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	<title>TRATTENERE Archivi - Deltaindex</title>
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	<description>Business a misura di talenti</description>
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	<title>TRATTENERE Archivi - Deltaindex</title>
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	<item>
		<title>Gen Z, il welfare serve a sopravvivere ma non basta a costruire il futuro</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-il-welfare-serve-a-sopravvivere-ma-non-basta-a-costruire-il-futuro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 07:46:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. L’Osservatorio di DoubleYou (Gruppo Zucchetti) fotografa uno scarto che le aziende non vedono: i giovani chiedono mobilità e formazione. Ma spendono il 77% del budget in buoni acquisto: «Necessità, non scelta»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-il-welfare-serve-a-sopravvivere-ma-non-basta-a-costruire-il-futuro/">Gen Z, il welfare serve a sopravvivere ma non basta a costruire il futuro</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Immaginate un distributore automatico. Ci metti un euro, scegli quello che vuoi, e lo ottieni subito. Che sia uno snack o una bibita, non c’è bisogno di alcun elaborato ragionamento: scegli, schiacci e ottieni. È la metafora più precisa per descrivere il rapporto che molte aziende italiane hanno ancora oggi con il <b>welfare aziendale: uno strumento da erogare, non una leva da costruire</b>.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">L’<b>Osservatorio Welfare 2026 di DoubleYou (Gruppo Zucchetti)</b>, realizzato su un campione di oltre 3.000 aziende e più di 500mila lavoratori, fotografa un mercato che si dichiara maturo ma tradisce ancora i segni di una maturità incompiuta. I numeri sono solidi: l’87% del credito welfare disponibile viene effettivamente speso dai lavoratori. Il benefit medio pro capite si attesta a 1.040 euro, sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente. Il sistema funziona. Il problema è che funziona in modo troppo prevedibile. Perché come evidenzia spesso l’<b></b> <b>Osservatorio Delta Index (partner dell’Osservatorio Zucchetti Hr</b>) quando si guarda alla Generazione Z &#8211; quella che nei prossimi anni rappresenterà la quota crescente di lavoratori da attrarre, selezionare, formare e trattenere &#8211; il quadro cambia radicalmente. E costringe a fare domande scomode.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Il cassetto delle emergenze</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>La Gen Z riceve in media 720 euro di credito welfare all’anno: il valore più basso tra tutte le generazioni. E ne spende il 77% in fringe benefit, cioè i buoni acquisto per la spesa, la benzina, i beni di prima necessità. Non perché non voglia altro. Ma perché con quel budget non può permettersi altro. Il welfare diventa un cuscinetto per i bisogni immediati, non uno strumento di sviluppo personale o professionale.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il paradosso emerge quando si incrociano questi dati con quelli sul wellbeing: il 45% della Gen Z indica la mobilità sostenibile come priorità, tre o quattro volte in più rispetto a tutte le altre generazioni. I giovani vogliono che l’azienda entri nella loro vita quotidiana in modo concreto, non con benefit di facciata. E ancora: il 27% della Gen Z cita il benessere finanziario come priorità, una percentuale simile a quella dei Baby Boomers, ma per ragioni opposte. I Boomers pensano alla previdenza complementare, i giovani a come arrivare alla fine del mese.</div>
</div>
<div data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="23742"></div>
<h3 class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="23742">Il welfare non conosce la Gen Z</h3>
<div class="article-body">
<p>C’è poi il dato che dovrebbe far riflettere le direzioni Hr: solo il 5% della Gen Z considera prioritario il sostegno alla genitorialità, contro il 32% dei Millennials. Non è indifferenza, è che quella fase della vita non è ancora arrivata. Il welfare non può permettersi di offrire a tutti lo stesso pacchetto standardizzato e aspettarsi che funzioni allo stesso modo per tutte le fasce d’età. Eppure è esattamente quello che accade nella maggior parte dei casi.</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/5/25/photos/gen-z-il-welfare-serve-a-sopravvivere-ma-non-basta-a-costruire-il-futuro_9c103d1a-580b-11f1-ad6b-fba6a2155a3b_1920_1749.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/5/25/photos/cache/gen-z-il-welfare-serve-a-sopravvivere-ma-non-basta-a-costruire-il-futuro_9c103d1a-580b-11f1-ad6b-fba6a2155a3b_1920_1749_v3_large_libera.jpg" alt="Gen Z, il welfare serve a sopravvivere ma non basta a costruire il futuro" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/5/25/photos/cache/gen-z-il-welfare-serve-a-sopravvivere-ma-non-basta-a-costruire-il-futuro_9c103d1a-580b-11f1-ad6b-fba6a2155a3b_1920_1749_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Lo conferma Andrea Catania, Advisory Director di DoubleYou (Gruppo Zucchetti): «Dai dati del nostro Osservatorio emerge un punto molto netto: tra gli under 35 non manca l’interesse per un welfare più qualificato e trasversale, manca però spesso un allineamento tra ciò che chiedono e ciò che riescono realmente a utilizzare. La Gen Z esprime priorità specifiche: spiccano mobilità sostenibile, formazione, sviluppo professionale e benessere finanziario, dimensioni fortemente orientate al futuro e alla crescita personale. Se però osserviamo i comportamenti di spesa, queste stesse dimensioni restano marginali: il 77% del loro budget si concentra sui buoni spesa, contro una media del 58%».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Lo scarto, spiega Catania, non va letto come contraddizione: «Parliamo di una generazione fortemente colpita dalla perdita di potere d’acquisto, che trova nei buoni una facile valvola di sfogo. Ma sbaglieremmo a dedurre che questo esaurisca i bisogni dei più giovani. Il fringe benefit è la soluzione più accessibile nel contesto in cui operano: credito welfare più basso, minore anzianità, spesso minore accompagnamento nella scelta. Millennials e Gen X, quando hanno più disponibilità, si spostano su bisogni strutturati: genitorialità, istruzione, previdenza. Nella Gen Z questa evoluzione non parte, non per mancanza di interesse ma per mancanza di condizioni abilitanti. Il rischio, soprattutto in chiave di attraction, è evidente: le aziende parlano ai giovani con un’offerta che intercetta bisogni immediati, mentre la domanda reale è già su mobilità, competenze e autonomia economica. Finché questo gap resta aperto, il welfare rischia di essere percepito come un bonus travestito, non come un elemento distintivo dell’esperienza di lavoro». Il report evidenzia un’altra distanza: il 56% dei lavoratori associa il benessere a incentivi e benefit concreti, mentre per l’82% degli Hr manager la priorità è il benessere psicologico. Due mondi che si parlano ma non si ascoltano. E il 65% dei lavoratori vorrebbe uno strumento integrato con il portale welfare per ricevere comunicazioni personalizzate e partecipare attivamente alle scelte aziendali: solo il 39% degli Hr ritiene questa esigenza rilevante. C’è un bisogno di essere visti, riconosciuti, inclusi, che l’azienda media non sta ancora intercettando.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Da strumento a infrastruttura</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>La questione riguarda, prima ancora della retention, l’attraction: la capacità di far scegliere la propria azienda a un giovane che ha davanti a sé molte opzioni. Un giovane che valuta dove lavorare non vede quasi mai, negli annunci o nelle pagine careers, una descrizione concreta del welfare offerto. Vede foto di uffici luminosi e frasi sul teamwork. Il welfare viene trattato come un plus da svelare dopo l’assunzione, non come un argomento da mettere sul tavolo già in fase di selezione. È un’opportunità sprecata. E a renderla ancora più evidente c’è un ultimo dato: il 46% delle aziende ammette di non essere ancora pronta sul tema della trasparenza salariale. Welfare, benessere e retribuzione continuano a viaggiare su binari separati, mentre per la Gen Z fanno parte di un’unica domanda: vale la pena lavorare qui?</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Conclude Umberto Cassinari, Ceo e co-fondatore di DoubleYou (Gruppo Zucchetti): «Le aziende oggi possono costruire esperienze capaci di accompagnare i lavoratori nella vita vera di ogni giorno, dalla crescita professionale alla salute, dalla genitorialità alla stabilità economica. È qui che il welfare cambia le carte in tavola anche in fase di attraction. Perché oggi, soprattutto per le nuove generazioni, scegliere un’azienda significa valutare anche la qualità dell’esperienza che potrà offrire: quanto ascolta, quanto sa essere vicina ai bisogni, quanto investe davvero sul benessere e sul futuro. Un welfare ben progettato non serve solo a trattenere: racconta, già prima dell’assunzione, che tipo di cultura aziendale si sta scegliendo».</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Tanti al lavoro, pochi davvero coinvolti. La frattura che pesa sulla produttività</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 09:29:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Studio del Censis per far fronte al disimpegno. La ricercatrice Fulvia Santini: «Tra i giovani il disengagement non è rifiuto del lavoro, ma di modelli che ormai non parlano più alle nuove generazioni»</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il lavoro continua a occupare le giornate, ma sempre meno le menti. È in questo scarto silenzioso che si gioca oggi una delle partite più decisive per il futuro delle imprese italiane. Una distanza che non riguarda soltanto il benessere individuale, ma che incide direttamente sulla produttività, sulla capacità di trattenere competenze e sulla tenuta complessiva del sistema economico. È da qui che prende le mosse la ricerca «Engagement e produttività. Più produttività attraverso la leva della motivazione e del coinvolgimento sul posto di lavoro», realizzata dal Censis e commissionata da Philip Morris Italia, che prova a riportare al centro una variabile spesso evocata, ma raramente affrontata fino in fondo: il coinvolgimento reale delle persone nel lavoro che svolgono.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">La contraddizione</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il contesto è quello di un Paese che lavora molto e rende poco. Da oltre quindici anni la produttività italiana cresce a fatica, mentre aumentano le ore lavorate e si intensifica la pressione organizzativa. A livello internazionale, le ricerche Gallup del 2024 e del 2025 collocano l’Italia tra i Paesi con i livelli di engagement più bassi. «È stato proprio questo dato a far scattare la riflessione &#8211; spiega Fulvia Santini, ricercatrice del Censis -. Ci siamo chiesti cosa accade quando l’engagement viene meno e abbiamo deciso di analizzare il disengagement non come una fragilità individuale, ma come un processo strutturale che riguarda organizzazioni, modelli di lavoro e aspettative generazionali».