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	<title>FORMARE Archivi - Deltaindex</title>
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	<description>Business a misura di talenti</description>
	<lastBuildDate>Mon, 20 Jul 2026 07:53:41 +0000</lastBuildDate>
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	<title>FORMARE Archivi - Deltaindex</title>
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	<item>
		<title>IA, tante aziende dicono di sapere ma non aggiornano davvero i team</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/ia-tante-aziende-dicono-di-sapere-ma-non-aggiornano-davvero-i-team/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 09:04:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. L’85% delle aziende ha avviato percorsi sull’intelligenza artificiale ma solo il 19% li rende strutturati e continuativi: EDUNext misura il divario che pesa sull’attrazione della Gen Z.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il paradosso emerso da EDUNext è chiaro: l’85% delle imprese che usano l’intelligenza artificiale ha avviato o sta progettando percorsi formativi dedicati, ma solo il 19% li ha resi strutturati e continuativi. Il 48% si ferma a iniziative occasionali o pilota. Quasi un dipendente su due, tra chi lavora in aziende che già adottano l’IA, non ha ricevuto alcuna formazione specifica negli ultimi dodici mesi. E il 44% delle imprese non prevede alcun investimento in formazione nei prossimi 12-24 mesi.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Sul fronte delle competenze ritenute più strategiche, le imprese indicano soprattutto adattabilità, comunicazione efficace e pensiero critico. Ma tra chi ha già implementato l’IA il quadro cambia: creatività e pensiero critico salgono in cima alla lista, segnalando un passaggio da una logica di semplice adattamento a una di utilizzo strategico. È lo stesso passaggio che, secondo i ricercatori, dovrebbe guidare il modo in cui le aziende parlano ai più giovani, per i quali quelle competenze non sono un’opzione ma un requisito già dato per scontato.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il 60% delle imprese che usano l’IA ritiene importante la complementarità tra competenze umane e artificiali, e l’86% degli Hr manager dichiara di verificare criticamente i risultati dell’IA prima di adottarli: un’auto-percezione che i dati sperimentali del rapporto invitano comunque a leggere con cautela, perché l’effetto reale dell’IA sui processi cognitivi resta più complesso di quanto le imprese stesse percepiscano.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="34111"></div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<p>La cluster analysis condotta sul campione restituisce un quadro ancora più netto: quasi la metà delle imprese italiane rientra nel profilo dei «Formalmente Pronti», aziende che hanno attivato percorsi dichiarati, e a volte figure dedicate, senza però tradurre questo impegno in una diffusione reale delle competenze tra i lavoratori. È la distanza tra intenzione ed esecuzione, misurata su scala di sistema: esattamente il tipo di gap che, secondo la ricerca, pesa di più sulla capacità delle aziende di attrarre le nuove generazioni.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per orientare questa transizione, il rapporto propone il «Modello GENIALE» (Generative Ecosystems for New Intelligent Augmented Learning Education), un framework costruito attorno a un principio semplice: l’intelligenza artificiale deve generare nuove capacità umane, non limitarsi ad automatizzare compiti esistenti. Tra i principi del modello: l’uso dell’IA va calibrato sul bisogno reale, non applicato in modo indiscriminato. Il vantaggio nasce dall’integrazione tra giudizio umano e capacità computazionale, non dalla sostituzione dell’uno con l’altra; e ogni percorso formativo va progettato per preservare l’autonomia cognitiva di chi apprende, più che per massimizzare la velocità di esecuzione.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Un modello pensato per le aziende, ma che riguarda da vicino anche i giovani che ci entrano: capire come strutturare la formazione sull’IA, oggi, significa già iniziare a capire come parlare alla Gen Z, prima ancora che quei giovani varchino la porta dell’azienda e si scontrino con un divario che, a leggere i dati, resta ancora tutto da colmare.</p>
</div>
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		<item>
		<title>Rischio IA sul lavoro: la Generazione Z impara meno se il compito è troppo facile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 08:38:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. All’Università Luiss il rapporto Look4ward di Intesa Sanpaolo sull’intelligenza artificiale utilizzata dalla Generazione Z. Elisa Zambito: «Non sostituisce l’apprendimento, ma lo trasforma».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/rischio-ai-sul-lavoro-la-generazione-z-impara-meno-se-il-compito-e-troppo-facile/">Rischio IA sul lavoro: la Generazione Z impara meno se il compito è troppo facile</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Per capire come gestire la Gen Z in azienda, prima o poi bisogna passare dal tema dell’intelligenza artificiale: non solo quanto i giovani la usano, ma come le aziende progettano gli strumenti e i percorsi che gliela mettono in mano. È il punto di vista di EDUNext, il terzo rapporto dell’Osservatorio Look4ward, realizzato da Luiss e Intesa Sanpaolo e presentato nei giorni scorsi all’Università Luiss Guido Carli. La ricerca conferma che l’IA, usata bene, è una risorsa, ma introduce un avvertimento utile a chi progetta la formazione in azienda: nei compiti a bassa complessità chi lavora senza IA registra un engagement superiore del 15%, un apprendimento del 4% più alto e una motivazione intrinseca dell’11% maggiore rispetto a chi si affida alla tecnologia. Nei compiti complessi il quadro si inverte, e l’IA diventa un’ancora cognitiva che riduce il carico di lavoro.<img decoding="async" class="size-medium wp-image-10358 alignleft" src="https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/07/datiIA-e1784193578262-300x151.jpg" alt="" width="300" height="151" srcset="https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/07/datiIA-e1784193578262-300x151.jpg 300w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/07/datiIA-e1784193578262-768x388.jpg 768w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/07/datiIA-e1784193578262-800x405.jpg 800w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/07/datiIA-e1784193578262.jpg 802w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Servono personalità solide</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>«L’intelligenza artificiale non sostituisce l’apprendimento, lo trasforma» spiega Elisa Zambito Marsala, responsabile Education Ecosystem and Global Value Programs di Intesa Sanpaolo e tra le fondatrici dell’Osservatorio. «Il Report nasce dalla consapevolezza che rappresenti una trasformazione tecnologica, oltre che una sfida globale, educativa e culturale, che richiede alleanze strategiche tra istituzioni, università e aziende». «L’IA richiede personalità solide in grado di coordinarla», aggiunge, in una riflessione profonda su nuovi modelli educativi, capaci di promuovere «un ecosistema dell’education aperto, collaborativo, orientato al futuro».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Sulla stessa linea Enzo Peruffo, Prorettore per la Didattica della Luiss: «Le competenze trasversali non possono essere considerate un esito indiretto dei percorsi formativi, ma devono essere progettate, allenate e valutate come parte integrante dell’apprendimento», in percorsi che «preservino l’autonomia cognitiva dei discenti». Il quadro nazionale, secondo i dati Eurostat citati nel rapporto, resta indietro rispetto alla media europea: solo il 20% degli italiani usa l’IA generativa, contro il 33% della media Ue, al penultimo posto tra i 27 Paesi. Ma tra i 16 e i 24 anni la quota sale quasi al 50%, e tra gli studenti sfiora il 60%: la distanza si accorcia proprio sulle fasce più giovani.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Oggi il vantaggio competitivo di un’azienda non dipende solo dalla tecnologia, ma dalla sua capacità di garantire competenze al passo con la trasformazione del lavoro» afferma Giacomo Castri, Executive Director, People Attraction Skills &amp; Learning Strategy di Intesa Sanpaolo. «Nel 2025, primo anno di attività della nostra Academy4Future, abbiamo formato 26.000 persone di Intesa Sanpaolo; entro il 2029 saranno coinvolte tutte le 90.000», un investimento che «attiva un driver di crescita che genera benefici per l’intero Gruppo».</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>No all’uso indiscriminato</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Lucia Marchegiani, responsabile del team di ricerca dell’Osservatorio, ha spiegato la logica dietro i numeri: «L’utilità di questi strumenti varia con la complessità del lavoro: se nei compiti più semplici l’assenza di tecnologia favorisce apprendimento e motivazione, in quelli complessi l’IA riduce il carico cognitivo e migliora le decisioni». La risposta, conclude, «risiede in una strategia che limiti l’uso indiscriminato di IA e che combini formazione continua e autonomia critica». Il rapporto adotta un disegno di ricerca articolato in quattro filoni: interviste in profondità a Ceo e figure chiave dell’ecosistema economico, una survey su 600 Hr manager italiani, un esperimento controllato su 800 persone con design fattoriale 3&#215;2 e un approfondimento dedicato al segmento scolastico K-12, dove la scuola secondaria emerge come l’anello più debole dell’intero ecosistema educativo, cioè il luogo in cui si formano, o si perdono, gli strumenti cognitivi con cui i futuri lavoratori affronteranno l’IA una volta entrati in azienda. Al convegno era presente anche Vincenzo Esposito, amministratore delegato di Microsoft Italia, secondo cui «le competenze diventano un fattore decisivo: la competitività si giocherà sulla capacità di apprendere e integrare conoscenze diverse». Con lui Salvatore De Rienzo di Egon Zehnder e Stefano Sperimbrogo, AI &amp; Data Lead di Accenture, a conferma dell’interesse con cui il mondo delle imprese guarda al rapporto tra intelligenza artificiale, competenze e nuove generazioni. Le due facce del fenomeno, in fondo, si tengono insieme: da un lato i giovani, che l’IA la usano già più e meglio della media dei lavoratori, come racconta la ricerca dell’Osservatorio Hr Innovation; dall’altro le aziende, che devono ancora imparare a costruire attorno a quell’uso spontaneo percorsi calibrati sulla complessità reale del lavoro.</p>
