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	<title>IN RISALTO Archivi - Deltaindex</title>
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	<description>Business a misura di talenti</description>
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		<title>Merito contro anzianità: perché i giovani talenti lasciano l&#8217;Italia. La lezione di Alessandro alle aziende</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Busi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 13:34:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[TRATTENERE]]></category>
		<category><![CDATA[IN RISALTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Assunto a Milano per innovare sui social, finito a fare routine d'ufficio. Poi Londra, la California e Sydney, dove la meritocrazia gli ha dato responsabilità e tutele. Cosa devono imparare le imprese italiane</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/merito-contro-anzianita-perche-i-giovani-talenti-lasciano-litalia-la-lezione-di-alessandro-alle-aziende/">Merito contro anzianità: perché i giovani talenti lasciano l&#8217;Italia. La lezione di Alessandro alle aziende</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Vi siete mai chiesti quando un&#8217;azienda italiana perde definitivamente un giovane talento? Noi l&#8217;abbiamo fatto raccontare a un giovane italiano che ha scelto l&#8217;Australia e che ha spiegato come l&#8217;entusiasmo per una nuova assunzione si fosse scontrato presto con l&#8217;incapacità dell&#8217;impresa di valorizzarne davvero le sue competenze, neutralizzando la sua spinta innovativa. È una dinamica che molti responsabili HR faticano ancora a decifrare, ma che emerge con estrema nitidezza dalla storia di Alessandro.</p>
<p>Partito a diciannove anni da un paese sul lago di Como, oggi Alessandro vive in Australia, dove coordina team di lavoro ed è diventato un punto di riferimento per centinaia di connazionali. Eppure, il suo percorso nel mondo del lavoro era iniziato in Italia, a Milano, con le migliori premesse: un&#8217;azienda di abbigliamento lo aveva scelto proprio per le sue innate capacità sui social media, chiedendogli di portare una visione nuova e un vantaggio competitivo. La realtà, però, si è scontrata quasi subito con la rigidità del tessuto imprenditoriale italiano di fronte al cambiamento: il progetto digitale è sfumato per mancanza di visione aziendale e Alessandro è stato rapidamente relegato a mansioni di routine. Alimentando il suo desiderio latente di costruirsi un futuro all&#8217;estero.</p>
<h4><strong>Assunto per innovare, relegato alla routine</strong></h4>
<p>Tutto inizia a Milano, in un&#8217;azienda di abbigliamento. Alessandro, dopo aver creato una personale linea di abbigliamento, viene inserito nel team e-commerce perché vengono notate le sue capacità sui social media, un mondo che nel 2014 le imprese italiane iniziavano appena a fiutare. L&#8217;idea iniziale era fargli portare un&#8217;innovazione tangibile, un valore aggiunto. La realtà organizzativa, però, si rivela diversa. «Il progetto iniziale era di dare il mio apporto all&#8217;azienda sui social media», racconta. «Poi abbiamo capito che i tempi erano lunghi e, alla fine, <strong>ero diventato semplicemente un dipendente normale in ufficio.</strong> Mi ero trovato bene, l&#8217;ambiente era giovane e mi piaceva molto, prendevo 1.200 euro e facevo 25-30 ore a settimana. Ma mi è sempre stata stretta l&#8217;Italia. Non a livello monetario, desideravo proprio vedere il mondo».</p>
<p>La prima lezione per il management è qui: un&#8217;azienda non trattiene un talento dinamico solo garantendo un ambiente cordiale, se poi ne neutralizza il potenziale innovativo appiattendolo in mansioni di routine.</p>
<h4><strong>Londra, dove si assume l&#8217;attitudine e non il curriculum</strong></h4>
<p>Il primo vero ribaltamento di prospettiva Alessandro lo vive a Londra, dove sperimenta un mercato del lavoro capace di risolvere un nodo cruciale per le nostre risorse umane: il paradosso dell&#8217;esperienza. In Italia, infatti, le aziende si scontrano spesso con un cortocircuito strutturale: cercano profili giovani ma già formati, faticando però a essere le prime a offrire quello spazio di fiducia necessario per mettersi alla prova. Le grandi realtà internazionali, al contrario, tendono ad assumere l&#8217;attitudine più che il curriculum, scommettendo sul potenziale di una «pagina bianca» da plasmare internamente.</p>
<p>«Sono arrivato a Londra senza una carriera alle spalle e ho iniziato a lavorare come cameriere in uno dei posti più belli della città, la Royal Albert Hall, che è il teatro più importante d&#8217;Inghilterra», spiega. La barriera all&#8217;ingresso è altissima dal punto di vista attitudinale, ma l&#8217;azienda investe totalmente sulla formazione: «Poi ho deciso di puntare a un ruolo più alto e ho mandato il curriculum, senza troppe aspettative, alla catena Be at One, proprietaria di 27 bar. Dopo tre colloqui mi hanno preso e per tre mesi mi hanno stipendiato per imparare da loro a fare il bartender a livelli molto alti, perché preferiscono quelli che non hanno esperienza: almeno li possono crescere come vogliono».</p>
