Gli studi rendono di più, ma hanno sempre meno ricambio di giovani

Un professionista uomo su otto, in Italia, ha almeno 65 anni. Tra i dipendenti maschi la proporzione è di uno su cinquanta. Basta questo confronto per capire dove il ricambio generazionale si inceppa prima che altrove: negli studi professionali. Commercialisti, avvocati, consulenti, studi tecnici. Realtà che sono imprese a tutti gli effetti, spesso piccole, e che come le imprese devono attrarre giovani, formarli e trattenerli. Con un problema in più: sapere a chi passare lo studio.

Il quadro emerge dal rapporto «Generazioni a confronto tra demografia e redditi», pubblicato a luglio dall’Osservatorio delle libere professioni, la fondazione promossa da Confprofessioni, su dati Istat e Banca d’Italia. L’Osservatorio Delta Index lo ha letto con la propria lente: non tanto perché i giovani si allontanino dalle professioni, quanto che cosa possono fare gli studi per riavvicinarli.

Una platea che invecchia

Nel 2025 gli under 35 erano circa il 24% dei lavoratori dipendenti e appena il 16% dei liberi professionisti. Sono numeri che parlano soprattutto della Generazione Z, i ragazzi che oggi scelgono il primo lavoro. È a loro che uno studio deve parlare, se vuole avere un domani. L’età media dei professionisti è salita in dieci anni da 45 a 48 anni: 50 tra gli uomini, 46 tra le donne. Tra i professionisti maschi il 39% ha almeno 55 anni e solo il 34,8% ne ha meno di 45. La conclusione del rapporto è netta: fra tutti i comparti, il lavoro professionale è il più esposto al nodo del ricambio. Tra i dipendenti il rapporto tra under 35 e over 55 resta vicino alla parità; tra i professionisti i giovani sono nettamente meno dei senior, e lo squilibrio è peggiorato tra il 2015 e il 2025.

Le donne hanno ringiovanito le professioni perché vi sono entrate più tardi: il 46,6% delle professioniste ha meno di 45 anni. Ma l’effetto si sta esaurendo. Dieci anni fa, tra le professioniste, le giovani erano più numerose delle senior. Oggi non è più così. Anche la componente femminile invecchia, e il suo peso numerico resta troppo limitato per riequilibrare un settore spostato verso le età più avanzate.

Sullo sfondo c’è una demografia che non concede margini. In Italia, per ogni 100 ragazzi tra 15 e 19 anni, ci sono 156 persone tra 60 e 64 anni, vicine all’uscita dal lavoro. Nel 1976 erano 72. Chi oggi cerca un giovane di talento se lo contende.

Commercialisti, il paradosso

Il caso dei commercialisti rende il fenomeno concreto. Secondo il Rapporto 2026 della Fondazione nazionale di ricerca della categoria, a fine 2025 gli iscritti all’Albo erano 119.050, ossia 902 in meno in un anno. Le nuove iscrizioni sono scese da 1.958 a 1.494: quasi un quarto in meno in dodici mesi. Si riduce la quota degli under 40, cresce quella degli over 60. Eppure il reddito medio professionale è salito dell’8,3%, a 87.376 euro, e al netto dell’inflazione ha superato per la prima volta i livelli del 2007. I praticanti sono risaliti del 4,2%, a 11.507: un segnale, non ancora un’inversione. Il calo degli iscritti, poi, non è uniforme: al Nord è dello 0,2%, al Centro dell’1%, al Sud dell’1,3%. Il Nord tiene meglio degli altri territori, ma la tendenza è la stessa.

Non è un tema solo economico

Una professione che rende sempre di più e attrae sempre meno dice una cosa precisa: il problema non è soltanto economico. È un dato che Delta Index incontra spesso osservando il rapporto tra imprese e Generazione Z: la retribuzione attira, ma da sola non trattiene. Contano la durata dell’ingresso, la chiarezza delle prospettive, il modo in cui si viene accolti.

Lungo il percorso, poi, molti si perdono. In diciotto anni i tirocinanti arrivati all’esame di Stato sono diminuiti del 63,5%. Ogni tirocinante che abbandona a metà strada è un giovane che uno studio aveva già accolto e non è riuscito a tenere. Il 23 settembre la Camera ha approvato la delega per riformare l’ordinamento dei commercialisti: tra le novità, la possibilità di svolgere tutti i 18 mesi di tirocinio durante la laurea magistrale. Il testo ora è al Senato. Se diventerà legge, accorcerà l’attesa tra la laurea e l’abilitazione, un tempo morto che oggi pesa sulla scelta.

Nello studio di qualcun altro

Per gli avvocati il quadro non cambia. Il Rapporto Avvocatura 2026 di Cassa Forense e Censis conta poco meno di 230mila iscritti, contro gli oltre 245mila del 2020, con un’età media salita da 44,1 a 49,5 anni. Tra gli under 40 solo il 42,4% è titolare di uno studio: il 27,3% lavora soprattutto come collaboratore, il 15,9% per un solo committente. E due avvocati su tre, il 66,2%, operano in studi monopersonali. Il 30,3% degli avvocati ha valutato di lasciare la professione, soprattutto per ragioni economiche.

«Tra un giovane e il professionista passano spesso 30 o 40 anni: una distanza in cui rischia di perdersi il modo in cui i ragazzi immaginano il lavoro»

È un dato che riguarda da vicino chi guida uno studio. Il giovane che entra spesso non è un dipendente né un socio: è un collaboratore, e resta se vede una strada davanti a sé. Il rapporto dell’Osservatorio aggiunge un elemento: alla fine degli anni Ottanta i giovani lavoratori autonomi avevano redditi superiori del 20% a quelli medi dei 55-64enni, nel 2022 inferiori del 16%. Per un ventenne la strada autonoma non è più la scorciatoia di un tempo. Anche il traguardo si è allontanato: il picco del reddito, che nel 1987 arrivava tra i 45 e i 54 anni, nel 2022 è slittato tra i 55 e i 64.

Restare, non solo entrare

A inizio ottobre, a Bari, al termine del convegno nazionale dei giovani commercialisti, è stata eletta la nuova presidente dell’Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili, Michela Boidi, 35 anni. Ha indicato il ricambio generazionale come la sfida principale del mandato e ha messo a fuoco il punto: «Non basta far entrare i giovani nei nostri studi». «Per farli restare – ha aggiunto -, servono opportunità concrete e prospettive di crescita». Boidi ha anche osservato che «tra un giovane professionista e chi lo rappresenta passano spesso trenta o quarant’anni: una distanza in cui rischia di perdersi il modo in cui i ragazzi immaginano il lavoro. Vale per gli Ordini, e vale dentro ogni studio».

Il Delta Navigator

È la logica dei quattro pilastri su cui lavora Delta Index: attrarre, selezionare, formare, trattenere. Per uno studio professionale diventano domande precise. Quanto vale il primo gradino, il praticantato. Chi trasmette il sapere prima che il titolare esca. Quale prospettiva vede un collaboratore di trent’anni: una scrivania o una futura associazione. Se il percorso di crescita è scritto da qualche parte o resta implicito. Quanto tempo passa tra il colloquio e la risposta. Le regole stanno cambiando, ma l’accoglienza resta nelle mani dei singoli studi.

Per capire dove il percorso si interrompe, l’Osservatorio mette a disposizione il Delta Navigator, questionario gratuito di autovalutazione che si richiede a info@deltaindex.it. Vale per le imprese di ogni dimensione. E a maggior ragione per gli studi che vogliono avere ancora qualcuno a cui consegnare le chiavi.

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