</div>
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		<title>IA e Gen Z, domanda d’obbligo sul management: chi forma i formatori?</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/ai-e-gen-z-domanda-dobbligo-sul-management-chi-forma-i-formatori/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 09:03:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=10347</guid>

					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Per la Gen Z guidare un team non è più garanzia di crescita, ma un costo. Un manager su cinque non conosce le implicazioni etiche dell’IA. Mauri (Politecnico): «Spesso è il manager a frenarsi da solo».</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è solo un problema di ambizione. Secondo l’Osservatorio HR Innovation del Politecnico di Milano, la Gen Z guarda con crescente distacco al ruolo di manager, tradizionalmente inteso come tappa naturale di carriera. Il dato interroga le aziende: è un problema per l’organizzazione, o il segnale che il modello manageriale deve semplicemente cambiare pelle? Le generazioni precedenti associavano la crescita professionale al comando di un team. Per la Gen Z il legame non è più automatico: guidare persone è percepito come un costo (soprattutto di tempo e di impegno a discapito della vita privata), non necessariamente come un riconoscimento.<br />
C’è poi un secondo nodo, più tecnico ma altrettanto urgente: un manager su cinque non conosce le implicazioni etiche dell’intelligenza artificiale. Non sa, cioè, distinguere con chiarezza quali attività si possono delegare alla tecnologia e quali restano di competenza delle persone. Un gap che rischia di rallentare l’adozione dell’IA nei team, proprio mentre i più giovani la usano con crescente disinvoltura, spesso senza attendere indicazioni dall’alto.</p>
<p>«Il paradosso &#8211; racconta da Martina Mauri -, è che spesso è il manager a frenarsi da solo. Nelle conversazioni informali con le aziende emerge un timore diffuso: quando un giovane collaboratore utilizza uno strumento che il manager non conosce, capita che non faccia domande, per paura di sembrare meno preparato di chi dovrebbe guidare. Il tema, allora, diventa chi forma i formatori: la scuola, l’azienda, o entrambe insieme».<br />
È un rischio silenzioso, perché il manager resta comunque una figura centrale nell’accompagnamento all’uso dell’IA sul lavoro. Se rinuncia a interrogarsi su cosa sta facendo il proprio team, quella figura perde la capacità di trasferire l’innovazione dal singolo al resto dell’organizzazione, con il rischio che pratiche efficaci restino isolate invece di diventare patrimonio comune.<br />
«La domanda che la Gen Z pone, in fondo &#8211; sottolinea Mauri -, non è se vuole comandare, ma se le aziende sanno offrire un modello di guida credibile: trasparente sull’uso dell’IA, capace di farsi correggere dai più giovani senza perdere autorevolezza, e disposto a imparare insieme a chi guida, invece di limitarsi a valutarlo dall’alto».</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La Generazione Z usa tanto l’Intelligenza Artificiale ma mancano le guide</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/la-generazione-z-usa-tanto-lintelligenza-artificiale-ma-mancano-le-guide/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 09:12:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=10343</guid>

					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Gli under 27 utilizzano l’intelligenza artificiale più di tutti e ne fanno una leva di apprendimento. Martina Mauri (Politecnico): «Per loro è come la calcolatrice».</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il 58% dei giovani della Generazione Z utilizza l’intelligenza artificiale per lavoro. Il dato emerge dalla ricerca 2025-2026 dell’Osservatorio HR Innovation del Politecnico di Milano, realizzata in collaborazione con Ipsos Doxa su un campione rappresentativo di lavoratori italiani di ogni fascia d’età, e presentata al convegno «Don’t Look Up». Nel campione complessivo la quota si ferma al 44%: la Gen Z guida dunque l’adozione dello strumento sul lavoro, con un ritmo di utilizzo quotidiano che quasi raddoppia rispetto al resto dei lavoratori. A commentare i dati è Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">I giovani, spiega Mauri, hanno interiorizzato l’IA come strumento digitale ancora prima di entrare in azienda, e la usano in modo diverso dalla media: non solo per scrivere o correggere contenuti, ma soprattutto per apprendere.</div>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 205px" class="wp-caption alignleft"><a title="Martina Mauri (Politecnico di Milano)" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/14/photos/la-generazione-z-usa-tanto-lia-ma-mancano-le-guide_6f88f534-7f5c-11f1-a361-e06bbbdd9fcf_1920_1769.jpg" data-title="Martina Mauri (Politecnico di Milano)"><img decoding="async" class="lozad" title="Martina Mauri (Politecnico di Milano)" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/14/photos/cache/la-generazione-z-usa-tanto-lia-ma-mancano-le-guide_6f88f534-7f5c-11f1-a361-e06bbbdd9fcf_1920_1769_v3_large_libera.jpg" alt="La Generazione Z usa tanto l’IA  ma mancano le guide" width="205" height="189" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/14/photos/cache/la-generazione-z-usa-tanto-lia-ma-mancano-le-guide_6f88f534-7f5c-11f1-a361-e06bbbdd9fcf_1920_1769_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Martina Mauri (Politecnico di Milano)</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">«Hanno capito che il vantaggio è nell’interazione, e che da quella si può imparare a comprendere nuovi concetti» racconta la direttrice dell’Osservatorio. Un uso più intenso che si traduce anche in un risparmio di tempo maggiore: in media sono 30 minuti al giorno per chi utilizza l’IA, per la Gen Z raddoppiano (70). Ne beneficia la comunicazione con colleghi e clienti, e la capacità di proporre idee originali, senza che tutto ciò si traduca in stress o dipendenza dalla tecnologia, come invece accade con i social. «È come la calcolatrice: uno strumento che permette di fare meglio alcune attività» osserva Mauri.</p>
</div>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="45128">Il cambiamento tocca anche la ricerca del lavoro: circa un giovane su due ha usato l’IA per ottimizzare il curriculum, in linea con la media, ma i giovani vanno oltre e la utilizzano anche per simulare i colloqui. Non per questo rinunciano al contatto umano: vedono con favore un primo passaggio digitale, «ma il contatto umano rimane importante, sia nella selezione che una volta entrati in azienda» precisa la direttrice dell’Osservatorio.</div>
<div class="article-body">
<p>C’è però un rischio: quello della shadow IA, l’uso di strumenti personali e non aziendali anche per lavoro, con il pericolo di far uscire dati sensibili dall’organizzazione. «I più giovani sono più avanti nell’utilizzo, ma il punto in cui sono più indietro è quello legato agli aspetti normativi e di sicurezza» segnala Mauri. Conoscono lo strumento dall’università, non necessariamente i rischi di portarlo in azienda.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Serve quindi un accompagnamento su più livelli: la scuola, sui rischi etici e sul copyright; l’azienda, con un onboarding chiaro; il manager, che deve seguire i giovani nell’uso quotidiano, anche se, ammette Mauri, «a volte è meno preparato e non fa domande, per paura di sembrare non all’altezza».</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/14/photos/la-generazione-z-usa-tanto-lia-ma-mancano-le-guide_7005ba6a-7f5c-11f1-a361-e06bbbdd9fcf_1920_2121.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/14/photos/cache/la-generazione-z-usa-tanto-lia-ma-mancano-le-guide_7005ba6a-7f5c-11f1-a361-e06bbbdd9fcf_1920_2121_v3_medium_libera.jpg" alt="La Generazione Z usa tanto l’IA  ma mancano le guide" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/14/photos/cache/la-generazione-z-usa-tanto-lia-ma-mancano-le-guide_7005ba6a-7f5c-11f1-a361-e06bbbdd9fcf_1920_2121_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>I giovani restano comunque «portatori sani di innovazione»: il punto è proprio quel «sani», perché senza accompagnamento rischiano di portare in azienda anche pratiche non governate.</p></div>
<div class="article-body">
