Il mercato del lavoro italiano apre il 2026 con numeri ancora rilevanti sul fronte della domanda, ma con una frattura che continua ad allargarsi: quella tra ciò che le imprese cercano e ciò che i giovani sono disposti – e preparati – a offrire. È quanto emerge dal Bollettino Excelsior di gennaio 2026, appena pubblicato da Unioncamere e Ministero del Lavoro, che prevede 526.820 nuove entrate nel solo mese di gennaio e oltre 1,4 milioni nel trimestre gennaio-marzo.
Numeri importanti, che però raccontano una crescita fragile, segnata da difficoltà strutturali di reperimento e da un progressivo disallineamento generazionale.
Giovani: solo il 27% delle assunzioni, ma con più criticità
All’interno di questo scenario, i giovani fino a 29 anni rappresentano il 27% delle entrate complessive. In valore assoluto, significa circa 142.600 opportunità nel mese di gennaio. Un dato che, letto isolatamente, potrebbe sembrare positivo. Ma il raffronto con il mercato complessivo restituisce un quadro più complesso.
Per i giovani, infatti, la difficoltà media di reperimento sale al 47%, superando quella generale che si attesta al 45,8%. Un segnale chiaro: quando le imprese cercano giovani, faticano ancora di più a trovarli con le competenze richieste, soprattutto nei ruoli tecnici e operativi .
Il paradosso delle professioni più richieste
Il mismatch emerge con forza osservando le professioni. Le figure dove le imprese dichiarano le maggiori difficoltà di reperimento tra i giovani non sono ruoli “del futuro”, ma mestieri già oggi centrali per la tenuta del sistema produttivo:
- operai specializzati nelle costruzioni e nelle rifiniture,
- manutentori e meccanici,
- tecnici della salute,
- operai delle lavorazioni alimentari.
In molti di questi profili, oltre il 60% delle posizioni risulta di difficile copertura. Il problema non è la mancanza di posti, ma la scarsità di competenze coerenti e di percorsi formativi efficaci nel renderli attrattivi per le nuove generazioni.
Contratti: ai giovani più precarietà che progetto
Un altro elemento di distanza emerge analizzando le forme contrattuali. Sul mercato complessivo, il tempo determinato e la somministrazione continuano a rappresentare una quota rilevante delle assunzioni. Ma per i giovani il fenomeno è ancora più marcato: l’ingresso nel lavoro avviene spesso attraverso contratti brevi, apprendistato o forme ibride, che faticano a trasformarsi in percorsi di crescita strutturati.
Il risultato è un mercato che chiede flessibilità ma offre, soprattutto ai giovani, poca visione di medio-lungo periodo. Un aspetto che incide direttamente sulla capacità delle imprese di trattenere capitale umano una volta formato.
Titoli di studio: servono competenze, non solo anni di scuola
Excelsior conferma un dato che l’Osservatorio Delta Index intercetta da tempo: non è il livello di istruzione in sé a fare la differenza, ma la sua spendibilità. I titoli più richiesti restano quelli tecnico-professionali: meccanica, meccatronica, logistica, elettronica, informatica.
Eppure, proprio su questi indirizzi si concentrano le maggiori difficoltà di reperimento. Il sistema formativo continua a produrre competenze che non incontrano pienamente i fabbisogni delle imprese, mentre le aziende faticano a entrare nei percorsi educativi in modo strutturato e continuativo.
Il dato di fondo: il lavoro c’è, l’attrattività no
Il Bollettino Excelsior di gennaio 2026 restituisce quindi un messaggio chiaro: il lavoro non manca, ma manca un ecosistema capace di rendere quel lavoro desiderabile per i giovani. Non è solo una questione di salari o di contratti, ma di orientamento, cultura organizzativa, formazione e prospettiva.
È esattamente su questo punto che si inserisce la chiave di lettura dell’Osservatorio Delta Index: il vero tema non è quante assunzioni si programmano, ma quanto le aziende sono pronte ad attrarre, selezionare, formare e trattenere le nuove generazioni. Finché questo passaggio non diventerà una priorità strategica, il mismatch continuerà a riproporsi, mese dopo mese, bollettino dopo bollettino.