Merito contro anzianità: perché i giovani talenti lasciano l’Italia. La lezione di Alessandro alle aziende

Vi siete mai chiesti quando un’azienda italiana perde definitivamente un giovane talento? Noi l’abbiamo fatto raccontare a un giovane italiano che ha scelto l’Australia e che ha spiegato come l’entusiasmo per una nuova assunzione si fosse scontrato presto con l’incapacità dell’impresa di valorizzarne davvero le sue competenze, neutralizzando la sua spinta innovativa. È una dinamica che molti responsabili HR faticano ancora a decifrare, ma che emerge con estrema nitidezza dalla storia di Alessandro.

Partito a diciannove anni da un paese sul lago di Como, oggi Alessandro vive in Australia, dove coordina team di lavoro ed è diventato un punto di riferimento per centinaia di connazionali. Eppure, il suo percorso nel mondo del lavoro era iniziato in Italia, a Milano, con le migliori premesse: un’azienda di abbigliamento lo aveva scelto proprio per le sue innate capacità sui social media, chiedendogli di portare una visione nuova e un vantaggio competitivo. La realtà, però, si è scontrata quasi subito con la rigidità del tessuto imprenditoriale italiano di fronte al cambiamento: il progetto digitale è sfumato per mancanza di visione aziendale e Alessandro è stato rapidamente relegato a mansioni di routine. Alimentando il suo desiderio latente di costruirsi un futuro all’estero.

Assunto per innovare, relegato alla routine

Tutto inizia a Milano, in un’azienda di abbigliamento. Alessandro, dopo aver creato una personale linea di abbigliamento, viene inserito nel team e-commerce perché vengono notate le sue capacità sui social media, un mondo che nel 2014 le imprese italiane iniziavano appena a fiutare. L’idea iniziale era fargli portare un’innovazione tangibile, un valore aggiunto. La realtà organizzativa, però, si rivela diversa. «Il progetto iniziale era di dare il mio apporto all’azienda sui social media», racconta. «Poi abbiamo capito che i tempi erano lunghi e, alla fine, ero diventato semplicemente un dipendente normale in ufficio. Mi ero trovato bene, l’ambiente era giovane e mi piaceva molto, prendevo 1.200 euro e facevo 25-30 ore a settimana. Ma mi è sempre stata stretta l’Italia. Non a livello monetario, desideravo proprio vedere il mondo».

La prima lezione per il management è qui: un’azienda non trattiene un talento dinamico solo garantendo un ambiente cordiale, se poi ne neutralizza il potenziale innovativo appiattendolo in mansioni di routine.

Londra, dove si assume l’attitudine e non il curriculum

Il primo vero ribaltamento di prospettiva Alessandro lo vive a Londra, dove sperimenta un mercato del lavoro capace di risolvere un nodo cruciale per le nostre risorse umane: il paradosso dell’esperienza. In Italia, infatti, le aziende si scontrano spesso con un cortocircuito strutturale: cercano profili giovani ma già formati, faticando però a essere le prime a offrire quello spazio di fiducia necessario per mettersi alla prova. Le grandi realtà internazionali, al contrario, tendono ad assumere l’attitudine più che il curriculum, scommettendo sul potenziale di una «pagina bianca» da plasmare internamente.

«Sono arrivato a Londra senza una carriera alle spalle e ho iniziato a lavorare come cameriere in uno dei posti più belli della città, la Royal Albert Hall, che è il teatro più importante d’Inghilterra», spiega. La barriera all’ingresso è altissima dal punto di vista attitudinale, ma l’azienda investe totalmente sulla formazione: «Poi ho deciso di puntare a un ruolo più alto e ho mandato il curriculum, senza troppe aspettative, alla catena Be at One, proprietaria di 27 bar. Dopo tre colloqui mi hanno preso e per tre mesi mi hanno stipendiato per imparare da loro a fare il bartender a livelli molto alti, perché preferiscono quelli che non hanno esperienza: almeno li possono crescere come vogliono».

Sydney, dove il merito accelera le carriere

Il viaggio verso la costruzione di un futuro stabile prosegue con dieci mesi in California, dove Alessandro lavora in un ristorante italiano, e con un ritorno a Londra di altri sei mesi, in un ristorante con una stella Michelin. Qui matura l’idea di trasferirsi in Australia e acquista un biglietto di sola andata.