<p>Negli Stati Uniti l’IA sta già riducendo le assunzioni entry level nei ruoli più esposti. «In Italia, per ora, non succede &#8211; dice Martina Mauri &#8211; lo confermano sia i dati di una ricerca in collaborazione con Zucchetti (4.595 aziende italiane e 93.858 dipendenti) che le aziende interpellate dall’Osservatorio.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Negli ultimi cinque anni la richiesta di profili entry level è addirittura aumentata» chiarisce Mauri, che attribuisce il ritardo a un mercato più manifatturiero e meno maturo nell’adozione dell’IA rispetto a quello americano. Un ritardo che, per una volta, protegge l’ingresso dei più giovani. Sul lungo periodo il ragionamento si rovescia: con meno giovani per il calo demografico, l’IA potrebbe diventare la leva che tiene in equilibrio il mercato del lavoro.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/la-generazione-z-usa-tanto-lintelligenza-artificiale-ma-mancano-le-guide/">La Generazione Z usa tanto l’Intelligenza Artificiale ma mancano le guide</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Academy Dallara, Hera, Tim, Engineering: il 90% dei giovani sceglie di restare in azienda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 07:55:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=10301</guid>

					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Quattro Academy d’Impresa per formare competenze e trattenere i giovani. La retention misura tutto: il 90% dei neoassunti è ancora in azienda a due anni.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Le Academy aziendali stanno diventando una risposta strutturale alla carenza di competenze. I casi di Dallara, Gruppo Hera, Tim ed Engineering, associate di Assoknowledge, mostrano quattro modelli diversi, costruiti attorno alla stessa esigenza: formare più rapidamente le professionalità richieste dal business e rendere più efficace l’ingresso dei giovani in azienda.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Per<strong> Dallara</strong>, l’Academy nasce da una necessità precisa: sviluppare competenze tecniche specialistiche e assicurare un ricambio generazionale qualificato. Nell’automotive, il sapere richiesto è verticale, legato ai processi, alla progettazione e al lavoro su progetti reali. Da qui la scelta di co-progettare i percorsi con università e partner industriali, unendo formazione ingegneristica avanzata e apprendimento sul campo. La Generazione Z entra come bacino di talenti e apprezza il contatto diretto con i progetti. Il risultato: maggiore attrattività, sviluppo più veloce delle competenze chiave e migliore retention.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Nel<strong> Gruppo Hera</strong>, HerAcademy lavora come ponte tra organizzazione, sistema educativo e mercato del lavoro. La formazione viene progettata insieme al Piano industriale, incrociando trend, valutazioni delle competenze e fabbisogni interni. I percorsi coprono sicurezza, competenze manageriali, transizione digitale, energetica e ambientale, oltre alle professionalità legate a reti, acqua, ambiente ed energia. Ogni anno oltre il 97% delle persone partecipa ad almeno un’iniziativa, con una media di circa 30 ore pro capite. Il gradimento raggiunge 4,4 su 5 e circa l’80% dei corsi valutati registra un impatto positivo sul business. Dieci Academy professionali alimentano il knowledge management.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="26968"><strong>Tim</strong> Academy &amp; Development parte da un orizzonte più lungo: individuare le competenze necessarie nei prossimi cinque-dieci anni. Cloud, cybersecurity, data science, intelligenza artificiale e automazione affiancano leadership, collaborazione e comunicazione. La competenza decisiva diventa la disponibilità ad apprendere in modo continuo. Per i più giovani, Tim ha sviluppato Dream Tim, percorsi di onboarding, career counseling, mentoring e confronto intergenerazionale. L’obiettivo è accompagnare l’ingresso in azienda mentre l’intelligenza artificiale modifica mansioni e processi. Pensiero critico, curiosità e collaborazione diventano elementi distintivi. Migliaia di persone hanno partecipato ai programmi; sono cresciuti l’offerta digitale, le community professionali, il coaching e gli strumenti di feedback continuo.</div>
<div class="article-body">
<p><strong>Engineering</strong>, oltre 14mila persone nel mondo, ha scelto un modello di adaptive learning. Ogni dipendente può costruire un percorso modulare attraverso learning path, certificazioni, webinar, open classroom, microlearning e community. Le priorità seguono le aree di crescita del business: sviluppo software, cloud, cybersecurity, piattaforme e intelligenza artificiale. Per i neoassunti, il percorso combina teoria, pratica, progetti reali e dialogo con gli esperti interni. I numeri descrivono una struttura stabile: più di 150 learning path, oltre 100 open classroom previste nel 2026 e circa 1.700 nuove certificazioni ogni anno. Il dato più rilevante per chi guarda al capitale umano è la permanenza: circa il 90% dei giovani resta in azienda a due anni dall’assunzione.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Cambiano anche architettura e confini delle Academy. Dallara porta università e partner industriali dentro la progettazione; Hera articola il sapere in dieci strutture professionali; Tim integra formazione, sviluppo e welfare; mentre Engineering affida alle persone la costruzione di percorsi personalizzati. La conoscenza interna viene affidata a manager, tutor ed esperti, mentre i giovani entrano nei programmi come partecipanti e produttori di competenze. L’Academy diventa così un presidio permanente, aggiornato insieme al business e legato ai risultati reali.</p>
</div>
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		<title>Academy d’Impresa da 25 a 232. Le competenze «costruite» in casa</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/academy-dimpresa-da-25-a-232-le-competenze-costruite-in-casa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 07:37:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Non più catalogo corsi, ma scelta industriale. Deitinger (presidente Assoknowledge): «In 14 anni sono quasi decuplicate. Per la Gen Z sono un ponte tra aula, impresa e lavoro reale».</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Nel 2010 erano 25 in tutta Italia, nel 2024 le Academy d’Impresa sono diventate 232. In quattordici anni, i numeri sono cresciuti quasi di dieci volte: stiamo assistendo a un nuovo fenomeno nel mondo del lavoro. Nei fatti «<b>le Academy d’Impresa sono passate da esperienza pionieristica a infrastruttura stabile delle strategie industriali</b>». A parlare è Laura Deitinger, presidente di Assoknowledge, di Categoria di Confindustria SIT che rappresenta le Academy d’Impresa. I numeri del «Rapporto Assoknowledge 2025» danno la misura del cambio di passo: «Il 94,4% è ormai in fase avanzata o matura e il 78% lavora soprattutto su formazione manageriale ed esecutiva».</p>
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<figure style="width: 265px" class="wp-caption alignleft"><a title="Laura Deitinger, presidente Assoknowledge" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/22/photos/academy-dimpresa-da-25-a-232-competenze-costruite-in-casa_a178888c-6e0b-11f1-aeda-4de6a6485e8b_1920_1487.jpg" data-title="Laura Deitinger, presidente Assoknowledge"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="lozad" title="Laura Deitinger, presidente Assoknowledge" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/22/photos/cache/academy-dimpresa-da-25-a-232-competenze-costruite-in-casa_a178888c-6e0b-11f1-aeda-4de6a6485e8b_1920_1487_v3_large_libera.jpg" alt="Academy d’Impresa da 25 a 232. Competenze «costruite» in casa" width="265" height="205" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/22/photos/cache/academy-dimpresa-da-25-a-232-competenze-costruite-in-casa_a178888c-6e0b-11f1-aeda-4de6a6485e8b_1920_1487_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Laura Deitinger, presidente Assoknowledge</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">L’«onda Academy» non ha colpito solo una nicchia di mercato: «Manifattura, energia, automotive, farmaceutico, costruzioni, multiutility, banche, ICT e servizi» sono i settori più coinvolti. <b>È la risposta delle aziende a un problema fisiologico che sembra orientato alla cronicizzazione</b>: le imprese cercano competenze che il mercato non riesce a consegnare nei tempi stabiliti. «Molte conoscenze richieste dalle imprese nascono all’interno, nei processi produttivi», osserva Deitinger. L’Academy d’Impresa serve a costruirle in casa, «accelerare upskilling e reskilling, accompagnare transizione digitale e green e rafforzare l’identità e la reputazione aziendale». La formazione è entrata così nella strategia industriale: per un ceo significa ridurre il tempo necessario per rendere produttiva una nuova risorsa, per un investitore vuol dire misurare la capacità dell’impresa di innovare e contenere il turnover. Il punto è superare il catalogo corsi: l’Academy d’Impresa funziona quando dialoga con recruiting, sviluppo, organizzazione e filiera.</p>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<blockquote class="quote-article-cont">
<h4 style="text-align: center;"><span style="color: #0000ff;">Le Academy d’Impresa più solide lavorano con scuole, Its, università, fornitori e istituzioni. Le imprese portano fabbisogni e pratiche operative; il sistema educativo li traduce in moduli, laboratori, apprendistati e micro-qualifiche</span></h4>
</blockquote>
