Un aumento di 200 euro al mese. Per un dipendente di 27 anni, oggi, una parte consistente di quella cifra prende la strada del fisco. Dal 2027 potrebbe restare quasi tutta in busta paga. A una condizione: che l’aumento arrivi. E a deciderlo non è lo Stato. È l’azienda.
È questa la chiave per leggere il capitolo giovani della legge di Bilancio 2027, approvata dal Consiglio dei ministri mercoledì 28 ottobre e illustrata in conferenza stampa a Palazzo Chigi dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani e il viceministro Maurizio Leo. Una manovra da circa 26 miliardi di euro, con una dichiarazione d’intenti precisa: «Vogliamo che un ragazzo che inizia a lavorare in Italia senta che questa nazione vuole spronarlo», ha detto la premier. Lo sprone, però, passa quasi sempre dalle imprese. Ecco cosa contiene il provvedimento, in attesa del testo definitivo che arriverà in Parlamento.
Il premio under 30: l’1% sugli aumenti
La misura più attesa ha preso una forma diversa da quella discussa nelle settimane scorse. Alla vigilia si parlava di una flat tax al 5% per i neoassunti under 35. Nel comunicato di Palazzo Chigi è comparsa invece un’imposta sostitutiva dell’1% sugli incrementi del reddito da lavoro dipendente dei giovani, valida per il 2027, «entro specifici limiti di reddito e di importo». In conferenza stampa Meloni l’ha presentata come un premio per i giovani lavoratori under 30: 2.500 euro tassati all’1%, da ricevere in dodici mensilità oppure in un’unica soluzione.
Tradotto: su 2.500 euro di aumento il lavoratore paga 25 euro di imposta, invece dell’Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche) ordinaria. Ma non è un assegno che lo Stato versa a tutti gli under 30. È uno sconto fiscale su somme che deve riconoscere il datore di lavoro: un aumento distribuito sull’anno o un importo una tantum. Restano da definire il limite di reddito, i contratti ammessi e la data in cui verificare il requisito d’età. E la misura, per ora, vale per un solo anno.
Quanto vale, in concreto? Il Corriere della Sera ha fatto i conti su un impiegato di 29 anni con 30mila euro lordi l’anno. Se nel 2027 il suo stipendio sale di 2.500 euro, tolti i contributi Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale) gli restano in tasca circa 2.250 euro, con poco più di 20 euro di imposta. Con la tassazione ordinaria ne incasserebbe circa 1.340. La differenza è di circa 900 euro in un anno, sempre che un profilo così rientri nei criteri che il testo dovrà fissare.
Per un’impresa il messaggio è diretto. A parità di costo aziendale, ogni euro di aumento dato a un giovane nel 2027 vale molto di più nel suo conto corrente. È una leva retributiva che rende più pesante il netto proprio nella fascia d’età in cui la concorrenza per i talenti, anche con l’estero, è più accesa. Non a caso il governo indica tra gli obiettivi quello di frenare le partenze.
Fringe benefit fino a 2.000 euro
Seconda misura, stessa platea. Per i lavoratori con età non superiore a 30 anni il limite di esenzione dei fringe benefit sale a 2.000 euro. Oggi la soglia piena spetta solo a chi ha figli a carico; per tutti gli altri si ferma a 1.000 euro. Secondo la premier, l’intervento da solo può valere fino a mille euro in più all’anno. Con le regole in vigore, dentro quel tetto entrano anche il rimborso delle utenze domestiche e dell’affitto o del mutuo della prima casa: voci che per chi è appena uscito dalla famiglia pesano più di ogni altra.
Il dato va letto accanto a quello dell’Osservatorio Welfare 2026 di DoubleYou (Gruppo Zucchetti), di cui Delta Index è partner: la Gen Z riceve in media 720 euro di credito welfare all’anno, il valore più basso tra tutte le generazioni, e ne spende il 77% in buoni acquisto per spesa e carburante. Il nuovo tetto apre spazio. Se però viene riempito solo di buoni spesa, l’azienda perde l’occasione di rispondere a ciò che i giovani chiedono davvero: casa, mobilità, formazione, autonomia economica. È lì che un pacchetto costruito sull’età diventa un argomento da mettere nell’annuncio di lavoro, non un dettaglio da scoprire dopo la firma.
