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	<title>TRATTENERE Archivi - Deltaindex</title>
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	<description>Business a misura di talenti</description>
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	<title>TRATTENERE Archivi - Deltaindex</title>
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		<title>Merito contro anzianità: perché i giovani talenti lasciano l&#8217;Italia. La lezione di Alessandro alle aziende</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Busi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 13:34:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Assunto a Milano per innovare sui social, finito a fare routine d'ufficio. Poi Londra, la California e Sydney, dove la meritocrazia gli ha dato responsabilità e tutele. Cosa devono imparare le imprese italiane</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/merito-contro-anzianita-perche-i-giovani-talenti-lasciano-litalia-la-lezione-di-alessandro-alle-aziende/">Merito contro anzianità: perché i giovani talenti lasciano l&#8217;Italia. La lezione di Alessandro alle aziende</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Vi siete mai chiesti quando un&#8217;azienda italiana perde definitivamente un giovane talento? Noi l&#8217;abbiamo fatto raccontare a un giovane italiano che ha scelto l&#8217;Australia e che ha spiegato come l&#8217;entusiasmo per una nuova assunzione si fosse scontrato presto con l&#8217;incapacità dell&#8217;impresa di valorizzarne davvero le sue competenze, neutralizzando la sua spinta innovativa. È una dinamica che molti responsabili HR faticano ancora a decifrare, ma che emerge con estrema nitidezza dalla storia di Alessandro.</p>
<p>Partito a diciannove anni da un paese sul lago di Como, oggi Alessandro vive in Australia, dove coordina team di lavoro ed è diventato un punto di riferimento per centinaia di connazionali. Eppure, il suo percorso nel mondo del lavoro era iniziato in Italia, a Milano, con le migliori premesse: un&#8217;azienda di abbigliamento lo aveva scelto proprio per le sue innate capacità sui social media, chiedendogli di portare una visione nuova e un vantaggio competitivo. La realtà, però, si è scontrata quasi subito con la rigidità del tessuto imprenditoriale italiano di fronte al cambiamento: il progetto digitale è sfumato per mancanza di visione aziendale e Alessandro è stato rapidamente relegato a mansioni di routine. Alimentando il suo desiderio latente di costruirsi un futuro all&#8217;estero.</p>
<h4><strong>Assunto per innovare, relegato alla routine</strong></h4>
<p>Tutto inizia a Milano, in un&#8217;azienda di abbigliamento. Alessandro, dopo aver creato una personale linea di abbigliamento, viene inserito nel team e-commerce perché vengono notate le sue capacità sui social media, un mondo che nel 2014 le imprese italiane iniziavano appena a fiutare. L&#8217;idea iniziale era fargli portare un&#8217;innovazione tangibile, un valore aggiunto. La realtà organizzativa, però, si rivela diversa. «Il progetto iniziale era di dare il mio apporto all&#8217;azienda sui social media», racconta. «Poi abbiamo capito che i tempi erano lunghi e, alla fine, <strong>ero diventato semplicemente un dipendente normale in ufficio.</strong> Mi ero trovato bene, l&#8217;ambiente era giovane e mi piaceva molto, prendevo 1.200 euro e facevo 25-30 ore a settimana. Ma mi è sempre stata stretta l&#8217;Italia. Non a livello monetario, desideravo proprio vedere il mondo».</p>
<p>La prima lezione per il management è qui: un&#8217;azienda non trattiene un talento dinamico solo garantendo un ambiente cordiale, se poi ne neutralizza il potenziale innovativo appiattendolo in mansioni di routine.</p>
<h4><strong>Londra, dove si assume l&#8217;attitudine e non il curriculum</strong></h4>
<p>Il primo vero ribaltamento di prospettiva Alessandro lo vive a Londra, dove sperimenta un mercato del lavoro capace di risolvere un nodo cruciale per le nostre risorse umane: il paradosso dell&#8217;esperienza. In Italia, infatti, le aziende si scontrano spesso con un cortocircuito strutturale: cercano profili giovani ma già formati, faticando però a essere le prime a offrire quello spazio di fiducia necessario per mettersi alla prova. Le grandi realtà internazionali, al contrario, tendono ad assumere l&#8217;attitudine più che il curriculum, scommettendo sul potenziale di una «pagina bianca» da plasmare internamente.</p>
<p>«Sono arrivato a Londra senza una carriera alle spalle e ho iniziato a lavorare come cameriere in uno dei posti più belli della città, la Royal Albert Hall, che è il teatro più importante d&#8217;Inghilterra», spiega. La barriera all&#8217;ingresso è altissima dal punto di vista attitudinale, ma l&#8217;azienda investe totalmente sulla formazione: «Poi ho deciso di puntare a un ruolo più alto e ho mandato il curriculum, senza troppe aspettative, alla catena Be at One, proprietaria di 27 bar. Dopo tre colloqui mi hanno preso e per tre mesi mi hanno stipendiato per imparare da loro a fare il bartender a livelli molto alti, perché preferiscono quelli che non hanno esperienza: almeno li possono crescere come vogliono».</p>
<h4><strong>Sydney, dove il merito accelera le carriere</strong></h4>
<p>Il viaggio verso la costruzione di un futuro stabile prosegue con dieci mesi in California, dove Alessandro lavora in un ristorante italiano, e con un ritorno a Londra di altri sei mesi, in un ristorante con una stella Michelin. Qui matura l&#8217;idea di trasferirsi in Australia e acquista un biglietto di sola andata.</p>
<p>Al Catalina, uno dei locali più prestigiosi di Sydney, le responsabilità arrivano a una velocità impensabile alle nostre latitudini. Qui Alessandro scopre che la parola «meritocrazia» smette di essere uno slogan e diventa un acceleratore di carriere. «Mi hanno offerto lo sponsor: significa che l&#8217;azienda ha puntato su di me e ha deciso di pagare il governo per permettermi di restare, dato che mi stava per scadere il visto. Questo mi permetterà di richiedere la residenza e prendere la doppia cittadinanza», afferma.</p>
<p>Poi prosegue raccontando la sua esperienza australiana: «Qui la ristorazione viene vista come una scelta di carriera, non come un ripiego. L&#8217;Australia è così abituata ad avere gente da tutto il mondo che non presta attenzione alla provenienza o all&#8217;età. Se sei bravo, fai carriera». E porta un esempio concreto: «A 24-25 anni mi sono trovato a essere responsabile del bar, a dare ordini a bartender australiani che avevano 40-45 anni, semplicemente per meritocrazia. In Italia mi viene difficile pensare che arrivi uno straniero giovane che ci sappia fare e inizi a dare ordini a italiani con vent&#8217;anni più di lui».</p>
<p>L&#8217;età anagrafica non è un limite: chi ha le competenze prende il comando.</p>
<h4><strong>Rispetto, equilibrio e tutele: la cultura che trattiene</strong></h4>
<p>Oltre alla crescita, il grande collante aziendale è la cultura del rispetto e del bilanciamento vita-lavoro. I ritmi sono intensi, dalle 42 alle 45 ore settimanali, ma spalmate solo su cinque giorni, e il rapporto tra capo e dipendente è orizzontale. «Il proprietario del locale mi ha detto: &#8220;Vuoi andare a surfare?&#8221;. All&#8217;inizio era strano frequentare il mio capo fuori dal contesto lavorativo, poi diventa normalissimo», spiega.</p>
<p>Non è solo cameratismo, è la fine dell&#8217;autoritarismo: «Ti esponi di più come persona, c&#8217;è molta più leggerezza. E soprattutto sei tutelato. C&#8217;è un ente, il Fair Work, molto accessibile: se il tuo capo ti tratta male, fai reclamo e loro agiscono tempestivamente. Inoltre, i dipartimenti HR sono staccati dalla compagnia per non essere influenzabili. Sono una realtà a sé stante, che protegge il lavoratore e lo mette nelle condizioni di esprimersi liberamente».</p>
<h4><strong>Tornare? Solo da padrone di sé stesso</strong></h4>
<p>Oggi Alessandro (@alessandrocavaliiere su Instagram) si sta costruendo un nuovo percorso imprenditoriale in Australia, organizzando eventi e viaggi tramite la sua community Oltreoceano (@oltreoceanoaustralia). Utilizza i suoi account social per aiutare altri ragazzi italiani a rendere concreta quella scelta che a lui ha cambiato la vita: «Organizzo serate, feste, eventi di yoga e wellness. Parlo anche di salute mentale: dopo aver superato un periodo buio ho capito che è una priorità».</p>
<p>Alla domanda se tornerebbe mai a lavorare in Italia come dipendente, la risposta indica il punto su cui le aziende italiane dovrebbero iniziare ad agire per un radicale rinnovamento del sistema lavorativo: «L&#8217;unico motivo vero per cui tornerei è per aprire qualcosa di mio: tornerei solo se potessi essere padrone di me stesso. Se potessi tornare solo da dipendente di qualcun altro, lo farei solo se mi venisse garantito lo stipendio che ho qui, a parità di tempo libero. Ma a livello umano noto che in Italia ci sono figure ai vertici che sono arrivate a quei livelli quasi solamente per longevità, perché sono in quell&#8217;azienda da tanto tempo. E ormai sono abituato a vivermi la meritocrazia quotidianamente».</p>
<p>È questo il punto di caduta finale per il management che segue Delta Index. Le aziende non perdono i giovani talenti solo per una questione di salario, ma perché rimangono ostaggio di organigrammi basati sulla fedeltà temporale invece che sulle competenze. Finché la «longevità» aziendale peserà più del merito, l&#8217;estero continuerà a non essere una semplice fuga, ma un indispensabile spazio di manovra per chi ha fretta di costruire il proprio futuro.</p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Aziende, i giovani soddisfatti non sono più dipendenti fedeli</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/aziende-i-giovani-soddisfatti-non-sono-piu-dipendenti-fedeli/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 08:29:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Per il 42% delle persone nella fascia 23-35 anni il lavoro non è pienamente sostenibile, contro il 32% degli adulti. Secondo una ricerca di Unipol, pesa l’impiego che invade la giornata: per le imprese la partita per trattenerli va giocata lì</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Sette giovani su dieci sono soddisfatti del proprio lavoro. Sette su dieci, negli ultimi due o tre anni, si sono guardati intorno in cerca d’altro. Non sono due gruppi diversi: in buona parte sono le stesse persone. Basta questo doppio dato per capire che una delle certezze su cui le imprese hanno costruito le politiche per trattenere i talenti non regge più. Quella secondo cui un giovane che sta bene, resta.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il quadro emerge dalla ricerca di Unipol, realizzata con la società Kkienn: 1.500 interviste a giovani tra i 16 e i 35 anni e, come termine di confronto, ad adulti fino a 74. Non fotografa soltanto la Generazione Z, ma il mondo del lavoro in cui la Gen Z sta entrando. L’Osservatorio Delta Index l’ha letta con la propria lente: non tanto che cosa pensano i ragazzi, quanto che cosa ne deve ricavare chi li ha già in azienda.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Contenti, ma in movimento</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Tra i giovani che lavorano, i soddisfatti sono saliti in un anno dal 61% al 69%. Il voto medio tocca 7, il più alto della serie. Cresce anche la sicurezza: uno su tre considera il proprio posto «molto sicuro». Eppure il 70% si è guardato intorno, il 49% ha cercato attivamente un altro impiego, il 32% ha cambiato lavoro. Tra gli adulti chi ha cambiato è il 19%.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Cambia anche la direzione, infatti la disponibilità a trasferirsi all’estero cala per il quarto anno di fila: la prende in considerazione il 40% dei giovani lavoratori, era il 58% nel 2022. Chi si muove, sempre più spesso, passa da un’azienda italiana all’altra. Per un’impresa del territorio significa che il concorrente non sta a Londra. Sta nella zona industriale accanto.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Già un anno fa i ricercatori avevano dato un nome al fenomeno: «Workflowing». Non si abbandona il lavoro, si cerca altrove un allineamento migliore tra lavoro e vita privata, tra competenze e aspirazioni. Quest’anno la conclusione è più netta. Salta l’equazione su cui si sono rette per anni le politiche aziendali: insoddisfazione, ricerca, cambio di lavoro. Oggi si può essere soddisfatti e contemporaneamente disponibili a cambiare.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>«Quanto posso durare così?»</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Se la soddisfazione non basta più, la ricerca propone un altro metro: la sostenibilità. Un lavoro è sostenibile quando consente di mantenere nel tempo un equilibrio fra reddito, carico di lavoro e qualità di vita. La domanda che un giovane si fa non è più se sta bene dove si trova, ma se può continuare così. Tra i lavoratori dai 23 ai 35 anni il 42% risponde di no, o non del tutto. Tra gli adulti fino a 54 anni la quota scende al 32%. Più che una misura di benessere, è un indicatore di rischio.</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/19/photos/aziende-i-giovani-soddisfatti-non-sono-piu-dipendenti-fedeli_eae5497e-cb94-11f1-a6f1-b07c44793603_1920_1778.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/19/photos/cache/aziende-i-giovani-soddisfatti-non-sono-piu-dipendenti-fedeli_eae5497e-cb94-11f1-a6f1-b07c44793603_1920_1778_v3_large_libera.jpg" alt="Aziende, i giovani soddisfatti non sono più dipendenti fedeli" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/19/photos/cache/aziende-i-giovani-soddisfatti-non-sono-piu-dipendenti-fedeli_eae5497e-cb94-11f1-a6f1-b07c44793603_1920_1778_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Il tempo che il lavoro si prende</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="39524">Il primo motivo è economico. Tra chi non giudica il proprio lavoro del tutto sostenibile, il 48% indica la tenuta economica: si vive al limite. Il peso si vede nelle buste paga. In un anno i giovani sotto i 1.200 euro netti al mese sono saliti dal 21% al 26%. Ma il tratto che distingue i ragazzi dagli adulti è un altro. È il lavoro che invade la giornata e non lascia staccare. Lo indica il 33% dei giovani, contro il 19% degli adulti. Quasi il doppio. Subito dopo viene la mancanza di prospettive, citata dal 37%: poca stabilità, nessuna traiettoria chiara.</div>
