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	<title>CAPITALE UMANO Archivi - Deltaindex</title>
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	<description>Business a misura di talenti</description>
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	<title>CAPITALE UMANO Archivi - Deltaindex</title>
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		<title>Manovra 2027, i giovani pagano meno tasse. Ma la prima mossa tocca all&#8217;azienda</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/manovra-2027-i-giovani-pagano-meno-tasse-ma-la-prima-mossa-tocca-allazienda/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 09:07:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Dall'imposta all'1% sugli aumenti per gli under 30 ai fringe benefit esentasse fino a 2.000 euro, dalla deduzione al 140% per chi assume al forfettario a 100mila euro: le misure del ddl di Bilancio che toccano il lavoro dei giovani. Quasi tutte funzionano solo se l'impresa le attiva</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/manovra-2027-i-giovani-pagano-meno-tasse-ma-la-prima-mossa-tocca-allazienda/">Manovra 2027, i giovani pagano meno tasse. Ma la prima mossa tocca all&#8217;azienda</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un’impiegata di 27 anni. Lavora in un’azienda privata e guadagna 26mila euro lordi l’anno. Nel 2027 il suo datore di lavoro decide di darle un aumento di 2.500 euro. Oggi su quella cifra pagherebbe 575 euro di Irpef. L’anno prossimo ne pagherà 25. Fanno 550 euro in più in tasca in un anno.</p>
<p>C’è però una condizione. L’aumento deve arrivare. E a deciderlo non è lo Stato, ma l’azienda.</p>
<p>È questa la chiave per leggere il capitolo giovani della legge di Bilancio 2027, approvata dal Consiglio dei ministri mercoledì 28 ottobre e illustrata in conferenza stampa a Palazzo Chigi dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, con il ministro dell&#8217;Economia Giancarlo Giorgetti, i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani e il viceministro Maurizio Leo. Una manovra da circa 26 miliardi di euro, con una dichiarazione d&#8217;intenti precisa: «Vogliamo che un ragazzo che inizia a lavorare in Italia senta che questa nazione vuole spronarlo», ha detto la premier.</p>
<p>Lo sprone, però, passa quasi sempre dalle imprese. Ecco cosa contiene il provvedimento, in attesa del testo definitivo che arriverà in Parlamento.</p>
<p><strong>Il premio under 30: l&#8217;1% sugli aumenti</strong></p>
<p>È la misura principale per i giovani. Nel 2027 gli aumenti di stipendio riconosciuti ai dipendenti del settore privato nati dopo il 31 dicembre 1997 saranno tassati con un’imposta sostitutiva dell’Irpef dell’1%, fino a 2.500 euro l’anno. Il requisito di reddito: lavoro dipendente fino a 28mila euro.</p>
<p>Non importa se il giovane è appena entrato in azienda o se ci lavora da anni. Conta solo che il suo reddito cresca. Rispetto all’Irpef ordinaria del 23%, il risparmio arriva fino a 550 euro l’anno. La somma, ha spiegato la premier, si può erogare in dodici mensilità o in un’unica soluzione.</p>
<p>Non è un assegno dello Stato. È uno sconto fiscale su soldi che deve mettere il datore di lavoro: senza aumento, il beneficio non scatta. E vale per un solo anno. Lo schema ricalca quello dell’imposta al 5% sugli aumenti da rinnovo contrattuale, introdotta per il 2026 per i lavoratori di tutte le età fino a 33mila euro di reddito e confermata anche per il 2027.</p>
<p>Per un’impresa il conto è semplice. A parità di costo, un aumento dato a un giovane sotto la soglia dei 28mila euro arriva in busta paga quasi intero. Ed è un argomento da spendere già al colloquio.</p>
<p><strong>Fringe benefit fino a 2.000 euro</strong></p>
<p>Seconda misura, stessa platea. Per i lavoratori con età non superiore a 30 anni il limite di esenzione dei fringe benefit sale a 2.000 euro. Oggi la soglia piena spetta solo a chi ha figli a carico; per tutti gli altri si ferma a 1.000 euro. Secondo la premier, l&#8217;intervento da solo può valere fino a mille euro in più all&#8217;anno. Con le regole in vigore, dentro quel tetto entrano anche il rimborso delle utenze domestiche e dell&#8217;affitto o del mutuo della prima casa: voci che per chi è appena uscito dalla famiglia pesano più di ogni altra.</p>
<p>Il dato va letto accanto a quello dell&#8217;Osservatorio Welfare 2026 di DoubleYou (Gruppo Zucchetti), di cui Delta Index è partner: la Gen Z riceve in media 720 euro di credito welfare all&#8217;anno, il valore più basso tra tutte le generazioni, e ne spende il 77% in buoni acquisto per spesa e carburante. Il nuovo tetto apre spazio. Se però viene riempito solo di buoni spesa, l&#8217;azienda perde l&#8217;occasione di rispondere a ciò che i giovani chiedono davvero: casa, mobilità, formazione, autonomia economica. È lì che un pacchetto costruito sull&#8217;età diventa un argomento da mettere nell&#8217;annuncio di lavoro, non un dettaglio da scoprire dopo la firma.</p>
<p><strong>Chi assume giovani deduce il 140%</strong></p>
<p>Sul fronte delle assunzioni la manovra rafforza la superdeduzione del costo del lavoro, la formula «più assumi, meno paghi». Oggi le imprese che aumentano l&#8217;organico deducono il 120% del costo dei nuovi assunti. Nel 2027 la percentuale sale al 140% per i giovani con meno di 36 anni e al 180% per le lavoratrici madri. In pratica l’impresa risparmia di Ires il 9,6% del costo del giovane assunto. Ma servono due condizioni: l’organico deve crescere davvero e l’azienda deve avere utili sufficienti per dedurre subito, altrimenti il beneficio slitta agli anni successivi.</p>
<p>Si aggiunge la proroga al 31 dicembre 2027 degli esoneri contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato di giovani, donne e lavoratori nelle Zes (Zone economiche speciali), che sarebbero scaduti a fine anno. Confermate anche la tassazione al 5% sugli aumenti dei rinnovi contrattuali e l&#8217;imposta all&#8217;1% sui premi di produttività. Precisazione sui tetti: l’imposta al 5% sugli aumenti da rinnovo contrattuale vale fino a 33mila euro di reddito, l’1% sui premi di produttività fino a 80mila euro.</p>
<p>Messo insieme, è un pacchetto che abbassa il costo del primo contratto stabile e alleggerisce le tasse sugli aumenti successivi. Per chi cerca giovani la domanda cambia: non è più se l&#8217;azienda possa permettersi di assumerli, ma se sappia spiegare ai candidati come questi sconti diventeranno busta paga, crescita e prospettiva.</p>
<p><strong>Partite Iva, il forfettario sale a 100mila euro</strong></p>
<p>Per chi lavora in autonomia non arriva una flat tax riservata ai giovani. La novità riguarda tutti i forfettari: la soglia di ricavi e compensi per entrare e restare nel regime passa da 85mila a 100mila euro. Con un vincolo: sopra gli 85mila euro scatta l&#8217;obbligo di applicare l&#8217;Iva (imposta sul valore aggiunto), perché la franchigia è legata alle regole europee. Il governo ha annunciato una trattativa con Bruxelles per alzare anche quella.</p>
<p>Per i più giovani resta la leva che già esiste: l&#8217;imposta sostitutiva al 5%, invece del 15%, per i primi cinque anni delle nuove attività che rispettano i requisiti. Non è legata all&#8217;età, ma è di fatto lo strumento con cui molti under 35 aprono la partita Iva. Oggi chi supera gli 85mila euro esce dal regime l&#8217;anno successivo. Con il nuovo tetto, un giovane professionista che cresce potrà restarci fino a 100mila euro, anche se da quella soglia in su dovrà fatturare con l&#8217;Iva.</p>
<p>Per le aziende che lavorano con freelance giovani, da chi fa grafica e comunicazione a sviluppatori e consulenti, significa collaboratori che possono crescere di fatturato senza perdere il regime agevolato.</p>
<p><strong>Casa, la cedolare all&#8217;1% per gli inquilini under 35</strong></p>
<p>C&#8217;è poi una misura che non tocca la busta paga ma pesa su ogni scelta di lavoro lontano da casa. Sugli affitti a canone concordato la cedolare secca scende dal 10% al 5%. E se l&#8217;inquilino ha meno di 35 anni il proprietario paga l&#8217;1%. Su un canone annuo di 12mila euro il proprietario pagherà 120 euro di imposta. Vale solo per i contratti a canone concordato, quelli a prezzo calmierato fissati dai Comuni con le associazioni di proprietari e inquilini. Le regole per gli affitti transitori e per gli studenti sono ancora da scrivere, e non è chiaro se ci saranno limiti di reddito.</p>
<p>Per un&#8217;impresa che deve attrarre giovani da fuori provincia, o che lavora già con convenzioni e alloggi per i neoassunti, è un argomento in più da mettere sul tavolo con i proprietari del territorio.</p>
<p><strong>L&#8217;Irpef riguarda poco i giovani</strong></p>
<p>Il taglio dell&#8217;Irpef, con il secondo scaglione al 33% che si allarga da 50mila a 55mila euro di reddito e un beneficio massimo di 500 euro all&#8217;anno, riguarda il ceto medio. Chi è all&#8217;inizio della carriera, con redditi lontani da quella fascia, quasi non lo vedrà.</p>
<p><strong>Cosa resta da scrivere</strong></p>
<p>Il disegno di legge deve ancora approdare alle Camere e i dettagli faranno la differenza: limiti di reddito, contratti ammessi, modalità di verifica dell&#8217;età. Il limite dei 30 anni per il premio, finora, è stato indicato solo in conferenza stampa. Durante l&#8217;esame parlamentare le cifre potranno cambiare.</p>