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 354px" class="wp-caption alignleft"><a title="Fulvia Santini, ricercatrice del Censis" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_33ef176e-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1279.jpeg" data-title="Fulvia Santini, ricercatrice del Censis"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="lozad" title="Fulvia Santini, ricercatrice del Censis" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/cache/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_33ef176e-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1279_v3_large_libera.jpeg" alt="Fulvia Santini, ricercatrice del Censis" width="354" height="236" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/cache/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_33ef176e-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1279_v3_large_libera.jpeg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Fulvia Santini, ricercatrice del Censis</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">Il Rapporto restituisce un quadro complesso, fatto di apparenti contraddizioni. Il 79,3% degli occupati dichiara di sentirsi molto o abbastanza motivato. Ma questa media nasconde fratture profonde. Tra i 18 e i 44 anni solo il 24,3% afferma di essere davvero interessato al proprio lavoro. E per il 54,1% dei giovani il lavoro ha perso centralità nella vita o non è mai stato una priorità. «Non è una disaffezione verso il lavoro in sé &#8211; chiarisce Santini &#8211; ma il rifiuto di un modello che non risponde più alle esigenze delle nuove generazioni, sempre più orientate alla ricerca di equilibrio tra vita privata e vita professionale».</p>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>L’età emerge come uno spartiacque netto. Gli over 55, cresciuti in un’epoca in cui il lavoro rappresentava un valore identitario e una fonte primaria di riconoscimento sociale, risultano i più coinvolti: il 37,5% si dichiara molto motivato e il 66,3% continua a considerare il lavoro un pilastro centrale della propria esistenza. All’estremo opposto, tra i più giovani prende forma una sensazione diffusa di disincanto. Più della metà degli under 35, il 53,9%, si sente poco o per nulla coinvolta nelle attività quotidiane, contro il 34,4% degli over 55. Una distanza emotiva che non nasce all’improvviso, ma che si costruisce nel tempo.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>I tre passaggi chiave</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="2205">Per descrivere questo scivolamento progressivo, il Censis individua tre passaggi chiave, le cosiddette «tre D» del disengagement: disallineamento, disincanto e distacco. Il primo nodo è il disallineamento tra competenze e ruolo. Solo il 27,2% dei lavoratori percepisce una piena coerenza tra ciò che sa fare e ciò che gli viene richiesto, mentre il 13,7% segnala un forte scarto. Il fenomeno colpisce soprattutto i giovani: tra i 18 e i 34 anni il disallineamento sale al 16,8%, quasi tre volte il dato degli over 55. «Molti giovani entrano nel mondo del lavoro con aspettative elevate di apprendimento e di contributo &#8211; osserva Santini -. Ma spesso si ritrovano in ruoli poco coerenti, ripetitivi o privi di percorsi chiari. Questo scarto iniziale genera frustrazione, che nel tempo si trasforma in disincanto e poi in distacco».</div>
<div class="article-body">
<p>Il disengagement non resta confinato nella sfera emotiva. Produce effetti concreti e misurabili sulle organizzazioni. Il 44,3% dei lavoratori dipendenti ha considerato di cambiare occupazione, percentuale che sale al 64,6% tra gli under 35. Le motivazioni sono eloquenti: aumento del reddito (39,5%), stress o carico di lavoro eccessivo (28,7%), ricerca di una maggiore soddisfazione professionale (21,5%). «Non si tratta semplicemente di instabilità o di strategia di carriera &#8211; sottolinea Santini &#8211; ma della ricerca di condizioni di lavoro migliori, più sostenibili e più coerenti con le proprie aspettative».</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_34e9d67c-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1751.jpg"><img decoding="async" class="lozad" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/cache/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_34e9d67c-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1751_v3_large_libera.jpg" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/cache/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_34e9d67c-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1751_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Il costo del disengagement è percepito anche dai lavoratori stessi. Un occupato su tre ritiene che il disimpegno riduca in modo significativo la produttività dell’azienda in cui lavora, una convinzione particolarmente diffusa tra i senior, più consapevoli del legame tra coinvolgimento e risultati. Turnover elevato, perdita di competenze, calo della qualità delle prestazioni e impoverimento del clima organizzativo sono alcune delle conseguenze di questa distanza crescente.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Alla domanda su cosa potrebbe aumentare il coinvolgimento, il 54% degli occupati indica una retribuzione più competitiva. Ma fermarsi al salario sarebbe riduttivo. Quattro lavoratori su dieci chiedono più benessere e migliori condizioni di lavoro, il 32% benefit aziendali e il 26,9% maggiore flessibilità oraria e smart working. Tra i giovani emergono anche la richiesta di percorsi di crescita più chiari e di un investimento strutturale nella formazione continua. «L’engagement non si costruisce solo con lo stipendio &#8211; ribadisce Santini -. È il risultato di un equilibrio tra riconoscimento economico, benessere psicologico, qualità delle relazioni e possibilità di sviluppo».</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Dal welfare al wellness</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Da qui il passaggio, sempre più evidente, dal welfare al wellness. Non più solo bonus e misure economiche, ma un’attenzione più profonda alla dimensione emotiva e organizzativa del lavoro. La parte qualitativa della ricerca, basata su interviste a responsabili HR di aziende inserite nelle classifiche Best Place to Work, mostra come le realtà più avanzate stiano investendo su sistemi di monitoraggio continuo dell’engagement, sulla valorizzazione dei feedback, su una comunicazione più trasparente tra manager e collaboratori e su iniziative concrete per ridurre il carico mentale. «Un esempio che ci ha colpito molto &#8211; racconta Santini &#8211; è quello di aziende che hanno introdotto il “Free Friday”, una giornata senza call o riunioni per permettere alle persone di chiudere la settimana lavorativa senza portarsi dietro il peso mentale del lavoro nel fine settimana».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Accanto al benessere, la formazione emerge come uno snodo decisivo. Non solo corsi o budget dedicati, ma formazione on the job, mentoring e accompagnamento reale nei percorsi di crescita.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il messaggio finale del Rapporto è netto: senza motivazione non c’è impresa, e senza coinvolgimento non c’è futuro. «Il lavoro non è solo ciò che faccio &#8211; conclude Santini &#8211; ma ciò che mi permette di sentirmi parte di qualcosa». Quando questa connessione si spezza, si inceppa il motore della produttività.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Gen Z, l’Italia è ultima per attrattività. Soluzioni? Salari, casa e meritocrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2026 09:16:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Il Rapporto del Cnel indica una perdita di 16 miliardi di euro all’anno per la fuga dei giovani all’estero Il presidente Renato Brunetta: «Trattare bene le nuove generazioni significa coinvolgerle e dare loro autonomia»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazia/">Gen Z, l’Italia è ultima per attrattività. Soluzioni? Salari, casa e meritocrazia</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>L’Italia non è un Paese attrattivo per i giovani. Non lo è nei numeri, non lo è nei confronti internazionali, non lo è nella capacità di trattenere e richiamare capitale umano qualificato. È questa la conclusione che emerge dal <strong class="gsto">Rapporto del Cnel sull’attrattività dell’Italia verso i giovani dei Paesi avanzati</strong>, presentato recentemente. Un documento che, più che raccontare un disagio generazionale, misura un problema strutturale di competitività del sistema Paese. <strong class="gsto">«Si parla tanto dei giovani, ma con loro si parla ancora troppo poco»</strong>, scrive il <strong class="gsto">presidente del Cnel Renato Brunetta</strong>. E chiarisce subito il punto: il modo in cui un Paese tratta i giovani è un indicatore diretto della sua capacità di futuro. Opportunità di lavoro, salari, qualità della vita, funzionamento delle istituzioni. Se questi fattori non reggono il confronto internazionale, i giovani si muovono. E l’Italia, oggi, è uno dei Paesi da cui si esce di più e in cui si entra di meno.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Piace di più la Svizzera</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il Rapporto fotografa una dinamica avviata nel 2011 e mai interrotta: una nuova emigrazione giovanile che non è compensata da flussi in ingresso da altri Paesi avanzati. Il dato più semplice è anche il più efficace: l’Italia è ultima in Europa per quota di giovani in entrata, con appena l’1,9% dei flussi migratori complessivi, mentre i giovani italiani rappresentano oltre il 26% dei flussi in uscita. Non si tratta quindi di mobilità fisiologica, ma di uno squilibrio strutturale.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Per rendere confrontabili Paesi diversi per dimensione, il Cnel utilizza un indicatore specifico &#8211; l’Indice di simmetria dei flussi migratori (Isfm) &#8211; che misura quante uscite corrispondono a ogni ingresso. I risultati sono eloquenti. La Svizzera è il Paese più attrattivo, seguita da Austria e Regno Unito. Francia, Paesi Bassi e Danimarca si collocano in una fascia intermedia. La Germania è sostanzialmente in equilibrio. L’Italia, invece, arriva a 14,5: per ogni giovane proveniente da un Paese avanzato che entra, 14,5 giovani italiani se ne vanno.</div>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<p class="zoom-gallery new libera left">