<div class="article-body">
<p>Le fragilità, poi, si sommano. Senza vulnerabilità il 77% dei giovani giudica sostenibile il proprio lavoro. Con paga bassa, precarietà e invasività tutte insieme si scende al 38%. Non è una legge meccanica, avvertono i ricercatori. Sono fattori di rischio: ognuno aumenta la probabilità che il rapporto si rompa.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Prima stare bene</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il contesto aiuta a capire. Tra gli obiettivi di vita dei giovani il primo posto spetta oggi alla salute e al benessere. Stare bene, scrive il rapporto, «entra nel rapporto con il lavoro, nella difesa del tempo personale, nella richiesta di rispetto». Non è disimpegno. È un criterio di giudizio. Già nel 2025 Unipol metteva a confronto due modelli. Da una parte il lavoro come sacrificio e la carriera lineare. Dall’altra un lavoro «sicuro ma anche dignitoso e compatibile con le altre esigenze della vita» e una «carriera personale, anche non verticale». Per chi guida un’impresa è il secondo il modello con cui fare i conti. Anche perché i giovani, a differenza degli adulti, guardano avanti: la fiducia nel proprio futuro sale in un anno dal 57% al 60%, mentre tra gli adulti scende dal 58% al 51%.</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Trattenere, cioè far durare</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Trattenere è uno dei quattro pilastri su cui l’Osservatorio Delta Index misura l’attrattività di un’impresa, insieme ad attrarre, selezionare e formare. Questa ricerca ne sposta il baricentro: trattenere non significa più fidelizzare, ma rendere il lavoro sostenibile. Per un’azienda diventano domande precise. Se gli orari sono prevedibili o si allungano per abitudine. Se chi esce alle sei può davvero non rispondere al telefono. Se la crescita è scritta da qualche parte o resta implicita, e se prevede anche percorsi orizzontali. Se la retribuzione sta dentro un progetto o è solo una cifra. Se la formazione serve a crescere o solo a coprire un ruolo. E soprattutto se qualcuno ha mai chiesto ai propri giovani non se sono soddisfatti, ma se possono continuare così.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per capire dove il percorso si interrompe, l’Osservatorio mette a disposizione il Delta Navigator, questionario gratuito di autovalutazione che si richiede a info@deltaindex.it. Perché un giovane soddisfatto, oggi, non è più un giovane che resta. Resta chi riesce a immaginarsi lì anche fra qualche anno.</p>
</div>
<div id="scroll6" class="article-body">
<h3>La voce dei candidati: chi sta cercando non si fida e l’impresa può distinguersi</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Se sopra abbiamo parlato dei giovani che un’azienda ha già, qui analizziamo quelli che deve ancora convincere. E la notizia, per chi assume, è meno scontata di quanto sembri. Quando dal proprio impiego si passa al mercato, la fiducia dei ragazzi crolla. Tra i 23 e i 35 anni chi dà al mercato del lavoro un voto da 7 in su è sceso in un anno dal 45% al 35%. Gli adulti, invece, sono rimasti fermi. Sul proprio lavoro gli stessi ragazzi sono sempre più soddisfatti, sul sistema no. Distinguono, osservano i ricercatori, la propria esperienza dal funzionamento complessivo del mercato.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Tra chi cerca un impiego, la fiducia di trovarne uno in linea con le proprie aspettative scende da 6,2 a 5,8 di voto medio. E arretrano proprio le attese che pesano di più. Pensa di poter trovare una retribuzione adeguata il 51% (era il 59% nel 2025), competenze utili per il futuro il 58% (era il 65%), un buon equilibrio tra lavoro e vita privata il 57% (era il 63%), occasioni di crescita il 55% (era il 61%). Un lavoro stabile e sicuro, appena il 49%. Più in generale, il 70% dei 23-35enni è convinto che le imprese non valorizzino competenze e titoli di studio. E il 76% pensa che molte persone, pur lavorando, non raggiungano l’autosufficienza, e il 71% che senza una retribuzione adeguata gli aspetti positivi del lavoro perdano valore. È un avvertimento per chi pensa di compensare la busta paga solo con qualche benefit.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per un’azienda è un’informazione preziosa. Dove il mercato delude, chi offre garanzie concrete si distingue. Una piccola impresa del territorio non può vincere la gara degli stipendi con le multinazionali. Non è nemmeno quella la partita. Servono cose che dipendono da decisioni interne: un percorso di crescita dichiarato già al colloquio, la formazione come investimento visibile, il rispetto del tempo personale, l’autonomia nell’organizzarsi. C’è poi un tema che riguarda il domani. Per il 71% dei giovani oggi il lavoro non consente la flessibilità necessaria per prendersi cura dei figli. Chi la offre davvero parla a una generazione che i figli non ha smesso di desiderarli.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Reggono meglio, invece, le attese che non dipendono dal mercato: il rispetto come persona (60%), un ambiente di lavoro positivo (59%), la possibilità di staccare davvero (58%). Il punto è renderle credibili. Un candidato che non si fida del mercato non si fida nemmeno degli annunci. Le garanzie vanno dimostrate con i fatti, dalla prima telefonata in poi. Selezionare, del resto, è il secondo pilastro di Delta Index: è lì che un’azienda dichiara chi è, prima ancora di assumere.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Gli studi rendono di più, ma hanno sempre meno ricambio di giovani</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/gli-studi-rendono-di-piu-ma-hanno-sempre-meno-ricambio-di-giovani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 08:23:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Nelle libere professioni un uomo su otto ha almeno 65 anni, gli under 35 sono appena il 16%. Per i titolari la partita è trattenere chi arriva e sapere a chi lasciare le chiavi</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gli-studi-rendono-di-piu-ma-hanno-sempre-meno-ricambio-di-giovani/">Gli studi rendono di più, ma hanno sempre meno ricambio di giovani</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Un professionista uomo su otto, in Italia, ha almeno 65 anni. Tra i dipendenti maschi la proporzione è di uno su cinquanta. Basta questo confronto per capire dove il ricambio generazionale si inceppa prima che altrove: negli studi professionali. Commercialisti, avvocati, consulenti, studi tecnici. Realtà che sono imprese a tutti gli effetti, spesso piccole, e che come le imprese devono attrarre giovani, formarli e trattenerli. Con un problema in più: sapere a chi passare lo studio.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il quadro emerge dal rapporto «Generazioni a confronto tra demografia e redditi», pubblicato a luglio dall’Osservatorio delle libere professioni, la fondazione promossa da Confprofessioni, su dati Istat e Banca d’Italia. L’Osservatorio Delta Index lo ha letto con la propria lente: non tanto perché i giovani si allontanino dalle professioni, quanto che cosa possono fare gli studi per riavvicinarli.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Una platea che invecchia</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Nel 2025 gli under 35 erano circa il 24% dei lavoratori dipendenti e appena il 16% dei liberi professionisti. Sono numeri che parlano soprattutto della Generazione Z, i ragazzi che oggi scelgono il primo lavoro. È a loro che uno studio deve parlare, se vuole avere un domani. L’età media dei professionisti è salita in dieci anni da 45 a 48 anni: 50 tra gli uomini, 46 tra le donne. Tra i professionisti maschi il 39% ha almeno 55 anni e solo il 34,8% ne ha meno di 45. La conclusione del rapporto è netta: fra tutti i comparti, il lavoro professionale è il più esposto al nodo del ricambio. Tra i dipendenti il rapporto tra under 35 e over 55 resta vicino alla parità; tra i professionisti i giovani sono nettamente meno dei senior, e lo squilibrio è peggiorato tra il 2015 e il 2025.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Le donne hanno ringiovanito le professioni perché vi sono entrate più tardi: il 46,6% delle professioniste ha meno di 45 anni. Ma l’effetto si sta esaurendo. Dieci anni fa, tra le professioniste, le giovani erano più numerose delle senior. Oggi non è più così. Anche la componente femminile invecchia, e il suo peso numerico resta troppo limitato per riequilibrare un settore spostato verso le età più avanzate.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Sullo sfondo c’è una demografia che non concede margini. In Italia, per ogni 100 ragazzi tra 15 e 19 anni, ci sono 156 persone tra 60 e 64 anni, vicine all’uscita dal lavoro. Nel 1976 erano 72. Chi oggi cerca un giovane di talento se lo contende.</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/12/photos/gli-studi-rendono-di-piu-ma-hanno-sempre-meno-ricambio-di-giovani_f9d7abf8-c611-11f1-8bdb-37215fad3e4a_1920_3002.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/12/photos/cache/gli-studi-rendono-di-piu-ma-hanno-sempre-meno-ricambio-di-giovani_f9d7abf8-c611-11f1-8bdb-37215fad3e4a_1920_3002_v3_medium_libera.jpg" alt="Gli studi rendono di più, ma hanno sempre meno ricambio di giovani" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/12/photos/cache/gli-studi-rendono-di-piu-ma-hanno-sempre-meno-ricambio-di-giovani_f9d7abf8-c611-11f1-8bdb-37215fad3e4a_1920_3002_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
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<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Commercialisti, il paradosso</h3>
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<div class="article-body">
<p>Il caso dei commercialisti rende il fenomeno concreto. Secondo il Rapporto 2026 della Fondazione nazionale di ricerca della categoria, a fine 2025 gli iscritti all’Albo erano 119.050, ossia 902 in meno in un anno. Le nuove iscrizioni sono scese da 1.958 a 1.494: quasi un quarto in meno in dodici mesi. Si riduce la quota degli under 40, cresce quella degli over 60. Eppure il reddito medio professionale è salito dell’8,3%, a 87.376 euro, e al netto dell’inflazione ha superato per la prima volta i livelli del 2007. I praticanti sono risaliti del 4,2%, a 11.507: un segnale, non ancora un’inversione. Il calo degli iscritti, poi, non è uniforme: al Nord è dello 0,2%, al Centro dell’1%, al Sud dell’1,3%. Il Nord tiene meglio degli altri territori, ma la tendenza è la stessa.</p>
</div>
<h3 class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="20786">Non è un tema solo economico</h3>
<div class="article-body">