<p>Una cosa però è già chiara. Questa manovra non mette soldi direttamente in tasca ai giovani. Mette in mano alle imprese gli strumenti per farlo a un costo più basso. Chi li userà per primo, e saprà dirlo ai candidati, avrà un vantaggio. Chi aspetterà, lo lascerà agli altri.</p>
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		<title>Da qui al 2030, più che crescere le aziende sostituiranno chi è in uscita</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/da-qui-al-2030-piu-che-crescere-le-aziende-sostituiranno-chi-e-in-uscita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 10:49:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Il rapporto con le previsioni Inapp-Prometeia: servono 3,5 milioni di lavoratori, ma i giovani calano. Per le imprese il passaggio di testimone è un’urgenza</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/da-qui-al-2030-piu-che-crescere-le-aziende-sostituiranno-chi-e-in-uscita/">Da qui al 2030, più che crescere le aziende sostituiranno chi è in uscita</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Da qui al 2030 le imprese italiane avranno bisogno di circa 3,5 milioni di lavoratori. Sembra il segnale di un’economia in espansione. Purtroppo non lo è. Quasi quattro assunzioni su cinque serviranno a coprire i posti lasciati liberi da chi va in pensione, cambia lavoro o si trasferisce: oltre 2,7 milioni di sostituzioni, contro circa 740 mila posti davvero nuovi.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Sono le previsioni dello «Scenario di medio termine per l’economia e l’occupazione», il rapporto curato da Maria Grazia Mereu per l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp) con Prometeia, pubblicato recentemente. Non sono rilevazioni, ma stime costruite con modelli econometrici sulle informazioni disponibili. L’Osservatorio Delta Index le ha lette con il proprio focus verticale: che cosa significano per un’azienda che deve rinnovare l’organico puntando sui giovani.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Il nodo dei tecnici</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il dato più netto riguarda le figure su cui si regge la manifattura. Per le professioni tecniche, per artigiani, operai specializzati e agricoltori e per i conduttori di impianti, secondo le previsioni il fabbisogno sarà interamente di sostituzione: i posti nuovi saranno zero o in calo. Eppure serviranno circa 460mila tecnici, 262mila tra artigiani, operai specializzati e agricoltori, 185mila conduttori di impianti e macchinari. Oltre 900mila persone, solo per non lasciare vuote le postazioni di chi esce.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/26/photos/2030-piu-che-crescere-le-aziende-sostituiranno-chi-e-in-uscita_b829915e-d128-11f1-8d75-68f8fc95c125_1920_1752.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/26/photos/cache/2030-piu-che-crescere-le-aziende-sostituiranno-chi-e-in-uscita_b829915e-d128-11f1-8d75-68f8fc95c125_1920_1752_v3_large_libera.jpg" alt="2030, più che crescere le aziende sostituiranno chi è in uscita" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/26/photos/cache/2030-piu-che-crescere-le-aziende-sostituiranno-chi-e-in-uscita_b829915e-d128-11f1-8d75-68f8fc95c125_1920_1752_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>I numeri complessivi lo rendono ancora più chiaro. I tecnici in Italia erano 4 milioni e 531mila nel 2024 e saranno 4 milioni e 508mila nel 2030: di fatto gli stessi. Artigiani, operai specializzati e agricoltori scenderanno da 3 milioni e 705mila a 3 milioni e 567mila. Reparti che non si allargano, ma che andranno ripopolati.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per un imprenditore il messaggio è semplice. Il reparto non crescerà, ma andrà rifatto quasi da capo. Chi oggi governa una linea, programma una macchina o coordina una squadra ha accumulato anni di esperienza. Quando uscirà, porterà con sé un sapere che nessun annuncio di lavoro può comprare già pronto.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Meno giovani in arrivo</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il problema è che dall’altra parte della porta ci sono sempre meno persone. Secondo il rapporto la forza lavoro italiana diminuirà da qui al 2030, soprattutto per il calo dei 15-24enni e delle età centrali. L’unica fascia in crescita sarà quella tra 55 e 64 anni: proprio quella che si avvicina all’uscita.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Nello stesso periodo la disoccupazione è prevista in discesa dal 7,8% del 2023-2024 al 6,2% del 2030. Tradotto: meno candidati disponibili, più aziende a contenderseli. Un mercato più stretto, in cui sempre più spesso è il candidato a scegliere.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Cambierà anche il profilo di chi bussa alla porta. I laureati passeranno da poco più del 23% della forza lavoro nel 2022 a circa il 28% nel 2030. Giovani più istruiti, ma meno numerosi, e proprio per questo più selettivi.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="30411">Ed è proprio il diploma il titolo su cui si giocherà la partita più grande: circa 1,56 milioni dei 3,5 milioni di lavoratori necessari, richiesti soprattutto per sostituire. Seguono i laureati, circa 1,33 milioni, dove pesano di più le professioni nuove. Per chi ha al massimo la licenza media il fabbisogno, circa 613mila persone, nasce solo dalle uscite.</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Dove nascono i posti nuovi</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>I posti aggiuntivi, quei 740mila, si concentreranno altrove: nelle professioni intellettuali e scientifiche, nel commercio e nei servizi, nelle mansioni non qualificate. Le dinamiche più sostenute riguardano le professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali, dove tra sostituzioni e posti nuovi serviranno ogni anno quasi 5 occupati ogni 100 già presenti. Seguono ingegneri, architetti, specialisti delle scienze della vita e delle tecnologie digitali. Qui i giovani laureati avranno più scelta, e le aziende più concorrenti.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>La Lombardia corre di più</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>In Lombardia la pressione sarà più forte. Il modello stima tra il 2025 e il 2030 una crescita dell’occupazione dell’1,9%, contro l’1,7% della media italiana. I servizi aumenteranno del 3,2%, l’industria del 2%, mentre le costruzioni perderanno il 10,9% degli occupati: una frenata comune a tutte le regioni, che sconta la fine degli incentivi fiscali sulla casa e l’esaurirsi della spinta del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) entro il 2027. Nel 2030 la regione produrrà il 23,2% del valore aggiunto italiano, più dell’intero Mezzogiorno, che si fermerà poco sopra il 22%.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per le imprese lombarde significa sommare due domande: quella di chi va sostituito e quella di chi serve per crescere. Con un bacino di giovani che non si allarga.</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Il tempo dell’affiancamento</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>È qui che le previsioni diventano una questione di organizzazione. Se gran parte delle assunzioni dei prossimi anni servirà a sostituire, il momento decisivo non è il giorno in cui il lavoratore esperto esce, ma gli anni che lo precedono. Un giovane assunto quando il senior ha già svuotato la scrivania trova un posto, non un mestiere. E il passaggio non si improvvisa in qualche settimana: in molti mestieri tecnici servono anni perché un giovane diventi autonomo.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Nel lavoro dell’Osservatorio Delta Index con le aziende il punto emerge spesso: la fatica non sta solo nel trovare i giovani, ma nell’inserirli in tempo e nel dare loro qualcuno da cui imparare. Un ragazzo della Generazione Z che entra in azienda vuole capire che cosa sta imparando e dove lo porterà. Un affiancamento chiaro, con un esperto che ha tempo e mandato per insegnare, risponde a entrambe le domande. Ed è anche uno dei modi più efficaci per trattenerlo: chi sente di crescere ha meno motivi per guardarsi intorno.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il primo passo è quasi banale: guardare l’età delle persone reparto per reparto e chiedersi chi uscirà nei prossimi cinque anni, con quali competenze, e chi oggi sarebbe in grado di raccoglierle.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Dove la risposta è nessuno, l’assunzione di un giovane non può aspettare, e va programmata con lo stesso anticipo con cui si pianifica l’acquisto di un macchinario. Il ricambio non è un progetto per il futuro: è già un’urgenza.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/da-qui-al-2030-piu-che-crescere-le-aziende-sostituiranno-chi-e-in-uscita/">Da qui al 2030, più che crescere le aziende sostituiranno chi è in uscita</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ecco dove l’azienda perde i giovani: te lo dice il «Delta Navigator» gratuito</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/ecco-dove-lazienda-perde-i-giovani-te-lo-dice-il-delta-navigator/</link>