<h4><strong>Sydney, dove il merito accelera le carriere</strong></h4>
<p>Il viaggio verso la costruzione di un futuro stabile prosegue con dieci mesi in California, dove Alessandro lavora in un ristorante italiano, e con un ritorno a Londra di altri sei mesi, in un ristorante con una stella Michelin. Qui matura l&#8217;idea di trasferirsi in Australia e acquista un biglietto di sola andata.</p>
<p>Al Catalina, uno dei locali più prestigiosi di Sydney, le responsabilità arrivano a una velocità impensabile alle nostre latitudini. Qui Alessandro scopre che la parola «meritocrazia» smette di essere uno slogan e diventa un acceleratore di carriere. «Mi hanno offerto lo sponsor: significa che l&#8217;azienda ha puntato su di me e ha deciso di pagare il governo per permettermi di restare, dato che mi stava per scadere il visto. Questo mi permetterà di richiedere la residenza e prendere la doppia cittadinanza», afferma.</p>
<p>Poi prosegue raccontando la sua esperienza australiana: «Qui la ristorazione viene vista come una scelta di carriera, non come un ripiego. L&#8217;Australia è così abituata ad avere gente da tutto il mondo che non presta attenzione alla provenienza o all&#8217;età. Se sei bravo, fai carriera». E porta un esempio concreto: «A 24-25 anni mi sono trovato a essere responsabile del bar, a dare ordini a bartender australiani che avevano 40-45 anni, semplicemente per meritocrazia. In Italia mi viene difficile pensare che arrivi uno straniero giovane che ci sappia fare e inizi a dare ordini a italiani con vent&#8217;anni più di lui».</p>
<p>L&#8217;età anagrafica non è un limite: chi ha le competenze prende il comando.</p>
<h4><strong>Rispetto, equilibrio e tutele: la cultura che trattiene</strong></h4>
<p>Oltre alla crescita, il grande collante aziendale è la cultura del rispetto e del bilanciamento vita-lavoro. I ritmi sono intensi, dalle 42 alle 45 ore settimanali, ma spalmate solo su cinque giorni, e il rapporto tra capo e dipendente è orizzontale. «Il proprietario del locale mi ha detto: &#8220;Vuoi andare a surfare?&#8221;. All&#8217;inizio era strano frequentare il mio capo fuori dal contesto lavorativo, poi diventa normalissimo», spiega.</p>
<p>Non è solo cameratismo, è la fine dell&#8217;autoritarismo: «Ti esponi di più come persona, c&#8217;è molta più leggerezza. E soprattutto sei tutelato. C&#8217;è un ente, il Fair Work, molto accessibile: se il tuo capo ti tratta male, fai reclamo e loro agiscono tempestivamente. Inoltre, i dipartimenti HR sono staccati dalla compagnia per non essere influenzabili. Sono una realtà a sé stante, che protegge il lavoratore e lo mette nelle condizioni di esprimersi liberamente».</p>
<h4><strong>Tornare? Solo da padrone di sé stesso</strong></h4>
<p>Oggi Alessandro (@alessandrocavaliiere su Instagram) si sta costruendo un nuovo percorso imprenditoriale in Australia, organizzando eventi e viaggi tramite la sua community Oltreoceano (@oltreoceanoaustralia). Utilizza i suoi account social per aiutare altri ragazzi italiani a rendere concreta quella scelta che a lui ha cambiato la vita: «Organizzo serate, feste, eventi di yoga e wellness. Parlo anche di salute mentale: dopo aver superato un periodo buio ho capito che è una priorità».</p>
<p>Alla domanda se tornerebbe mai a lavorare in Italia come dipendente, la risposta indica il punto su cui le aziende italiane dovrebbero iniziare ad agire per un radicale rinnovamento del sistema lavorativo: «L&#8217;unico motivo vero per cui tornerei è per aprire qualcosa di mio: tornerei solo se potessi essere padrone di me stesso. Se potessi tornare solo da dipendente di qualcun altro, lo farei solo se mi venisse garantito lo stipendio che ho qui, a parità di tempo libero. Ma a livello umano noto che in Italia ci sono figure ai vertici che sono arrivate a quei livelli quasi solamente per longevità, perché sono in quell&#8217;azienda da tanto tempo. E ormai sono abituato a vivermi la meritocrazia quotidianamente».</p>
<p>È questo il punto di caduta finale per il management che segue Delta Index. Le aziende non perdono i giovani talenti solo per una questione di salario, ma perché rimangono ostaggio di organigrammi basati sulla fedeltà temporale invece che sulle competenze. Finché la «longevità» aziendale peserà più del merito, l&#8217;estero continuerà a non essere una semplice fuga, ma un indispensabile spazio di manovra per chi ha fretta di costruire il proprio futuro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/merito-contro-anzianita-perche-i-giovani-talenti-lasciano-litalia-la-lezione-di-alessandro-alle-aziende/">Merito contro anzianità: perché i giovani talenti lasciano l&#8217;Italia. La lezione di Alessandro alle aziende</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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