Chi assume giovani deduce il 140%
Sul fronte delle assunzioni la manovra rafforza la superdeduzione del costo del lavoro, la formula «più assumi, meno paghi». Oggi le imprese che aumentano l’organico deducono il 120% del costo dei nuovi assunti. Nel 2027 la percentuale sale al 140% per i giovani con meno di 36 anni e al 180% per le lavoratrici madri.
Si aggiunge la proroga al 31 dicembre 2027 degli esoneri contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato di giovani, donne e lavoratori nelle Zes (Zone economiche speciali), che sarebbero scaduti a fine anno. Confermate anche la tassazione al 5% sugli aumenti dei rinnovi contrattuali e l’imposta all’1% sui premi di produttività.
Messo insieme, è un pacchetto che abbassa il costo del primo contratto stabile e alleggerisce le tasse sugli aumenti successivi. Per chi cerca giovani la domanda cambia: non è più se l’azienda possa permettersi di assumerli, ma se sappia spiegare ai candidati come questi sconti diventeranno busta paga, crescita e prospettiva.
Partite Iva, il forfettario sale a 100mila euro
Per chi lavora in autonomia non arriva una flat tax riservata ai giovani. La novità riguarda tutti i forfettari: la soglia di ricavi e compensi per entrare e restare nel regime passa da 85mila a 100mila euro. Con un vincolo: sopra gli 85mila euro scatta l’obbligo di applicare l’Iva (imposta sul valore aggiunto), perché la franchigia è legata alle regole europee. Il governo ha annunciato una trattativa con Bruxelles per alzare anche quella.
Per i più giovani resta la leva che già esiste: l’imposta sostitutiva al 5%, invece del 15%, per i primi cinque anni delle nuove attività che rispettano i requisiti. Non è legata all’età, ma è di fatto lo strumento con cui molti under 35 aprono la partita Iva. Oggi chi supera gli 85mila euro esce dal regime l’anno successivo. Con il nuovo tetto, un giovane professionista che cresce potrà restarci fino a 100mila euro, anche se da quella soglia in su dovrà fatturare con l’Iva.
Per le aziende che lavorano con freelance giovani, da chi fa grafica e comunicazione a sviluppatori e consulenti, significa collaboratori che possono crescere di fatturato senza perdere il regime agevolato.
Casa, la cedolare all’1% per gli inquilini under 35
C’è poi una misura che non tocca la busta paga ma pesa su ogni scelta di lavoro lontano da casa. Sugli affitti a canone concordato la cedolare secca scende dal 10% al 5%. E se l’inquilino ha meno di 35 anni il proprietario paga l’1%. Su un canone annuo di 12mila euro il proprietario pagherà 120 euro di imposta. Vale solo per i contratti a canone concordato, quelli a prezzo calmierato fissati dai Comuni con le associazioni di proprietari e inquilini. Le regole per gli affitti transitori e per gli studenti sono ancora da scrivere, e non è chiaro se ci saranno limiti di reddito.
Per un’impresa che deve attrarre giovani da fuori provincia, o che lavora già con convenzioni e alloggi per i neoassunti, è un argomento in più da mettere sul tavolo con i proprietari del territorio.
L’Irpef riguarda poco i giovani
Il taglio dell’Irpef, con il secondo scaglione al 33% che si allarga da 50mila a 55mila euro di reddito e un beneficio massimo di 500 euro all’anno, riguarda il ceto medio. Chi è all’inizio della carriera, con redditi lontani da quella fascia, quasi non lo vedrà.
Cosa resta da scrivere
Il disegno di legge deve ancora approdare alle Camere e i dettagli faranno la differenza: limiti di reddito, contratti ammessi, modalità di verifica dell’età. Il limite dei 30 anni per il premio, finora, è stato indicato solo in conferenza stampa. Durante l’esame parlamentare le cifre potranno cambiare.
Una cosa però è già chiara. Questa manovra non mette soldi direttamente in tasca ai giovani. Mette in mano alle imprese gli strumenti per farlo a un costo più basso. Chi li userà per primo, e saprà dirlo ai candidati, avrà un vantaggio. Chi aspetterà, lo lascerà agli altri.