<figure style="width: 336px" class="wp-caption alignleft"><a title="Renato Brunetta, presidente del Cnel" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/12/photos/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazi_07dad6b0-ef96-11f0-b73f-a70946a41a27_1920_1291.jpg" data-title="Renato Brunetta, presidente del Cnel"><img decoding="async" class="lozad" title="Renato Brunetta, presidente del Cnel" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/12/photos/cache/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazi_07dad6b0-ef96-11f0-b73f-a70946a41a27_1920_1291_v3_large_libera.jpg" alt="Renato Brunetta, presidente del Cnel" width="336" height="226" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/12/photos/cache/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazi_07dad6b0-ef96-11f0-b73f-a70946a41a27_1920_1291_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Renato Brunetta, presidente del Cnel</figcaption></figure>
<p>Tra il 2011 e il 2024, verso le dieci principali destinazioni avanzate, sono usciti circa 486 mila giovani, mentre gli ingressi si fermano a poco meno di 55 mila. «Per ogni giovane che arriva, ne partono molti di più», osserva Brunetta, sottolineando come questo dato non descriva una circolazione virtuosa dei talenti, ma una perdita netta di capitale umano. E il quadro si fa ancora più critico se si guarda alla composizione delle uscite: cresce infatti la quota di laureati e profili altamente qualificati, quella che il presidente del Cnel definisce «la punta di diamante del capitale umano».&nbsp;</p>
</div>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Da noi meno possibilità di crescita</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il Rapporto prova poi a rispondere alla domanda decisiva: perché i giovani se ne vanno? Le indagini condotte direttamente dal Cnel mostrano che, accanto alle migliori opportunità di lavoro e di carriera, pesano fattori più ampi: l’efficienza dei servizi pubblici, il funzionamento delle istituzioni, la percezione di equità e meritocrazia, la qualità della vita. In particolare, tra i giovani ad alto rendimento formativo emerge con forza la convinzione che all’estero le competenze vengano riconosciute più rapidamente e in modo più trasparente.</p>
</div>
<div class="half-story">Anche i dati sul mercato del lavoro confermano questa lettura. Le analisi basate su fonti come LinkedIn e Indeed indicano che i giovani oggi cambiano ruolo più frequentemente rispetto al passato, ma in Italia la mobilità professionale e intersettoriale è più bassa rispetto agli altri Paesi europei. In pratica, il mercato italiano offre meno possibilità di crescita e di riconversione, rendendo l’estero una scelta spesso più efficace per valorizzare competenze e ambizioni. A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico: la scarsa trasparenza salariale, che rende più difficile per i giovani valutare le opportunità e pianificare il proprio percorso professionale.</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Il costo elevato degli affitti</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Un altro elemento che contribuisce a spiegare la bassa attrattività dell’Italia riguarda la qualità complessiva dell’esperienza di vita, non solo quella lavorativa. Il Rapporto Cnel mostra come, nei confronti internazionali, l’Italia perda posizioni su una serie di indicatori che per i giovani contano quanto &#8211; se non più &#8211; dello stipendio. Tra questi figurano l’accesso all’abitazione, la qualità dei trasporti pubblici, la possibilità di conciliare lavoro e vita privata e l’efficienza dei servizi. Sul tema abitativo, in particolare, il Cnel evidenzia come il costo degli affitti nelle grandi città sia diventato una barriera strutturale all’ingresso per i giovani, soprattutto nelle fasi iniziali della carriera. L’Italia combina salari medi più bassi rispetto ad altri Paesi avanzati con un costo della casa crescente, producendo un effetto di compressione che riduce l’autonomia dei giovani e ne ritarda i progetti di vita. In questo quadro pesa anche la diffusione degli affitti brevi, che sottraggono offerta al mercato residenziale stabile, aggravando ulteriormente il problema.</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/12/photos/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazi_08dede30-ef96-11f0-b73f-a70946a41a27_1920_2326.jpg"><img decoding="async" class="lozad alignright" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/12/photos/cache/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazi_08dede30-ef96-11f0-b73f-a70946a41a27_1920_2326_v3_medium_libera.jpg" width="515" height="624" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/12/photos/cache/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazi_08dede30-ef96-11f0-b73f-a70946a41a27_1920_2326_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>L’impatto negativo sul Pil</h3>
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<div class="article-body">
<p>C’è poi un tema di fiducia nel funzionamento delle istituzioni. I giovani che scelgono di partire indicano nei Paesi di destinazione una maggiore prevedibilità delle regole, tempi più rapidi nei servizi pubblici e un rapporto più semplice con la pubblica amministrazione. «L’attrattività di un Paese &#8211; osserva Brunetta &#8211; è un fatto complessivo. Riguarda il lavoro, ma anche la vita quotidiana, i servizi, la capacità dello Stato di essere affidabile».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Tutto questo ha un costo economico molto concreto. Il Cnel stima che l’uscita dei giovani comporti per l’Italia una perdita di circa 16 miliardi di euro l’anno, considerando gli investimenti pubblici e privati sostenuti per la loro crescita e formazione. Nel periodo 2011–2024 la perdita cumulata arriva a quasi 160 miliardi di euro, con un impatto stimato vicino a 0,8 punti di Pil all’anno. È capitale umano formato in Italia che genera valore aggiunto altrove.</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Alcune leve chiare</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>«La risposta alla domanda se l’Italia tratti bene i giovani è sconsolatamente negativa &#8211; conclude Brunetta -. E non esiste una singola causa, né una soluzione semplice». L’attrattività, insiste il presidente del Cnel, è una questione di fiducia: coinvolgimento reale, responsabilità, autonomia, possibilità di incidere. Il Rapporto individua alcune leve chiare: salari più competitivi, costo della vita &#8211; in particolare l’abitazione -, investimenti in ricerca e innovazione, una cultura del lavoro più meritocratica, servizi più efficienti. Non come un elenco di buone intenzioni, ma come condizioni necessarie per invertire una traiettoria che oggi non è più solo demografica o generazionale, ma economica e produttiva.Perché un Paese che perde giovani non perde solo persone. Perde competitività, crescita e futuro. E questa volta sono i dati, prima ancora delle parole, a dirlo con chiarezza.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazia/">Gen Z, l’Italia è ultima per attrattività. Soluzioni? Salari, casa e meritocrazia</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<title>«Se i giovani non restano, serve ripensare il lavoro»</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/se-i-giovani-non-restano-serve-ripensare-il-lavoro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 10:33:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Nel libro «Costruire il futuro» del manager Giampietro Tonani la riflessione sul nodo generazionale che oggi mette alla prova il sistema produttivo italiano</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/se-i-giovani-non-restano-serve-ripensare-il-lavoro/">«Se i giovani non restano, serve ripensare il lavoro»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>C’è un momento, spesso silenzioso, in cui un’azienda capisce di essere arrivata a un bivio. Non perché manchino gli ordini o il mercato rallenti, ma perché iniziano a mancare le persone giuste, o perché quelle che arrivano se ne vanno presto, senza fare rumore.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">È in quello spazio &#8211; più culturale che economico &#8211; che si gioca oggi il futuro del lavoro. Ed è da lì che prende senso il viaggio raccontato dall’architetto Giampietro Tonani nel libro «Costruire il futuro. Imprenditoria, politica e persone: un viaggio italiano verso il domani»: un attraversamento dell’Italia produttiva che parla meno di slogan e più di scelte, meno di emergenze e più di responsabilità. Il libro di Tonani non nasce per spiegare ai giovani come funziona il lavoro, né per insegnare alle imprese come «piacere» alle nuove generazioni. È, piuttosto, una riflessione su come si è trasformato il patto implicito tra impresa e persone, e su quanto questo patto oggi sia fragile se non viene ripensato in profondità. Il futuro, suggerisce Tonani, non si costruisce con dichiarazioni d’intenti, ma con organizzazioni capaci di reggere il cambiamento senza scaricarne il peso sulle generazioni che entrano.</div>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 201px" class="wp-caption alignleft"><a title="Giampietro Tonani, Chief Business Development Manager" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/7/photos/se-i-giovani-non-restanoserve-ripensare-il-lavoro_056341ce-ebb3-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_3039.jpeg" data-title="Giampietro Tonani, Chief Business Development Manager"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Giampietro Tonani, Chief Business Development Manager" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/7/photos/cache/se-i-giovani-non-restanoserve-ripensare-il-lavoro_056341ce-ebb3-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_3039_v3_medium_libera.jpeg" alt="Giampietro Tonani, Chief Business Development Manager" width="201" height="318" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/7/photos/cache/se-i-giovani-non-restanoserve-ripensare-il-lavoro_056341ce-ebb3-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_3039_v3_medium_libera.jpeg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Giampietro Tonani, Chief Business Development Manager</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">È una lettura che intercetta con precisione i temi emersi dall’Osservatorio Delta Index. Il rapporto tra aziende e Generazione Z non si inceppa per un problema di motivazione o di «atteggiamento» dei giovani, ma per un difetto di progetto. Molte imprese continuano a cercare giovani adattabili a modelli organizzativi pensati per altri tempi, senza interrogarsi davvero su che cosa stanno offrendo in termini di crescita, apprendimento, senso del lavoro.</p>