					<comments>https://www.deltaindex.it/journal/ecco-dove-lazienda-perde-i-giovani-te-lo-dice-il-delta-navigator/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 08:17:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Nasce uno strumento di autoanalisi gratuita dell’Osservatorio Delta Index. Una scala a 4 livelli e un report finale che confronta la priorità dichiarata con il punto più fragile</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/ecco-dove-lazienda-perde-i-giovani-te-lo-dice-il-delta-navigator/">Ecco dove l’azienda perde i giovani: te lo dice il «Delta Navigator» gratuito</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Un’azienda meccanica compila il questionario convinta di sapere già dove sta il problema: la formazione dei giovani. È la priorità che indica, senza esitare. Il risultato la spiazza. Il pilastro più fragile è selezionare. I ragazzi entrano scelti quasi solo per le competenze tecniche, senza che nessuno abbia guardato al loro potenziale o alle soft skills richieste dal ruolo. Forse il problema non è insegnare di più, ma scegliere meglio. È il tipo di scarto che il Delta Navigator fa emergere.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il nuovo strumento dell’Osservatorio Delta Index è una versione semplificata dell’assessment che l’Osservatorio utilizza con le imprese: un’autoanalisi online e gratuita che in circa dieci minuti restituisce la prima fotografia del rapporto tra un’azienda e i giovani talenti. «Abbiamo voluto aprire la porta a tutte le imprese, anche a quelle che non hanno mai misurato la propria attrattività &#8211; spiega Paolo Maria Ferrari, fondatore di Delta Index -. Molti imprenditori vedono ragazzi che arrivano e ripartono, ma pochi sanno dire dove il rapporto si spezza. Il Navigator serve a questo: trasformare una sensazione in una domanda precisa. Da lì può partire una riorganizzazione vera».</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Come richiederlo</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il Navigator è gratuito. Per riceverlo basta scrivere a info@deltaindex.it oppure inviare una richiesta dalla pagina Contattaci del sito, all’indirizzo www.deltaindex.it/contattaci. L’azienda riceve così il questionario e, una volta completato, il report con i risultati. Il consiglio è di compilarlo in due: l’imprenditore o il responsabile delle risorse umane insieme a chi, ogni giorno, affianca i ragazzi in reparto o in ufficio. Le due prospettive raramente combaciano, ed è già un’informazione.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="Come utilizzare il Delta Navigator gratuito per le aziende" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/5/photos/ecco-dove-lazienda-perde-i-giovani-te-lo-dice-il-delta-navigator_53971dc4-c093-11f1-a31f-b7d0bf99ca0c_1920_3005.jpg" data-title="Come utilizzare il Delta Navigator gratuito per le aziende"><img decoding="async" class="lozad" title="Come utilizzare il Delta Navigator gratuito per le aziende" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/5/photos/cache/ecco-dove-lazienda-perde-i-giovani-te-lo-dice-il-delta-navigator_53971dc4-c093-11f1-a31f-b7d0bf99ca0c_1920_3005_v3_medium_libera.jpg" alt="Ecco dove l’azienda perde i giovani: te lo dice il «Delta Navigator»" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/10/5/photos/cache/ecco-dove-lazienda-perde-i-giovani-te-lo-dice-il-delta-navigator_53971dc4-c093-11f1-a31f-b7d0bf99ca0c_1920_3005_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption>Come utilizzare il Delta Navigator gratuito per le aziende</figcaption></figure>
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<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Quattro verbi, una scala</h3>
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<div class="article-body">
<p>Il questionario segue l’architettura del Delta Index: quattro pilastri, cioè attrarre, selezionare, formare e trattenere. Per ciascuno l’azienda risponde a poche domande, scegliendo tra più opzioni quella che descrive la situazione reale. Non quella desiderata: l’autoanalisi funziona solo se è onesta. Alla fine si indica anche quale dei quattro processi si considera prioritario. Il report, in otto schede, colloca l’azienda su una scala a quattro livelli: da avviare, iniziale, in sviluppo, consolidato. Per ogni pilastro c’è una sintesi, un dato che spiega perché il tema conta oggi e un primo spunto operativo. L’ultima scheda mette a confronto la priorità dichiarata con il pilastro più fragile. Spesso non coincidono.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Attrarre: farsi trovare</h3>
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<div class="article-body">
<p>Le prime domande riguardano la visibilità: l’orientamento nelle scuole (visite aziendali, career day, percorsi di Formazione scuola lavoro, stage) e i canali digitali, dal sito a LinkedIn fino a Instagram e TikTok. L’ultimo Rapporto Delta Index indica che quasi una azienda su due (48,9%) considera l’attrazione l’urgenza principale, ma solo il 7,1% ha sviluppato strategie avanzate di employer branding e appena il 22,4% organizza percorsi strutturati con le scuole. Anche chi è «consolidato» ha un passo in più da fare: misurare quante candidature nascono da ciascun canale.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Selezionare: oltre il curriculum</h3>
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<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="69670">Qui il Navigator chiede se le job description per i profili junior sono pensate per loro o identiche a qualsiasi altro annuncio, e se la selezione prevede prove pratiche o simulazioni. Secondo il Rapporto Delta Index, solo un’azienda su quattro (25,5%) costruisce job description che includono le competenze trasversali. Un giovane alla prima esperienza ha poco da scrivere nel curriculum: se l’azienda guarda solo quello, rischia di scartare il candidato giusto. Il Decalogo Delta Index è chiaro: nelle soft skills non vince chi ne ha di più, ma chi ha quella che serve al ruolo.</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Formare: primi giorni decisivi</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>La terza area misura come l’azienda accoglie: se l’onboarding è strutturato, con tutor, corsi e momenti di verifica, oppure affidato alla buona volontà del più esperto. E se la formazione riguarda anche le soft skills. È il processo più critico: nel Rapporto Delta Index ha il punteggio medio più basso, 57,5 su 100, e solo il 9,1% delle imprese offre percorsi di onboarding completi. Federica Romagna, career coach e Top Voice di LinkedIn che collabora con l’Osservatorio, lo ha spiegato su queste pagine: «L’onboarding non è metterlo vicino al senior per cinque telefonate e poi lasciarlo da solo. I primi giorni sono la fase dell’innamoramento: se non funziona lì, difficilmente funzionerà dopo».</p>
</div>
<div id="scroll6" class="article-body">
<h3>Trattenere: dare una direzione</h3>
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<div class="article-body">
<p>L’ultima area chiede se esistono percorsi di crescita, con obiettivi e scadenze, e se l’azienda investe in momenti che costruiscono appartenenza, come il team building. Per la Generazione Z il tempo è una misura concreta: già nel 2019 un giovane tra i 15 e i 29 anni restava nello stesso impiego in media due anni e cinque mesi (oggi molto meno&#8230;). «Ancora in troppi mi dicono: faccio le stesse cose da mesi», racconta Romagna. Senza feedback il rischio cresce: «Capita che un giovane creda di aver raggiunto gli obiettivi, poi scopre dopo 12 mesi che non era così». La prima leva, per Romagna, è la trasparenza: dire che cosa l’azienda può offrire e quali promesse può mantenere.</p>
</div>
<div id="scroll7" class="article-body">
<h3>Il punto di attenzione</h3>
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<div class="article-body">
<p>Il valore del Navigator sta nell’ultima scheda. Capita spesso che un’impresa indichi come urgente ciò che vede, mentre la fragilità sta un passo prima. Succede anche a chi è avanti: un’azienda del digitale, consolidata su attrarre e trattenere, ha scoperto che il salto di qualità passa dalle soft skills dei junior. L’Osservatorio lo ritrova anche nell’assessment completo: molte imprese partono convinte che il problema sia attrarre e finiscono per capire che senza formare non si trattiene.</p>
</div>
<div id="scroll8" class="article-body">
<h3>Dalla superficie alla profondità</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per capire da cosa dipendono davvero le fragilità, e da dove cominciare, serve la sessione Delta Index: mezza giornata di lavoro con un formatore, sul modello scientifico sviluppato con il centro di ricerca Adapt.</p>
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<div id="scroll9" class="article-body">
