Forlani (Inapp): «Investire negli under 27 non è etica, ma necessità economica»

L’occupazione cresce, ma le imprese continuano a non trovare giovani con le competenze adeguate. È un paradosso solo apparente, che diventa strutturale se letto dalla prospettiva delle aziende: più contratti, ma non necessariamente più allineamento tra sistema formativo, trasformazione tecnologica e fabbisogni produttivi. A dirlo, con la lucidità di chi osserva il mercato del lavoro da una posizione istituzionale e tecnica, è Natale Forlani, presidente di Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche. Un osservatorio privilegiato sulle dinamiche occupazionali, sulle politiche attive e sulle transizioni demografiche che stanno ridisegnando il perimetro del lavoro in Italia. Forlani mette in fila tre elementi che le imprese non possono più considerare separati: il ritardo strutturale del nostro tasso di occupazione rispetto alla media europea, l’inverno demografico che restringe la platea dei giovani disponibili e la velocità con cui la tecnologia trasforma, e in parte supera, le competenze tradizionali. Il risultato è un mismatch che non è solo quantitativo, ma qualitativo.

Per le aziende, il punto non è limitarsi a registrare la difficoltà di reperimento. È interrogarsi sulla propria capacità di attrarre, selezionare, formare e trattenere la Generazione Z in un contesto in cui il ricambio generazionale non è più garantito. In questa intervista, il presidente di Inapp richiama la necessità di un investimento strutturale sui giovani e su una cornice più coerente tra scuola, politiche attive e sistema produttivo.

I dati sull’occupazione continuano a registrare un segno positivo. Eppure il mismatch tra domanda e offerta di lavoro resta elevato. Come si tiene insieme questo apparente paradosso?

«Intanto dobbiamo chiarire un punto: parliamo di dati positivi in termini di tendenza, ma restiamo ancora lontani dalla media europea per tasso di occupazione. Abbiamo circa otto punti di distanza. Tradotto: 2,8 milioni di posti di lavoro in meno rispetto a quanto potremmo avere a parità di popolazione. Siamo in recupero, ma non siamo ancora allineati. Questo è il primo dato strutturale».

Quindi non è tutto risolto?

«Assolutamente no. C’è ancora un’area significativa di sottoutilizzo del lavoro: donne con carichi familiari, giovani che potrebbero lavorare mentre studiano, over 60 che vorrebbero restare attivi, disoccupati nel Mezzogiorno dove la domanda è più debole. Il secondo nodo è il mismatch vero e proprio: imprese che cercano competenze e non le trovano».

Dove nasce questo disallineamento?

«Da due fattori principali. Il primo è demografico e professionale: molte professioni esecutive stanno scomparendo perché i lavoratori anziani vanno in pensione e i giovani non sono orientati verso quei mestieri. Oggi trovare un elettricista o un idraulico è diventato complesso in molte comunità. Il secondo fattore è tecnologico. La velocità con cui la tecnologia rende obsolete alcune competenze è molto più alta rispetto al passato. Le professioni cambiano rapidamente: una parte delle competenze viene incorporata nelle macchine, un’altra diventa relazionale e gestionale».

Questo implica un investimento massiccio in formazione.

«Esattamente. Il tema delle competenze e delle risorse umane deve diventare una priorità assoluta. Senza questo investimento rischiamo di non reggere l’impatto combinato di invecchiamento demografico e trasformazione tecnologica».

A proposito di demografia: il mondo delle piccole e medie imprese ha piena consapevolezza dell’inverno demografico?

«Direi di no. Nei convegni e nei dibattiti accademici il tema è centrale. Nella pratica quotidiana molto meno. Eppure è un cambiamento radicale. È vero che oggi la tecnologia oggi offre opportunità straordinarie ma servono persone in grado di organizzare e utilizzare questi strumenti. Senza competenze, la tecnologia resta potenziale inespresso».

Il mismatch, dunque, è soprattutto qualitativo?