</div>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Tonani racconta un capitalismo italiano fatto di resilienza, intuito e capacità di tenere insieme tradizione e innovazione. Ma mette anche in evidenza un limite ricorrente: la difficoltà ad affrontare il tema del capitale umano come leva strategica e non come voce di costo. In questo quadro, i giovani diventano spesso un problema da gestire, anziché una risorsa con cui costruire. Un errore che oggi si paga caro, soprattutto in un contesto di calo demografico e di crescente competizione per le competenze. Uno dei passaggi più interessanti del libro riguarda il ruolo dell’imprenditore. Non come figura eroica o solitaria, ma come costruttore di contesti. Tonani insiste su un punto chiave: chi guida un’azienda deve assumersi la responsabilità di creare ambienti di lavoro leggibili, coerenti, capaci di accompagnare le persone nel tempo. È esattamente ciò che spesso manca nei processi di ingresso dei giovani in azienda: selezioni approssimative, onboarding deboli, formazione lasciata all’improvvisazione.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>La Generazione Z, in questo scenario, non chiede scorciatoie. Chiede chiarezza. Chiede di capire che lavoro farà, come crescerà, quali competenze potrà sviluppare. Tonani non indulge in idealizzazioni generazionali, ma riconosce ai giovani una qualità spesso sottovalutata: la capacità di leggere i contesti. Le aziende incoerenti vengono intercettate rapidamente. E abbandonate altrettanto in fretta.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Un altro elemento centrale è il rapporto tra impresa e territorio. Nel libro emerge con forza l’idea che il futuro del lavoro non si costruisce dentro i confini aziendali, ma in un ecosistema che coinvolge scuola, formazione, istituzioni. Quando questo dialogo manca, il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro diventa strutturale. Ed è qui che il tema dell’orientamento, caro al Delta Index, assume una valenza strategica: senza relazioni stabili e continuative, l’incontro tra giovani e imprese resta episodico e inefficace.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Costruire il futuro» non offre soluzioni preconfezionate. Ma lancia un messaggio netto: il tempo dell’attesa è finito. Le aziende che non ripensano oggi il loro modo di attrarre, formare e trattenere le persone rischiano di trovarsi domani senza giovani, prima ancora che senza competenze. Il futuro del lavoro non è una promessa lontana. È una scelta quotidiana. E riguarda, prima di tutto, le imprese.</p>
</div>
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		<title>Quando il controllo soffoca i giovani l’impresa ha già perso la sua partita</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/quando-il-controllo-soffoca-i-giovani-limpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Dec 2025 09:20:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. La difficoltà a trattenere i giovani. Ciò che li allontana non è la fatica, ma l’assenza di prospettiva. Coach Romagna, Top Voice LinkedIn che collabora con Delta Index: «Se sentono di non poter crescere, se ne vanno»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/quando-il-controllo-soffoca-i-giovani-limpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita/">Quando il controllo soffoca i giovani l’impresa ha già perso la sua partita</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Ci sono ragazzi e ragazze che quando parlano dei loro primi impieghi &#8211; ma capita anche più avanti nell’età &#8211; usano sempre le stesse parole: «Mi controllano». «Non mi lasciano autonomia».«Non posso mettere nulla di mio». Non raccontano straordinari infiniti o turni massacranti &#8211; anche se esistono &#8211; ma qualcosa che tocca un livello più profondo: il senso di essere osservati, incasellati, trattenuti dentro un ruolo che non si può espandere. È in quel momento che la relazione con l’azienda inizia a incrinarsi.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"><strong class="gsto">Federica Romagna, Top Voice LinkedIn che collabora con l’Osservatorio Delta Index </strong>, lo verifica spesso nella sua attività di career e mental coach. «Il nodo è il controllo &#8211; spiega -. Abbiamo un modello di leadership basato sulla cultura del fare, non dello sviluppare. Il manager teme di perdere potere se concede flessibilità e responsabilizzazione. La vede come un rischio, non come un’opportunità». Il risultato è un clima che la Generazione Z percepisce immediatamente: un ambiente rigido, poco dinamico, dove i processi non si toccano e le mansioni restano identiche a se stesse per anni. «Il giovane sente di non poter crescere e se ne va».</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>La sensazione: «Tenuti fermi»</h3>
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<div class="article-body">
<p>Il clima aziendale, per i ragazzi, è più di una «condizione». È il filtro attraverso cui leggono ogni gesto, ogni riunione, ogni feedback. «Mi capita di sentire ragazzi che dicono: me ne voglio andare perché il mio capo mi controlla a vista, perché non mi lascia margini, perché non posso sperimentare» racconta Romagna.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<p class="float-img-article-cont left">
<p class="zoom-gallery new libera left">
<figure style="width: 228px" class="wp-caption alignleft"><a title="La coach Federica Romagna" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/9/photos/quando-il-controllo-soffoca-i-giovanilimpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita_aca85bb8-d4de-11f0-bcfd-bf39cda105a7_1920_3415.jpeg" data-title="La coach Federica Romagna"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="La coach Federica Romagna" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/9/photos/cache/quando-il-controllo-soffoca-i-giovanilimpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita_aca85bb8-d4de-11f0-bcfd-bf39cda105a7_1920_3415_v3_medium_libera.jpeg" alt="La coach Federica Romagna" width="228" height="406" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/9/photos/cache/quando-il-controllo-soffoca-i-giovanilimpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita_aca85bb8-d4de-11f0-bcfd-bf39cda105a7_1920_3415_v3_medium_libera.jpeg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">La coach Federica Romagna</figcaption></figure>
<p>Alla fatica quotidiana si aggiunge la percezione di un futuro bloccato. «Ancora troppi giovani mi dicono: sono fermo, faccio le stesse cose da mesi. Il primo anno passa, il secondo anche, e nulla si muove. A quel punto iniziano a chiedersi perché dovrebbero restare». Dietro queste frasi, c’è l’assenza di strumenti elementari: piani di carriera chiari, passaggi di ruolo comprensibili, competenze richieste spiegate in modo esplicito. In molte realtà le career ladder non esistono, in altre esistono ma non vengono comunicate. «Tutti desideriamo crescere, non solo la Z &#8211; sottolinea Romagna -. Ma servono competenze per costruire percorsi credibili. E molte Pmi non le hanno. In quei casi è utile affidarsi a consulenti esterni che sappiano leggere organizzazione, ruoli e persone».&nbsp;</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Fondamentale l’onboarding</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Un altro nodo cruciale è il modo in cui si accoglie un giovane. «L’onboarding non è metterlo vicino al senior per cinque telefonate e poi lasciarlo da solo» spiega Romagna. «Un ingresso fatto male genera ansia, isolamento, scarsa produttività e soprattutto un turnover precoce. I primi giorni sono la fase dell’innamoramento: se non funziona lì, difficilmente funzionerà dopo». Un buon onboarding dà strumenti, obiettivi, riferimenti. Un cattivo onboarding lascia smarrimento. «E se ti senti smarrito nei primi giorni, cerchi un’altra strada il prima possibile». Accanto all’onboarding c’è la formazione continua, spesso ridotta ai soli corsi obbligatori. «La formazione deve far crescere nel ruolo e come persona. Altrimenti diventa un adempimento vuoto». Non è un caso che nel Delta Index molte aziende, dopo l’assessment, rivedano le proprie priorità: iniziano pensando che il problema sia attrarre, finiscono comprendendo che senza formare non si trattiene.</p>
</div>
<h3 class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="27140">Flessibilità e organizzazione</h3>
<div class="article-body">
<p>Quando si parla di work-life balance, le aziende presentano spesso la flessibilità come un benefit, alla stregua di un buono pasto. La Gen Z la legge diversamente: come un elemento strutturale dell’organizzazione, un segno di fiducia. «Il problema è che molte imprese sono ancora ferme alla cultura per cui presenza fisica significa produttività &#8211; osserva Romagna -. E il controllo diventa il modo per garantire la presenza. In alcuni casi c’è chi racconta addirittura di pratiche estreme: monitoraggio dei computer, software che registrano lo schermo, telecamere puntate sulle postazioni. Sono strumenti che non solo violano la legge, ma distruggono la relazione. Negano i cambiamenti sociali e tecnologici in corso. E chi li subisce, se può, se ne va». Anche lo straordinario sistematico è un segnale di disorganizzazione. «Non è un indicatore di dedizione: è un sintomo. Può voler dire carichi eccessivi o un modello per obiettivi inesistente. E i ragazzi lo capiscono subito».</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Merito, retribuzioni e feedback</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il tema economico non è affatto secondario. «Si dice che ai giovani non importi lo stipendio, ma è falso &#8211; chiarisce Romagna -. Importa eccome: non è più l’unico parametro, ma è parte della loro possibilità di vivere».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>A pesare è anche l’assenza di sistemi premianti equi. «L’idea per cui seniority uguale competenza non regge più. La Z porta contributi preziosi, con competenze aggiornate e sensibilità nuove. Ma se non vengono riconosciuti, il messaggio è: qui non c’è spazio per te». La mancanza di feedback è un problema altrettanto grave. «Capita che un giovane creda di aver raggiunto gli obiettivi, poi scopre dopo 12 mesi che non era così. Nessuno glielo aveva detto prima. È profondamente ingiusto, e genera sfiducia».</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Decisioni calate dall’alto</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Un altro punto cieco è la comunicazione interna. «Le decisioni arrivano come annunci dall’alto, senza spiegazioni &#8211; dice Romagna -. Questo alimenta una percezione autoritaria: io decido, tu esegui». Ma il coinvolgimento non richiede potere decisionale: richiede contesto. «Se un’azienda spiega perché sta prendendo una decisione, permette alle persone di valutare se quella strada è anche la loro. È un gesto di rispetto, non un cedimento».</p>
</div>
<div id="scroll6" class="article-body">
