativa. Abbiamo notato, dalle nostre analisi statistiche, che da dopo il Covid la salute psicologica è più importante del divertimento e della serenità. È un tema molto critico dove anche le aziende migliori faticano. Succede perchè ci sono vari temi che pongono stress all&#8217;organizzazione, e quindi alle persone, minando la salute psicologica. Ci sono aziende che riescono a costruire delle microcomunità, schermando da quello che succede al di fuori, proteggendo, creando all&#8217;interno un sistema di valori condiviso, positivo, che fa sì che il dipendente sia inconsapevole e quindi anche più tranquillo. Succede nelle aziende che funzionano veramente bene, ma è difficile. Se ci riesci, hai fatto qualcosa di importante e le persone stanno molto meglio. Se le lasci subire i bombardamenti dall&#8217;esterno e, in più, magari non c&#8217;è un capo che aiuta e l&#8217;azienda non viene incontro, il dipendente va in crisi. Immaginiamo in un Paese come l&#8217;Italia che ha dei punti critici, a cominciare da quello dei salari. C&#8217;è un problema strutturale, non è solo quel che deve fare l&#8217;azienda&gt;&gt;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;IA e la formazione</h2>



<p>La <strong>formazione</strong> è uno dei quattro pilastri dell&#8217;analisi dell&#8217;<strong>Osservatorio Delta Index</strong>. Da sempre raccontiamo quanto questo sia un tema su cui le aziende devono spingere maggiormente, perchè i giovani d&#8217;oggi vogliono crescere e imparare costantemente.</p>



<p>In questo ha un ruolo anche l&#8217;IA: tra le aziende pronte per l&#8217;introduzione dell&#8217;intelligenza artificiale, il <strong>73%</strong> dei <strong>dipendenti</strong> ritiene di avere opportunità di <strong>formazione e sviluppo</strong>, contro solo il <strong>41% nelle aziende non pronte ad accogliere l&#8217;intelligenza artificiale</strong>. Appare chiaro come sia importante un investimento in questo senso.</p>



<p>&lt;&lt;In Italia non è che vengano fatte poche ore di formazione, ma non è una formazione coerente con le aspettative dei dipendenti &#8211; racconta Bedusa -. Sicuramente l&#8217;utilizzo dell&#8217;intelligenza artificiale può migliorare l&#8217;approccio sulla formazione, ma non si tratta solo di fare formazione sull&#8217;IA, ma anche capire di cosa le persone hanno bisogno, cosa vorrebbero fare, cosa le può aiutare a migliorare performance e approccio lavorativo. Non sono solo cose tecniche, ma anche soft come la gestione dello stress, del tempo, dei rapporti conflittuali. Sono tanti aspetti che possono migliorare l&#8217;approccio dei dipendenti. Vedo un arretramento molto molto forte. La formazione viene fatta, ma con molto focus su quella obbligatoria o ipertecnica. Non ci sono solo queste due cose&gt;&gt;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;importanza dei valori condivisi con l&#8217;azienda</h2>



<p>Tra i vari temi legati al &#8216;trattenere&#8217;, <strong>Delta Index</strong> sa quanto la <strong>Generazione Z</strong> sia molto più attenta a temi ambientali e sociali e vuole operare in aziende che condividano l&#8217;impegno per le stesse cause. L&#8217;European Workforce Study 2025 ci pone uno scenario in cui è evidente che si faccia ancora poco in questo senso: solo il 48% della forza lavoro ritiene che le decisioni della propria organizzazione vadano a beneficio della società e dell&#8217;ambiente.</p>



<p>&lt;&lt;Non è che l&#8217;azienda debba cambiare il mondo, bastano piccoli gesti. Il dipendente vuol vedere di essere in un contesto che non guarda solo a sè stesso o al profitto. Il giovane vuol vedere che il posto in cui lavora impatta positivamente sul territorio e non crei danni all&#8217;ambiente. È un elemento importantissimo. Non si tratta di fare il bilancio di sostenibilità, ma azioni concrete&gt;&gt; commenta <strong>Beniamino Bedusa</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La lontananza della leadership e il tema dell&#8217;ascolto</h2>



<p>Perchè tra i <strong>giovani</strong> e la <strong>leadership</strong> c&#8217;è questa grande lontananza? &lt;&lt;C&#8217;è un gap multigenerazionale. L&#8217;età media del Ceo in Italia, fonte Il sole 24 ore, è di 61 anni. E poi c&#8217;è un tema di bassissima cultura dell&#8217;ascolto delle persone &#8211; spiega il <strong>presidente</strong> di <strong>Great Place to Work Italia</strong> -. Non si ascoltano otto persone su 300, ma tutti e va stratificato per età. Dopo aver ascoltato, però, devo fare qualcosa. Le persone vanno ascoltate continuamente, in maniera anonima e confidenziale. I dati vanno analizzati, vedo i punti di forza e debolezza, poi agisco&gt;&gt;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Conclusione</h2>