<h3>Ogni settimana una domanda</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il Navigator avrà anche una guida. Federica Romagna ha scelto di accompagnarne il lancio con un appuntamento fisso per Delta Index: ogni settimana, sul profilo Instagram dell’Osservatorio, un video da un minuto. Una domanda del questionario alla volta, raccontata da chi conosce entrambi i lati del tavolo, perché lavora ogni giorno con imprenditori e responsabili del personale e, insieme, con i ragazzi che cercano la loro strada. Romagna spiega il senso di ogni passaggio e, soprattutto, come conviene comportarsi oggi: quale canale usare per parlare ai giovani, cosa osservare in un colloquio, come accogliere un neoassunto, come rendere credibile un percorso di crescita. Una serie utile anche a chi il test non lo compila, ma segue da vicino un mercato del lavoro in cui a scegliere sono sempre più spesso i giovani.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/ecco-dove-lazienda-perde-i-giovani-te-lo-dice-il-delta-navigator/">Ecco dove l’azienda perde i giovani: te lo dice il «Delta Navigator» gratuito</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Job rotation e staffetta generazionale. Strumenti del nuovo Patto del lavoro</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/job-rotation-e-staffetta-generazionale-strumenti-del-nuovo-patto-del-lavoro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 09:03:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. L’ultimo dossier elaborato dal Cnel indica le leve per favorire il ricambio tra senior e giovani. Il consigliere e demografo Rosina: «È un’occasione di investimento, di responsabilità e di fiducia nel futuro»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/job-rotation-e-staffetta-generazionale-strumenti-del-nuovo-patto-del-lavoro/">Job rotation e staffetta generazionale. Strumenti del nuovo Patto del lavoro</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Le imprese cercano persone e, allo stesso tempo, l’Italia continua a perderne. Nel 2025 tra il 46% e il 48% delle posizioni rischia di restare scoperto per difficoltà di reperimento, mentre il disallineamento tra competenze offerte e richieste dal mercato tocca il 38,5%, oltre la media europea del 32,2%. Sullo sfondo c’è un altro numero: tra il 2011 e il 2024 il saldo migratorio dei giovani italiani è negativo per 441mila unità. Un corto circuito ben spiegato dal documento del Cnel dedicato alle condizioni di ingresso e valorizzazione nel mondo del lavoro colloca due strumenti organizzativi: job rotation e staffetta generazionale.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il dossier nasce dal progetto Patto Generazionale, avviato con una consultazione pubblica nel maggio 2025 e con il coinvolgimento di oltre 65 organizzazioni. Nella premessa Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano, osserva: «Ridefinire il Patto generazionale è una sfida cruciale per la sostenibilità sociale, economica e demografica dell’Italia». Le condizioni su cui quel patto si è retto per decenni sono cambiate: si è modificato il rapporto numerico tra generazioni e l’intelligenza artificiale rende più urgente investire nella formazione del capitale umano giovanile.</div>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/job-rotation-e-staffetta-generazionale-strumenti-del-nuovo-patto-del-lavoro_854fa7c2-a519-11f1-866d-ec685075f526_1920_1732.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/cache/job-rotation-e-staffetta-generazionale-strumenti-del-nuovo-patto-del-lavoro_854fa7c2-a519-11f1-866d-ec685075f526_1920_1732_v3_large_libera.jpg" alt="Job rotation e staffetta generazionale. Strumenti del nuovo Patto del lavoro" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/cache/job-rotation-e-staffetta-generazionale-strumenti-del-nuovo-patto-del-lavoro_854fa7c2-a519-11f1-866d-ec685075f526_1920_1732_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Per le aziende la questione assume la forma di un quesito: come inserire giovani, trasferire loro conoscenze e trattenerli senza scaricare il costo del ricambio sui nuovi assunti? La job rotation consente di spostare sistematicamente i lavoratori tra mansioni diverse, entro i limiti dell’articolo 2103 del Codice civile e delle modifiche introdotte dal decreto legislativo 81/2015. L’obiettivo è ampliare le competenze e ridurre l’obsolescenza professionale. La staffetta generazionale agisce invece sul ricambio: prevede una riduzione concordata dell’orario per i lavoratori senior prossimi al pensionamento, creando spazio per nuove assunzioni e per un periodo di affiancamento.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Qui il documento inserisce l’avvertimento più netto: la staffetta «non deve diventare uno strumento per abbassare il costo del lavoro». Servono clausole che garantiscano parità di trattamento economico e normativo, evitando che i giovani entrino con condizioni peggiori dei colleghi che sostituiscono. Se la staffetta coincide con l’uscita di un dipendente esperto e l’ingresso di uno junior pagato meno, l’azienda risparmia ma perde buona parte del valore dello strumento. Il vero rendimento sta nell’affiancamento: il senior trasferisce conoscenze che raramente entrano in procedure e manuali, mentre l’impresa limita la dispersione di competenze.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il confronto con la Germania mostra un’impostazione strutturata. Nel modello ricostruito dal dossier, la job rotation è collegata alle politiche attive e alla formazione continua: un dipendente può assentarsi temporaneamente per riqualificarsi e il suo posto viene coperto da una persona disoccupata, formata per la mansione. In Italia la rotazione resta soprattutto uno strumento di gestione interna.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="22505">I numeri spiegano perché questo collegamento conta. Alla difficoltà di reperimento si accompagna una quota di Neet (giovani che non studiano e non lavorano) tra i 18 e i 24 anni pari al 16,1%, contro il 10% della Germania, il 4,6% dei Paesi Bassi e una media UE22 del 14,2%. Il documento legge il problema come una carenza strutturale di profili tecnici e professionali adatti alla transizione digitale ed ecologica. Per le imprese significa che cercare competenze già pronte restringe ulteriormente un bacino insufficiente: servono rapporti più stabili con istruzione tecnica e professionale, apprendimento sul lavoro e formazione continua.</div>
<div class="article-body">
<p>Dentro questa impostazione cambia anche il ruolo assegnato ai giovani. Rosina invita a costruire un confronto «che non si limiti a riscrivere il Patto generazionale “per” i giovani, ma “con” i giovani e “per l’intero Paese”». Per le aziende significa ascoltare aspettative e bisogni senza tradurli automaticamente in concessioni: capire perché una persona entra, cosa le permette di crescere e quali condizioni possono convincerla a restare.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il documento richiama anche due aspetti che incidono sulla qualità dell’ingresso: tempi di lavoro e sicurezza. L’Italia registra una media di 37,4 ore settimanali, tra le più alte fra le principali economie europee considerate, mentre diversi Paesi hanno già sperimentato modelli di settimana compressa o ridotta. Sul fronte della sicurezza, il dossier sottolinea il legame tra discontinuità occupazionale e infortuni e, nei Pcto (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento), segnala una «pericolosa distanza tra finalità educative e rischi effettivi» in assenza di monitoraggi capillari.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il nodo più difficile da ignorare resta però quello delle uscite. Il dossier stima in circa 16 miliardi di euro l’anno il costo economico del capitale umano che lascia il Paese. Tra il 2011 e il 2024 il saldo migratorio giovanile è stato di -441mila unità e, per ogni giovane qualificato che entra in Italia, nove si trasferiscono all’estero. Il fenomeno coinvolge anche profili operativi, servizi, logistica e sanità e la “fuga dei cervelli” racconta quindi solo una parte del problema: a spingere fuori sono anche salari, stabilità e qualità complessiva del lavoro.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per le aziende il Patto Generazionale assume così un significato pratico: progettare il ricambio prima che l’uscita dei senior diventi un’emergenza, mappare le competenze che rischiano di andare perse e costruire periodi reali di affiancamento. Significa usare la rotazione per sviluppare professionalità più ampie e collegare la formazione ai cambiamenti tecnologici.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La demografia rende la scelta meno rinviabile. Secondo il documento, la popolazione giovanile è scesa da 15 a 10 milioni nell’arco di trent’anni e nel prossimo decennio la forza lavoro potrebbe ridursi di 2,5 milioni di occupati. La staffetta, quindi, va oltre la semplice sostituzione anagrafica: riguarda la convivenza tra età e competenze diverse nello stesso luogo di lavoro.</p>
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<div class="article-body">
<p>Il nodo principale riguarda sicuramente il modo in cui le imprese misurano il costo delle persone. Se il risparmio ottenuto all’ingresso vale più del sapere che esce dalla porta con un lavoratore esperto, la staffetta perde la sua funzione. Se invece il passaggio generazionale diventa un processo organizzato, con formazione e tutele coerenti, il ricambio può trasformarsi in una leva competitiva.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Undici milioni di rapporti di lavoro raccontano perché si resta o si va</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 08:29:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. De Luca, presidente del Consiglio nazionale dei Consulenti del lavoro, sui giovani da assumere: «La Gen Z chiede di essere ascoltata e accompagnata, non semplicemente inserita. E serve un contratto adeguato»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va/">Undici milioni di rapporti di lavoro raccontano perché si resta o si va</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Un giovane assunto non è un profilo già pronto da mettere a rendimento dal primo giorno. È una persona da accompagnare, formare e inserire dentro una prospettiva riconoscibile. Rosario De Luca, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, parte da qui per leggere il rapporto tra imprese e Generazione Z. La difficoltà nel trattenere i più giovani, sostiene, nasce soprattutto dalla qualità dell’organizzazione: «L’errore principale è considerare il giovane come una risorsa immediatamente produttiva, senza investire nella sua crescita».</p>