<h3>La prima cosa da fare</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Alla fine, una domanda: qual è la prima leva per trattenere un giovane? Romagna non ha dubbi: «La trasparenza. Dire cosa l’azienda può offrire, quali sono i percorsi, quali promesse può mantenere e quali no. E spiegare il perché, quando qualcosa cambia».</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/9/photos/quando-il-controllo-soffoca-i-giovanilimpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita_addf7ad4-d4de-11f0-bcfd-bf39cda105a7_1920_2143.jpg"><img decoding="async" class="lozad" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/9/photos/cache/quando-il-controllo-soffoca-i-giovanilimpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita_addf7ad4-d4de-11f0-bcfd-bf39cda105a7_1920_2143_v3_medium_libera.jpg" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/9/photos/cache/quando-il-controllo-soffoca-i-giovanilimpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita_addf7ad4-d4de-11f0-bcfd-bf39cda105a7_1920_2143_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/quando-il-controllo-soffoca-i-giovani-limpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita/">Quando il controllo soffoca i giovani l’impresa ha già perso la sua partita</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Smart Working: il lavoro flessibile che piace alla Gen Z, ma in modo graduale</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/smart-working-il-lavoro-flessibile-che-piace-alla-gen-z-ma-in-modo-graduale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Busi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Sep 2025 13:12:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=8867</guid>

					<description><![CDATA[<p>Lo smart working non può essere un privilegio di pochi, ma deve diventare una risorsa accessibile, sostenibile e centrata sulle persone</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/smart-working-il-lavoro-flessibile-che-piace-alla-gen-z-ma-in-modo-graduale/">Smart Working: il lavoro flessibile che piace alla Gen Z, ma in modo graduale</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 class="p1" style="text-align: left;">Smart Working, il desiderio di molti</h3>
<p class="p1">Ognuno di noi, almeno una volta, ha desiderato di potersi svegliare al mare, fare colazione in spiaggia e iniziare la giornata lavorativa all’aria aperta, senza traffico da affrontare. Lo smart working sta trasformando questo desiderio in possibilità concreta e rappresenta per una buona parte dei lavoratori un diritto quasi imprescindibile, un requisito essenziale nella scelta del proprio lavoro. Ma se per la Gen Z (18-28 anni) questa modalità è sinonimo di equilibrio, autonomia e sostenibilità, per altre fasce d’età è ancora un territorio incerto e ostile.</p>
<h3>La ricerca Sustainable Smart Working</h3>
<p class="p3"><span class="s2">Lo conferma la nuova ricerca Sustainable Smart Working dell’Osservatorio della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, che analizza le percezioni di quattro generazioni, dalla Gen Z ai Baby Boomer, sul rapporto tra lavoro a distanza, transizione ecologica e digitale. I risultati parlano chiaro: i giovani sono i più convinti sostenitori del lavoro ibrido, mentre le generazioni più mature faticano ad adattarsi, soprattutto sul piano tecnologico.</span></p>
<h3>Smart Working, un passo verso un futuro verde</h3>
<p class="p3"><span class="s2">Per il 76% degli italiani lo smart working riduce l’impatto ambientale, grazie al minor uso dell’auto e agli spostamenti ridotti. Ma se il 28% della Gen Z e il 26% dei Millennial (29-44 anni) sono pienamente convinti di questo vantaggio e molto attenti ai temi ambientali, l’entusiasmo si affievolisce tra i Baby Boomer (61-75 anni) dove solo il 15% è d’accordo. Una distanza che si ripete su molti fronti: equilibrio vita-lavoro, parità di genere, produttività. Per la Generazione Z e i Millennial, il lavoro da remoto è anche una leva di benessere. Infatti, 70% degli intervistati sostiene che lo smart working migliori il work-life balance, con picchi tra i più giovani: il 25% ne è pienamente convinto. All’opposto, solo il 14% dei Boomer condivide con decisione questa visione.</span></p>
<h3>Smart Working e parità di genere</h3>
<p class="p3"><span class="s2">Stesso schema sul fronte della parità di genere: il 74% degli italiani riconosce il potenziale del lavoro a distanza nel riequilibrare i carichi familiari, ma solo il 10% dei Boomer lo considera un vantaggio concreto per le donne. Tra i Millennial si sale al 20%, segno che la sensibilità al tema si rafforza tra le generazioni cresciute in contesti più digitalizzati e in nuclei familiari con ruoli meno rigidi.</span></p>
<blockquote>
<h5 style="text-align: center;"><span class="s2" style="color: #0000ff;">«Lo smart working non può essere un privilegio di pochi, ma deve diventare una risorsa accessibile, sostenibile e centrata sulle persone. Solo così potremo costruire un futuro del lavoro equo, produttivo e resiliente»</span></h5>
</blockquote>
<h3>Lo Smart Working graduale</h3>
<p class="p3"><span class="s2">Inoltre, se è vero che lo smart working è ormai percepito dalla Generazione Z come un diritto e un requisito essenziale nella scelta di un lavoro, è altrettanto vero che per i giovani appena assunti il lavoro da remoto non può essere la modalità prevalente fin da subito. Secondo l’esperienza maturata dall’Osservatorio Delta Index, che dialoga quotidianamente con centinaia di aziende – grandi gruppi e PMI – la fase di inserimento in azienda richiede una presenza costante e guidata, che permetta ai giovani di: assorbire i valori aziendali, comprendere dinamiche e organizzazione interna, costruire relazioni di fiducia con colleghi e superiori, sperimentare e apprendere in modo concreto. In questa fase, la relazione è lo strumento formativo più potente.</span></p>
<h3>Smart Working secondo la Gen Z</h3>
<p class="p3"><span class="s2">Il confronto quotidiano, lo scambio informale, l’osservazione diretta del comportamento organizzativo sono elementi fondamentali per sviluppare quel senso di appartenenza che poi rende possibile lavorare anche da remoto senza disconnessione valoriale o isolamento emotivo. </span>Per questo il vero modello di smart working che funziona – specie per la Gen Z – non è solo flessibile, ma progressivo: parte dalla presenza e si apre gradualmente all’ibrido, seguendo ritmi di apprendimento e autonomia del singolo. Sottolineare questa esigenza non significa negare i vantaggi dello smart working, ma renderli davvero sostenibili. È il modopiù efficace per evitare che il lavoro da remoto diventi una scorciatoia individuale e un ostacolo alla costruzione di un’identità professionale solida. Perché il rischio è proprio che lo smart working, da opportunità trasversale, si trasformi in uno strumento elitario.</p>
<h3>L’intervento di Stefano Epifani</h3>
<p class="p3"><span class="s2">Lo afferma con chiarezza anche Stefano Epifani, presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale «Lo smart working non può essere un privilegio di pochi, ma deve diventare una risorsa accessibile, sostenibile e centrata sulle persone. Solo così potremo costruire un futuro del lavoro equo, produttivo e resiliente». Affinché ciò accada, però, bisogna colmare una doppia frattura: culturale e tecnologica.</span></p>
<h3>Il ruolo di Delta Index</h3>
<p class="p3"><span class="s2">In questo scenario, il ruolo dell’Osservatorio Delta Index è favorire un dialogo reale tra imprese e nuove generazioni, raccontando come cambia l’attrattività aziendale agli occhi della Gen Z e quali sfide culturali, contrattuali e organizzative si pongono per chi vuole attrarre e trattenere i giovani più competenti e consapevoli. La ricerca Sustainable Smart Working è un campanello d’allarme per le imprese: ignorare le aspettative delle nuove generazioni sul lavoro agile significa rischiare di perderle. E i dati lo confermano: per il 75% della Gen Z e il 76% dei Millennial, lo smart working migliora la produttività. </span>Ma attenzione all’effetto boomerang: il 66% degli intervistati si sente isolato nel lavoro da remoto, con punte del 71% tra i Millennial. La sfida ora è costruire un modello ibrido e sostenibile, che non sacrifichi né le relazioni né il benessere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/smart-working-il-lavoro-flessibile-che-piace-alla-gen-z-ma-in-modo-graduale/">Smart Working: il lavoro flessibile che piace alla Gen Z, ma in modo graduale</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<title>«Aziende, non cercate di trattenere i giovani. Diventate irrinunciabili»</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/aziende-non-cercate-di-trattenere-i-giovani-diventate-irrinunciabili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sala]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jul 2025 11:03:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=8523</guid>

					<description><![CDATA[<p>Parola di Beniamino Bedusa (Great Place to Work): la sfida non è fermare le dimissioni, ma costruire ambienti ibridi, leader capaci, valori condivisi e vero benessere psicologico</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/aziende-non-cercate-di-trattenere-i-giovani-diventate-irrinunciabili/">«Aziende, non cercate di trattenere i giovani. Diventate irrinunciabili»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article__head">
<div class="article__entry"></div>
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<div class="article-body-big" style="text-align: left;">
<p class="zoom-gallery header-foto">La sfida della talent retention è una gatta da pelare per qualsiasi azienda voglia crescere nel tempo e assicurarsi un futuro in un mercato del lavoro in continua e rapida evoluzione. Come Osservatorio del lavoro Delta Index, sappiamo quanto questo sia un tema attuale, che crea apprensione nelle aziende, tanto da essere uno dei quattro pilastri della nostra misurazione (attrarre, selezionare, formare e trattenere) della distanza che c’è tra i giovani e il mondo del lavoro. Se è difficile, talvolta, riconoscere il talento giovanile, altrettanto complicato, ma di fondamentale importanza, è trattenerlo, investendo in pratiche di fidelizzazione. La tendenza, lo racconta l’European Workforce Study 2025, condotto da Great Place to Work, è chiara: il 40% dei dipendenti italiani, Generazione Z in testa, intende cambiare lavoro entro l’anno.</p>
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<div class="story">
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<h4 class="position2">Paesi a confronto, l’Italia è quello con meno stabilità lavorativa</h4>
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<div class="article-body">
<p>I dati che emergono dall’European Workforce Study 2025, condotto a livello europeo da Great Place to Work, indagando le opinioni di quasi 25mila collaboratori dislocati in 19 Paesi, sono eloquenti: l’Italia, con il 40% di lavoratori che intendono cambiare impiego, è il Paese europeo più in difficoltà nel fidelizzare. Il 21% non sa ancora se cambierà. La media UE, di chi intende cambiare lavoro, è al 31%, lontana ben nove punti percentuali. Gli altri Paesi sopra la media sono Francia e Polonia (38%), Portogallo (37%), Irlanda (35%), Regno Unito, Grecia e Cipro (33%). Tra i Paesi con più stabilità lavorativa ci sono sono Norvegia, Paesi Bassi, Germania e Austria.</p>
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<div class="article-body-full">