<p>Una professione che rende sempre di più e attrae sempre meno dice una cosa precisa: il problema non è soltanto economico. È un dato che Delta Index incontra spesso osservando il rapporto tra imprese e Generazione Z: la retribuzione attira, ma da sola non trattiene. Contano la durata dell’ingresso, la chiarezza delle prospettive, il modo in cui si viene accolti.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Lungo il percorso, poi, molti si perdono. In diciotto anni i tirocinanti arrivati all’esame di Stato sono diminuiti del 63,5%. Ogni tirocinante che abbandona a metà strada è un giovane che uno studio aveva già accolto e non è riuscito a tenere. Il 23 settembre la Camera ha approvato la delega per riformare l’ordinamento dei commercialisti: tra le novità, la possibilità di svolgere tutti i 18 mesi di tirocinio durante la laurea magistrale. Il testo ora è al Senato. Se diventerà legge, accorcerà l’attesa tra la laurea e l’abilitazione, un tempo morto che oggi pesa sulla scelta.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Nello studio di qualcun altro</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per gli avvocati il quadro non cambia. Il Rapporto Avvocatura 2026 di Cassa Forense e Censis conta poco meno di 230mila iscritti, contro gli oltre 245mila del 2020, con un’età media salita da 44,1 a 49,5 anni. Tra gli under 40 solo il 42,4% è titolare di uno studio: il 27,3% lavora soprattutto come collaboratore, il 15,9% per un solo committente. E due avvocati su tre, il 66,2%, operano in studi monopersonali. Il 30,3% degli avvocati ha valutato di lasciare la professione, soprattutto per ragioni economiche.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p style="text-align: center;"><em><strong>«Tra un giovane e il professionista passano spesso 30 o 40 anni: una distanza in cui rischia di perdersi il modo in cui i ragazzi immaginano il lavoro»</strong></em></p>
<p>È un dato che riguarda da vicino chi guida uno studio. Il giovane che entra spesso non è un dipendente né un socio: è un collaboratore, e resta se vede una strada davanti a sé. Il rapporto dell’Osservatorio aggiunge un elemento: alla fine degli anni Ottanta i giovani lavoratori autonomi avevano redditi superiori del 20% a quelli medi dei 55-64enni, nel 2022 inferiori del 16%. Per un ventenne la strada autonoma non è più la scorciatoia di un tempo. Anche il traguardo si è allontanato: il picco del reddito, che nel 1987 arrivava tra i 45 e i 54 anni, nel 2022 è slittato tra i 55 e i 64.</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Restare, non solo entrare</h3>
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<div class="article-body">
<p>A inizio ottobre, a Bari, al termine del convegno nazionale dei giovani commercialisti, è stata eletta la nuova presidente dell’Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili, Michela Boidi, 35 anni. Ha indicato il ricambio generazionale come la sfida principale del mandato e ha messo a fuoco il punto: «Non basta far entrare i giovani nei nostri studi». «Per farli restare &#8211; ha aggiunto -, servono opportunità concrete e prospettive di crescita». Boidi ha anche osservato che «tra un giovane professionista e chi lo rappresenta passano spesso trenta o quarant’anni: una distanza in cui rischia di perdersi il modo in cui i ragazzi immaginano il lavoro. Vale per gli Ordini, e vale dentro ogni studio».</p>
</div>
<div id="scroll6" class="article-body">
<h3>Il Delta Navigator</h3>
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<div class="article-body">
<p>È la logica dei quattro pilastri su cui lavora Delta Index: attrarre, selezionare, formare, trattenere. Per uno studio professionale diventano domande precise. Quanto vale il primo gradino, il praticantato. Chi trasmette il sapere prima che il titolare esca. Quale prospettiva vede un collaboratore di trent’anni: una scrivania o una futura associazione. Se il percorso di crescita è scritto da qualche parte o resta implicito. Quanto tempo passa tra il colloquio e la risposta. Le regole stanno cambiando, ma l’accoglienza resta nelle mani dei singoli studi.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per capire dove il percorso si interrompe, l’Osservatorio mette a disposizione il Delta Navigator, questionario gratuito di autovalutazione che si richiede a info@deltaindex.it. Vale per le imprese di ogni dimensione. E a maggior ragione per gli studi che vogliono avere ancora qualcuno a cui consegnare le chiavi.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gli-studi-rendono-di-piu-ma-hanno-sempre-meno-ricambio-di-giovani/">Gli studi rendono di più, ma hanno sempre meno ricambio di giovani</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Anghileri: «I giovani? Terre rare da trattenere, anche con salari competitivi»</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/anghileri-i-giovani-terre-rare-da-trattenere-anche-con-salari-competitivi/</link>
					<comments>https://www.deltaindex.it/journal/anghileri-i-giovani-terre-rare-da-trattenere-anche-con-salari-competitivi/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 08:07:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[INTERVISTA ESCLUSIVA]]></category>
		<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Maria Anghileri, presidente nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria: «Le imprese siano più attrattive e lo Stato faccia la sua parte»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/anghileri-i-giovani-terre-rare-da-trattenere-anche-con-salari-competitivi/">Anghileri: «I giovani? Terre rare da trattenere, anche con salari competitivi»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Stessa generazione, lati opposti del tavolo. Da una parte chi un’azienda la guida, dall’altra chi ci deve entrare. Maria Anghileri, presidente nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria e COO del Gruppo Eusider, parte proprio da qui: i ragazzi che cercano lavoro e quelli che il lavoro lo creano sono più vicini di quanto si pensi. Ma la vicinanza non basta a sciogliere il paradosso del mercato del lavoro italiano. Le imprese non trovano competenze. I giovani non trovano opportunità di qualità. E ciascuno, spesso, tende a dare la colpa all’altro. La presidente Anghileri, nel confronto con Delta Index, non si è sottratta all’autocritica: le aziende devono offrire percorsi, trasparenza, senso. Ma chiede allo Stato di metterle in condizioni di competere ad armi pari. E racconta una lezione di famiglia che vale per ogni impresa: ai giovani si possono dire dei no, purché mai «perché si è sempre fatto così».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"><b>Lei presiede i Giovani Imprenditori. Ma i giovani che cercano lavoro stanno dall’altra parte del tavolo. Sono la stessa generazione o hanno interessi diversi?</b></div>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Sono più vicini di quanto si possa pensare. La stessa generazione che condivide le stesse aspettative e gli stessi desideri: creare un futuro in Italia».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"><b>Eppure spesso non si incontrano.</b></div>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Perché c’è un paradosso che oggi viviamo nel mercato del lavoro e che dobbiamo risolvere. Da una parte le aziende non trovano le competenze di cui hanno bisogno. Dall’altra i giovani molto spesso fanno fatica a trovare opportunità di qualità».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Da dove si comincia?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Come imprese dobbiamo capire che per trattenere un giovane non possiamo offrire solo un posto di lavoro. Dobbiamo offrire un percorso di crescita, di formazione. E anche un salario competitivo».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Confindustria chiede da tempo allo Stato di rendere il Paese più attrattivo. Migliaia di ragazzi, soprattutto laureati, se ne vanno. Ma le imprese hanno fatto la stessa autocritica su sé stesse?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Anche le aziende devono fare autocritica. Devono capire come essere più attrattive verso i giovani, offrire percorsi di crescita, offrire un senso. I giovani sono le nostre vere terre rare».</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="L’intervento di Maria Anghileri, presidente Giovani Imprenditori Confindustria, al convegno nazionale di Rapallo" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/9/28/photos/i-giovani-terre-rare-da-trattenere-anche-con-salari-competitivi_ff535e66-bb11-11f1-a29a-7e8797077158_1920_1280.jpg" data-title="L’intervento di Maria Anghileri, presidente Giovani Imprenditori Confindustria, al convegno nazionale di Rapallo"><img decoding="async" class="lozad" title="L’intervento di Maria Anghileri, presidente Giovani Imprenditori Confindustria, al convegno nazionale di Rapallo" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/9/28/photos/cache/i-giovani-terre-rare-da-trattenere-anche-con-salari-competitivi_ff535e66-bb11-11f1-a29a-7e8797077158_1920_1280_v3_large_libera.jpg" alt="«I giovani? Terre rare da trattenere, anche con salari competitivi»" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/9/28/photos/cache/i-giovani-terre-rare-da-trattenere-anche-con-salari-competitivi_ff535e66-bb11-11f1-a29a-7e8797077158_1920_1280_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption>L’intervento di Maria Anghileri, presidente Giovani Imprenditori Confindustria, al convegno nazionale di Rapallo</figcaption></figure>
<p><b>Cosa intende per senso?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Un giovane che si presenta in azienda molto spesso chiede anche quale impatto l’azienda può avere sul territorio, sul Paese. Ha una mentalità molto diversa da quella che avevamo noi. Anche io appartengo a una generazione diversa rispetto a un ventenne di oggi».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>I microdati Istat elaborati dall’Osservatorio Delta Index dicono che oltre metà delle assunzioni under 30 in Italia passa da una relazione diretta o da una presentazione, non da un annuncio. Cosa dice questo numero alle imprese?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Ci dice che le relazioni sono ancora centrali nel nostro Paese. Più degli annunci, più dei social».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Per un’azienda significa che il canale di reclutamento più efficace è spesso chi ci lavora già. È un male?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Di per sé non lo è per forza. L’importante è che le relazioni siano il più estese possibile. Non solo relazioni chiuse, che coinvolgono la famiglia e le amicizie, ma che si allarghino all’università, agli Its».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>In una parola?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«La relazione non deve diventare un recinto».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p style="text-align: left;"><b>Il turnover della Generazione Z supera il 45%, più del doppio di quello dei Millennials. Per un’impresa è un fallimento o è ormai la normalità del mercato?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Da una parte c’è qualcosa di fisiologico. A vent’anni c’è la voglia di sperimentare e di cambiare. E le opportunità che oggi il mercato del lavoro offre sono molte».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>E dall’altra?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Ci deve far riflettere, come imprese prima di tutto. Oggi un giovane non distingue la vita dal lavoro. La vita è una sola. E bisogna riuscire a tenere insieme le proprie aspettative e il proprio talento con la propria famiglia e le proprie amicizie».</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="I giovani imprenditori di Confindustria riuniti a Rapallo" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/9/28/photos/i-giovani-terre-rare-da-trattenere-anche-con-salari-competitivi_ffd2e104-bb11-11f1-a29a-7e8797077158_1920_1279.jpg" data-title="I giovani imprenditori di Confindustria riuniti a Rapallo"><img decoding="async" class="lozad" title="I giovani imprenditori di Confindustria riuniti a Rapallo" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/9/28/photos/cache/i-giovani-terre-rare-da-trattenere-anche-con-salari-competitivi_ffd2e104-bb11-11f1-a29a-7e8797077158_1920_1279_v3_large_libera.jpg" alt="«I giovani? Terre rare da trattenere, anche con salari competitivi»" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/9/28/photos/cache/i-giovani-terre-rare-da-trattenere-anche-con-salari-competitivi_ffd2e104-bb11-11f1-a29a-7e8797077158_1920_1279_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption>I giovani imprenditori di Confindustria riuniti a Rapallo</figcaption></figure>