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<div class="article-body-full">
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<div class="article-body">
<p>Il mercato del lavoro ha cambiato segno. L’Italia ha superato i 24 milioni di occupati e la disoccupazione è scesa sotto la media europea. Per molte aziende la questione si è spostata dalla ricerca di un posto alla ricerca delle competenze necessarie per coprirlo. Secondo le rilevazioni Excelsior di Unioncamere richiamate da De Luca, oltre il 45-50% delle assunzioni programmate presenta difficoltà di reperimento. In questa strettoia le imprese competono anche sulla propria capacità di convincere un candidato a scegliere un’organizzazione e, soprattutto, a restarvi. L’attrattività diventa così una voce della strategia industriale: incide sui tempi di selezione, sulla continuità dei reparti e sulla capacità di innovare.</p>
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<div class="article-body">
<p>La definizione di “generazione difficile” rischierebbe dunque di nascondere un problema aziendale. «Il problema è prevalentemente organizzativo. Esistono imprese che hanno saputo evolversi e altre che continuano a usare modelli costruiti per un mercato del lavoro che non esiste più. Oggi le aziende devono diventare più attrattive».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
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<div class="article-body">
<p>Il primo banco di prova arriva già durante la selezione. Processi lunghi, risposte tardive e informazioni vaghe sul ruolo consumano fiducia prima dell’ingresso. Dopo l’assunzione, il quadro spesso resta poco leggibile: mansioni indefinite, progressioni affidate all’anzianità, feedback sporadici. A questo si aggiunge una cultura manageriale che misura la presenza invece del risultato. Per un giovane abituato a cercare riscontri rapidi, il silenzio dell’organizzazione viene interpretato come assenza di prospettiva.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="24277"></div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 368px" class="wp-caption alignleft"><a title="Rosario De Luca, presidente nazionale dei Consulenti del Lavoro" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va_bd4e9804-a514-11f1-866d-ec685075f526_1920_1280.JPG" data-title="Rosario De Luca, presidente nazionale dei Consulenti del Lavoro"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="lozad" title="Rosario De Luca, presidente nazionale dei Consulenti del Lavoro" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/cache/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va_bd4e9804-a514-11f1-866d-ec685075f526_1920_1280_v3_large_libera.JPG" alt="Undici milioni di rapporti di  lavoro raccontano perché si resta o si va" width="368" height="245" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/cache/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va_bd4e9804-a514-11f1-866d-ec685075f526_1920_1280_v3_large_libera.JPG" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Rosario De Luca, presidente nazionale dei Consulenti del Lavoro</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">La retribuzione ha comunque un peso importante nelle scelte professionali della Gen Z. «Resta fondamentale, soprattutto con l’aumento del costo della vita. Oggi, però, i giovani valutano il pacchetto complessivo: formazione, welfare aziendale, flessibilità organizzativa, possibilità di crescita, equilibrio tra vita privata e lavoro e qualità dell’ambiente professionale». De Luca richiama il Trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi più strutturati, dove la paga si accompagna a tutele, servizi e formazione. Per le imprese significa spostare il confronto dal solo importo mensile al valore concreto dell’esperienza lavorativa offerta.</p>
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<div class="article-body">
<p>Il punto più fragile resta la formazione. Molte aziende dichiarano di non trovare candidati adeguati e, nello stesso tempo, cercano profili già perfettamente aderenti alla posizione. «Il capitale umano si costruisce», osserva De Luca. Il mismatch tra domanda e offerta non si risolve allungando l’elenco dei requisiti in un annuncio. Richiede investimenti, tempo dedicato all’apprendimento e responsabilità condivise tra chi entra e chi già conosce processi e clienti.</p>
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<div class="article-body">
<p>In questo passaggio onboarding e tutoraggio smettono di essere procedure accessorie. I primi mesi decidono spesso la permanenza. Un ingresso strutturato chiarisce aspettative e strumenti; la presenza di un tutor riduce gli errori e rende più rapido il trasferimento delle competenze. Anche il feedback deve diventare regolare, concreto, legato al lavoro svolto. «I giovani chiedono di essere ascoltati e accompagnati, non semplicemente inseriti nell’organizzazione».</p>
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<div class="article-body">
<p>La mobilità frequente viene ancora letta come mancanza di fedeltà. De Luca rovescia il punto di osservazione: «Se un lavoratore non vede prospettive di crescita, cambiare azienda diventa una scelta razionale. La fidelizzazione si ottiene offrendo prospettive credibili, formazione continua e sistemi premianti basati sui risultati». Il contratto conta. Stabilità e retribuzioni iniziali adeguate rafforzano la fiducia reciproca, mentre la richiesta di coinvolgimento perde forza quando poggia su condizioni precarie. La crescita dell’occupazione a tempo indeterminato registrata negli ultimi anni, ricorda il presidente, conferma che la stabilità conserva valore per entrambe le parti.</p>
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<div class="article-body">
<p>Le differenze tra generazioni possono produrre tensioni, soprattutto nei linguaggi e nel rapporto con l’autorità. Possono anche diventare una leva organizzativa. I lavoratori esperti custodiscono conoscenze operative e relazioni maturate nel tempo; i più giovani portano familiarità digitale e rapidità di apprendimento. «Il vero obiettivo è favorire il dialogo tra generazioni attraverso mentoring reciproco e lavoro di squadra». Non basta affiancare età diverse nello stesso ufficio: servono occasioni in cui il passaggio di competenze avvenga in entrambe le direzioni.</p>
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<div class="article-body">
<p>Qui entra il ruolo dei consulenti del lavoro, soprattutto nelle piccole e medie imprese, che rappresentano oltre il 99% del tessuto produttivo italiano. «Non ci limitiamo agli adempimenti amministrativi. Accompagniamo l’impresa nella scelta del contratto più adeguato, nei sistemi di welfare, nei premi di risultato, nella formazione e nell’organizzazione del lavoro». La categoria gestisce ogni giorno circa 10 milioni di rapporti e dispone quindi di un osservatorio ravvicinato sulle ragioni per cui un’assunzione funziona oppure si interrompe.</p>
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<div class="article-body">
<p>Per De Luca le priorità partono dalla formazione stabile e da percorsi di crescita trasparenti, verificabili nel tempo. La terza area riguarda la qualità del lavoro, che comprende benessere e partecipazione ai risultati aziendali. Sono scelte destinate a pesare ancora di più con l’inverno demografico. Entro il 2040, ricorda il presidente, l’Italia potrebbe perdere circa quattro milioni di persone in età lavorativa. Il margine per disperdere competenze si restringe. Ogni ingresso lasciato senza guida, ogni promessa di carriera rimasta vaga e ogni uscita evitabile diventeranno un costo più alto per l’impresa e per il sistema produttivo.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va/">Undici milioni di rapporti di lavoro raccontano perché si resta o si va</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La Gen Z vuole sapere quanto vale: ora la legge è costretta a dirglielo</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 12:14:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.deltaindex.it/?p=10397</guid>

