Sette giovani su dieci sono soddisfatti del proprio lavoro. Sette su dieci, negli ultimi due o tre anni, si sono guardati intorno in cerca d’altro. Non sono due gruppi diversi: in buona parte sono le stesse persone. Basta questo doppio dato per capire che una delle certezze su cui le imprese hanno costruito le politiche per trattenere i talenti non regge più. Quella secondo cui un giovane che sta bene, resta.
Contenti, ma in movimento
Tra i giovani che lavorano, i soddisfatti sono saliti in un anno dal 61% al 69%. Il voto medio tocca 7, il più alto della serie. Cresce anche la sicurezza: uno su tre considera il proprio posto «molto sicuro». Eppure il 70% si è guardato intorno, il 49% ha cercato attivamente un altro impiego, il 32% ha cambiato lavoro. Tra gli adulti chi ha cambiato è il 19%.
Già un anno fa i ricercatori avevano dato un nome al fenomeno: «Workflowing». Non si abbandona il lavoro, si cerca altrove un allineamento migliore tra lavoro e vita privata, tra competenze e aspirazioni. Quest’anno la conclusione è più netta. Salta l’equazione su cui si sono rette per anni le politiche aziendali: insoddisfazione, ricerca, cambio di lavoro. Oggi si può essere soddisfatti e contemporaneamente disponibili a cambiare.
«Quanto posso durare così?»
Se la soddisfazione non basta più, la ricerca propone un altro metro: la sostenibilità. Un lavoro è sostenibile quando consente di mantenere nel tempo un equilibrio fra reddito, carico di lavoro e qualità di vita. La domanda che un giovane si fa non è più se sta bene dove si trova, ma se può continuare così. Tra i lavoratori dai 23 ai 35 anni il 42% risponde di no, o non del tutto. Tra gli adulti fino a 54 anni la quota scende al 32%. Più che una misura di benessere, è un indicatore di rischio.
Il tempo che il lavoro si prende
Le fragilità, poi, si sommano. Senza vulnerabilità il 77% dei giovani giudica sostenibile il proprio lavoro. Con paga bassa, precarietà e invasività tutte insieme si scende al 38%. Non è una legge meccanica, avvertono i ricercatori. Sono fattori di rischio: ognuno aumenta la probabilità che il rapporto si rompa.
Prima stare bene
Il contesto aiuta a capire. Tra gli obiettivi di vita dei giovani il primo posto spetta oggi alla salute e al benessere. Stare bene, scrive il rapporto, «entra nel rapporto con il lavoro, nella difesa del tempo personale, nella richiesta di rispetto». Non è disimpegno. È un criterio di giudizio. Già nel 2025 Unipol metteva a confronto due modelli. Da una parte il lavoro come sacrificio e la carriera lineare. Dall’altra un lavoro «sicuro ma anche dignitoso e compatibile con le altre esigenze della vita» e una «carriera personale, anche non verticale». Per chi guida un’impresa è il secondo il modello con cui fare i conti. Anche perché i giovani, a differenza degli adulti, guardano avanti: la fiducia nel proprio futuro sale in un anno dal 57% al 60%, mentre tra gli adulti scende dal 58% al 51%.
Trattenere, cioè far durare
Trattenere è uno dei quattro pilastri su cui l’Osservatorio Delta Index misura l’attrattività di un’impresa, insieme ad attrarre, selezionare e formare. Questa ricerca ne sposta il baricentro: trattenere non significa più fidelizzare, ma rendere il lavoro sostenibile. Per un’azienda diventano domande precise. Se gli orari sono prevedibili o si allungano per abitudine. Se chi esce alle sei può davvero non rispondere al telefono. Se la crescita è scritta da qualche parte o resta implicita, e se prevede anche percorsi orizzontali. Se la retribuzione sta dentro un progetto o è solo una cifra. Se la formazione serve a crescere o solo a coprire un ruolo. E soprattutto se qualcuno ha mai chiesto ai propri giovani non se sono soddisfatti, ma se possono continuare così.
Per capire dove il percorso si interrompe, l’Osservatorio mette a disposizione il Delta Navigator, questionario gratuito di autovalutazione che si richiede a info@deltaindex.it. Perché un giovane soddisfatto, oggi, non è più un giovane che resta. Resta chi riesce a immaginarsi lì anche fra qualche anno.
La voce dei candidati: chi sta cercando non si fida e l’impresa può distinguersi
Se sopra abbiamo parlato dei giovani che un’azienda ha già, qui analizziamo quelli che deve ancora convincere. E la notizia, per chi assume, è meno scontata di quanto sembri. Quando dal proprio impiego si passa al mercato, la fiducia dei ragazzi crolla. Tra i 23 e i 35 anni chi dà al mercato del lavoro un voto da 7 in su è sceso in un anno dal 45% al 35%. Gli adulti, invece, sono rimasti fermi. Sul proprio lavoro gli stessi ragazzi sono sempre più soddisfatti, sul sistema no. Distinguono, osservano i ricercatori, la propria esperienza dal funzionamento complessivo del mercato.
Tra chi cerca un impiego, la fiducia di trovarne uno in linea con le proprie aspettative scende da 6,2 a 5,8 di voto medio. E arretrano proprio le attese che pesano di più. Pensa di poter trovare una retribuzione adeguata il 51% (era il 59% nel 2025), competenze utili per il futuro il 58% (era il 65%), un buon equilibrio tra lavoro e vita privata il 57% (era il 63%), occasioni di crescita il 55% (era il 61%). Un lavoro stabile e sicuro, appena il 49%. Più in generale, il 70% dei 23-35enni è convinto che le imprese non valorizzino competenze e titoli di studio. E il 76% pensa che molte persone, pur lavorando, non raggiungano l’autosufficienza, e il 71% che senza una retribuzione adeguata gli aspetti positivi del lavoro perdano valore. È un avvertimento per chi pensa di compensare la busta paga solo con qualche benefit.
Per un’azienda è un’informazione preziosa. Dove il mercato delude, chi offre garanzie concrete si distingue. Una piccola impresa del territorio non può vincere la gara degli stipendi con le multinazionali. Non è nemmeno quella la partita. Servono cose che dipendono da decisioni interne: un percorso di crescita dichiarato già al colloquio, la formazione come investimento visibile, il rispetto del tempo personale, l’autonomia nell’organizzarsi. C’è poi un tema che riguarda il domani. Per il 71% dei giovani oggi il lavoro non consente la flessibilità necessaria per prendersi cura dei figli. Chi la offre davvero parla a una generazione che i figli non ha smesso di desiderarli.
Reggono meglio, invece, le attese che non dipendono dal mercato: il rispetto come persona (60%), un ambiente di lavoro positivo (59%), la possibilità di staccare davvero (58%). Il punto è renderle credibili. Un candidato che non si fida del mercato non si fida nemmeno degli annunci. Le garanzie vanno dimostrate con i fatti, dalla prima telefonata in poi. Selezionare, del resto, è il secondo pilastro di Delta Index: è lì che un’azienda dichiara chi è, prima ancora di assumere.