<p><b>Parliamo di attrattività. Un ragazzo al primo lavoro fa fatica a immaginarsi dentro un’azienda che lavora l’acciaio. Le hanno mai detto: la siderurgia non è cool? Come ha reagito?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Parto sempre dalla mia esperienza personale. Sono la prima donna della famiglia a essere entrata in azienda. E lo devo a un’altra donna, mia mamma Giuditta».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>In che senso?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Ha saputo vedere oltre. La siderurgia non è solo produzione, non è solo trasformazione. Un’azienda ha tanti settori: la logistica, la finanza, le risorse umane, le relazioni esterne. Anche un giovane deve chiedersi qual è il suo potenziale, e capire che un’azienda può offrire molteplici opportunità».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>I nostri dati dicono che il linguaggio con cui le aziende si rivolgono alla Gen Z è cambiato. È cambiato solo quello, o anche l’organizzazione?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Le aziende stanno cercando di innovarsi anche nel modo di comunicare. Ma è fondamentale che quello che si dice venga poi effettivamente fatto. La credibilità di un’azienda si basa proprio sulla rispondenza tra quanto si dice e quanto si fa».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Il merito è misurabile, o è una parola che usiamo intendendo cose diverse?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Deve essere misurabile. Un ragazzo vuole capire quali obiettivi gli permetteranno di assumere nuove responsabilità, avere uno stipendio migliore. In alcuni ambiti è più facile: noi trasformiamo acciaio, e nel commerciale è semplice capire chi vende di più e chi di meno. In altri è più difficile, ma tutto può essere misurato».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>A chi tocca farlo?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«All’azienda. Deve sforzarsi di fissare obiettivi chiari e raggiungibili, spiegarli in modo trasparente al giovane e poi assicurargli un percorso di crescita».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Il merito però presuppone un profilo già costruito. Molti ragazzi, anche dopo l’università, sono preparati ma non pronti: l’esperienza è stata teorica, manca la pratica. Quanto conta il potenziale?</b></p>
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<div class="article-body">
<p>«Viviamo un mercato del lavoro in cui ci sono sempre meno profili, un po’ per la crisi demografica, un po’ per l’esodo generazionale. La concorrenza è già molto sostenuta, ci sono meno candidati di quanti le aziende ne cerchino. Per questo è fondamentale saper formare un giovane».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>E se un’impresa cerca solo profili già formati?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Limita ancora di più il suo raggio d’azione».</p>
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<div class="article-body">
<p><b>Lei ha citato una ricerca dei Giovani Imprenditori: per il 57,9% l’ostacolo numero uno alla crescita è trovare persone qualificate, e l’84,1% di chi non le trova sul mercato se le forma da sé. Ma come fa una Pmi da quindici dipendenti a diventare produttrice di competenze?</b></p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="27852">«Una Pmi non riesce a realizzare un’academy come un’impresa più strutturata. Ma per formare i propri collaboratori si può iniziare dalle collaborazioni: a volte basta un tirocinio ben fatto, un apprendistato, un collegamento con un Its o con una scuola».</div>
<div class="article-body">
<p><b>Solo una questione di strumenti?</b></p>
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<div class="article-body">
<p>«Il punto cruciale è anche culturale. L’imprenditore deve capire che la spesa in formazione non è un costo. È un investimento sulla sua competitività».</p>
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<div class="article-body">
<p><b>Molti imprenditori però ragionano così: lo formo, e poi se ne va&#8230;</b></p>
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<div class="article-body">
<p>«La formazione è veramente un investimento. Ci crediamo come Giovani Imprenditori e ci credo io come imprenditrice. Chi dice “non lo formo, altrimenti se ne va” ha una visione un po’ miope. Dobbiamo formarlo per dargli più strumenti possibili, per farlo lavorare meglio all’interno dell’azienda. Ed è anche un modo per essere più attrattivi verso il giovane stesso. È un approccio win-win».</p>
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<div class="article-body">
<p><b>Le imprese sono diventate produttrici di competenze e non più solo utilizzatrici. È un progresso, o la certificazione che il sistema formativo tradizionale non basta?</b></p>
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<div class="article-body">
<p>«Ci dice che il mondo del lavoro è cambiato, così come le esigenze delle aziende e le aspettative dei giovani. Che le imprese formino è positivo, per il Paese e per i giovani. Ma è un percorso a quattro mani: il sistema formativo deve avvicinarsi sempre di più all’impresa. In questo gli Its sono stati un esperimento molto positivo».</p>
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<div class="article-body">
<p><b>Trattenere&#8230; La Generazione Z guarda con distacco al manager inteso come capo che impartisce ordini e non accompagna. Spesso è stato promosso perché bravo lavoratore, non perché bravo a gestire persone. Nelle vostre imprese lo vedete?</b></p>
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<div class="article-body">
<p>«Dobbiamo dircelo: essere un bravo tecnico non coincide automaticamente con l’essere un bravo manager e saper gestire le persone. Anche le competenze “soft” vanno coltivate di pari passo».</p>
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<div class="article-body">
<p><b>Di cosa ha bisogno un giovane dal suo capo?</b></p>
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<div class="article-body">
<p>«Di ascolto, prima di tutto. Di feedback. E di un percorso di formazione adeguato. Probabilmente anche il manager deve adattare il suo ruolo alle nuove esigenze di chi entra in azienda. È l’aggiornamento di una figura che resta importante».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>E nella sua azienda?</b></p>
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<div class="article-body">
<p>«Vediamo la necessità di rapporti diretti. Oggi siamo un gruppo strutturato, con più di novecento collaboratori. Ma mio padre, che è il fondatore, ancora oggi parla con tutti, a prescindere dal ruolo. È questa la vera forza della nostra azienda».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Un rapporto diretto che per la Generazione Z significa fiducia. Poi c’è il welfare: lo offre il 55,3% delle aziende, ma i giovani lo spendono soprattutto in buoni acquisto. Molte imprese pensano a servizi come il nido, ma un ragazzo che arriva ha tre esigenze: la casa, la mobilità, due soldi in tasca. È welfare o integrazione di salario?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Qui ci riagganciamo al tema dei salari. Dobbiamo offrire ai giovani salari competitivi. E il welfare non può essere un modo per compensare un salario inadeguato».</p>
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<div class="article-body">
<p><b>Le imprese possono fare di più?</b></p>
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<div class="article-body">
<p>«Si può sempre fare meglio ma va anche detto che i salari dell’industria sono già più alti di altri settori. E non dimentichiamoci che operiamo in un Paese con il costo dell’energia più alto d’Europa, uno dei primi costi per un’impresa manifatturiera. E con un cuneo fiscale e contributivo di 12 punti sopra la media Ocse: tra quello che l’azienda eroga e quello che il lavoratore trova in busta paga c’è una differenza troppo ampia. Anche questo rende le imprese italiane poco attrattive per i giovani».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Quindi?</b></p>
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<div class="article-body">
<p>«Di nuovo, un lavoro a quattro mani. Lo Stato deve metterci in condizione di competere ad armi pari con aziende uguali alle nostre, che magari sono in Spagna, dove l’energia la pagano la metà».</p>
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<div class="article-body">
<p><b>Avete proposto un taglio dell’Irpef per gli under 35, e intanto anche dalla politica sono arrivate altre ipotesi. Come funziona la vostra?</b></p>
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<div class="article-body">
<p>«È un taglio dell’Irpef per i lavoratori under 35, nei primi cinque anni, fino a 50mila euro di reddito: dal 100% il primo anno al 20% l’ultimo. Fino a mille euro in più in busta paga. Mille euro che servono per pagarsi un affitto, per iniziare a programmare il proprio futuro. Qualsiasi misura che vada in questa direzione, per noi, è positiva».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Ma i dati dicono che i giovani se ne vanno soprattutto per mancanza di percorso. Lo stipendio basta a trattenerli?</b></p>
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<div class="article-body">
<p>«Il salario è una parte importantissima della vita di un giovane. Ma non è tutto. Non è quello che fa decidere se lavorare in un’azienda anziché in un’altra. I giovani oggi chiedono trasparenza, percorsi di crescita, aziende che offrano un progetto. Cercano senso».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Lei è entrata nell’azienda di famiglia. Ma ci sono figli di imprenditori che nell’impresa dei genitori non vogliono entrare. Cosa dice questo a un sistema fondato proprio sulla continuità?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Innanzitutto non ci deve essere un automatismo per cui il figlio dell’imprenditore debba continuare l’attività del padre. Prima deve dimostrare di essere in grado di farlo. Ma sull’altro piatto della bilancia deve anche poter scegliere».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Non sempre succede.</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«A volte vediamo giovani che vogliono entrare in azienda senza avere le competenze. Altre volte genitori che impongono quasi un percorso obbligato, perché vorrebbero il figlio al loro fianco. L’imprenditore, come qualsiasi mestiere, non può farlo chiunque. Essere figli di imprenditore è un grande privilegio, ma bisogna dimostrare di avere una vocazione. Bisogna guardare al futuro dell’azienda, non all’eredità».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Cosa le ha insegnato suo padre che oggi serve nel rapporto con i giovani?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«La sua grande curiosità, che credo sia una ricetta vincente di Eusider. Io dico sempre che ho ricevuto tanti no, ma tutti i no che ho ricevuto erano motivati. Non c’è mai stato un no perché “qui si è sempre fatto così”».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Perché conta con la Generazione Z?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Perché è la prima cosa per essere attrattivi verso un giovane: avere voglia di ascoltarlo, analizzare una proposta. Alcune saranno valide, altre meno, ma bisogna dare la possibilità di esprimersi. Continuare a essere curiosi, aperti, continuare ad ascoltare».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>E cosa, invece, la sua generazione ha fatto in modo diverso?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Noi nuove generazioni abbiamo cercato di portare la nostra energia, di puntare a mercati nuovi, di internazionalizzare l’azienda e di crescere anche con nuove acquisizioni. Soprattutto mio fratello, che oggi è amministratore delegato del gruppo: è entrato in azienda nel 2008 e da allora abbiamo fatto quasi dieci acquisizioni».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>In Eusider cosa avete fatto per i più giovani?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Crediamo che la formazione sia un investimento e che la scuola sia il vero ascensore sociale. Da quattro anni assegniamo borse di studio, da 300 a mille euro, ai figli dei collaboratori del gruppo che si distinguono per merito scolastico. L’ultimo anno sono state circa 58, consegnate nel corso di una cerimonia al Teatro della Società di Lecco. Ritrovare a teatro i visi con cui si lavora ogni giorno è stato emozionante».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p><b>Ultima domanda. Cosa direbbe a un imprenditore convinto che il problema siano i giovani e non l’azienda?</b></p>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Che se vuole assumere un giovane deve prima di tutto ascoltarlo. E chiedersi: se io avessi vent’anni, sceglierei quell’azienda? Credo che sia questo il punto di vista giusto per offrire a un giovane quello che cerca: trasparenza, percorsi di crescita e senso».</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/anghileri-i-giovani-terre-rare-da-trattenere-anche-con-salari-competitivi/">Anghileri: «I giovani? Terre rare da trattenere, anche con salari competitivi»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Gen Z, il welfare serve a sopravvivere ma non basta a costruire il futuro</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-il-welfare-serve-a-sopravvivere-ma-non-basta-a-costruire-il-futuro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 07:46:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. L’Osservatorio di DoubleYou (Gruppo Zucchetti) fotografa uno scarto che le aziende non vedono: i giovani chiedono mobilità e formazione. Ma spendono il 77% del budget in buoni acquisto: «Necessità, non scelta»</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Immaginate un distributore automatico. Ci metti un euro, scegli quello che vuoi, e lo ottieni subito. Che sia uno snack o una bibita, non c’è bisogno di alcun elaborato ragionamento: scegli, schiacci e ottieni. È la metafora più precisa per descrivere il rapporto che molte aziende italiane hanno ancora oggi con il <b>welfare aziendale: uno strumento da erogare, non una leva da costruire</b>.