Il 58% dei giovani della Generazione Z utilizza l’intelligenza artificiale per lavoro. Il dato emerge dalla ricerca 2025-2026 dell’Osservatorio HR Innovation del Politecnico di Milano, realizzata in collaborazione con Ipsos Doxa su un campione rappresentativo di lavoratori italiani di ogni fascia d’età, e presentata al convegno «Don’t Look Up». Nel campione complessivo la quota si ferma al 44%: la Gen Z guida dunque l’adozione dello strumento sul lavoro, con un ritmo di utilizzo quotidiano che quasi raddoppia rispetto al resto dei lavoratori. A commentare i dati è Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio.

«Hanno capito che il vantaggio è nell’interazione, e che da quella si può imparare a comprendere nuovi concetti» racconta la direttrice dell’Osservatorio. Un uso più intenso che si traduce anche in un risparmio di tempo maggiore: in media sono 30 minuti al giorno per chi utilizza l’IA, per la Gen Z raddoppiano (70). Ne beneficia la comunicazione con colleghi e clienti, e la capacità di proporre idee originali, senza che tutto ciò si traduca in stress o dipendenza dalla tecnologia, come invece accade con i social. «È come la calcolatrice: uno strumento che permette di fare meglio alcune attività» osserva Mauri.
C’è però un rischio: quello della shadow IA, l’uso di strumenti personali e non aziendali anche per lavoro, con il pericolo di far uscire dati sensibili dall’organizzazione. «I più giovani sono più avanti nell’utilizzo, ma il punto in cui sono più indietro è quello legato agli aspetti normativi e di sicurezza» segnala Mauri. Conoscono lo strumento dall’università, non necessariamente i rischi di portarlo in azienda.
Serve quindi un accompagnamento su più livelli: la scuola, sui rischi etici e sul copyright; l’azienda, con un onboarding chiaro; il manager, che deve seguire i giovani nell’uso quotidiano, anche se, ammette Mauri, «a volte è meno preparato e non fa domande, per paura di sembrare non all’altezza».

I giovani restano comunque «portatori sani di innovazione»: il punto è proprio quel «sani», perché senza accompagnamento rischiano di portare in azienda anche pratiche non governate.
Negli Stati Uniti l’IA sta già riducendo le assunzioni entry level nei ruoli più esposti. «In Italia, per ora, non succede – dice Martina Mauri – lo confermano sia i dati di una ricerca in collaborazione con Zucchetti (4.595 aziende italiane e 93.858 dipendenti) che le aziende interpellate dall’Osservatorio.
«Negli ultimi cinque anni la richiesta di profili entry level è addirittura aumentata» chiarisce Mauri, che attribuisce il ritardo a un mercato più manifatturiero e meno maturo nell’adozione dell’IA rispetto a quello americano. Un ritardo che, per una volta, protegge l’ingresso dei più giovani. Sul lungo periodo il ragionamento si rovescia: con meno giovani per il calo demografico, l’IA potrebbe diventare la leva che tiene in equilibrio il mercato del lavoro.