Al Catalina, uno dei locali più prestigiosi di Sydney, le responsabilità arrivano a una velocità impensabile alle nostre latitudini. Qui Alessandro scopre che la parola «meritocrazia» smette di essere uno slogan e diventa un acceleratore di carriere. «Mi hanno offerto lo sponsor: significa che l’azienda ha puntato su di me e ha deciso di pagare il governo per permettermi di restare, dato che mi stava per scadere il visto. Questo mi permetterà di richiedere la residenza e prendere la doppia cittadinanza», afferma.

Poi prosegue raccontando la sua esperienza australiana: «Qui la ristorazione viene vista come una scelta di carriera, non come un ripiego. L’Australia è così abituata ad avere gente da tutto il mondo che non presta attenzione alla provenienza o all’età. Se sei bravo, fai carriera». E porta un esempio concreto: «A 24-25 anni mi sono trovato a essere responsabile del bar, a dare ordini a bartender australiani che avevano 40-45 anni, semplicemente per meritocrazia. In Italia mi viene difficile pensare che arrivi uno straniero giovane che ci sappia fare e inizi a dare ordini a italiani con vent’anni più di lui».

L’età anagrafica non è un limite: chi ha le competenze prende il comando.

Rispetto, equilibrio e tutele: la cultura che trattiene

Oltre alla crescita, il grande collante aziendale è la cultura del rispetto e del bilanciamento vita-lavoro. I ritmi sono intensi, dalle 42 alle 45 ore settimanali, ma spalmate solo su cinque giorni, e il rapporto tra capo e dipendente è orizzontale. «Il proprietario del locale mi ha detto: “Vuoi andare a surfare?”. All’inizio era strano frequentare il mio capo fuori dal contesto lavorativo, poi diventa normalissimo», spiega.

Non è solo cameratismo, è la fine dell’autoritarismo: «Ti esponi di più come persona, c’è molta più leggerezza. E soprattutto sei tutelato. C’è un ente, il Fair Work, molto accessibile: se il tuo capo ti tratta male, fai reclamo e loro agiscono tempestivamente. Inoltre, i dipartimenti HR sono staccati dalla compagnia per non essere influenzabili. Sono una realtà a sé stante, che protegge il lavoratore e lo mette nelle condizioni di esprimersi liberamente».

Tornare? Solo da padrone di sé stesso

Oggi Alessandro (@alessandrocavaliiere su Instagram) si sta costruendo un nuovo percorso imprenditoriale in Australia, organizzando eventi e viaggi tramite la sua community Oltreoceano (@oltreoceanoaustralia). Utilizza i suoi account social per aiutare altri ragazzi italiani a rendere concreta quella scelta che a lui ha cambiato la vita: «Organizzo serate, feste, eventi di yoga e wellness. Parlo anche di salute mentale: dopo aver superato un periodo buio ho capito che è una priorità».

Alla domanda se tornerebbe mai a lavorare in Italia come dipendente, la risposta indica il punto su cui le aziende italiane dovrebbero iniziare ad agire per un radicale rinnovamento del sistema lavorativo: «L’unico motivo vero per cui tornerei è per aprire qualcosa di mio: tornerei solo se potessi essere padrone di me stesso. Se potessi tornare solo da dipendente di qualcun altro, lo farei solo se mi venisse garantito lo stipendio che ho qui, a parità di tempo libero. Ma a livello umano noto che in Italia ci sono figure ai vertici che sono arrivate a quei livelli quasi solamente per longevità, perché sono in quell’azienda da tanto tempo. E ormai sono abituato a vivermi la meritocrazia quotidianamente».

È questo il punto di caduta finale per il management che segue Delta Index. Le aziende non perdono i giovani talenti solo per una questione di salario, ma perché rimangono ostaggio di organigrammi basati sulla fedeltà temporale invece che sulle competenze. Finché la «longevità» aziendale peserà più del merito, l’estero continuerà a non essere una semplice fuga, ma un indispensabile spazio di manovra per chi ha fretta di costruire il proprio futuro.

 

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