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">L’<b>Osservatorio Welfare 2026 di DoubleYou (Gruppo Zucchetti)</b>, realizzato su un campione di oltre 3.000 aziende e più di 500mila lavoratori, fotografa un mercato che si dichiara maturo ma tradisce ancora i segni di una maturità incompiuta. I numeri sono solidi: l’87% del credito welfare disponibile viene effettivamente speso dai lavoratori. Il benefit medio pro capite si attesta a 1.040 euro, sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente. Il sistema funziona. Il problema è che funziona in modo troppo prevedibile. Perché come evidenzia spesso l’<b></b> <b>Osservatorio Delta Index (partner dell’Osservatorio Zucchetti Hr</b>) quando si guarda alla Generazione Z &#8211; quella che nei prossimi anni rappresenterà la quota crescente di lavoratori da attrarre, selezionare, formare e trattenere &#8211; il quadro cambia radicalmente. E costringe a fare domande scomode.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Il cassetto delle emergenze</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>La Gen Z riceve in media 720 euro di credito welfare all’anno: il valore più basso tra tutte le generazioni. E ne spende il 77% in fringe benefit, cioè i buoni acquisto per la spesa, la benzina, i beni di prima necessità. Non perché non voglia altro. Ma perché con quel budget non può permettersi altro. Il welfare diventa un cuscinetto per i bisogni immediati, non uno strumento di sviluppo personale o professionale.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il paradosso emerge quando si incrociano questi dati con quelli sul wellbeing: il 45% della Gen Z indica la mobilità sostenibile come priorità, tre o quattro volte in più rispetto a tutte le altre generazioni. I giovani vogliono che l’azienda entri nella loro vita quotidiana in modo concreto, non con benefit di facciata. E ancora: il 27% della Gen Z cita il benessere finanziario come priorità, una percentuale simile a quella dei Baby Boomers, ma per ragioni opposte. I Boomers pensano alla previdenza complementare, i giovani a come arrivare alla fine del mese.</div>
</div>
<div data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="23742"></div>
<h3 class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="23742">Il welfare non conosce la Gen Z</h3>
<div class="article-body">
<p>C’è poi il dato che dovrebbe far riflettere le direzioni Hr: solo il 5% della Gen Z considera prioritario il sostegno alla genitorialità, contro il 32% dei Millennials. Non è indifferenza, è che quella fase della vita non è ancora arrivata. Il welfare non può permettersi di offrire a tutti lo stesso pacchetto standardizzato e aspettarsi che funzioni allo stesso modo per tutte le fasce d’età. Eppure è esattamente quello che accade nella maggior parte dei casi.</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/5/25/photos/gen-z-il-welfare-serve-a-sopravvivere-ma-non-basta-a-costruire-il-futuro_9c103d1a-580b-11f1-ad6b-fba6a2155a3b_1920_1749.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/5/25/photos/cache/gen-z-il-welfare-serve-a-sopravvivere-ma-non-basta-a-costruire-il-futuro_9c103d1a-580b-11f1-ad6b-fba6a2155a3b_1920_1749_v3_large_libera.jpg" alt="Gen Z, il welfare serve a sopravvivere ma non basta a costruire il futuro" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/5/25/photos/cache/gen-z-il-welfare-serve-a-sopravvivere-ma-non-basta-a-costruire-il-futuro_9c103d1a-580b-11f1-ad6b-fba6a2155a3b_1920_1749_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Lo conferma Andrea Catania, Advisory Director di DoubleYou (Gruppo Zucchetti): «Dai dati del nostro Osservatorio emerge un punto molto netto: tra gli under 35 non manca l’interesse per un welfare più qualificato e trasversale, manca però spesso un allineamento tra ciò che chiedono e ciò che riescono realmente a utilizzare. La Gen Z esprime priorità specifiche: spiccano mobilità sostenibile, formazione, sviluppo professionale e benessere finanziario, dimensioni fortemente orientate al futuro e alla crescita personale. Se però osserviamo i comportamenti di spesa, queste stesse dimensioni restano marginali: il 77% del loro budget si concentra sui buoni spesa, contro una media del 58%».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Lo scarto, spiega Catania, non va letto come contraddizione: «Parliamo di una generazione fortemente colpita dalla perdita di potere d’acquisto, che trova nei buoni una facile valvola di sfogo. Ma sbaglieremmo a dedurre che questo esaurisca i bisogni dei più giovani. Il fringe benefit è la soluzione più accessibile nel contesto in cui operano: credito welfare più basso, minore anzianità, spesso minore accompagnamento nella scelta. Millennials e Gen X, quando hanno più disponibilità, si spostano su bisogni strutturati: genitorialità, istruzione, previdenza. Nella Gen Z questa evoluzione non parte, non per mancanza di interesse ma per mancanza di condizioni abilitanti. Il rischio, soprattutto in chiave di attraction, è evidente: le aziende parlano ai giovani con un’offerta che intercetta bisogni immediati, mentre la domanda reale è già su mobilità, competenze e autonomia economica. Finché questo gap resta aperto, il welfare rischia di essere percepito come un bonus travestito, non come un elemento distintivo dell’esperienza di lavoro». Il report evidenzia un’altra distanza: il 56% dei lavoratori associa il benessere a incentivi e benefit concreti, mentre per l’82% degli Hr manager la priorità è il benessere psicologico. Due mondi che si parlano ma non si ascoltano. E il 65% dei lavoratori vorrebbe uno strumento integrato con il portale welfare per ricevere comunicazioni personalizzate e partecipare attivamente alle scelte aziendali: solo il 39% degli Hr ritiene questa esigenza rilevante. C’è un bisogno di essere visti, riconosciuti, inclusi, che l’azienda media non sta ancora intercettando.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Da strumento a infrastruttura</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>La questione riguarda, prima ancora della retention, l’attraction: la capacità di far scegliere la propria azienda a un giovane che ha davanti a sé molte opzioni. Un giovane che valuta dove lavorare non vede quasi mai, negli annunci o nelle pagine careers, una descrizione concreta del welfare offerto. Vede foto di uffici luminosi e frasi sul teamwork. Il welfare viene trattato come un plus da svelare dopo l’assunzione, non come un argomento da mettere sul tavolo già in fase di selezione. È un’opportunità sprecata. E a renderla ancora più evidente c’è un ultimo dato: il 46% delle aziende ammette di non essere ancora pronta sul tema della trasparenza salariale. Welfare, benessere e retribuzione continuano a viaggiare su binari separati, mentre per la Gen Z fanno parte di un’unica domanda: vale la pena lavorare qui?</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Conclude Umberto Cassinari, Ceo e co-fondatore di DoubleYou (Gruppo Zucchetti): «Le aziende oggi possono costruire esperienze capaci di accompagnare i lavoratori nella vita vera di ogni giorno, dalla crescita professionale alla salute, dalla genitorialità alla stabilità economica. È qui che il welfare cambia le carte in tavola anche in fase di attraction. Perché oggi, soprattutto per le nuove generazioni, scegliere un’azienda significa valutare anche la qualità dell’esperienza che potrà offrire: quanto ascolta, quanto sa essere vicina ai bisogni, quanto investe davvero sul benessere e sul futuro. Un welfare ben progettato non serve solo a trattenere: racconta, già prima dell’assunzione, che tipo di cultura aziendale si sta scegliendo».</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Tanti al lavoro, pochi davvero coinvolti. La frattura che pesa sulla produttività</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 09:29:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Studio del Censis per far fronte al disimpegno. La ricercatrice Fulvia Santini: «Tra i giovani il disengagement non è rifiuto del lavoro, ma di modelli che ormai non parlano più alle nuove generazioni»</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il lavoro continua a occupare le giornate, ma sempre meno le menti. È in questo scarto silenzioso che si gioca oggi una delle partite più decisive per il futuro delle imprese italiane. Una distanza che non riguarda soltanto il benessere individuale, ma che incide direttamente sulla produttività, sulla capacità di trattenere competenze e sulla tenuta complessiva del sistema economico. È da qui che prende le mosse la ricerca «Engagement e produttività. Più produttività attraverso la leva della motivazione e del coinvolgimento sul posto di lavoro», realizzata dal Censis e commissionata da Philip Morris Italia, che prova a riportare al centro una variabile spesso evocata, ma raramente affrontata fino in fondo: il coinvolgimento reale delle persone nel lavoro che svolgono.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">La contraddizione</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il contesto è quello di un Paese che lavora molto e rende poco. Da oltre quindici anni la produttività italiana cresce a fatica, mentre aumentano le ore lavorate e si intensifica la pressione organizzativa. A livello internazionale, le ricerche Gallup del 2024 e del 2025 collocano l’Italia tra i Paesi con i livelli di engagement più bassi. «È stato proprio questo dato a far scattare la riflessione &#8211; spiega Fulvia Santini, ricercatrice del Censis -. Ci siamo chiesti cosa accade quando l’engagement viene meno e abbiamo deciso di analizzare il disengagement non come una fragilità individuale, ma come un processo strutturale che riguarda organizzazioni, modelli di lavoro e aspettative generazionali».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 354px" class="wp-caption alignleft"><a title="Fulvia Santini, ricercatrice del Censis" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_33ef176e-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1279.jpeg" data-title="Fulvia Santini, ricercatrice del Censis"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="lozad" title="Fulvia Santini, ricercatrice del Censis" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/cache/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_33ef176e-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1279_v3_large_libera.jpeg" alt="Fulvia Santini, ricercatrice del Censis" width="354" height="236" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/cache/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_33ef176e-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1279_v3_large_libera.jpeg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Fulvia Santini, ricercatrice del Censis</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">Il Rapporto restituisce un quadro complesso, fatto di apparenti contraddizioni. Il 79,3% degli occupati dichiara di sentirsi molto o abbastanza motivato. Ma questa media nasconde fratture profonde. Tra i 18 e i 44 anni solo il 24,3% afferma di essere davvero interessato al proprio lavoro. E per il 54,1% dei giovani il lavoro ha perso centralità nella vita o non è mai stato una priorità. «Non è una disaffezione verso il lavoro in sé &#8211; chiarisce Santini &#8211; ma il rifiuto di un modello che non risponde più alle esigenze delle nuove generazioni, sempre più orientate alla ricerca di equilibrio tra vita privata e vita professionale».</p>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>L’età emerge come uno spartiacque netto. Gli over 55, cresciuti in un’epoca in cui il lavoro rappresentava un valore identitario e una fonte primaria di riconoscimento sociale, risultano i più coinvolti: il 37,5% si dichiara molto motivato e il 66,3% continua a considerare il lavoro un pilastro centrale della propria esistenza. All’estremo opposto, tra i più giovani prende forma una sensazione diffusa di disincanto. Più della metà degli under 35, il 53,9%, si sente poco o per nulla coinvolta nelle attività quotidiane, contro il 34,4% degli over 55. Una distanza emotiva che non nasce all’improvviso, ma che si costruisce nel tempo.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>I tre passaggi chiave</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="2205">Per descrivere questo scivolamento progressivo, il Censis individua tre passaggi chiave, le cosiddette «tre D» del disengagement: disallineamento, disincanto e distacco. Il primo nodo è il disallineamento tra competenze e ruolo. Solo il 27,2% dei lavoratori percepisce una piena coerenza tra ciò che sa fare e ciò che gli viene richiesto, mentre il 13,7% segnala un forte scarto. Il fenomeno colpisce soprattutto i giovani: tra i 18 e i 34 anni il disallineamento sale al 16,8%, quasi tre volte il dato degli over 55. «Molti giovani entrano nel mondo del lavoro con aspettative elevate di apprendimento e di contributo &#8211; osserva Santini -. Ma spesso si ritrovano in ruoli poco coerenti, ripetitivi o privi di percorsi chiari. Questo scarto iniziale genera frustrazione, che nel tempo si trasforma in disincanto e poi in distacco».</div>