<div class="position2"><a title="Beniamino Bedusa, presidente di Great Place To Work" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/5/21/photos/aziende-non-cercate-di-trattenere-i-giovani-diventate-irrinunciabili_356111e8-361a-11f0-812b-7c625ec6cf1f_1920_1094.webp" data-title="Beniamino Bedusa, presidente di Great Place To Work"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad alignleft" title="Beniamino Bedusa, presidente di Great Place To Work" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/5/21/photos/cache/aziende-non-cercate-di-trattenere-i-giovani-diventate-irrinunciabili_356111e8-361a-11f0-812b-7c625ec6cf1f_1920_1094_v3_large_libera.webp" alt="Beniamino Bedusa, presidente di Great Place To Work" width="280" height="160" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/5/21/photos/cache/aziende-non-cercate-di-trattenere-i-giovani-diventate-irrinunciabili_356111e8-361a-11f0-812b-7c625ec6cf1f_1920_1094_v3_large_libera.webp" data-loaded="true" /></a></div>
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<div class="float-img-article-cont left">
<h4 class="zoom-gallery new libera left"></h4>
<h4></h4>
<h4 class="zoom-gallery new libera left">Altri dati del report: è la Generazione Z a voler cambiare di più</h4>
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<div class="article-body">
<p>È la Generazione Z a registrare il tasso più alto di mobilità, 40% (e 25% in forse sul cambiamento). La propensione a cambiare lavoro diminuisce con l’avanzare dell’età. Non c’è da stupirsi: il nostro osservatorio Delta Index ogni giorno rileva un mercato del lavoro sempre più in rapida evoluzione, con le aziende ancorate a vecchi paradigmi estremamente lontane da quello che cercano i giovani. Per farci un’idea più chiara sul tema, abbiamo intervistato Beniamino Bedusa, presidente di Great Place to Work Italia: «I giovani vogliono maggiormente cambiare lavoro perché quell’appartenenza all’azienda che veniva data per scontata in passato, oggi c’è molto meno. Ma credo ci siano altre due motivazioni &#8211; commenta Bedusa -. Tempo fa, se una persona cambiava spesso lavoro veniva etichettata come diversa, mentre oggi è totalmente accettato. Inoltre ci sono delle aspettative più alte dei giovani nei confronti di manager e leader aziendali».</p>
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<div class="article-body">
<h4>Le aziende sono consapevoli dell’importanza di trattenere i giovani?</h4>
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<div class="article-body">
<p>Una simulazione di Great Place to Work Italia mostra come un’azienda, con 100 dipendenti e un tasso di turnover del 10%, arrivi a sostenere fino a 200mila euro l’anno in costi indiretti. Le aziende sono consapevoli dell’importanza della talent retention? Secondo Gartner, per l’87% dei responsabili risorse umane il miglioramento della retention è una priorità per il 2025. L’Italia, rispetto alla media europea, ha una percentuale inferiore di dipendenti fidelizzati: 54% contro il 60%, occupando il sedicesimo posto su 19. Le aziende hanno realmente una visione concreta di quelli che sono i fatti? «Le aziende non calcolano il turnover, perdono una persona e ne assumono un’altra &#8211; racconta Beniamino Bedusa -. Non si chiedono quante persone hanno perso, il perché o i soldi spesi. Il pensiero è che quella persona non fosse quella giusta. Il ragionamento non considera le persone che sono uscite, i costi e come reinvestire del denaro per non perdere altra gente.</p>
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<div class="article-body">
<h5 style="text-align: center;"><span style="color: #3366ff;"><strong>«Le aziende non calcolano il turnover, perdono una persona e ne assumono un’altra. Non si chiedono quante persone hanno perso, il perché o i soldi spesi.<br />
Il pensiero è che quella persona non fosse quella giusta. Il ragionamento non considera le persone che sono uscite, i costi e come reinvestire del denaro per non perdere altra gente»</strong></span></h5>
<p>Questo approccio lo vedo molto poco perché significa mettersi in discussione, ammettere di aver sbagliato. Le aziende reagiscono: esce uno ed entra uno. Non è però un tema di reazione, ma di pianificazione».</p>
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<div class="article-body">
<h4>Investire per aumentare la fidelizzazione: paradigma da rovesciare</h4>
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<div class="article-body">
<p>Gli investimenti per la fidelizzazione non sono sempre eseguiti nel modo giusto:«Le aziende, più che capire come trattenere i giovani, devono capire come trasformarsi per essere un buon posto per giovani. E non c’è una ricetta unica, ogni business ha caratteristiche e necessità diverse &#8211; spiega il presidente di Great Place to Work Italia -. Quando le aziende dicono di investire sulla fidelizzazione, di solito c’è dietro l’investimento economico, pagare di più, ma non è così. Nessuno mette in discussione l’importanza del lato economico, ma non è quello. Ci sono tanti temi e il principale è quello dei responsabili. Devono gestire l’organizzazione con competenza, ricercando nei dipendenti interesse, suggerimenti, idee e prendendole in considerazione. Devono comportarsi in maniera onesta, devono dare il tempo di capire al dipendente cosa sta facendo e quale sia il suo impatto sul lavoro. Oltre al responsabile, contano le modalità di lavoro. C’è difficoltà nell’avere il modello ibrido».</p>
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<div class="article-body">
<h4>I temi sul tavolo</h4>
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<div class="article-body">
<p>Se ogni azienda deve creare il proprio ambiente, coerente con il modo di essere e con le necessità di quel tipo di business, ci sono degli elementi base particolarmente importanti: il lavoro ibrido, la possibilità di avere un equilibrio tra vita e lavoro, avere un responsabile che ascolti il dipendente, che stia attento anche alla vita personale, ma che sia competente, un ambiente sano dal punto di vista psicologico, una leadership che il dipendente possa apprezzare e in cui si possa rispecchiare.</p>
</div>
<h4 class="half-story">Lavoro ibrido</h4>
<div class="article-body">
<p>Come Delta Index, siamo perfettamente a conoscenza di come il lavoro ibrido s’incastri con il nuovo modo di vivere il mondo del lavoro da parte dei giovani: non vivono più per lavorare, ma ricercano un bilanciamento tra impiego e vita e la modalità ibrida dà questa possibilità. Dall’European Workforce Study 2025 emerge come questa modalità di lavoro trovi maggior sperimentazione in ambienti dove c’è fiducia nella leadership e, quando il dipendente ha possibilità di scelta, il 57% sceglie di lavorare un po’ in sede e un po’ a casa. Il 50% di chi lavora in modalità ibrida è contento del posto di lavoro in cui si trova, contro il 44% di chi lavora in sede e il 37% di chi lavora a distanza. Il lavoro ibrido, oltre ad aumentare la fidelizzazione, porta anche a una maggior possibilità di innovazione, a migliori risultati di business, a una maggior soddisfazione dei dipendenti. In Italia è poco considerato, solo il 36% decide dove lavorare (contro il 57% dei Paesi Bassi).</p>
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<div class="article-body">
<h5 style="text-align: center;"><strong><span style="color: #3366ff;">«C’è molta difficoltà ad avere una modalità ibrida di lavoro per le aziende, ma è un elemento chiave. Oggi le aziende subiscono lo smartworking,<br />
pensano: ’Lo devo fare perché me lo chiedono’. </span></strong><strong><span style="color: #3366ff;">L’obiettivo è farlo in maniera gestita, con una visione di lungo termine, perché conviene anche all’azienda che, così facendo, riesce ad aumentare<br />
il potere d’acquisto dei dipendenti senza dar loro un aumento, perché può lavorare per obiettivi e non per controllo»</span></strong></h5>
<p>«C’è molta difficoltà ad avere una modalità ibrida di lavoro per le aziende, ma è un elemento chiave. Oggi le aziende subiscono lo smartworking, pensano ’Lo devo fare perchè me lo chiedono’ &#8211; spiega Beniamino Bedusa -. L’obiettivo è farlo in maniera gestita, con una visione di lungo termine, perchè conviene anche all’azienda che, così facendo, riesce ad aumentare il potere d’acquisto dei dipendenti senza dar loro un aumento, perchè può lavorare per obiettivi e non per controllo, perchè può costruire un’azienda basata sulla fiducia e sul controllo del raggiungimento degli obiettivi a livello aziendale».</p>
</div>
<div class="article-body">
<h4>Il divario di prossimità</h4>
</div>
<div class="article-body">
<p>Meno di un leader su due coinvolge i dipendenti nel processo decisionale o ne accoglie suggerimenti. L’Italia, come sempre in queste classifiche, è al minimo in questo e, al contempo, è il Paese in cui i leader sovrastimano maggiormente le capacità di prossimità. Chi riduce sempre più il divario tra boss e dipendenti migliora le prestazioni complessive, la soddisfazione e la fidelizzazione. «Non c’è più il tema del ’Ringrazia Dio che hai un lavoro’. Il dipendente deve vedere che il lavoro ha un significato per lui, deve capire il proprio ruolo nell’azienda e come questa impatta sul territorio. Se capisce questo, può dare un valore al lavoro e pensare di rimanere. Mettere una persona a fare un impiego base e, negli anni, piano piano, si costruisce una posizione, è un’ottica che funzionava vent’anni fa, ma non oggi. Il mercato del lavoro è più dinamico e trasparente. È tutto più facile e lo è anche cambiare lavoro, capire chi cerca lavoro, capire quanto guadagnino gli altri» commenta Bedusa.</p>
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<div class="article-body">
<h4>Quanto incide la sicurezza psicologica sul posto di lavoro</h4>
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<div class="article-body">
<p>In Italia solo il 38% (dato più basso di tutti) crede che il posto di lavoro sia psicologicamente ed emotivamente sano. La sicurezza psicologica favorisce risultati migliori, portando dipendenti a sviluppare più volentieri nuove idee. Beniamino Bedusa ci racconta di quanto sia un tema importante, di cui tenere conto sempre più. «È uno dei driver che guida tutta l’esperienza lavorativa. Abbiamo notato, dalle nostre analisi statistiche, che da dopo il Covid la salute psicologica è più importante del divertimento e della serenità. È un tema molto critico dove anche le aziende migliori faticano. Succede perché ci sono vari temi che pongono stress all’organizzazione, e quindi alle persone, minando la salute psicologica. Ci sono aziende che riescono a costruire delle microcomunità, schermando da quello che succede al di fuori, proteggendo, creando all’interno un sistema di valori condiviso, positivo, che fa sì che il dipendente sia inconsapevole e quindi anche più tranquillo.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p style="text-align: center;"><span style="color: #3366ff;"><strong>«Ci sono aziende che riescono a costruire delle microcomunità, schermando da quello che succede al di fuori, proteggendo,<br />
creando all’interno un sistema di valori condiviso, positivo, che fa sì che il dipendente sia inconsapevole e quindi anche più tranquillo»</strong></span></p>