<p>La Generazione Z è dentro questo passaggio: le Academy d’Impresa sono diventate un canale di ingresso quando collegano orientamento, apprendistato duale, preassunzione e lavoro reale. Anche se oggi la saldatura con il recruiting resta incompleta: «Solo nel 20% dei casi partecipano attivamente alla selezione». I casi più avanzati indicano la direzione da prendere. Ad esempio, «Enel, con “Energia per crescere”, ha raccolto 26mila candidature, formato 4mila persone e favorito 2.600 assunzioni nell’indotto. <b>Per la Gen Z, questi percorsi riducono la distanza tra aula, impresa e mestiere</b>», dice Deitinger. All’appello mancano diverse figure: «Sviluppatori, specialisti IT, data scientist, esperti di cybersecurity e intelligenza artificiale. E servono diplomati tecnici, profili per la transizione energetica, figure medico-scientifiche, competenze interdisciplinari in supply chain e procurement e ruoli legati al software-defined vehicle». I ruoli sono decisamente complessi: alle conoscenze tecniche si affiancano «adattabilità, collaborazione, ascolto, problem solving, comunicazione e lettura di scenari complessi». Se da un lato il divario è ampio, dall’altro i giovani chiedono un plus, oltre la formazione tecnica. «Cercano orientamento, riconoscimento del proprio potenziale, contatto con il lavoro reale e crescita professionale», sottolinea la presidente di Assoknowledge. Vogliono capire il proprio ruolo e misurarsi con attività concrete.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="38315"></div>
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<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/22/photos/academy-dimpresa-da-25-a-232-competenze-costruite-in-casa_a1fcb076-6e0b-11f1-aeda-4de6a6485e8b_1920_1944.png"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/22/photos/cache/academy-dimpresa-da-25-a-232-competenze-costruite-in-casa_a1fcb076-6e0b-11f1-aeda-4de6a6485e8b_1920_1944_v3_medium_libera.png" alt="Academy d’Impresa da 25 a 232. Competenze «costruite» in casa" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/6/22/photos/cache/academy-dimpresa-da-25-a-232-competenze-costruite-in-casa_a1fcb076-6e0b-11f1-aeda-4de6a6485e8b_1920_1944_v3_medium_libera.png" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Un’Academy d’Impresa efficace «trasforma motivazioni e attitudini in competenze spendibili», in grado di incidere sull’engagement, mentre «due imprese su tre adottano strategie per attrarre e trattenere talenti». Le Academy d’Impresa più solide lavorano con scuole, Its, università, fornitori e istituzioni. Le imprese portano fabbisogni e pratiche operative; il sistema educativo li traduce in moduli, laboratori, apprendistati e micro-qualifiche. Deitinger cita il caso Muner, «un’operazione di sistema nata in Emilia-Romagna, promossa dalle industrie del territorio, con Dallara come capofila, che ha portato le università regionali a consorziarsi attorno ai fabbisogni della “Motor Valley”».</p>
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<div class="article-body">
<p>«Per le Pmi il modello sarà diverso» da quello dei grandi gruppi. Se le strutture autonome sono costose; diventano più realistici progetti aperti, territoriali, interaziendali o di filiera. Qui si gioca una partita di politica industriale: riconoscere le Academy d’Impresa «come parte del sistema formativo, incentivarne l’apertura verso PMI e territori e integrarle stabilmente con scuola, ITS Academy e università». Per iniziare con il piede giusto nell’avvio di una Academy aziendale, ci sono alcuni errori da evitare: «misurare solo le ore erogate, non partire dai fabbisogni reali, non coinvolgere scuole, ITS Academy e università, non aprirsi alla filiera e non collegare formazione, selezione e sviluppo &#8211; avverte Deitinger -. Una Academy d’Impresa chiusa dentro l’azienda rischia di perdere il suo potenziale più innovativo».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Nei prossimi cinque anni, «per le grandi imprese le Academy d’Impresa tenderanno a diventare uno standard. Per le aziende più piccole cresceranno i modelli condivisi». La differenza la faranno governance, co-progettazione, integrazione fra aula e lavoro, strumenti digitali, micro-certificazioni e uso consapevole dell’IA. E ciò significa persone più pronte, minori costi di inserimento, una filiera più robusta.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Elvio Mauri (dg Fondimpresa): «Formare costa meno che perdere un giovane ogni sei mesi»</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/fondimpresa-formare-costa-meno-che-perdere-un-giovane-ogni-sei-mesi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 08:05:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
		<category><![CDATA[INTERVISTA ESCLUSIVA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=10227</guid>

					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Intervista a Elvio Mauri, direttore generale del fondo interprofessionale più grande d’Italia: «Per le aziende oggi formare non è generosità, è sopravvivenza. E la Generazione Z cerca un posto di lavoro dove possa crescere».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/fondimpresa-formare-costa-meno-che-perdere-un-giovane-ogni-sei-mesi/">Elvio Mauri (dg Fondimpresa): «Formare costa meno che perdere un giovane ogni sei mesi»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Quando un giovane entra in azienda, impara in fretta e soprattutto chiede di crescere. Se dopo sei mesi se ne va, non è per lo stipendio, ma per la mancanza di un percorso. Succede ogni giorno, in migliaia di piccole e medie imprese italiane. E spesso chi dovrebbe offrire quel percorso &#8211; la formazione continua &#8211; ha già le risorse per farlo, ma non lo sa o non ci pensa. Elvio Mauri, direttore generale di Fondimpresa, il fondo interprofessionale più grande d’Italia, conosce questo corto circuito meglio di chiunque altro. Ben 207.183 aziende e 5.144.930 lavoratori aderenti: numeri che raccontano un potenziale enorme. E un utilizzo ancora parziale, soprattutto dove servirebbe di più.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"><b>Il vostro Rapporto 2025 dice che il 92% dei lavoratori percepisce coerenza tra la formazione ricevuta e le esigenze aziendali. Un dato molto alto. Come lo interpreta?</b></div>
</div>
<div class="article-body">
<p>«È un dato che ci dice che quando la formazione si fa, funziona. Le persone la sentono utile, concreta, applicabile. Il problema non è la qualità: è la quantità. E soprattutto la distribuzione. C’è un mondo &#8211; le grandi e medie imprese organizzate &#8211; che ha già incorporato la formazione come asse strategico: la pianifica, la finanzia, la misura esattamente come si pianifica il budget commerciale. E poi c’è un altro mondo, fatto di piccole realtà, che ancora non ha fatto questo salto culturale. Lì il potenziale è enorme e in gran parte inutilizzato. Quella percentuale del 92% va letta con questa chiave: parla di chi la formazione la fa già. Non dice nulla su chi non la fa ancora».</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<p class="zoom-gallery new libera left"><b>Eppure le imprese italiane continuano a formare meno dei competitor europei. Dove sta il paradosso?</b></p>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Nel mix dimensionale. L’Italia ha un tessuto produttivo unico al mondo per la sua concentrazione di piccole imprese. Questo è un punto di forza sotto molti aspetti, ma sulla formazione pesa. Non è solo una questione di risorse: è una questione di cultura, di struttura organizzativa, di capacità di progettare. Quando sono arrivato in Fondimpresa nel 2017, il contributo medio annuo per lavoratore era 72 euro. Oggi siamo ai 105 euro, quindi poco più di 30 euro. Ma la cosa significativa è che nello stesso periodo la spesa complessiva è cresciuta del 10%. Vuol dire che le aziende che formano, formano di più. Ma quelle che non formano restano ferme».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Quante aziende usano davvero le risorse disponibili?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Circa la metà delle nostre aziende aderenti usa il proprio conto formazione in modo diretto, con piani aziendali o interaziendali. Un altro terzo accede ai cosiddetti avvisi di sistema. E poi c’è una quota &#8211; grosso modo un quinto &#8211; che non usa nulla. Questi sono i condomini che versano le quote all’amministratore ma non chiamano mai il tecnico quando si rompe il riscaldamento. È una metafora che uso spesso, perché rende l’idea: i soldi ci sono, il meccanismo funziona, ma non tutti sanno o vogliono attivarlo».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Il 90% delle aziende aderenti è una PMI. Ma sono proprio le PMI quelle con meno capacità di progettare formazione. Cosa fate di concreto?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Abbiamo costruito strumenti dedicati. Il contributo aggiuntivo, per esempio: se sei una piccola impresa con un conto formazione limitato, puoi accedere a un finanziamento aggiuntivo di circa 3.000 euro per progetto. Non sono nel tuo portafoglio accantonato &#8211; arrivano dal sistema &#8211; e ti permettono di fare formazione come un’azienda più grande. È un meccanismo redistributivo, pensato esattamente per chi ha meno capacità autonoma di investire».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Il vostro Avviso 2/2024 era dedicato proprio alle PMI di minori dimensioni. Che risposta avete avuto?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«La risposta è stata buona: 4.88 o piani per 5.463 aziende con un impegno di 7.401.434 euro Ma dobbiamo essere onesti: la sfida non è solo attrarre le domande, è far capire alle imprese il valore di quello che stanno costruendo. Spesso l’imprenditore piccolo vede la formazione come un costo, non come un investimento. Come una pratica burocratica da assolvere, non come uno strumento di crescita. Il nostro lavoro è anche, e forse soprattutto, culturale. Dobbiamo raccontare in modo diverso. E abbiamo anche bisogno di alleati: associazioni di categoria, consulenti del lavoro, commercialisti. Sono loro i primi interlocutori dell’imprenditore piccolo. Se non passano il messaggio, noi facciamo fatica ad arrivare».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>I lavoratori under 30 sono appena il 9% dei formati da Fondimpresa. I giovani, quelli che devono ancora arrivare in azienda, sembrano quasi esclusi dal sistema. È un segnale di allarme?</b></p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="25719">«Devo fare una precisazione importante, perché quel dato è parziale. Il 9% riguarda gli avvisi sull’innovazione tecnologica. Ma noi abbiamo anche avvisi sulle politiche attive, che sono rivolti proprio agli occupandi, non ai già occupati. Dal 2019, con quegli avvisi, abbiamo contribuito a creare quasi 10.000 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato. Queste sono persone &#8211; spesso giovani &#8211; che sono entrate nel mercato del lavoro attraverso percorsi formativi finanziati da noi. Quindi il quadro è più articolato».</div>