«Sì. Non è solo questione di numeri. È questione di qualità delle competenze e di raccordo tra sistema formativo e sistema produttivo».

Dove si rompe questo raccordo?

«Il primo punto critico è visibile già nei numeri. Nei primi anni Duemila abbiamo indebolito i sistemi di alternanza scuola-lavoro rispetto ad altri Paesi europei. Già nel Libro Bianco sul lavoro, al quale collaborai con Marco Biagi, si sottolineava la necessità di rafforzare il legame tra percorsi educativi e lavorativi. Era una condizione per sostenere la globalizzazione e l’aumento della mobilità professionale».

Cosa è mancato in Italia?

«Una resistenza culturale. La scuola italiana si è spesso percepita come distante dal mercato del lavoro. Ma siamo l’unico Paese che nella Costituzione si definisce “Repubblica fondata sul lavoro”. Eppure l’orientamento lavorativo è stato vissuto con diffidenza».

Apprendistato e formazione duale sono strumenti ancora sottoutilizzati. Perché?

«Le ragioni sono diverse. C’è un fattore culturale, ma anche organizzativo. Con la regionalizzazione delle politiche attive si sono creati molti modelli differenti. Per una piccola impresa orientarsi tra normative e procedure non è semplice. Inoltre, formare significa sottrarre risorse operative nel breve periodo. Senza una cornice chiara e condivisa, le aziende rinunciano».

Serve una riforma?

«Serve una cornice nazionale più coerente che valorizzi la formazione aziendale e la certifichi, rendendola spendibile nel mercato del lavoro. Solo così si ricostruisce fiducia».

Veniamo ai giovani. Si dice che non guardino solo allo stipendio, ma privilegino il work-life balance. È una narrazione che rischia di oscurare il problema salariale?

«È una questione complessa. Le aspettative delle generazioni migliorano nel tempo: è un motore di progresso. Oggi i giovani cercano equilibrio tra retribuzione e qualità della vita. È legittimo. Ma non possiamo costruire una visione parassitaria del lavoro. Diritti e doveri devono restare in equilibrio. Una società non può vivere di diritti incondizionati scollegati dal contributo individuale».

Quindi non è un tema solo economico, ma culturale.

«Esatto. I giovani di oggi hanno alle spalle famiglie mediamente più solide rispetto al passato. Possono permettersi scelte più ponderate. Questo rende il loro orientamento più sofisticato. La vera sfida è creare le condizioni perché possano essere protagonisti, non destinatari passivi».

Cosa intende per protagonisti?

«Investire sui giovani non significa trattarli con pietismo. Significa fornire loro strumenti: formazione, orientamento, opportunità concrete. Devono essere imprenditori di sé stessi, capaci di innovare. Non ereditieri in attesa di tutele».

Qual è, allora, la priorità assoluta per le politiche del lavoro rivolte agli under 30?

«Investire su di loro in modo strutturale. Il vero problema italiano è il mancato ricambio generazionale. Abbiamo difeso troppo a lungo equilibri del passato, sacrificando investimenti sulle nuove generazioni. Questo è un limite che va superato».

Il rischio, altrimenti?

«Che l’impatto demografico diventi lo shock dominante dei prossimi anni. La scarsità di giovani supererà persino l’effetto delle trasformazioni tecnologiche. Le imprese devono abbandonare la visione di breve periodo. Investire nelle persone non è solo una scelta etica, ma una necessità economica».

Un’ultima domanda: l’intelligenza artificiale può aiutare a ridurre il mismatch?

«Può supportare i processi di selezione e gestione, migliorando analisi e tempi. Ma non sostituirà il dialogo umano. La tecnologia è una leva. Senza innovazione sociale e senza investimento sulle competenze, non basta».

In sintesi?

«Siamo in una fase di transizione. Abbiamo le risorse per restare un Paese benestante, nonostante il calo demografico. Ma dobbiamo adottare comportamenti coerenti. Formazione, orientamento, partecipazione attiva dei giovani: sono queste le direttrici. Il resto è retorica».

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