<p>Succede nelle aziende che funzionano veramente bene, ma è difficile. Se ci riesci, hai fatto qualcosa di importante e le persone stanno molto meglio. Se le lasci subire i bombardamenti dall’esterno e, in più, magari non c’è un capo che aiuta e l’azienda non viene incontro, il dipendente va in crisi. Immaginiamo in un Paese come l’Italia che ha dei punti critici, a cominciare da quello dei salari. C’è un problema strutturale, non è solo quel che deve fare l’azienda».</p>
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<div class="article-body">
<h4>L’AI e la formazione</h4>
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<div class="article-body">
<p>La formazione è uno dei quattro pilastri dell’analisi dell’Osservatorio Delta Index. Da sempre raccontiamo quanto questo sia un tema su cui le aziende devono spingere maggiormente, perchè i giovani d’oggi vogliono crescere e imparare costantemente. In questo ha un ruolo anche l’IA: tra le aziende pronte per l’introduzione dell’intelligenza artificiale, il 73% dei dipendenti ritiene di avere opportunità di formazione e sviluppo, contro solo il 41% nelle aziende non pronte ad accogliere l’intelligenza artificiale. Appare chiaro come sia importante un investimento in questo senso. «In Italia non è che vengano fatte poche ore di formazione, ma non è una formazione coerente con le aspettative dei dipendenti &#8211; racconta Bedusa -. Sicuramente l’utilizzo dell’intelligenza artificiale può migliorare l’approccio sulla formazione, ma non si tratta solo di fare formazione sull’IA, ma anche capire di cosa le persone hanno bisogno, cosa vorrebbero fare, cosa le può aiutare a migliorare performance e approccio lavorativo. Non sono solo cose tecniche, ma anche soft come la gestione dello stress, del tempo, dei rapporti conflittuali. Sono tanti aspetti che possono migliorare l’approccio dei dipendenti. Vedo un arretramento molto molto forte. La formazione viene fatta, ma con molto focus su quella obbligatoria o ipertecnica. Non ci sono solo queste due cose».</p>
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<div class="article-body">
<h4>L’importanza dei valori condivisi con l’azienda</h4>
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<div class="article-body">
<p>Tra i vari temi legati al «trattenere», Delta Index sa quanto la Generazione Z sia molto più attenta a temi ambientali e sociali e vuole operare in aziende che condividano l’impegno per le stesse cause. L’European Workforce Study 2025 ci pone uno scenario in cui è evidente che si faccia ancora poco in questo senso: solo il 48% della forza lavoro ritiene che le decisioni della propria organizzazione vadano a beneficio della società e dell’ambiente. «Non è che l’azienda debba cambiare il mondo, bastano piccoli gesti. Il dipendente vuol vedere di essere in un contesto che non guarda solo a sè stesso o al profitto. Il giovane vuol vedere che il posto in cui lavora impatta positivamente sul territorio e non crei danni all’ambiente. È un elemento importantissimo. Non si tratta di fare il bilancio di sostenibilità, ma azioni concrete» commenta Beniamino Bedusa.</p>
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<div class="article-body">
<h4>La lontananza della leadership e il tema dell’ascolto</h4>
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<div class="article-body">
<p>Perchè tra i giovani e la leadership c’è questa grande lontananza? «C’è un gap multigenerazionale. L’età media del Ceo in Italia, fonte Il sole 24 ore, è di 61 anni. E poi c’è un tema di bassissima cultura dell’ascolto delle persone &#8211; spiega il presidente di Great Place to Work Italia -. Non si ascoltano otto persone su 300, ma tutti e va stratificato per età. Dopo aver ascoltato, però, devo fare qualcosa. Le persone vanno ascoltate continuamente, in maniera anonima e confidenziale. I dati vanno analizzati, vedo i punti di forza e debolezza, poi agisco».</p>
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<div class="article-body">
<h4>Conclusione</h4>
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<div class="article-body">
<p>I dati sono allarmanti e pongono alle aziende una sfida. Se è fondamentale investire per combatterla, lo è anche avere la giusta percezione della situazione e di quel che serva per invertire la rotta. Se conoscete i quattro capisaldi della nostra analisi, vi sarete già chiesti:«Se seleziono meglio i dipendenti riduco il turnover?», sappiate che l’abbiamo chiesto a Bedusa, ci abbiamo pensato anche noi, e questa è la risposta: «Più che scegliere bene i giovani, si tratta di sceglierli coerenti con la cultura aziendale, quello che l’organizzazione lavorativa offre. L’azienda non deve raccontarsi meravigliosa se non lo è, ma vendere ciò che è. Sarà magari meno attrattiva, ma chi entra lo sa subito e rimarrà più a lungo». I giovani d’oggi sono i leader di domani, le aziende non possono far altro che implementare quel che serve per evitare che scappino.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/aziende-non-cercate-di-trattenere-i-giovani-diventate-irrinunciabili/">«Aziende, non cercate di trattenere i giovani. Diventate irrinunciabili»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<title>Come trattenere 130mila cervelli in fuga. «Iniziamo a non considerarli un costo»</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/come-trattenere-cervelli-in-fuga/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2025 14:02:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
		<category><![CDATA[GRIGLIA SELEZIONE SCELTI DA NOI]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=7152</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fenomeno dei cervelli in fuga in Italia: Come trattenere 130mila talenti a cominciare dal non considerarli un costo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/come-trattenere-cervelli-in-fuga/">Come trattenere 130mila cervelli in fuga. «Iniziamo a non considerarli un costo»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h3 class="wp-block-heading">Il professor Anelli (Bocconi): nel mercato del lavoro le imprese devono costruirsi un’attrattività che vada oltre l’Italia. Bonaccorsi Ravelli: a Londra si investe molto sui ragazzi</h3>



<p class="wp-block-paragraph">La salute di un Paese si misura su molteplici  e complessi parametri tra loro interconnessi, ma uno  in particolare rappresenta un elemento di equilibrio importante e non può sfuggire alla diagnosi: i giovani nel mondo del lavoro.  Le nuove generazioni  rappresentano la forza futura del Paese e il loro numero e la loro istruzione influenzano la produttività e la competitività economica. Ecco perché la ferita che si è creata nel fattore demografico sta assumendo aspetti preoccupanti, non si intravede una cura a breve termine e cresce il numero degli expat, i giovani che cercano di costruirsi un futuro all’estero. In una recente ricerca Ipsos per Confindustria Giovani è emerso che i cosiddetti «cervelli in fuga» nel 2023 sono stati 130mila, ossia il 15% in più dell’anno precedente. A dire il vero non tutte le ricerche su questo tema indicano numeri sovrapponibili, ma questo dipende dalle fonti e dalle metodologie di rilevazione. Tutte però concordano nel delineare un quadro preoccupante di giovani in cerca di migliori opportunità all’estero. Questo fenomeno rappresenta una perdita di capitale umano e talento per l’Italia, tanto più che l’attrazione dell’estero sembra non arrestarsi, infatti  il 36% dei giovani tra i 18 e i 35 anni è disponibile a lavorare all’estero e il 60% dei laureati under 35 vorrebbe lavorare all’estero. Alla luce di un quadro così preoccupante vien da chiedersi se la causa di questo esodo stia  maggiormente nel desiderio di nuovi orizzonti dei giovani o se sia  un problema di poca attrattività delle aziende italiane. Se il primo è più variabile, il secondo è sicuramente un fattore misurabile e da affrontare seriamente. La ricerca Ipsos rivela che il 62% dei giovani ha un’immagine negativa delle aziende italiane. Le imprese sono percepite come poco moderne (48%), chiuse al cambiamento (45%) e poco meritocratiche (43%).  A queste motivazioni sull’emigrazione si aggiungono:  lo stipendio inadeguato (lo dice il 65% dei giovani italiani), la mancanza di opportunità di carriera con scarsa crescita professionale (58%) e precarietà del lavoro (54%).</p>



<h3 class="wp-block-heading">Competitivi oltre confine</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò che manca maggiormente in Italia è la competitività delle imprese a livello europeo. Ne è convinto Massimo Anelli, docente del Dipartimento di Social and political sciences dell’Università Bocconi di Milano: «Ormai siamo in un mercato del lavoro che a livello europeo è integrato. Basta vedere i nostri universitari: abbiamo tantissimi studenti stranieri che attraiamo qui, vivono molto bene a Milano: tedeschi, francesi che vorrebbero rimanere in Italia a lavorare. Però,  ancor prima di laurearsi, hanno un’offerta dall’estero per lo stesso lavoro in Italia, ma l’impresa a Monaco paga esattamente tre volte di più come primo salario». C’è quindi una questione di attrattività che ormai è internazionale. Un’azienda di Milano non dovrebbe più competere per attrarre un lavoratore di Bergamo o di Roma, ma addirittura di Monaco. Bisognerebbe cambiare un po’ la prospettiva locale  per evitare la fuga di cervelli. «Il problema è che non abbiamo lo stesso appeal delle aziende straniere. Va ridotto questo gap. C’è anche una questione culturale.  Ad esempio in una multinazionale enorme, cioè con base anche a Milano, i salari sono differenziati: nella sede di Milano sono molto più bassi di quelli della stessa multinazionale a Monaco. Sotto lo stesso marchio, tra l’altro, con la possibilità di muoversi internamente facilmente dall’azienda in Italia a quella in Germania e in altri Stati. In questo senso, diventa molto importante riuscire ad attrarre gli italiani che sono andati all’estero in modo  che portino quella visione un pochino più internazionale nelle nostre imprese». Un passaggio culturale fondamentale per un Paese come il nostro costellato di Pmi.   «Da noi &#8211; sottolinea Anelli &#8211; c’è  un approccio al lavoro un po’ miope, è culturalmente visto come un costo, mentre all’estero è visto come un fattore di produttività. Questo è un passaggio culturale fondamentale sul tema dell’attrattività».</p>



<h3 class="wp-block-heading">Qui Londra</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi in Europa le mete più gettonate dai giovani sono il Regno Unito  (16,4%), la Germania (13,8%), la Francia (10,4%) e la Svizzera (9,1%). Londra, nonostante sia più «distante» con la Brexit, rimane ancora un trampolino professionale per i giovani. Lo conferma Radames Bonaccorsi Ravelli, manager a Londra e riferimento di tanti giovani italiani in cerca di  lavoro: «La differenza con l’Italia? Qui le aziende diventano attrattive puntando tutto sul capitale umano: ai ragazzi pagano corsi di specializzazione, qui vengono spinti a far carriera, a costruirsi e specializzarsi in una professione. Ti valutano, e se ti scelgono ti valorizzano. Qui ci facciamo quattro risate quando sentiamo come vengono trattati i giovani dalle aziende in Italia. Non è colpa dell’Italia, ma di chi non vuol dare la possibilità ai giovani di potersi realizzare. Se arriva a Londra chi ha fatto solo le superiori, però fa capire che è capace, la compagnia investe su di lui, lo spinge a fare carriera. Quindi la prospettiva è diversa: qui per noi il giovane non è un costo, ma un investimento».</p>