					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Con il recente decreto la fascia retributiva entra negli annunci, come da tempo chiedonoi giovani e non solo. Tironi (PwC Tls): «Il salario è il punto di arrivo, prima vengono mansioni e inquadramenti»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo/">La Gen Z vuole sapere quanto vale: ora la legge è costretta a dirglielo</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Per i più giovani chiedere subito la fascia retributiva non è un’indiscrezione, ma il primo requisito di un’offerta credibile. Dall’inizio di quest’estate questa aspettativa è diventata un obbligo: gli annunci devono indicare lo stipendio o la fascia prevista, mentre è vietato chiedere la retribuzione precedente. Per le imprese è ora un obbligo giuridico e una verifica dei processi Hr.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il cambio di passo arriva con il decreto legislativo 7 maggio 2026, n. 96, che recepisce la direttiva europea 2023/970 sulla parità di retribuzione per uno stesso lavoro o per lavori di pari valore. La norma si applica ai datori pubblici e privati: la fascia economica deve poggiare su criteri oggettivi e neutrali rispetto al genere, mentre gli annunci devono evitare formulazioni discriminatorie.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per chi cerca lavoro, soprattutto i più giovani, conoscere subito la fascia economica è un elemento decisivo nella scelta del datore. Per l’azienda implica spiegare quanto vale una posizione: è qui che si gioca il rapporto con la Gen Z, che riduce l’asimmetria tra candidato e impresa fin dal primo contatto.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Un passo avanti per tutti</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Avere la retribuzione dichiarata è un passo avanti per tutti, a prescindere dal genere», osserva Francesca Tironi, Employment partner di PwC Tls. Finora l’offerta economica veniva spesso costruita partendo dall’ultima busta paga, con l’effetto di trascinare da un impiego all’altro una disparità nata anni prima. «Chi era stato inquadrato o pagato in modo inadeguato continuava a rimanere dentro quel meccanismo. Oggi la risorsa deve essere valutata per il curriculum, l’esperienza e ciò che può offrire nel nuovo ruolo».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La trasparenza entra poi nella vita quotidiana dell’organizzazione. I lavoratori possono chiedere per iscritto i livelli retributivi medi delle categorie che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore, con dati distinti per sesso. Il datore deve rispondere entro due mesi, tutelando la riservatezza dei colleghi: un equilibrio particolarmente delicato nei gruppi composti da poche persone.</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 223px" class="wp-caption alignleft"><a title="Francesca Tironi, Employment partner di PwC Tls" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/10/photos/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo_7f633b60-94b3-11f1-b6cf-274e34e56b6a_1920_2642.jpeg" data-title="Francesca Tironi, Employment partner di PwC Tls"><img decoding="async" class="lozad" title="Francesca Tironi, Employment partner di PwC Tls" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/10/photos/cache/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo_7f633b60-94b3-11f1-b6cf-274e34e56b6a_1920_2642_v3_medium_libera.jpeg" alt="La Gen Z vuole sapere quanto vale: ora la legge è costretta a dirglielo" width="223" height="307" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/10/photos/cache/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo_7f633b60-94b3-11f1-b6cf-274e34e56b6a_1920_2642_v3_medium_libera.jpeg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Francesca Tironi, Employment partner di PwC Tls</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">La portata della norma va oltre il confronto tra uomini e donne. Un dipendente potrà osservare la media riferita al proprio sesso e capire quanto la sua posizione se ne discosti. «È uno degli aspetti meno compresi &#8211; sottolinea Tironi -. Il dato fa emergere il divario di genere, ma permette anche a ciascuno di valutare la propria collocazione rispetto alla fascia. Questo potrebbe produrre un effetto persino più dirompente del confronto iniziale».</p>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Al centro del nuovo sistema c’è il concetto di «pari valore», che non coincide con l’identità delle mansioni. Due lavori diversi possono essere comparabili quando richiedono competenze, responsabilità e impegno equivalenti. Per le direzioni Hr significa rivedere la pesatura delle posizioni e rendere documentabili criteri formati spesso per consuetudine.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>È qui che il gender pay gap mostra la sua parte meno visibile. La differenza media tra le retribuzioni si costruisce ben prima della busta paga: nasce nella distribuzione di uomini e donne tra gli indirizzi di studio, prosegue nella scelta delle professioni e si consolida nell’accesso alle posizioni apicali. «Il salario è il punto di arrivo», spiega Tironi. «Prima vengono le mansioni e gli inquadramenti, poi i percorsi di carriera. Il dato economico permette di tornare indietro e capire quali processi lo hanno generato».</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="89295">Gli assessment svolti da PwC TLS per i propri clienti, precisa l’avvocata, non costituiscono una ricerca rappresentativa del mercato italiano, ma offrono alcune indicazioni. «Tra un uomo e una donna che ricoprono lo stesso ruolo, le differenze sul fisso e sul variabile risultano spesso più contenute di quanto si pensasse. Il divario emerge nella distribuzione: nelle funzioni meglio pagate e ai vertici continuano a esserci più uomini».</div>
<div class="article-body">
<p>Un direttore finanziario e un responsabile delle risorse umane possono avere entrambi un peso determinante nelle scelte aziendali, ma il primo è stato storicamente retribuito di più ed è stato occupato soprattutto da uomini. La disciplina obbliga quindi a interrogarsi sul valore attribuito alle funzioni e sulle ragioni che sostengono le gerarchie salariali.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per i datori con almeno cento dipendenti arriva anche il reporting. Le imprese con 250 addetti o più dovranno comunicare i primi dati entro il 7 giugno 2027 e ripetere l’operazione ogni anno. Quelle tra 150 e 249 dipendenti avranno la stessa scadenza, con cadenza triennale; per la fascia tra 100 e 149 addetti l’obbligo partirà nel 2031.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Quando in una categoria emerge una differenza media pari almeno al 5 per cento, priva di una giustificazione oggettiva e rimasta senza correzione per sei mesi, l’impresa deve avviare una valutazione congiunta con i rappresentanti dei lavoratori. L’analisi tocca classificazioni, progressioni economiche e congedi. La compliance non si esaurisce in un prospetto: richiede di capire come sono state prese le decisioni.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Il rischio del contenzioso</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Tironi invita a evitare letture allarmistiche sul contenzioso. Le aziende soggette al reporting dispongono di un percorso di analisi e confronto prima dell’eventuale giudizio. Il punto critico potrebbe riguardare le realtà più piccole, escluse dalla rendicontazione periodica ma tenute a rispettare i diritti informativi. Un dato consegnato senza spiegazioni può alimentare tensioni. Prepararsi richiede una mappatura dei ruoli e delle retribuzioni, accompagnata dalla verifica di bonus e avanzamenti.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Occorre formare i manager che conducono i colloqui e costruire una comunicazione interna capace di spiegare perché due posizioni ricevono trattamenti differenti. Il segreto salariale lasciava margini di discrezionalità; la trasparenza chiede coerenza e decisioni dimostrabili.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Employer branding per i giovani</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per la Gen Z il modo in cui l’impresa affronterà questo passaggio sarà parte dell’employer branding. Un annuncio chiaro e una politica retributiva comprensibile raccontano più di molte dichiarazioni sulla cultura aziendale. Le organizzazioni preparate potranno rafforzare la fiducia e rendere più credibili le prospettive di crescita; le altre rischiano di scoprire le proprie incoerenze quando saranno candidati o dipendenti a chiedere conto dei numeri.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La legge rende visibile la distanza, mentre la sua riduzione passa anche dai congedi parentali, dai servizi per l’infanzia e dall’accesso delle donne ai ruoli dirigenziali. «Le attività di cura e di sostegno alle famiglie sono importanti quanto quelle di chi fa business e quelle esperienze sviluppano competenze che le organizzazioni hanno preso poco in considerazione. La trasparenza apre i conti: alle imprese spetta ora spiegare come li hanno costruiti e, dove serve, cambiare il metodo, senza giudizio, perché siamo tutti consapevoli del nostro passato, ma con l’obiettivo di cambiare quello che oggi non funziona più e non è più di attualità» conclude Tironi.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Generazione Z, sei giovani su dieci temono un lavoro che non sapranno amare</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/generazione-z-sei-giovani-su-dieci-temono-un-lavoro-che-non-sapranno-amare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 07:42:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Ricerca dell’Hub della Conoscenza su 6.000 studenti lombardi fa cadere il mito che ai ragazzi non interessi lo stipendio: stabilità economica uno degli obiettivi principali</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/generazione-z-sei-giovani-su-dieci-temono-un-lavoro-che-non-sapranno-amare/">Generazione Z, sei giovani su dieci temono un lavoro che non sapranno amare</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Sei studenti lombardi su dieci hanno paura di ritrovarsi, un giorno, in un lavoro che non amano. È il dato più preoccupante di «Next Gen Power», la ricerca condotta su oltre 6.000 studenti delle scuole superiori da Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano, per l’Hub della Conoscenza che dialoga con Delta Index e ne condivide l’impostazione: capire le nuove generazioni serve, prima di tutto, a capire cosa chiedono al lavoro. Ed è un dato che riguarda direttamente le aziende: chi sa leggerlo ha in mano uno strumento in più per diventare un datore di lavoro più attrattivo.