<p>I dati sono allarmanti e pongono alle aziende una sfida. Se è fondamentale investire per combatterla, lo è anche avere la giusta percezione della situazione e di quel che serva per invertire la rotta. Se conoscete i quattro capisaldi della nostra analisi, vi sarete già chiesti:&lt;&lt;Se seleziono meglio i dipendenti riduco il turnover?&gt;&gt;, sappiate che l&#8217;abbiamo chiesto a <strong>Bedusa</strong>, ci abbiamo pensato anche noi, e questa è la risposta:&lt;&lt;Più che scegliere bene i giovani, si tratta di sceglierli coerenti con la cultura aziendale, quello che l&#8217;organizzazione lavorativa offre. L&#8217;azienda non deve raccontarsi meravigliosa se non lo è, ma vendere ciò che è. Sarà magari meno attrattiva, ma chi entra lo sa subito e rimarrà più a lungo&gt;&gt;. I giovani d&#8217;oggi sono i leader di domani, le aziende non possono far altro che implementare quel che serve per evitare che scappino.</p>



<p>Lorenzo Sala</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-cambia-lavoro/">Aziende alle prese con la sfida del 2025: trattenere i giovani. Il 40% degli italiani, Gen Z in testa, vuole cambiare lavoro (e il 21% è in forse).</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<title>Intelligenza artificiale e Gen Z: la distanza tra potenziale e realtà</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/ai-scuola-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Busi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2025 14:02:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=6932</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’intelligenza artificiale e la Gen Z, l’utilizzo tra scuola e lavoro. Servono strumenti per farla funzionare.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per molti adulti è ancora un oggetto misterioso, per i giovanissimi è già uno strumento di uso quotidiano. L’intelligenza artificiale, per la Generazione Z, non è una promessa lontana. È una realtà già interiorizzata. Si usa per scrivere, tradurre, creare, studiare. Ma c’è un problema non irrilevante: il mondo del lavoro e quello della scuola non sono ancora pronti ad accoglierla nel loro sistema.</p>



<p>Lo conferma il rapporto “Voices of Gen Z – Preparing the Heartland for an AI Future”, pubblicato da Gallup e Walton Family Foundation. Ad analizzarlo dall&#8217;Osservatorio Delta Index che esamina i report per approfondire il tema verticale aziende-Gen Z anche in chiave internazionale ed avere un confronto con il nostro Paese. La ricerca si concentra sugli Stati centrali degli USA e indaga come la Gen Z stia affrontando il presente e il futuro dell’intelligenza artificiale. I numeri parlano chiaro: il 77% dei giovani tra i 13 e i 28 anni utilizza strumenti di IA generativa come ChatGPT, Copilot o Gemini e il 43% lo fa almeno una volta a settimana. Eppure, solo il 10% degli studenti delle scuole superiori si sente preparato a usarla in ambito lavorativo. Soltanto il 9% dei giovani già occupati si definisce “estremamente preparato” nel proprio ruolo attuale.</p>



<p>Le ragioni stanno nel vuoto che separa l’adozione personale dalla formazione sistemica. Solo il 26% degli studenti afferma che l’uso dell’IA sia esplicitamente permesso a scuola. Oltre la metà, invece, segnala che non esistono regole. Dove l’uso è autorizzato, l’adozione cresce: il 66% degli studenti che possono usare l’IA in ambito scolastico lo fa almeno settimanalmente. Contro il 44% dove è vietata o ignorata.</p>



<p>E non va meglio nel mondo del lavoro. Il 36% dei giovani lavoratori dichiara che l’uso dell’IA è consentito, il 31% non sa se lo sia o sa che è vietato. Un altro 33%, invece, è convinto che “non esista” per il proprio ruolo. Tra chi lavora in ambito STEM, il 61% si dice almeno parzialmente preparato. Nella sanità la quota scende al 22%, nei lavori manuali e nei servizi al 30%, nei settori educativi al 43%. Solo il 12% dei giovani ha ricevuto una formazione aziendale sull’IA e solo il 16% la definisce “estremamente utile”.</p>



<p>In questo scenario, non sorprende che meno della metà degli intervistati (48%) creda che l’IA aumenti l’efficacia del lavoro e solo il 39% che ne riduca gli errori. Il problema, quindi, non è l’intelligenza artificiale. È l’assenza di una cornice che ne renda l’uso comprensibile, utile, guidato. Dove le regole ci sono, le cose cambiano. Dove i genitori la usano, anche i figli la esplorano: il 73% dei giovani con genitori utenti frequenti dell’IA la usa a sua volta, contro il 36% degli altri.</p>



<p>La familiarità non basta, serve legittimazione. E serve contesto. In assenza di accompagnamento, si crea un nuovo digital divide, fatto non più di accesso o di hardware, ma di consapevolezza. L’IA diventa un indicatore di modernità, di cultura aziendale, di credibilità. Le imprese che la integrano nei processi, che formano le persone, che ne parlano apertamente, risultano più attrattive agli occhi di una generazione che cerca possibilità prima ancora che stabilità. La Gen Z non chiede protezione dall’intelligenza artificiale: chiede gli strumenti per farla funzionare e per farne una leva di crescita. Le aziende che lo capiranno avranno un vantaggio competitivo enorme. Le altre rischiano di restare a guardare.</p>



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