<div class="article-body">
<p><b>Però il tema resta: chi deve ancora arrivare in azienda spesso non viene raggiunto dagli strumenti formativi tradizionali.</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Vero. Ed è per questo che stiamo lavorando su canali di comunicazione completamente diversi. Abbiamo sponsorizzato il Concertone del Primo Maggio e avviato una collaborazione con RTL per una serie di podcast dedicati ai giovani lavoratori, con l’obiettivo di raccontare il mercato del lavoro attraverso i loro occhi. E stiamo costruendo testimonial credibili, persone che attraverso la formazione hanno cambiato mansione, sono cresciute, si sono realizzate. Il giovane non legge il rapporto di monitoraggio. Ma ascolta chi gli assomiglia. E noi dobbiamo comunicare negli spazi da loro vissuti».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>I dati di Delta Index mostrano che molte aziende scoprono tardi di avere un problema di attrattività verso i giovani, e spesso il nodo è proprio la formazione, intesa come crescita professionale offerta. Come si comunica questo alle imprese?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Con la concretezza. La Generazione Z le nuove generazioni in generale, quelle più formate, è assolutamente consapevole del proprio valore e lo porta al tavolo della trattativa. La formazione è uno degli elementi che valutano per scegliere un datore di lavoro. Le imprese che lo hanno capito lo usano come leva attrattiva, e lo comunicano nei processi di selezione, nelle descrizioni delle posizioni aperte, nei colloqui. Quelle che non lo hanno capito continuano a chiedersi perché i ragazzi dopo sei mesi se ne vanno. La risposta è quasi sempre lì: non vedono un percorso. Non sanno dove saranno tra due anni. E per la Generazione Z quella risposta non è negoziabile».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Il Rapporto evidenzia che la formazione tecnologica aumenta di 6-7 punti percentuali la probabilità di cambio mansione e assunzione di nuove responsabilità. Per un giovane è un segnale di crescita. Come lo comunicate alle imprese?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Con questo dato, che è potente. Cambiare mansione, acquisire responsabilità nuove: sono esattamente le cose che un under 30 cerca. Non vuole il ruolo fisso. Vuole sapere dove andrà tra due anni. La formazione tecnologica è il meccanismo concreto che rende possibile questa mobilità interna. Raccontarlo in questi termini all’imprenditore &#8211; non come obbligo o come buona pratica, ma come strumento di retention &#8211; funziona molto meglio».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Il vostro Avviso 4/2025 è dedicato all’intelligenza artificiale. La domanda è arrivata dalle imprese o avete dovuto spingere voi?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Entrambe le cose. C’è una fascia di imprese &#8211; le più strutturate, quelle con una funzione HR attiva &#8211; che ci aveva già segnalato il tema. Ma per la grande maggioranza abbiamo dovuto aprire noi il dialogo. E anche qui il rischio è lo stesso di sempre: formiamo i profili impiegatizi di fascia d’età centrale, che sono già dentro l’organizzazione e hanno il canale aperto. I giovani e i lavoratori operativi rischiano di restare ai margini di questa transizione. È il paradosso: l’IA trasformerà soprattutto certi lavori manuali e di routine, ma chi li fa è spesso il meno raggiunto dai percorsi formativi».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Misurare gli effetti della formazione è indicato nel Rapporto come priorità. Ma quasi nessuna PMI lo fa. Come si cambia questa cultura?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«È la domanda più difficile. Le cose misurabili sono facili: sai l’inglese o non lo sai, sai usare Excel o non lo sai. Ma misurare l’impatto della formazione sui risultati aziendali è complesso, richiede tempo, richiede strumenti. E le PMI hanno pochi di entrambi. Il tema è culturale prima ancora che tecnico: per anni la formazione è stata vissuta come una prestazione sociale passiva: “ti do i soldi perché è giusto farlo, perché lo dice il contratto collettivo”. Non come una scelta imprenditoriale attiva. Quello che posso dire è che la direzione è chiara: dobbiamo accompagnare le imprese a costruire indicatori, anche minimi. Non serve un sistema di valutazione sofisticato. Basta iniziare a chiedersi, tre mesi dopo un corso, se qualcosa è cambiato nel lavoro quotidiano. Anche solo questa domanda è un inizio».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Se potesse cambiare una sola cosa nel sistema italiano della formazione continua, quale sarebbe?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«La consapevolezza. Che formare è un atto strategico, imprenditoriale, competitivo. L’Italia ha un patrimonio manifatturiero e di know-how che non ha eguali al mondo. Penso alle eccellenze dei nostri distretti, alle piccole e medie imprese del Nord che esportano qualità in tutto il pianeta. Ma se questo sistema non trasferisce il proprio sapere alle nuove generazioni, lo perde. Il problema demografico è già qui: nel 1964 nascevano un milione di bambini in Italia; l’anno scorso meno di 350.000. I numeri dicono tutto. Tra qualche anno le aziende si accorgeranno che non ci sono abbastanza persone formate per sostenere la produzione, per portare avanti la tradizione, per innovare i processi. Quel giorno, chi ha investito in formazione sarà avanti. Non solo competitivo: sopravviverà. Tutti gli altri inseguiranno, e per qualcuno potrebbe essere troppo tardi».</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/fondimpresa-formare-costa-meno-che-perdere-un-giovane-ogni-sei-mesi/">Elvio Mauri (dg Fondimpresa): «Formare costa meno che perdere un giovane ogni sei mesi»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<title>Formare i giovani sul lavoro, no a corsi fiume ma tutor e feedback per la crescita</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/formare-i-giovani-sul-lavoro-no-a-corsi-fiume-ma-tutor-e-feedback-per-la-crescita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Nov 2025 09:15:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Accoglienza, affiancamento, soglie di autonomia, verifica: la coach Federica Romagna sintetizza il «cantiere» che riduce errori, accelera produttività e costruisce fiducia. La Gen Z lo capisce subito: «Qui si cresce»</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="article__head"></div>
<div class="article-body-big">La formazione non è un extra: è il primo mattone del patto tra impresa e giovani. Nei primi novanta giorni decide fiducia, produttività e permanenza. Se l’ingresso è un percorso vero – affiancamento, casi reali, soglie minime di autonomia, feedback – il tempo all’autonomia si accorcia e il desiderio di restare cresce. Se invece restano promesse vaghe e «corsi fiume» senza applicazione, i ragazzi si spengono e l’azienda perde tempo due volte: nel cercarli e nel rimpiazzarli.</div>
<div class="story">
<div class="article-body-full">
<div class="position2">È da qui che partiamo per questa terza puntata dedicata al «Formare», costruita con la coach Federica Romagna in collaborazione con l’Osservatorio Delta Index: stessa sensibilità, obiettivo comune, tradurre in pratiche ciò che spesso rimane uno slogan. Non teoria, ma organizzazione: cosa accade, quando, con chi e come si misura. Perché formare non significa aggiungere ore d’aula, significa progettare lavoro che insegna lavoro.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Promessa da mantenere</h3>
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<div class="article-body">
<p>«È un tema realissimo ed è una delle principali motivazioni che spingono poi i giovani ad andarsene: al colloquio promettono formazione e affiancamento, poi non accade nulla» racconta Romagna. «La frattura nasce tra due mondi che non comunicano: recruiting e parte operativa. Il manager ha l’obiettivo di produrre, vede la formazione come un costo e la posticipa. Oppure si affida il neoassunto a persone già oberate che “non sanno” di essere tutor». Da qui il primo rimedio: smontare l’idea di formazione come accessorio. «Se vogliamo cambiare, servono due cose: un cambio di mentalità del management e un legame stretto tra piano formativo e KPI. Non “facciamo un corso così si vede che formiamo”, ma: quale obiettivo vogliamo raggiungere? Per un team vendite, ad esempio, un percorso di comunicazione per migliorare la negoziazione» . E soprattutto integrare la formazione nella routine: «Nei colloqui, nelle revisioni di metà o fine anno: deve diventare parte dello sviluppo della risorsa».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Il costo non è un ostacolo</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Sul capitolo budget, Romagna è tranchant: «Il costo di non formare è più alto di una buona formazione: bassa produttività, errori anche costosi, scarsa innovazione. Se non mi formo e non so cosa c’è là fuori, l’azienda resta ferma. E se sento che non si investe su di me, me ne vado».</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont right">