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Perché di lavoro, in fondo, parlano anche i capitoli della ricerca che sembrano occuparsi d’altro. Nel capitolo dedicato alla scuola, il 41% degli studenti lamenta un collegamento troppo debole con il mondo del lavoro. In quello sull’intelligenza artificiale, quasi uno studente su due (47%) teme che la tecnologia porti via posti di lavoro. E nelle risposte aperte, dove i ragazzi hanno potuto scrivere con parole proprie cosa temono per il futuro, il tema dell’inserimento lavorativo e dell’autonomia economica raccoglie da solo quasi la metà delle citazioni. Il lavoro è la lente attraverso cui questi 6.000 ragazzi lombardi guardano il proprio futuro. La ricerca, promossa dall’Hub della Conoscenza con il supporto di Cassa Padana Bcc, Anci Lombardia e della rete Informagiovani di Anci Lombardia, è stata presentata al Festival dell’Economia di Trento.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Il mito sfatato</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il primo dato smentisce uno stereotipo ricorrente, quello dei «giovani che non vogliono lavorare». Il 54% degli studenti indica l’indipendenza economica come principale obiettivo di vita, il 53% vuole stare bene con se stesso, il 52% desidera un lavoro coerente con le proprie passioni e il 47% considera fondamentale l’equilibrio tra vita personale e professionale. Parole d’ordine pragmatiche, non ideologiche: stabilità, coerenza, sostenibilità. Anche nelle risposte aperte il tono resta pragmatico più che ideologico: un’altra fetta consistente di risposte, il 39%, mette al centro il benessere personale e la qualità della vita più che la carriera in sé.</p>
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<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
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<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4eb7f4fa-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_419.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/cache/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4eb7f4fa-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_419_v3_large_libera.jpg" alt="Il 60% della Generazione Z teme un lavoro che non saprà amare" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/cache/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4eb7f4fa-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_419_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Ma la stessa area tematica racconta anche l’altra faccia della medaglia. Il 60% degli intervistati teme di essere costretto a svolgere un lavoro che non ama, il 45% ha paura di non trovare opportunità adeguate, quasi altrettanti (44%) temono semplicemente di non riuscire a raggiungere una condizione stabile, il 31% teme di dover accettare troppi compromessi e il 30% dichiara apertamente di sentirsi potenzialmente «non all’altezza». È un dato che smentisce un altro luogo comune, quello dei giovani a cui «non interessa lo stipendio»: la paura di non raggiungere la stabilità economica dice l’esatto contrario, perché dietro c’è il bisogno concreto di costruirsi una vita &#8211; una casa, una famiglia, un’autonomia &#8211; che senza stabilità resta un progetto sulla carta. Un dato che per le imprese ha un peso specifico enorme: non è la motivazione a mancare, è la fiducia di trovare un contesto capace di accoglierla e valorizzarla. Gli studenti non immaginano vite facili, scrivono i ricercatori, ma sostenibili: con equilibrio tra lavoro, benessere mentale e possibilità di progettare il futuro.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Scuola, gap con il lavoro</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il rapporto con il sistema scolastico emerge come uno dei nodi più critici. Il 60% degli studenti cambierebbe il sistema di valutazione e il carico di studio, il 53% le metodologie didattiche; torna anche qui il nodo del collegamento debole con il mondo del lavoro (41%), già anticipato in apertura. Nelle risposte aperte, il tema del carico di studio e della valutazione da solo raccoglie il 31% delle citazioni, con toni prevalentemente critici e la richiesta esplicita di sistemi più equi; il collegamento con il mondo del lavoro, pur pesando meno in termini quantitativi (16%), viene descritto come urgente: tirocini, orientamento, competenze pratiche sono percepiti come un vuoto da colmare subito, non a percorso concluso. Dalle risposte aperte affiora la richiesta esplicita di più educazione finanziaria, competenze pratiche, orientamento professionale ed educazione emotiva: strumenti che gli studenti percepiscono come assenti proprio nel passaggio più delicato, quello verso l’ingresso nel mercato del lavoro.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>IA, usata ma non insegnata</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="15218">Sul fronte tecnologico il 71% degli adolescenti utilizza già strumenti di intelligenza artificiale per lo studio e la scrittura, ma il 56% ritiene che la scuola non stia fornendo competenze adeguate per affrontare la trasformazione in corso. La paura principale, però, non è la sostituzione del proprio ruolo lavorativo: il 62% teme soprattutto la perdita della creatività umana e del valore distintivo delle persone in una società sempre più automatizzata, contro il 47% che teme la perdita di posti di lavoro.</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<p class="zoom-gallery new libera left"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4f31355e-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_3140.jpg"><img decoding="async" class="lozad alignleft" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/cache/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4f31355e-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_3140_v3_medium_libera.jpg" alt="Il 60% della Generazione Z teme un lavoro che non saprà amare" width="303" height="496" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/cache/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4f31355e-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_3140_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></p>
</div>
<p>Tra le competenze considerate cruciali per il futuro, gli studenti indicano al primo posto quelle digitali e tecnologiche (68%), seguite dalla capacità di adattarsi e imparare continuamente (54%) e dal pensiero critico (34%). Una generazione che convive già con l’intelligenza artificiale, ma che chiede di poterla governare invece di subirla, e che imputa proprio alla scuola il ritardo nel fornire gli strumenti per farlo in modo consapevole.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Il peso della geopolitica</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il dato più netto riguarda però la percezione del contesto globale. L’80% degli intervistati considera guerre e conflitti il principale rischio per la propria vita futura, mentre il 66% teme crisi economiche e instabilità sociale, il 37% l’instabilità politica. Nelle risposte aperte il rischio economico domina con il 39% delle citazioni – inflazione e costo della vita percepiti come la preoccupazione più concreta e immediata – seguito dagli scenari di conflitto, che generano un’ansia diffusa e «sentita come reale e vicina» nelle parole dei ricercatori.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Sul fronte dell’informazione emerge un paradosso: il 42% denuncia un eccesso di notizie che genera confusione, il 44% ritiene che i temi internazionali siano raccontati in modo poco chiaro, il 39% li giudica semplicemente troppo complessi.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Più che disinteressati, i ragazzi appaiono sopraffatti dalla complessità del presente: percepiscono la politica internazionale come lontana dalla vita quotidiana, ma non per mancanza di curiosità.</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Cosa cambia per le aziende</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per le imprese lombarde, i dati di Next Gen Power raccontano qualcosa che riguarda anche il mondo del lavoro che questi ragazzi troveranno tra pochi anni. La difficoltà delle aziende ad attrarre e trattenere i giovani non nasce da un rifiuto del lavoro, ma da una distanza tra ciò che i ragazzi cercano &#8211; stabilità, un lavoro coerente con le proprie passioni, un ambiente che non tradisca la fiducia riposta &#8211; e quello che trovano davvero quando entrano in azienda.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La paura di «non essere all’altezza» riguarda da vicino il primo periodo in azienda: se i primi mesi non sono seguiti bene, quell’ansia rischia di trasformarsi in un abbandono precoce. La richiesta di orientamento e di competenze pratiche riguarda la formazione interna, che spesso è pensata per chi ha già esperienza e non per chi deve ancora costruirsela. E il timore di perdere valore umano nell’uso dell’intelligenza artificiale ricorda alle aziende che le competenze digitali da sole non bastano: servono affiancate a quelle relazionali e critiche. Non basta più dirsi accoglienti verso i giovani: bisogna dimostrarlo nei fatti, fin dal primo giorno.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>È una lettura che va nella stessa direzione di quanto osserva Delta Index studiando il rapporto tra aziende e nuove generazioni: la ricerca del Politecnico guarda a questi temi dal punto di vista dei ragazzi, Delta Index dal punto di vista delle imprese. Messe insieme, le due prospettive raccontano la stessa urgenza.