<div class="article-body">
<p>Il disengagement non resta confinato nella sfera emotiva. Produce effetti concreti e misurabili sulle organizzazioni. Il 44,3% dei lavoratori dipendenti ha considerato di cambiare occupazione, percentuale che sale al 64,6% tra gli under 35. Le motivazioni sono eloquenti: aumento del reddito (39,5%), stress o carico di lavoro eccessivo (28,7%), ricerca di una maggiore soddisfazione professionale (21,5%). «Non si tratta semplicemente di instabilità o di strategia di carriera &#8211; sottolinea Santini &#8211; ma della ricerca di condizioni di lavoro migliori, più sostenibili e più coerenti con le proprie aspettative».</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_34e9d67c-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1751.jpg"><img decoding="async" class="lozad" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/cache/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_34e9d67c-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1751_v3_large_libera.jpg" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/26/photos/cache/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produt_34e9d67c-fa97-11f0-b4a1-45a31a2180f5_1920_1751_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Il costo del disengagement è percepito anche dai lavoratori stessi. Un occupato su tre ritiene che il disimpegno riduca in modo significativo la produttività dell’azienda in cui lavora, una convinzione particolarmente diffusa tra i senior, più consapevoli del legame tra coinvolgimento e risultati. Turnover elevato, perdita di competenze, calo della qualità delle prestazioni e impoverimento del clima organizzativo sono alcune delle conseguenze di questa distanza crescente.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Alla domanda su cosa potrebbe aumentare il coinvolgimento, il 54% degli occupati indica una retribuzione più competitiva. Ma fermarsi al salario sarebbe riduttivo. Quattro lavoratori su dieci chiedono più benessere e migliori condizioni di lavoro, il 32% benefit aziendali e il 26,9% maggiore flessibilità oraria e smart working. Tra i giovani emergono anche la richiesta di percorsi di crescita più chiari e di un investimento strutturale nella formazione continua. «L’engagement non si costruisce solo con lo stipendio &#8211; ribadisce Santini -. È il risultato di un equilibrio tra riconoscimento economico, benessere psicologico, qualità delle relazioni e possibilità di sviluppo».</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Dal welfare al wellness</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Da qui il passaggio, sempre più evidente, dal welfare al wellness. Non più solo bonus e misure economiche, ma un’attenzione più profonda alla dimensione emotiva e organizzativa del lavoro. La parte qualitativa della ricerca, basata su interviste a responsabili HR di aziende inserite nelle classifiche Best Place to Work, mostra come le realtà più avanzate stiano investendo su sistemi di monitoraggio continuo dell’engagement, sulla valorizzazione dei feedback, su una comunicazione più trasparente tra manager e collaboratori e su iniziative concrete per ridurre il carico mentale. «Un esempio che ci ha colpito molto &#8211; racconta Santini &#8211; è quello di aziende che hanno introdotto il “Free Friday”, una giornata senza call o riunioni per permettere alle persone di chiudere la settimana lavorativa senza portarsi dietro il peso mentale del lavoro nel fine settimana».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Accanto al benessere, la formazione emerge come uno snodo decisivo. Non solo corsi o budget dedicati, ma formazione on the job, mentoring e accompagnamento reale nei percorsi di crescita.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il messaggio finale del Rapporto è netto: senza motivazione non c’è impresa, e senza coinvolgimento non c’è futuro. «Il lavoro non è solo ciò che faccio &#8211; conclude Santini &#8211; ma ciò che mi permette di sentirmi parte di qualcosa». Quando questa connessione si spezza, si inceppa il motore della produttività.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/tanti-al-lavoro-pochi-davvero-coinvolti-la-frattura-che-pesa-sulla-produttivita/">Tanti al lavoro, pochi davvero coinvolti. La frattura che pesa sulla produttività</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Gen Z, l’Italia è ultima per attrattività. Soluzioni? Salari, casa e meritocrazia</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2026 09:16:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=9840</guid>

					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Il Rapporto del Cnel indica una perdita di 16 miliardi di euro all’anno per la fuga dei giovani all’estero Il presidente Renato Brunetta: «Trattare bene le nuove generazioni significa coinvolgerle e dare loro autonomia»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazia/">Gen Z, l’Italia è ultima per attrattività. Soluzioni? Salari, casa e meritocrazia</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>L’Italia non è un Paese attrattivo per i giovani. Non lo è nei numeri, non lo è nei confronti internazionali, non lo è nella capacità di trattenere e richiamare capitale umano qualificato. È questa la conclusione che emerge dal <strong class="gsto">Rapporto del Cnel sull’attrattività dell’Italia verso i giovani dei Paesi avanzati</strong>, presentato recentemente. Un documento che, più che raccontare un disagio generazionale, misura un problema strutturale di competitività del sistema Paese. <strong class="gsto">«Si parla tanto dei giovani, ma con loro si parla ancora troppo poco»</strong>, scrive il <strong class="gsto">presidente del Cnel Renato Brunetta</strong>. E chiarisce subito il punto: il modo in cui un Paese tratta i giovani è un indicatore diretto della sua capacità di futuro. Opportunità di lavoro, salari, qualità della vita, funzionamento delle istituzioni. Se questi fattori non reggono il confronto internazionale, i giovani si muovono. E l’Italia, oggi, è uno dei Paesi da cui si esce di più e in cui si entra di meno.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Piace di più la Svizzera</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il Rapporto fotografa una dinamica avviata nel 2011 e mai interrotta: una nuova emigrazione giovanile che non è compensata da flussi in ingresso da altri Paesi avanzati. Il dato più semplice è anche il più efficace: l’Italia è ultima in Europa per quota di giovani in entrata, con appena l’1,9% dei flussi migratori complessivi, mentre i giovani italiani rappresentano oltre il 26% dei flussi in uscita. Non si tratta quindi di mobilità fisiologica, ma di uno squilibrio strutturale.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Per rendere confrontabili Paesi diversi per dimensione, il Cnel utilizza un indicatore specifico &#8211; l’Indice di simmetria dei flussi migratori (Isfm) &#8211; che misura quante uscite corrispondono a ogni ingresso. I risultati sono eloquenti. La Svizzera è il Paese più attrattivo, seguita da Austria e Regno Unito. Francia, Paesi Bassi e Danimarca si collocano in una fascia intermedia. La Germania è sostanzialmente in equilibrio. L’Italia, invece, arriva a 14,5: per ogni giovane proveniente da un Paese avanzato che entra, 14,5 giovani italiani se ne vanno.</div>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<p class="zoom-gallery new libera left">
<figure style="width: 336px" class="wp-caption alignleft"><a title="Renato Brunetta, presidente del Cnel" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/12/photos/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazi_07dad6b0-ef96-11f0-b73f-a70946a41a27_1920_1291.jpg" data-title="Renato Brunetta, presidente del Cnel"><img decoding="async" class="lozad" title="Renato Brunetta, presidente del Cnel" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/12/photos/cache/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazi_07dad6b0-ef96-11f0-b73f-a70946a41a27_1920_1291_v3_large_libera.jpg" alt="Renato Brunetta, presidente del Cnel" width="336" height="226" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/12/photos/cache/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazi_07dad6b0-ef96-11f0-b73f-a70946a41a27_1920_1291_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Renato Brunetta, presidente del Cnel</figcaption></figure>
<p>Tra il 2011 e il 2024, verso le dieci principali destinazioni avanzate, sono usciti circa 486 mila giovani, mentre gli ingressi si fermano a poco meno di 55 mila. «Per ogni giovane che arriva, ne partono molti di più», osserva Brunetta, sottolineando come questo dato non descriva una circolazione virtuosa dei talenti, ma una perdita netta di capitale umano. E il quadro si fa ancora più critico se si guarda alla composizione delle uscite: cresce infatti la quota di laureati e profili altamente qualificati, quella che il presidente del Cnel definisce «la punta di diamante del capitale umano».&nbsp;</p>
</div>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Da noi meno possibilità di crescita</h3>
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<div class="article-body">
<p>Il Rapporto prova poi a rispondere alla domanda decisiva: perché i giovani se ne vanno? Le indagini condotte direttamente dal Cnel mostrano che, accanto alle migliori opportunità di lavoro e di carriera, pesano fattori più ampi: l’efficienza dei servizi pubblici, il funzionamento delle istituzioni, la percezione di equità e meritocrazia, la qualità della vita. In particolare, tra i giovani ad alto rendimento formativo emerge con forza la convinzione che all’estero le competenze vengano riconosciute più rapidamente e in modo più trasparente.</p>
</div>
<div class="half-story">Anche i dati sul mercato del lavoro confermano questa lettura. Le analisi basate su fonti come LinkedIn e Indeed indicano che i giovani oggi cambiano ruolo più frequentemente rispetto al passato, ma in Italia la mobilità professionale e intersettoriale è più bassa rispetto agli altri Paesi europei. In pratica, il mercato italiano offre meno possibilità di crescita e di riconversione, rendendo l’estero una scelta spesso più efficace per valorizzare competenze e ambizioni. A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico: la scarsa trasparenza salariale, che rende più difficile per i giovani valutare le opportunità e pianificare il proprio percorso professionale.</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Il costo elevato degli affitti</h3>
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<div class="article-body">
<p>Un altro elemento che contribuisce a spiegare la bassa attrattività dell’Italia riguarda la qualità complessiva dell’esperienza di vita, non solo quella lavorativa. Il Rapporto Cnel mostra come, nei confronti internazionali, l’Italia perda posizioni su una serie di indicatori che per i giovani contano quanto &#8211; se non più &#8211; dello stipendio. Tra questi figurano l’accesso all’abitazione, la qualità dei trasporti pubblici, la possibilità di conciliare lavoro e vita privata e l’efficienza dei servizi. Sul tema abitativo, in particolare, il Cnel evidenzia come il costo degli affitti nelle grandi città sia diventato una barriera strutturale all’ingresso per i giovani, soprattutto nelle fasi iniziali della carriera. L’Italia combina salari medi più bassi rispetto ad altri Paesi avanzati con un costo della casa crescente, producendo un effetto di compressione che riduce l’autonomia dei giovani e ne ritarda i progetti di vita. In questo quadro pesa anche la diffusione degli affitti brevi, che sottraggono offerta al mercato residenziale stabile, aggravando ulteriormente il problema.</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/12/photos/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazi_08dede30-ef96-11f0-b73f-a70946a41a27_1920_2326.jpg"><img decoding="async" class="lozad alignright" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/12/photos/cache/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazi_08dede30-ef96-11f0-b73f-a70946a41a27_1920_2326_v3_medium_libera.jpg" width="515" height="624" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/12/photos/cache/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazi_08dede30-ef96-11f0-b73f-a70946a41a27_1920_2326_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
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<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>L’impatto negativo sul Pil</h3>
