La Lombardia ha superato con sei mesi di anticipo i target del Programma GOL (Garanzia di occupabilità dei lavoratori) previsto dal Pnrr, attivando oltre 290mila percorsi di reinserimento lavorativo e accompagnando più di 150mila persone verso un’occupazione. Un risultato che certifica l’efficacia delle politiche attive e il buon funzionamento della collaborazione tra Stato e Regioni, quanto meno in Lombardia perché nel resto del Paese i risultati non sono stati così entusiasmanti. Un’infrastruttura del mercato del lavoro, capace di intercettare anche quei giovani che rischierebbero di restare ai margini dei tradizionali canali di ingresso occupazionale
Ma, osservando questi numeri dalla prospettiva dell’Osservatorio Delta Index e rovesciando quindi il focus sulle aziende, la domanda per noi inevitabile diventa: quanto questo successo intercetta davvero la Generazione Z e quanto, invece, mette in luce le difficoltà strutturali delle imprese nell’attrarre giovani?
Prima di ogni ragionamento, va fatta una doverosa precisazione: dal punto di vista anagrafico, il Programma GOL nasce con una missione diversa rispetto a Garanzia Giovani. La fascia 15-29 anni è storicamente intercettata soprattutto da Garanzia Giovani, mentre GOL è concepito come misura universalistica e di “seconda attivazione”, spesso rivolta a persone disoccupate da più tempo o con percorsi professionali discontinui. Applicando questa chiave di lettura ai dati lombardi, su 290.000 percorsi GOL attivati, i giovani under 30 possono essere stimati in una forchetta tra 45.000 e 55.000 persone. Numeri significativi, ma che raccontano una Gen Z diversa da quella intercettata spontaneamente dalle aziende più attrattive.
È un punto che emerge anche dalle parole del ministro del Lavoro Marina Calderone, intervenuta alla conferenza stampa in Regione Lombardia, che ha rivendicato il cambio di paradigma del programma: «Il P
rogramma GOL ha permesso ad oltre 1,7 milioni di persone di entrare o rientrare nel mercato del lavoro, superando la logica dell’assistenza e puntando sull’attivazione, sulla formazione e sull’inclusione lavorativa». Un cambio di passo che, come ha sottolineato la ministra, è stato possibile grazie a un coordinamento più stretto tra politiche attive e passive e a un forte investimento sulle competenze digitali.
Per le imprese, tuttavia, GOL è anche uno specchio del mismatch che caratterizza il mercato del lavoro. I giovani che entrano nel programma non sono quelli che rispondono agli annunci delle aziende più appealing, ma spesso quelli che ne restano ai margini. Non a caso, come mostrano i dati Delta Index, i settori maggiormente coinvolti nei percorsi GOL – servizi, turismo, logistica – coincidono con quelli che registrano i livelli più bassi di attrattività verso la Gen Z e i più alti tassi di turnover.
Il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana ha rivendicato il modello lombardo come best practice nazionale: «I risultati di eccellenza raggiunti dimostrano come la digitalizzazione dei processi e la collaborazione tra pubblico e privato siano state decisive per garantire tempestività e personalizzazione dei percorsi». Un modello che funziona sul piano dell’efficienza, ma che lascia aperta la questione della qualità dell’incontro tra giovani e imprese. È qui che la riflessione diventa strategica. Le politiche attive possono accompagnare, ma non possono sostituire l’attrattività aziendale. Come emerge con forza dal Delta Index, le imprese percepite come attrattive dalla Gen Z intercettano i giovani prima, lungo canali diretti e coerenti. Le altre li incontrano più tardi, spesso attraverso strumenti pubblici come GOL.
L’assessore regionale Simona Tironi ha chiarito che la Lombardia guarda già oltre i risultati raggiunti: «Stiamo lavorando all’introduzione dei work coach e al coinvolgimento del Terzo Settore per accompagnare i soggetti più distanti dal mondo del lavoro lungo tutto il percorso di reinserimento». Un passaggio che rafforza il sistema, ma che chiama le imprese a una responsabilità ulteriore: essere pronte ad accogliere questi giovani con modelli organizzativi, formativi e culturali all’altezza delle loro aspettative.
In conclusione, GOL sta rimettendo al lavoro anche decine di migliaia di giovani. Ma sono giovani che raccontano, per contrasto, dove il sistema produttivo fatica ancora a essere attrattivo. Per le aziende, leggere GOL solo come bacino di reclutamento sarebbe riduttivo. Molto più utile considerarlo per quello che è davvero: un indicatore avanzato dei limiti dell’attrattività e un’opportunità per ripensare il rapporto con la Generazione Z.