<figure class="zoom-gallery new libera right"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/11/3/photos/formare-sul-lavoro-no-a-corsi-fiumema-tutor-e-feedback-per-la-crescita_c80d6b58-b893-11f0-b324-45bec001a27a_1920_2088.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad alignleft" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/11/3/photos/cache/formare-sul-lavoro-no-a-corsi-fiumema-tutor-e-feedback-per-la-crescita_c80d6b58-b893-11f0-b324-45bec001a27a_1920_2088_v3_medium_libera.jpg" width="519" height="564" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/11/3/photos/cache/formare-sul-lavoro-no-a-corsi-fiumema-tutor-e-feedback-per-la-crescita_c80d6b58-b893-11f0-b324-45bec001a27a_1920_2088_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
</div>
<h3 class="half-story">Fondamentale l’onboarding</h3>
<div class="article-body">
<p>Cuore del «formare» è l’onboarding. «Non è un giro ufficio e due password. Serve affiancamento vero sui casi ricorrenti, qualcuno che ti ascolta e ti guida. L’onboarding dà sicurezza, fa sentire accolti e ti rende autonomo il più velocemente possibile» ricorda la coach, portando esempi concreti di percorsi settimanali intensivi con tutor dedicati: «Senza onboarding i primi mesi sono ansia, frustrazione, inefficienza: non sai a chi chiedere, hai paura di sbagliare». Un equivoco ricorrente è separare onboarding e formazione: «Le due cose vanno insieme. Sentirmi dire: “ieri hai ascoltato, oggi mezz’ora di simulazione, domani sei al telefono da solo” non è onboarding» . E qui si incastra il pregiudizio più duro: «Investo e poi se ne vanno? È il pretesto per non formare. Il rischio vero è non formare e tenerli non formati».</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Lezioni innovative e coinvolgenti</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Come si progetta, allora, una formazione efficace per la Gen Z ? «La formazione passiva, frontale, è noiosissima e poco funzionale. Serve pratica: role play, simulazioni, casi reali, micro-apprendimenti che applichi subito in reparto. La tecnologia — anche l’IA — aiuta se è dentro un disegno: esercizi guidati, feedback istantanei, percorsi adattivi. Senza un tutor e un obiettivo restano gadget».</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 237px" class="wp-caption alignright"><a title="La coach Federica Romagna" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/11/3/photos/formare-sul-lavoro-no-a-corsi-fiumema-tutor-e-feedback-per-la-crescita_c932f3ae-b893-11f0-b324-45bec001a27a_1920_3415.jpeg" data-title="La coach Federica Romagna"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="La coach Federica Romagna" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/11/3/photos/cache/formare-sul-lavoro-no-a-corsi-fiumema-tutor-e-feedback-per-la-crescita_c932f3ae-b893-11f0-b324-45bec001a27a_1920_3415_v3_medium_libera.jpeg" alt="La coach Federica Romagna" width="237" height="422" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/11/3/photos/cache/formare-sul-lavoro-no-a-corsi-fiumema-tutor-e-feedback-per-la-crescita_c932f3ae-b893-11f0-b324-45bec001a27a_1920_3415_v3_medium_libera.jpeg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">La coach Federica Romagna</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">C’è poi lo skill mismatch. «Tutti lo denunciano, pochi si prendono la quota di responsabilità. Non basta “comprare fuori” chi è già pronto: bisogna mappare le competenze per ruolo, programmare affiancamenti con tempi certi, verifiche in itinere. Il manager non è un professore, ma deve guidare l’apprendimento quotidiano». Questo è il punto che Romagna ripete più volte: legare ogni intervento formativo a indicatori misurabili e farlo vivere nella routine (colloqui individuali, revisioni periodiche, momenti di feedback), non come evento isolato.</p>
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</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Feedback continui e costanti</h3>
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<div class="article-body">
<p>Il tassello che accelera tutto è il feedback. «Le piattaforme anonime piene di “bravo!” non cambiano i comportamenti. Servono rituali brevi e regolari: cosa è andato, cosa migliorare, di cosa hai bisogno per farlo. Linguaggio concreto, esempi, passi successivi» spiega Romagna, in coerenza con il Decalogo Delta Index che premia il coaching continuo. Argomento che la coach sottolinea spesso quando lega piano formativo e momenti di restituzione.</p>
</div>
<div id="scroll6" class="article-body">
<h3>Meno slogan, più progettazione</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Alla fine «formare» è anche «trattenere». «Se io percepisco che investi su di me, vedo un percorso. Quando arriva un’offerta esterna non decido solo sullo stipendio» riassume la coach, riportando l’attenzione sul patto di fiducia costruito nei primi mesi. Tesi emersa anche a proposito del costo di non formare e del turnover. Il punto di caduta è chiaro: meno slogan, più progettazione. «Onboarding con affiancamento reale, obiettivi collegati ai KPI, cicli brevi e pratici, feedback ritualizzati. È organizzazione, non magia» è la sintesi operativa che attraversa tutta la chiacchierata con Romagna, dai casi di «promesse non mantenute» alla ricetta per trasformare l’ingresso in azienda in un vero acceleratore di autonomia. Così la formazione smette di essere un costo e diventa linguaggio d’impresa: «Qui cresci davvero». Ed è lì che il giovane resta.</p>
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		<title>Servizio civile, il vivaio «nascosto». Ma per le imprese che sanno cercare</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/servizio-civile-il-vivaio-nascosto-ma-per-le-imprese-che-sanno-cercare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Sep 2025 10:38:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=9313</guid>

					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Non un ripiego ma un investimento sul lavoro: il 71% dei giovani coinvolti riceve offerte subito Di Blasi e Dal Lago (Mosaico): «Il valore aggiunto non è solo ciò che sperimentano, ma ciò che diventano dopo»</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="article__head">
<div class="article__contacts">
<div class="author article__author">
<div class="author_container"></div>
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<div class="article-body-big">
<p class="zoom-gallery header-foto">Il Servizio civile universale e la Leva civica possono essere il miglior biglietto da visita per il mercato del lavoro. Non è un paradosso. E non lo dicono solo i numeri, lo confermano anche le storie e le analisi, in particolare quella realizzata dall’<a href="http://www.deltaindex.it/" target="_blank" rel="noopener">Osservatorio Delta Index</a> sull’Associazione Mosaico (la sede principale, tra le quattro presenti in Lombardia, è a Bergamo) che dal 2016 conduce un’indagine sugli effetti occupazionali del Servizio civile universale e della Leva civica regionale. I risultati dell’ottava edizione parlano chiaro: il 71% dei ragazzi riceve almeno un’offerta di lavoro entro sei mesi dalla conclusione del servizio. Un dato prezioso: durante queste esperienze, i giovani acquisiscono competenze trasversali che li rendono pronti a misurarsi con il mondo del lavoro.</p>
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<div class="story">
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Una formula unica</h3>
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<div class="article-body">
<p>«Il Servizio civile non è un ripiego, ma un investimento. E i numeri lo dimostrano», afferma Claudio Di Blasi, presidente di Associazione Mosaico, nata nel 2000, quando il Servizio civile era ancora legato all’obiezione di coscienza. «La gestione degli operatori volontari era frammentata – ricorda Di Blasi –. Con alcuni enti decidemmo di sperimentare una formula unica di coordinamento. L’allora direttore dell’Ufficio nazionale per il Servizio civile, Guido Bertolaso, approvò l’idea. Quando partimmo eravamo poche realtà, oggi Mosaico conta 350 enti associati».</p>
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<div class="article-body-full">
<div class="position2">Un percorso che, nel tempo, ha trasformato l’associazione che opera in Lombardia in un punto di riferimento nazionale. Non solo per i numeri, ma per la capacità di innovare strumenti e visione. Tra i dati più rilevanti del report 2024, c’è il fatto che il 68% dei ragazzi riceve offerte di lavoro da realtà diverse rispetto a quelle in cui ha prestato servizio, e nel 49% dei casi in settori differenti. Significa che le competenze maturate sono trasversali e trasferibili: dall’organizzazione di eventi alla gestione amministrativa, dall’assistenza a minori e anziani fino alla comunicazione digitale.</div>
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<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont right">
<figure class="zoom-gallery new libera right">