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<div class="article-body">
<p>C’è poi un tema di fiducia nel funzionamento delle istituzioni. I giovani che scelgono di partire indicano nei Paesi di destinazione una maggiore prevedibilità delle regole, tempi più rapidi nei servizi pubblici e un rapporto più semplice con la pubblica amministrazione. «L’attrattività di un Paese &#8211; osserva Brunetta &#8211; è un fatto complessivo. Riguarda il lavoro, ma anche la vita quotidiana, i servizi, la capacità dello Stato di essere affidabile».</p>
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<div class="article-body">
<p>Tutto questo ha un costo economico molto concreto. Il Cnel stima che l’uscita dei giovani comporti per l’Italia una perdita di circa 16 miliardi di euro l’anno, considerando gli investimenti pubblici e privati sostenuti per la loro crescita e formazione. Nel periodo 2011–2024 la perdita cumulata arriva a quasi 160 miliardi di euro, con un impatto stimato vicino a 0,8 punti di Pil all’anno. È capitale umano formato in Italia che genera valore aggiunto altrove.</p>
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<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Alcune leve chiare</h3>
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<div class="article-body">
<p>«La risposta alla domanda se l’Italia tratti bene i giovani è sconsolatamente negativa &#8211; conclude Brunetta -. E non esiste una singola causa, né una soluzione semplice». L’attrattività, insiste il presidente del Cnel, è una questione di fiducia: coinvolgimento reale, responsabilità, autonomia, possibilità di incidere. Il Rapporto individua alcune leve chiare: salari più competitivi, costo della vita &#8211; in particolare l’abitazione -, investimenti in ricerca e innovazione, una cultura del lavoro più meritocratica, servizi più efficienti. Non come un elenco di buone intenzioni, ma come condizioni necessarie per invertire una traiettoria che oggi non è più solo demografica o generazionale, ma economica e produttiva.Perché un Paese che perde giovani non perde solo persone. Perde competitività, crescita e futuro. E questa volta sono i dati, prima ancora delle parole, a dirlo con chiarezza.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/gen-z-litalia-e-ultima-per-attrattivita-soluzioni-salari-casa-e-meritocrazia/">Gen Z, l’Italia è ultima per attrattività. Soluzioni? Salari, casa e meritocrazia</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<title>«Se i giovani non restano, serve ripensare il lavoro»</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/se-i-giovani-non-restano-serve-ripensare-il-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 10:33:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Nel libro «Costruire il futuro» del manager Giampietro Tonani la riflessione sul nodo generazionale che oggi mette alla prova il sistema produttivo italiano</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/se-i-giovani-non-restano-serve-ripensare-il-lavoro/">«Se i giovani non restano, serve ripensare il lavoro»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>C’è un momento, spesso silenzioso, in cui un’azienda capisce di essere arrivata a un bivio. Non perché manchino gli ordini o il mercato rallenti, ma perché iniziano a mancare le persone giuste, o perché quelle che arrivano se ne vanno presto, senza fare rumore.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">È in quello spazio &#8211; più culturale che economico &#8211; che si gioca oggi il futuro del lavoro. Ed è da lì che prende senso il viaggio raccontato dall’architetto Giampietro Tonani nel libro «Costruire il futuro. Imprenditoria, politica e persone: un viaggio italiano verso il domani»: un attraversamento dell’Italia produttiva che parla meno di slogan e più di scelte, meno di emergenze e più di responsabilità. Il libro di Tonani non nasce per spiegare ai giovani come funziona il lavoro, né per insegnare alle imprese come «piacere» alle nuove generazioni. È, piuttosto, una riflessione su come si è trasformato il patto implicito tra impresa e persone, e su quanto questo patto oggi sia fragile se non viene ripensato in profondità. Il futuro, suggerisce Tonani, non si costruisce con dichiarazioni d’intenti, ma con organizzazioni capaci di reggere il cambiamento senza scaricarne il peso sulle generazioni che entrano.</div>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 201px" class="wp-caption alignleft"><a title="Giampietro Tonani, Chief Business Development Manager" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/7/photos/se-i-giovani-non-restanoserve-ripensare-il-lavoro_056341ce-ebb3-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_3039.jpeg" data-title="Giampietro Tonani, Chief Business Development Manager"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Giampietro Tonani, Chief Business Development Manager" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/7/photos/cache/se-i-giovani-non-restanoserve-ripensare-il-lavoro_056341ce-ebb3-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_3039_v3_medium_libera.jpeg" alt="Giampietro Tonani, Chief Business Development Manager" width="201" height="318" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/1/7/photos/cache/se-i-giovani-non-restanoserve-ripensare-il-lavoro_056341ce-ebb3-11f0-b2fc-f9785b85cf98_1920_3039_v3_medium_libera.jpeg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Giampietro Tonani, Chief Business Development Manager</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">È una lettura che intercetta con precisione i temi emersi dall’Osservatorio Delta Index. Il rapporto tra aziende e Generazione Z non si inceppa per un problema di motivazione o di «atteggiamento» dei giovani, ma per un difetto di progetto. Molte imprese continuano a cercare giovani adattabili a modelli organizzativi pensati per altri tempi, senza interrogarsi davvero su che cosa stanno offrendo in termini di crescita, apprendimento, senso del lavoro.</p>
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<div class="article-body-full">
<div class="position2">Tonani racconta un capitalismo italiano fatto di resilienza, intuito e capacità di tenere insieme tradizione e innovazione. Ma mette anche in evidenza un limite ricorrente: la difficoltà ad affrontare il tema del capitale umano come leva strategica e non come voce di costo. In questo quadro, i giovani diventano spesso un problema da gestire, anziché una risorsa con cui costruire. Un errore che oggi si paga caro, soprattutto in un contesto di calo demografico e di crescente competizione per le competenze. Uno dei passaggi più interessanti del libro riguarda il ruolo dell’imprenditore. Non come figura eroica o solitaria, ma come costruttore di contesti. Tonani insiste su un punto chiave: chi guida un’azienda deve assumersi la responsabilità di creare ambienti di lavoro leggibili, coerenti, capaci di accompagnare le persone nel tempo. È esattamente ciò che spesso manca nei processi di ingresso dei giovani in azienda: selezioni approssimative, onboarding deboli, formazione lasciata all’improvvisazione.</div>
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<div class="article-body">
<p>La Generazione Z, in questo scenario, non chiede scorciatoie. Chiede chiarezza. Chiede di capire che lavoro farà, come crescerà, quali competenze potrà sviluppare. Tonani non indulge in idealizzazioni generazionali, ma riconosce ai giovani una qualità spesso sottovalutata: la capacità di leggere i contesti. Le aziende incoerenti vengono intercettate rapidamente. E abbandonate altrettanto in fretta.</p>
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<div class="article-body">
<p>Un altro elemento centrale è il rapporto tra impresa e territorio. Nel libro emerge con forza l’idea che il futuro del lavoro non si costruisce dentro i confini aziendali, ma in un ecosistema che coinvolge scuola, formazione, istituzioni. Quando questo dialogo manca, il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro diventa strutturale. Ed è qui che il tema dell’orientamento, caro al Delta Index, assume una valenza strategica: senza relazioni stabili e continuative, l’incontro tra giovani e imprese resta episodico e inefficace.</p>
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<div class="article-body">
<p>«Costruire il futuro» non offre soluzioni preconfezionate. Ma lancia un messaggio netto: il tempo dell’attesa è finito. Le aziende che non ripensano oggi il loro modo di attrarre, formare e trattenere le persone rischiano di trovarsi domani senza giovani, prima ancora che senza competenze. Il futuro del lavoro non è una promessa lontana. È una scelta quotidiana. E riguarda, prima di tutto, le imprese.</p>
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		<title>Quando il controllo soffoca i giovani l’impresa ha già perso la sua partita</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/quando-il-controllo-soffoca-i-giovani-limpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Dec 2025 09:20:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=9770</guid>

					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. La difficoltà a trattenere i giovani. Ciò che li allontana non è la fatica, ma l’assenza di prospettiva. Coach Romagna, Top Voice LinkedIn che collabora con Delta Index: «Se sentono di non poter crescere, se ne vanno»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/quando-il-controllo-soffoca-i-giovani-limpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita/">Quando il controllo soffoca i giovani l’impresa ha già perso la sua partita</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Ci sono ragazzi e ragazze che quando parlano dei loro primi impieghi &#8211; ma capita anche più avanti nell’età &#8211; usano sempre le stesse parole: «Mi controllano». «Non mi lasciano autonomia».«Non posso mettere nulla di mio». Non raccontano straordinari infiniti o turni massacranti &#8211; anche se esistono &#8211; ma qualcosa che tocca un livello più profondo: il senso di essere osservati, incasellati, trattenuti dentro un ruolo che non si può espandere. È in quel momento che la relazione con l’azienda inizia a incrinarsi.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"><strong class="gsto">Federica Romagna, Top Voice LinkedIn che collabora con l’Osservatorio Delta Index </strong>, lo verifica spesso nella sua attività di career e mental coach. «Il nodo è il controllo &#8211; spiega -. Abbiamo un modello di leadership basato sulla cultura del fare, non dello sviluppare. Il manager teme di perdere potere se concede flessibilità e responsabilizzazione. La vede come un rischio, non come un’opportunità». Il risultato è un clima che la Generazione Z percepisce immediatamente: un ambiente rigido, poco dinamico, dove i processi non si toccano e le mansioni restano identiche a se stesse per anni. «Il giovane sente di non poter crescere e se ne va».</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>La sensazione: «Tenuti fermi»</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il clima aziendale, per i ragazzi, è più di una «condizione». È il filtro attraverso cui leggono ogni gesto, ogni riunione, ogni feedback. «Mi capita di sentire ragazzi che dicono: me ne voglio andare perché il mio capo mi controlla a vista, perché non mi lascia margini, perché non posso sperimentare» racconta Romagna.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<p class="float-img-article-cont left">
<p class="zoom-gallery new libera left">
<figure style="width: 228px" class="wp-caption alignleft"><a title="La coach Federica Romagna" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/9/photos/quando-il-controllo-soffoca-i-giovanilimpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita_aca85bb8-d4de-11f0-bcfd-bf39cda105a7_1920_3415.jpeg" data-title="La coach Federica Romagna"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="La coach Federica Romagna" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/9/photos/cache/quando-il-controllo-soffoca-i-giovanilimpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita_aca85bb8-d4de-11f0-bcfd-bf39cda105a7_1920_3415_v3_medium_libera.jpeg" alt="La coach Federica Romagna" width="228" height="406" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/9/photos/cache/quando-il-controllo-soffoca-i-giovanilimpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita_aca85bb8-d4de-11f0-bcfd-bf39cda105a7_1920_3415_v3_medium_libera.jpeg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">La coach Federica Romagna</figcaption></figure>