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		<title>Azienda felice, dipendenti felici: il segreto del successo</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/azienda-felice-dipendenti-felici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emily Pesenti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2025 14:02:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=7197</guid>

					<description><![CDATA[<p>Scopri come creare un clima aziendale positivo e informale per migliorare produttività, benessere e attrarre la generazione Z. Leggi l'articolo completo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: center;"><em>&lt;&lt;Il modo migliore per predire il tuo futuro, è crearlo&gt;&gt;</em></h2>
<h5 style="text-align: center;"><em>Richard Branson, fondatore di Virgin Group </em></h5>
<p>Le ricerche dimostrano che l’informalità sul posto di lavoro è ormai d’obbligo, soprattutto per quelle realtà che vogliono attrarre nuovi giovani da un lato e trattenere i talenti dall’altro. La Generazione Z apprezza ambienti di lavoro dinamici, flessibili e collaborativi. Un clima informale contribuisce a ridurre lo stress, favorisce il confronto e aiuta la motivazione e la produttività.</p>
<h2><strong>Cos’è il clima aziendale</strong></h2>
<p>Il clima aziendale è l’insieme delle percezioni, sensazioni e interpretazioni che i dipendenti hanno del proprio ambiente di lavoro. Rappresenta il modo in cui i lavoratori interpretano e vivono la propria azienda. Si tratta di un elemento chiave per valorizzare il rapporto tra impresa e persone.</p>
<p>Il fatto che venga usata la parola “clima”, non è casuale, infatti, proprio come per le condizioni meteorologiche,  anche su quello aziendale incidono diversi fattori. Questo è un dettaglio da non trascurare. A volte si pensa che bastino alcuni benefit aziendali perché le persone si sentano a loro agio, ma il discorso è molto più complesso e riguarda la maggioranza delle persone che fanno parte di un’azienda.</p>
<h2><strong>Perché puntare su un clima aziendale positivo</strong></h2>
<p>Secondo i risultati dell’<a>Employer Brand Research 2022</a>, la nuova edizione della ricerca di Randstad che fotografa l’attrattività delle aziende per i potenziali dipendenti, il clima di lavoro positivo è tra gli elementi più apprezzati tra i lavoratori. I vantaggi sono diversi:</p>
<ul>
<li aria-level=""><strong>Aumento della produttività e della creatività:</strong> i dipendenti che si sentono a proprio agio e valorizzati tendono ad essere più motivati, produttivi e creativi</li>
<li aria-level=""><strong>Miglioramento del morale e della retention:</strong> un clima aziendale positivo contribuisce a ridurre lo stress e il turnover dei dipendenti, favorendo il benessere e la fidelizzazione del personale</li>
<li aria-level=""><strong>Migliore reputazione aziendale:</strong> un&#8217;azienda con un clima aziendale informale è percepita come un luogo di lavoro positivo e attrattivo, sia dai potenziali candidati che dai clienti</li>
</ul>
<p>Grazie ad un clima aziendale positivo, è possibile raggiungere gli obiettivi prefissati potendo fare leva sul coinvolgimento, motivazione ed efficienza.</p>
<p>Come spiega Amy Cuddy, psicologa sociale: <em>&lt;&lt;Il nostro corpo e la nostra mente sono interconnessi. Quando ci sentiamo a nostro agio e rilassati, tendiamo ad essere più produttivi e creativi. Un clima positivo e informale aiuta le persone a sentirsi a proprio agio e ad esprimere il loro potenziale&gt;&gt;</em>.</p>
<h2><strong>Come creare un clima aziendale positivo e informale</strong></h2>
<p>Come <a>spiegato</a> anche da Paolo Balestra, Consulente e manager per una gestione avanzata delle Risorse Umane dei Processi aziendali, prima di pensare a come cambiare o migliorare l’ambiente lavorativo, è fondamentale e strategico fare un’analisi periodica del clima aziendale per testare l’opinione dei dipendenti e prevenire eventuali problematiche in modo da poterle gestire con la giusta attenzione e tempistica.</p>
<p>Questo può avvenire attraverso sondaggi, questionari, focus group, colloqui individuali, anche a seconda dei numeri e delle disponibilità da parte dei lavoratori.</p>
<p>Le strategie per creare un clima aziendale positivo e informale sono diverse:</p>
<ul>
<li aria-level=""><strong>Promuovere la comunicazione aperta</strong>, questo favorisce il confronto di idee e opinioni diverse e garantisce una condivisione dei valori</li>
<li aria-level=""><strong>Valorizzare la flessibilità</strong>, offrire ai dipendenti la possibilità di personalizzare il proprio orario di lavoro, di lavorare da remoto, di usufruire di ferie e permessi flessibili</li>
<li aria-level=""><strong>Incentivare la collaborazione</strong>, promuovere il lavoro in team, incoraggiare la condivisione delle competenze e delle conoscenze</li>
<li aria-level=""><strong>Riconoscere e premiare i successi</strong>, celebrare i traguardi raggiunti, sia individuali, che di gruppo, dando feedback positivi</li>
<li aria-level=""><strong>Organizzare eventi di team building</strong>, creando nuove opportunità di contatto, al di fuori delle mura lavorative e promuovendo momenti di svago e di relax</li>
<li aria-level=""><strong>Creare un ambiente amichevole e accogliente</strong>, curando anche l’aspetto estetico degli spazi di lavoro</li>
</ul>
<p>Lavorare sul clima aziendale non è di certo obbligatorio, ma se al centro ci sono il benessere dei dipendenti e il successo dell’azienda, è qualcosa che non si può ignorare. Tutti hanno da guadagnare da un ambiente di lavoro migliore. Aiuta a prendere decisioni sagge e a costruire un posto dove la gente è motivata a dare il meglio.</p>
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		<title>Il dress code in ufficio messo in discussione dalla Gen Z: non è più un tabù</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/dress-code-ufficio-gen-z/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Soligo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2025 14:02:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=7209</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dress code Gen Z: Il dress code in ufficio si trasforma con la Gen Z: comfort ed espressione personale rivoluzionano il lavoro.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Cosa dovrei indossare quando vado in ufficio?”. Se fino a qualche anno fa la risposta appariva scontata, oggi ce lo chiediamo in modo provocatorio per far notare che non lo è più: l’avvento dello smart working e l’ingresso dei Millennials e della Gen Z nel mondo del lavoro hanno innescato un grande cambiamento nel dress code degli ambienti lavorativi, dando priorità al comfort e all’espressione di sé. Lo dimostra una recente indagine di Randstad USA, dalla quale emerge che il 72% dei lavoratori predilige un abbigliamento comodo nelle lunghe giornate lavorative in ufficio. Addirittura, il 33% degli intervistati sarebbe pronto ad abbandonare il proprio posto di lavoro se gli venisse imposto un dress code più formale, al quale ormai non sono più abituati.</p>
<p><span id="more-7209"></span></p>
<h3><strong>I precursori</strong></h3>
<p>Non si tratta di un trend completamente nuovo: già nel 2018, giganti come Goldman Sachs e JP Morgan si sono fatti portatori di questa tendenza innovativa, con l’obiettivo di offrire un contesto lavorativo in linea con i valori delle nuove generazioni, diventando così più attrattivi per i giovani talenti. L’obiettivo era chiaro fin dall’inizio: “Cambiare la natura dei posti di lavoro a favore di un ambiente più casual” con l’obiettivo di “rendere le politiche della banca al passo con i tempi per la sua forza lavoro più giovane”.</p>
<h3><strong>La pandemia e lo smart working</strong></h3>
<p>Il nuovo corso inaugurato dai precursori si è affermato in modo sempre più marcato con le trasformazioni geopolitiche e sociali che hanno colpito il nostro pianeta a partire dal 2020. Con la pandemia si sono imposti lo smart working e il lavoro flessibile, che hanno portato con sé una nuova normalità, caratterizzata da giornate trascorse davanti al computer indossando indumenti confortevoli, alla ricerca di un nuovo benessere da ricostruire nell’ambiente di casa. Secondo una survey condotta da IWG, il 79% dei lavoratori hybrid ha cominciato a vestirsi in modo diverso come conseguenza degli ambienti lavorativi più flessibili.</p>
<h3><strong>Millennials e Gen Z</strong></h3>
<p>Mentre in epoca pandemica nelle case di tutto il mondo i lavoratori sperimentavano la comodità di trascorrere la giornata adottando un dress code decisamente più rilassato, anche gli uffici e i luoghi di lavoro hanno intrapreso un graduale ma inesorabile processo di cambiamento. Il trend è stato innescato dalle start up e dalle aziende del settore tech, che hanno visto una grande diffusione negli ultimi anni, soprattutto nelle grandi città come Milano e Roma, dove non è raro imbattersi in lavoratrici che preferiscono un paio di semplici sneakers alle scarpe con il tacco, o in lavoratori che hanno lasciato nell’armadio i pantaloni eleganti e decidono di indossare un paio di jeans. “Queste generazioni – commenta Wasantha Warnasuriya, nota Workplace Strategist &#8211; valorizzano l’individualità e la diversità, e questo si estende alle loro scelte di abbigliamento. Tatuaggi, piercing, capelli colorati e abbigliamento non tradizionale sono spesso visti come espressioni di identità, anziché come distrazioni dall’attività professionale”. Per questo motivo numerose realtà aziendali hanno adottato codici di abbigliamento meno stringenti, cercando di favorire la comodità dei dipendenti senza rinunciare, naturalmente, alla professionalità.</p>
<h3><strong>L’immagine delle aziende</strong></h3>
<p>Questa nuova tendenza condiziona anche il modo in cui le aziende si presentano al pubblico e ai loro potenziali candidati in sede di colloquio. Dare alle proprie risorse la possibilità di vestirsi assecondando il proprio gusto e il proprio modo di essere, senza compromettere la propria figura professionale, è diventato un elemento importante del pacchetto di welfare che l’azienda può offrire ai suoi dipendenti. E’ importante che le aziende trasmettano un messaggio alle generazioni più giovani: un messaggio di autenticità e valorizzazione della diversità, di flessibilità e attualità, che passi anche attraverso lo stile personalissimo di ogni lavoratore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/dress-code-ufficio-gen-z/">Il dress code in ufficio messo in discussione dalla Gen Z: non è più un tabù</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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