<figure style="width: 380px" class="wp-caption alignleft"><a title="Michele Dal Lago" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/29/photos/servizio-civile-il-vivaio-nascostoma-per-le-imprese-che-sanno-cercare_3c678356-9d07-11f0-85d5-8e765c89b52c_1920_1440.webp" data-title="Michele Dal Lago"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Michele Dal Lago" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/29/photos/cache/servizio-civile-il-vivaio-nascostoma-per-le-imprese-che-sanno-cercare_3c678356-9d07-11f0-85d5-8e765c89b52c_1920_1440_v3_large_libera.webp" alt="Michele Dal Lago" width="380" height="285" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/29/photos/cache/servizio-civile-il-vivaio-nascostoma-per-le-imprese-che-sanno-cercare_3c678356-9d07-11f0-85d5-8e765c89b52c_1920_1440_v3_large_libera.webp" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Michele Dal Lago</figcaption></figure>
<p>«Le imprese cercano soft skills, e i nostri ragazzi le portano in dote», evidenzia Michele Dal Lago, responsabile del tutoraggio. «Parliamo di puntualità, capacità di lavorare in gruppo, senso di responsabilità. Sono qualità spesso assenti nei curricula dei ventenni, mentre il Servizio civile le fa emergere in modo naturale».</figure>
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<div class="article-body">
<p>Negli anni Ottanta, chi optava per il Servizio civile al posto della leva militare era spesso guardato con sospetto. Di Blasi lo sa bene: «Quando lo feci io, nel 1981, eravamo 5.000 obiettori contro 250.000 ragazzi in divisa». Svolgere il Servizio civile, spiega, ha consolidato quelli che erano i suoi principi e valori.</p>
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<div class="article-body">
<p>Con gli anni, la situazione è cambiata. Abolita la leva obbligatoria, annualmente viene pubblicato un bando dal Dipartimento per le Politiche giovanili e il Servizio civile universale. I giovani scelgono il progetto più affine a sé, e presentano la propria candidatura. Mosaico, mediamente, conta almeno tre candidati per ogni posizione aperta.</p>
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<div class="half-story"></div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 283px" class="wp-caption alignright"><a title="Claudio Di Blasi" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/29/photos/servizio-civile-il-vivaio-nascostoma-per-le-imprese-che-sanno-cercare_3de6fc70-9d07-11f0-85d5-8e765c89b52c_1920_2560.webp" data-title="Claudio Di Blasi"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Claudio Di Blasi" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/29/photos/cache/servizio-civile-il-vivaio-nascostoma-per-le-imprese-che-sanno-cercare_3de6fc70-9d07-11f0-85d5-8e765c89b52c_1920_2560_v3_medium_libera.webp" alt="Claudio Di Blasi" width="283" height="377" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/29/photos/cache/servizio-civile-il-vivaio-nascostoma-per-le-imprese-che-sanno-cercare_3de6fc70-9d07-11f0-85d5-8e765c89b52c_1920_2560_v3_medium_libera.webp" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Claudio Di Blasi</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">Tra chi aspira a svolgere questo percorso, la presenza femminile è «dominante» (il 74% dei partecipanti). Le esperienze pregresse (scolastiche e non) di chi si candida, così come le aspirazioni o le attitudini personali sono le più diverse. Dal Lago evidenzia come ci siano «numerosi operatori volontari provenienti da facoltà tecniche e scientifiche. Impegnarsi per un anno in un ufficio comunale o in un’associazione culturale significa tornare a casa con competenze che nel privato valgono oro». Tornando al report, l’indagine mostra che il 72% delle offerte lavorative ricevute dagli operatori volontari è di buona qualità: contratti a termine, ma anche apprendistati e tempo indeterminato. C’è comunque un obiettivo ancora da raggiungere: far sì che le imprese guardino al Servizio civile universale e alla Leva civica regionale come un percorso formativo dove i giovani crescono umanamente e professionalmente. Questo bagaglio personale diventa una risorsa importante per le aziende.</p>
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<div class="article-body">
<p>«Una criticità da superare – osserva Di Blasi – è rappresenta dal fatto che ci sono aziende che hanno un approccio emergenziale quando devono assumere nuovo personale, e manca una visione a lungo termine dove sia centrale l’obiettivo di far crescere e trattenere i lavoratori. Ma la risorsa umana è come una materia prima preziosa: se scarseggia, è necessario mettere in atto delle azioni per coltivarla».</p>
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<div class="article-body">
<p>Mosaico sta lavorando proprio su questo fronte, organizzando workshop e incontri tra mondo produttivo e giovani operatori volontari. «Vogliamo mostrare alle imprese – aggiunge Dal Lago – che il Servizio civile è anche un’occasione di radicamento territoriale. In Valtellina, ad esempio, il lavoro non manca, ma i giovani partono e non tornano. Il Servizio civile può essere un ponte tra nuove generazioni e comunità locali».</p>
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<div class="article-body">
<p>Lo stesso Di Blasi porta un esempio personale. Conclusi gli studi universitari, all’ingresso nel mondo del lavoro «le competenze che mi servirono di più le avevo imparate durante il percorso di Servizio civile: la capacità di gestire gli uffici, il relazionarmi con il pubblico, saper lavorare in squadra. Competenze affinate non sui libri, ma grazie all’esperienza diretta».</p>
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<div class="article-body">
<p>Oggi la sfida è ancora più grande: il settore educativo vive una carenza drammatica di figure professionali. «In Lombardia mancheranno 7-8.000 educatori entro tre anni – avverte il presidente –. Non possiamo importare queste competenze dall’estero. Con Regione e con le Cooperative attive sul territorio stiamo sperimentando come la Leva civica possa diventare anche uno strumento di orientamento e formazione verso specifici percorsi di studio».</p>
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<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Una palestra di vita</h3>
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<div class="article-body">
<p>L’idea di fondo è chiara: trasformare il Servizio civile e la Leva civica in una sorta di palestra di vita, capace di unire imprese, terzo settore e istituzioni. «Immaginate un gruppo di aziende che investono insieme ad altri soggetti in un vivaio di giovani, promuovendo la formazione e il radicamento nel territorio – spiega Dal Lago –. Sarebbe un modello di sostenibilità sociale ed economica».</p>
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<div class="article-body">
<p>Non una panacea, certo. «Il Servizio civile non risolve tutti i problemi – conclude Di Blasi – ma è un tassello fondamentale in un’Italia che invecchia e che rischia di sprecare le poche energie giovani rimaste. Noi lo vediamo ogni giorno: questi ragazzi non sono solo operatori volontari, sono la nostra più grande ricchezza».</p>
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<div class="article-body">
<p>Dietro le percentuali ci sono storie, scelte, percorsi di crescita. Ragazzi che scoprono un mestiere, aziende che trovano collaboratori affidabili, territori che ritrovano energie. Ed è forse questo il vero messaggio che arriva da Associazione Mosaico: in un Paese che soffre di inverno demografico e di sfiducia, il Servizio civile universale e la Leva civica regionale non sono solo esperienze di altruismo e impegno sociale, ma incubatori di futuro. Come dice Dal Lago, «il valore aggiunto non è solo quello che i giovani fanno durante il servizio, ma ciò che diventano dopo. E di questo, oggi, abbiamo un bisogno disperato».</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/servizio-civile-il-vivaio-nascosto-ma-per-le-imprese-che-sanno-cercare/">Servizio civile, il vivaio «nascosto». Ma per le imprese che sanno cercare</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<title>Assunti per formarli, non per il Cv. Modello «Skill-based» con i giovani</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/assunti-per-formarli-non-per-il-cv-modello-skill-based-con-i-giovani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Sep 2025 15:18:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FORMARE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=9234</guid>

					<description><![CDATA[<p>Martina Mauri (Politecnico): «Non è una moda, ma la via per riconoscere e trattenere davvero i ragazzi in azienda che cercano opportunità di esprimersi. Gli Hr devono mappare le competenze, non i titoli»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/assunti-per-formarli-non-per-il-cv-modello-skill-based-con-i-giovani/">Assunti per formarli, non per il Cv. Modello «Skill-based» con i giovani</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>In molti colloqui, la prima domanda è ancora: «Quanta esperienza hai?». Ma se sei un giovane, la risposta è sempre troppo breve. E se sei un’azienda, oggi è una domanda sbagliata. Lo dimostra un dato: il 54% dei lavoratori italiani ritiene di avere competenze non riconosciute. E nel caso della Gen Z, il problema non è solo la mancata valorizzazione, ma anche l’incapacità di intercettare il potenziale.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Per invertire questa rotta, c’è un modello che sta emergendo anche in Italia: si chiama Skill-Based Organization, e mette le persone davanti ai ruoli. A spiegarne l’efficacia è <strong class="gsto">Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano</strong>, che da anni analizza l’evoluzione del lavoro e dei suoi paradigmi, nonché autorevole e preziosa voce scientifica per i contenuti sviluppati dal Delta Index. «Le aziende – spiega – sono ancora strutturate per ruoli, ma i ruoli stanno diventando fluidi. Partire dalle competenze, invece, consente di valorizzare le persone in modo più equo, soprattutto i giovani che oggi si trovano spesso esclusi. Una giovane laureata in filosofia che sa usare strumenti di Ia può diventare una risorsa preziosa in una funzione data-driven, se l’azienda è in grado di vederlo. Ma se guardiamo solo al titolo di studio o al job title precedente, perderemo persone con grande potenziale nascosto».</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Ruoli rigidi, persone invisibili</h3>