<p>Alla fatica quotidiana si aggiunge la percezione di un futuro bloccato. «Ancora troppi giovani mi dicono: sono fermo, faccio le stesse cose da mesi. Il primo anno passa, il secondo anche, e nulla si muove. A quel punto iniziano a chiedersi perché dovrebbero restare». Dietro queste frasi, c’è l’assenza di strumenti elementari: piani di carriera chiari, passaggi di ruolo comprensibili, competenze richieste spiegate in modo esplicito. In molte realtà le career ladder non esistono, in altre esistono ma non vengono comunicate. «Tutti desideriamo crescere, non solo la Z &#8211; sottolinea Romagna -. Ma servono competenze per costruire percorsi credibili. E molte Pmi non le hanno. In quei casi è utile affidarsi a consulenti esterni che sappiano leggere organizzazione, ruoli e persone».&nbsp;</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Fondamentale l’onboarding</h3>
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<div class="article-body">
<p>Un altro nodo cruciale è il modo in cui si accoglie un giovane. «L’onboarding non è metterlo vicino al senior per cinque telefonate e poi lasciarlo da solo» spiega Romagna. «Un ingresso fatto male genera ansia, isolamento, scarsa produttività e soprattutto un turnover precoce. I primi giorni sono la fase dell’innamoramento: se non funziona lì, difficilmente funzionerà dopo». Un buon onboarding dà strumenti, obiettivi, riferimenti. Un cattivo onboarding lascia smarrimento. «E se ti senti smarrito nei primi giorni, cerchi un’altra strada il prima possibile». Accanto all’onboarding c’è la formazione continua, spesso ridotta ai soli corsi obbligatori. «La formazione deve far crescere nel ruolo e come persona. Altrimenti diventa un adempimento vuoto». Non è un caso che nel Delta Index molte aziende, dopo l’assessment, rivedano le proprie priorità: iniziano pensando che il problema sia attrarre, finiscono comprendendo che senza formare non si trattiene.</p>
</div>
<h3 class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="27140">Flessibilità e organizzazione</h3>
<div class="article-body">
<p>Quando si parla di work-life balance, le aziende presentano spesso la flessibilità come un benefit, alla stregua di un buono pasto. La Gen Z la legge diversamente: come un elemento strutturale dell’organizzazione, un segno di fiducia. «Il problema è che molte imprese sono ancora ferme alla cultura per cui presenza fisica significa produttività &#8211; osserva Romagna -. E il controllo diventa il modo per garantire la presenza. In alcuni casi c’è chi racconta addirittura di pratiche estreme: monitoraggio dei computer, software che registrano lo schermo, telecamere puntate sulle postazioni. Sono strumenti che non solo violano la legge, ma distruggono la relazione. Negano i cambiamenti sociali e tecnologici in corso. E chi li subisce, se può, se ne va». Anche lo straordinario sistematico è un segnale di disorganizzazione. «Non è un indicatore di dedizione: è un sintomo. Può voler dire carichi eccessivi o un modello per obiettivi inesistente. E i ragazzi lo capiscono subito».</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Merito, retribuzioni e feedback</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il tema economico non è affatto secondario. «Si dice che ai giovani non importi lo stipendio, ma è falso &#8211; chiarisce Romagna -. Importa eccome: non è più l’unico parametro, ma è parte della loro possibilità di vivere».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>A pesare è anche l’assenza di sistemi premianti equi. «L’idea per cui seniority uguale competenza non regge più. La Z porta contributi preziosi, con competenze aggiornate e sensibilità nuove. Ma se non vengono riconosciuti, il messaggio è: qui non c’è spazio per te». La mancanza di feedback è un problema altrettanto grave. «Capita che un giovane creda di aver raggiunto gli obiettivi, poi scopre dopo 12 mesi che non era così. Nessuno glielo aveva detto prima. È profondamente ingiusto, e genera sfiducia».</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Decisioni calate dall’alto</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Un altro punto cieco è la comunicazione interna. «Le decisioni arrivano come annunci dall’alto, senza spiegazioni &#8211; dice Romagna -. Questo alimenta una percezione autoritaria: io decido, tu esegui». Ma il coinvolgimento non richiede potere decisionale: richiede contesto. «Se un’azienda spiega perché sta prendendo una decisione, permette alle persone di valutare se quella strada è anche la loro. È un gesto di rispetto, non un cedimento».</p>
</div>
<div id="scroll6" class="article-body">
<h3>La prima cosa da fare</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Alla fine, una domanda: qual è la prima leva per trattenere un giovane? Romagna non ha dubbi: «La trasparenza. Dire cosa l’azienda può offrire, quali sono i percorsi, quali promesse può mantenere e quali no. E spiegare il perché, quando qualcosa cambia».</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/9/photos/quando-il-controllo-soffoca-i-giovanilimpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita_addf7ad4-d4de-11f0-bcfd-bf39cda105a7_1920_2143.jpg"><img decoding="async" class="lozad" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/9/photos/cache/quando-il-controllo-soffoca-i-giovanilimpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita_addf7ad4-d4de-11f0-bcfd-bf39cda105a7_1920_2143_v3_medium_libera.jpg" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2025/12/9/photos/cache/quando-il-controllo-soffoca-i-giovanilimpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita_addf7ad4-d4de-11f0-bcfd-bf39cda105a7_1920_2143_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/quando-il-controllo-soffoca-i-giovani-limpresa-ha-gia-perso-la-sua-partita/">Quando il controllo soffoca i giovani l’impresa ha già perso la sua partita</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Smart Working: il lavoro flessibile che piace alla Gen Z, ma in modo graduale</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/smart-working-il-lavoro-flessibile-che-piace-alla-gen-z-ma-in-modo-graduale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Busi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Sep 2025 13:12:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=8867</guid>

					<description><![CDATA[<p>Lo smart working non può essere un privilegio di pochi, ma deve diventare una risorsa accessibile, sostenibile e centrata sulle persone</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/smart-working-il-lavoro-flessibile-che-piace-alla-gen-z-ma-in-modo-graduale/">Smart Working: il lavoro flessibile che piace alla Gen Z, ma in modo graduale</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 class="p1" style="text-align: left;">Smart Working, il desiderio di molti</h3>
<p class="p1">Ognuno di noi, almeno una volta, ha desiderato di potersi svegliare al mare, fare colazione in spiaggia e iniziare la giornata lavorativa all’aria aperta, senza traffico da affrontare. Lo smart working sta trasformando questo desiderio in possibilità concreta e rappresenta per una buona parte dei lavoratori un diritto quasi imprescindibile, un requisito essenziale nella scelta del proprio lavoro. Ma se per la Gen Z (18-28 anni) questa modalità è sinonimo di equilibrio, autonomia e sostenibilità, per altre fasce d’età è ancora un territorio incerto e ostile.</p>
<h3>La ricerca Sustainable Smart Working</h3>
<p class="p3"><span class="s2">Lo conferma la nuova ricerca Sustainable Smart Working dell’Osservatorio della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, che analizza le percezioni di quattro generazioni, dalla Gen Z ai Baby Boomer, sul rapporto tra lavoro a distanza, transizione ecologica e digitale. I risultati parlano chiaro: i giovani sono i più convinti sostenitori del lavoro ibrido, mentre le generazioni più mature faticano ad adattarsi, soprattutto sul piano tecnologico.</span></p>
<h3>Smart Working, un passo verso un futuro verde</h3>
<p class="p3"><span class="s2">Per il 76% degli italiani lo smart working riduce l’impatto ambientale, grazie al minor uso dell’auto e agli spostamenti ridotti. Ma se il 28% della Gen Z e il 26% dei Millennial (29-44 anni) sono pienamente convinti di questo vantaggio e molto attenti ai temi ambientali, l’entusiasmo si affievolisce tra i Baby Boomer (61-75 anni) dove solo il 15% è d’accordo. Una distanza che si ripete su molti fronti: equilibrio vita-lavoro, parità di genere, produttività. Per la Generazione Z e i Millennial, il lavoro da remoto è anche una leva di benessere. Infatti, 70% degli intervistati sostiene che lo smart working migliori il work-life balance, con picchi tra i più giovani: il 25% ne è pienamente convinto. All’opposto, solo il 14% dei Boomer condivide con decisione questa visione.</span></p>
<h3>Smart Working e parità di genere</h3>
<p class="p3"><span class="s2">Stesso schema sul fronte della parità di genere: il 74% degli italiani riconosce il potenziale del lavoro a distanza nel riequilibrare i carichi familiari, ma solo il 10% dei Boomer lo considera un vantaggio concreto per le donne. Tra i Millennial si sale al 20%, segno che la sensibilità al tema si rafforza tra le generazioni cresciute in contesti più digitalizzati e in nuclei familiari con ruoli meno rigidi.</span></p>
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<h5 style="text-align: center;"><span class="s2" style="color: #0000ff;">«Lo smart working non può essere un privilegio di pochi, ma deve diventare una risorsa accessibile, sostenibile e centrata sulle persone. Solo così potremo costruire un futuro del lavoro equo, produttivo e resiliente»</span></h5>
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<h3>Lo Smart Working graduale</h3>
<p class="p3"><span class="s2">Inoltre, se è vero che lo smart working è ormai percepito dalla Generazione Z come un diritto e un requisito essenziale nella scelta di un lavoro, è altrettanto vero che per i giovani appena assunti il lavoro da remoto non può essere la modalità prevalente fin da subito. Secondo l’esperienza maturata dall’Osservatorio Delta Index, che dialoga quotidianamente con centinaia di aziende – grandi gruppi e PMI – la fase di inserimento in azienda richiede una presenza costante e guidata, che permetta ai giovani di: assorbire i valori aziendali, comprendere dinamiche e organizzazione interna, costruire relazioni di fiducia con colleghi e superiori, sperimentare e apprendere in modo concreto. In questa fase, la relazione è lo strumento formativo più potente.</span></p>
<h3>Smart Working secondo la Gen Z</h3>
<p class="p3"><span class="s2">Il confronto quotidiano, lo scambio informale, l’osservazione diretta del comportamento organizzativo sono elementi fondamentali per sviluppare quel senso di appartenenza che poi rende possibile lavorare anche da remoto senza disconnessione valoriale o isolamento emotivo. </span>Per questo il vero modello di smart working che funziona – specie per la Gen Z – non è solo flessibile, ma progressivo: parte dalla presenza e si apre gradualmente all’ibrido, seguendo ritmi di apprendimento e autonomia del singolo. Sottolineare questa esigenza non significa negare i vantaggi dello smart working, ma renderli davvero sostenibili. È il modopiù efficace per evitare che il lavoro da remoto diventi una scorciatoia individuale e un ostacolo alla costruzione di un’identità professionale solida. Perché il rischio è proprio che lo smart working, da opportunità trasversale, si trasformi in uno strumento elitario.</p>
<h3>L’intervento di Stefano Epifani</h3>
<p class="p3"><span class="s2">Lo afferma con chiarezza anche Stefano Epifani, presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale «Lo smart working non può essere un privilegio di pochi, ma deve diventare una risorsa accessibile, sostenibile e centrata sulle persone. Solo così potremo costruire un futuro del lavoro equo, produttivo e resiliente». Affinché ciò accada, però, bisogna colmare una doppia frattura: culturale e tecnologica.</span></p>
<h3>Il ruolo di Delta Index</h3>
<p class="p3"><span class="s2">In questo scenario, il ruolo dell’Osservatorio Delta Index è favorire un dialogo reale tra imprese e nuove generazioni, raccontando come cambia l’attrattività aziendale agli occhi della Gen Z e quali sfide culturali, contrattuali e organizzative si pongono per chi vuole attrarre e trattenere i giovani più competenti e consapevoli. La ricerca Sustainable Smart Working è un campanello d’allarme per le imprese: ignorare le aspettative delle nuove generazioni sul lavoro agile significa rischiare di perderle. E i dati lo confermano: per il 75% della Gen Z e il 76% dei Millennial, lo smart working migliora la produttività. </span>Ma attenzione all’effetto boomerang: il 66% degli intervistati si sente isolato nel lavoro da remoto, con punte del 71% tra i Millennial. La sfida ora è costruire un modello ibrido e sostenibile, che non sacrifichi né le relazioni né il benessere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/smart-working-il-lavoro-flessibile-che-piace-alla-gen-z-ma-in-modo-graduale/">Smart Working: il lavoro flessibile che piace alla Gen Z, ma in modo graduale</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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