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<div class="article-body">
<p>«Il sistema attuale – prosegue Mauri – funziona così: ti cerco se hai già fatto qualcosa. Ma se non l’hai ancora fatto, anche se potresti farlo benissimo, non ti vedo». È la logica del curriculum, che penalizza chi ha meno esperienze, ma anche chi ha sviluppato competenze fuori dai canoni classici.</p>
</div>
<div class="article-body">
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<figure style="width: 274px" class="wp-caption alignleft"><a title="Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/1/photos/assunti-per-formarli-non-per-il-cvmodello-skill-based-con-i-giovani_38d54ebc-8709-11f0-bb73-e14b66d64ae4_1920_1290.webp" data-title="Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/1/photos/cache/assunti-per-formarli-non-per-il-cvmodello-skill-based-con-i-giovani_38d54ebc-8709-11f0-bb73-e14b66d64ae4_1920_1290_v3_large_libera.webp" alt="Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano" width="274" height="184" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/9/1/photos/cache/assunti-per-formarli-non-per-il-cvmodello-skill-based-con-i-giovani_38d54ebc-8709-11f0-bb73-e14b66d64ae4_1920_1290_v3_large_libera.webp" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano</figcaption></figure>
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<p>Nelle Skill-Based Organization, invece, si parte da una domanda diversa: quali competenze servono davvero per svolgere un’attività? E chi le possiede – anche in modo trasversale – può essere coinvolto, formato, promosso. È un cambio di paradigma. «Significa uscire dalla logica “ti assumo per fare X” e passare a “ti assumo perché sai fare A, B, C e posso farti crescere in più direzioni”. Questo approccio funziona anche nelle Pmi: non servono strutture complesse, serve solo la volontà di ragionare per skill».</p>
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<h3>Quello che le aziende non vedono</h3>
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<p>Il Delta Index, l’Osservatorio sull’attrattività delle imprese verso la Gen Z, ha misurato anche sul territorio lombardo quanto questo modello sia lontano dalla realtà. Meno di un’impresa su tre ha attivato processi strategici per il reskilling o l’upskilling. E anche in fase di selezione, la valutazione è ancora centrata sul percorso e non sul potenziale. «È un peccato – osserva Mauri – perché la Generazione Z è ricca di risorse: competenze digitali, capacità di adattamento, pensiero critico. Ma se li valutiamo solo per quello che hanno fatto, non ci accorgiamo di quello che possono diventare».</p>
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<h3>I numeri che premiano</h3>
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<p>I benefici della Skill-Based Organization non sono solo teorici. I dati raccolti dal Politecnico, sintetizzati in un confronto con le aziende «tradizionali», parlano chiaro: il coinvolgimento e la motivazione raddoppiano (dal 17% al 42%); il benessere percepito cresce dal 10% al 18%; l’intenzione di dimettersi cala drasticamente, dal 41% al 36%. «Sono risultati che non si ottengono con un benefit o con un corso di formazione ogni tanto – chiarisce Mauri – ma con un cambio strutturale di approccio. Quando le persone si sentono viste, riconosciute, ascoltate per ciò che sanno fare, lavorano meglio e restano più volentieri».</p>
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<h4 style="text-align: center;"><span style="color: #0000ff;">«Dobbiamo imparare a guardare dentro, non solo fuori. Quante persone in azienda hanno capacità che non usiamo? </span><span style="color: #0000ff;">Quanti giovani hanno potenziale per ruoli che non immaginano nemmeno? Se non costruiamo strumenti per mappare le competenze in modo dinamico, questo  tesoro resta nei cassetti».</span></h4>
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<h3>La scuola non basta</h3>
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<p>Il tema del mismatch tra formazione e lavoro è spesso affrontato accusando il sistema scolastico. Ma l’analisi dell’Osservatorio Delta Index mostra che le responsabilità sono diffuse. In Lombardia il 40% delle imprese non ha relazioni attive con scuole, Its o università, e solo il 22% arriva a co-progettare percorsi di apprendistato. Difficile trovare giovani pronti se il dialogo con la formazione è interrotto. Mauri è netta su questo aspetto: «Il mondo delle imprese deve imparare a parlare con quello della scuola. Non possiamo pretendere candidati perfetti se non li aiutiamo a diventarlo. Il ruolo degli Its, ad esempio, può essere cruciale se costruito con le imprese e orientato alle reali competenze richieste».</p>
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<h3>Un tesoro nascosto non mappato</h3>
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<p>La metà dei lavoratori italiani sente che le proprie competenze non sono utilizzate. E la Gen Z, spesso, viene confinata in ruoli standard, senza reale valorizzazione. «Dobbiamo imparare a guardare dentro, non solo fuori – sottolinea Mauri –. Quante persone in azienda hanno capacità che non usiamo? Quanti giovani hanno potenziale per ruoli che non immaginano nemmeno? Se non costruiamo strumenti per mappare le competenze in modo dinamico, questo tesoro resta nei cassetti».</p>
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<h3>Formazione, cultura quotidiana</h3>
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<p>Secondo il Delta Index, nella classifica delle priorità Hr, la formazione è indicata come urgente solo dal 17% delle imprese prima del questionario. Ma dopo l’assessment, la percentuale sale al 28%. Segno che serve consapevolezza. «La Gen Z cerca identità, senso, crescita – afferma Mauri –. E la formazione è il modo per offrirglieli. Ma non bastano corsi spot o piattaforme. Serve un tutor che ascolta, un onboarding ben pensato, un manager che fa coaching. Serve una cultura del feedback continuo e dello sviluppo personalizzato. Solo così la formazione diventa retention, non solo adempimento. I giovani non vogliono pacchetti preconfezionati. Vogliono sapere che c’è un progetto per loro. Che qualcuno li seguirà. Che avranno voce. E questo vale più di tanti benefit materiali. Dove trovano questo, restano».</p>
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<h3>Nuovo patto tra giovani e imprese</h3>
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<p>La logica della Skill-Based Organization è al centro anche del modello di valutazione sviluppato dal Delta Index. Attraverso un questionario certificato, le aziende vengono valutate non solo sulla capacità di attrarre, ma anche di formare, selezionare e trattenere i giovani. Chi supera la soglia ottiene un bollino «Gen Z friendly», visibile sui propri canali. Ma, prima ancora, ottiene una bussola per capire dove migliorare.</p>
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<p>«La sfida – conclude Mauri – è costruire un nuovo patto con i giovani. Non basato su promesse, ma su riconoscimento, fiducia, ascolto. E questo patto può iniziare solo se impariamo a guardarli per ciò che sono: pieni di potenziale, anche quando il curriculum è ancora vuoto».</p>
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<h2>SCHEDA</h2>
<p>Che cosa è la Skill-based Organization</p>
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<p>Una Skill-Based Organization è un’organizzazione che fonda i propri processi HR non su ruoli fissi o posizioni gerarchiche, ma sulle competenze reali e attualizzabili delle persone. È un approccio sempre più urgente, in un mercato del lavoro in cui le tecnologie evolvono rapidamente e il ciclo di obsolescenza delle competenze si è ridotto a 2–3 anni. L’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano ha definito tre pilastri fondamentali di questo modello: a) de-costruzione del lavoro: le attività vengono assegnate in base alle competenze necessarie, non ai ruoli. Le persone non sono incasellate, ma coinvolte in progetti coerenti con ciò che sanno fare (o possono imparare a fare); b) analisi strategica delle competenze: mappare, aggiornare e prevedere le competenze future diventa un processo continuo, non un esercizio annuale: c) strutture orizzontali e team auto-organizzati, dove responsabilità e autonomia sono distribuite. A supporto di questo modello, le tecnologie digitali (soprattutto l’Ia) giocano un ruolo chiave: permettono di personalizzare la crescita, prevedere i fabbisogni futuri e connettere le persone alle opportunità.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/assunti-per-formarli-non-per-il-cv-modello-skill-based-con-i-giovani/">Assunti per formarli, non per il Cv. Modello «Skill-based» con i giovani</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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