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Controllare non basta più, i giovani cercano manager capaci di seguirli</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 07:53:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. L’Osservatorio Delta Index rivela: solo il 2% delle imprese condivide le priorità della Gen Z. Coach Romagna (Top voice LinkedIn): «Il micromanagement nasce da bravi operativi mai formati a gestire le persone».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli/">Controllare non basta più, i giovani cercano manager capaci di seguirli</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il curriculum apre le porte di un’azienda, poi una volta a bordo, a rendere il lavoro un’esperienza positiva o meno, è spesso il rapporto quotidiano con il proprio responsabile. Su questo punto <b>Federica Romagna, coach che da anni affianca imprese, manager e candidati, Top voice di LinkedIn che collabora con l’Osservatorio Delta Index</b>, parte da un dato che l’Osservatorio ha pubblicato qualche settimana fa: solo il 2% delle imprese condivide le stesse priorità dei propri giovani talenti. Da una parte i manager mettono al primo posto ambizione, sacrificio, presenza in ufficio, risultati. Dall’altra i giovani cercano equilibrio di vita. «Forse dicono la stessa cosa in modo diverso, e invece di trovare una via comune vanno allo scontro» osserva Romagna. A questo si somma un pregiudizio duro a morire: quello dei giovani come persone senza voglia di fare. Un’etichetta che, secondo la coach, racconta più chi la usa che chi la subisce.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Il cambio di paradigma</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>«I manager di oggi sono cresciuti con l’idea che il lavoro coincidesse con l’identità personale» spiega Romagna. Il successo si misurava con le ore passate in ufficio: più tempo, più valore. «I giovani hanno visto altro. Spesso i propri genitori andare in burnout, per aziende che non li hanno mai premiati». Per questo il lavoro, per loro, resta importante ma diventa una parte della vita, non tutta la vita.</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 198px" class="wp-caption alignleft"><a title="Federica Romagna, coach e Top voice di LinkedIn" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_2653d048-840f-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1920.jpg" data-title="Federica Romagna, coach e Top voice di LinkedIn"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Federica Romagna, coach e Top voice di LinkedIn" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/cache/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_2653d048-840f-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1920_v3_large_libera.jpg" alt="Controllare non basta più, i giovani cercano manager capaci di seguirli" width="198" height="198" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/cache/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_2653d048-840f-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1920_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Federica Romagna, coach e Top voice di LinkedIn</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">«Non è mancanza di motivazione, è un diverso tipo di motivazione. Se il manager non offre gli strumenti giusti, il giovane non si attiva. Ma questo non significa che non voglia lavorare». Il rischio, per le aziende ferme a un modello degli anni Novanta, è perdere l’innovazione che i giovani potrebbero portare, se solo venisse dato loro più spazio. «Il giovane non cerca più solo un posto di lavoro o lo stipendio a fine mese. Cerca un luogo dove riconoscersi, un ruolo dove potersi esprimere» aggiunge Romagna. Le due visioni, quella dei manager e quella dei giovani, per lei restano conciliabili: basterebbe ascoltarsi invece di misurarsi a distanza. «Se venisse dato loro più spazio, credo che potremmo assistere a dei veri salti di qualità. Anche aziende ancora ferme a modelli datati potrebbero trovare un’innovazione che oggi, dall’interno, fanno fatica a generare da sole».</p>
</div>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Controllare o guidare?</h3>
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<div class="article-body">
<p>Il secondo nodo riguarda il controllo. «Controllare significa dire esattamente i passi da seguire, come si è sempre fatto. Guidare significa condividere l’obiettivo, dare gli strumenti e lasciare che il metodo lo trovi la persona». Il micromanagement, spiega Romagna, nasce spesso da un problema strutturale: «Chi viene promosso a responsabile arriva dall’operatività e replica l’unico modello che conosce, perché nessuno lo ha formato a guidare le persone. La crescita professionale avviene per anzianità o per merito, ma il merito resta spesso legato all’operatività. Così si mette in un ruolo manageriale chi non ha le competenze per gestire persone». Il fenomeno riguarda soprattutto i responsabili intermedi, i «capetti» più che i vertici aziendali. Chi guida invece di controllare, spiega Romagna, forma leader indipendenti: «Persone che si sentono parte dell’azienda e libere di esprimersi appieno».</p>
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<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="Il capo che non basta più" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_d5ed70f0-840e-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1742.jpg" data-title="Il capo che non basta più"><img decoding="async" class="lozad" title="Il capo che non basta più" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/cache/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_d5ed70f0-840e-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1742_v3_large_libera.jpg" alt="Controllare non basta più, i giovani cercano manager capaci di seguirli" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/cache/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_d5ed70f0-840e-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1742_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption></figcaption></figure>
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<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Il perché non è una ribellione</h3>
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<div class="article-body">
<p>C’è poi un tema di comunicazione. I manager tendono a decidere e non spiegare. I ragazzi sono abituati a chiedere il perché. I primi lo leggono come mancanza di rispetto, i secondi come mancanza di trasparenza. «Il perché non è un gesto di ribellione: è il modo in cui il giovane cerca di lavorare al meglio. Ha bisogno di capire a cosa serve una cosa, quali sono gli obiettivi aziendali». Spesso basterebbe pochissimo, aggiunge Romagna: «Un messaggio su uno strumento che i ragazzi già usano, senza bisogno di convocare riunioni formali per ogni chiarimento. Ed è proprio su questo attrito, quando si ripete senza mai trovare ascolto, che matura la decisione di andarsene. Non per ribellione, ma perché il giovane non si sente più libero di portare il proprio contributo».</p>
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<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Feedback continuo, non annuale</h3>
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<div class="article-body">
<p>Anche la valutazione va ripensata. «Il mondo del lavoro cambia troppo in fretta per aspettare la riunione annuale. I giovani cercano un confronto costante, che permetta di correggere subito il tiro». Bastano anche solo un quarto d’ora al mese: il punto non è la frequenza formale, ma l’attenzione continua. «Se non ho mai avuto un momento di confronto con una persona, non posso stupirmi se dopo un anno si dimette. Se sono attenta, posso intercettare il problema prima, e magari trovare una collocazione diversa. Più felice per lei, più produttiva per l’azienda». È un do ut des, aggiunge Romagna: l’ascolto costante non è un favore concesso al giovane, ma un investimento diretto sulla tenuta dell’azienda stessa. Un problema di fondo, per la coach, resta il gap generazionale: «Chi è in azienda da tempo spesso non ha gli strumenti per adattarsi a un modo di vivere il lavoro così diverso dal proprio».</p>
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<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>L’anzianità non è competenza</h3>
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<div class="article-body">
<p>Romagna non fa giri di parole sull’equazione più anni uguale più valore: «È un bias di valutazione. L’anzianità porta esperienza e conoscenza del contesto, elementi preziosi. Ma l’adattabilità e la propensione all’apprendimento continuo, che spesso hanno i giovani, superano di gran lunga gli anni di servizio». Molte aziende, osserva, non hanno nemmeno percorsi di carriera definiti: il giovane non sa quali competenze potrà acquisire, a prescindere dal traguardo di un ruolo apicale. Non è un caso che, secondo i dati citati da Romagna, solo il 6% della Gen Z aspiri oggi a ruoli dirigenziali di alto livello: «Il modello manageriale che hanno davanti, spesso, non li rappresenta. Quando l’azienda non offre una prospettiva chiara, restano due strade: le dimissioni, oppure il cosiddetto quiet quitting, il minimo indispensabile per portare a casa lo stipendio, senza più investire davvero».</p>
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<div id="scroll6" class="article-body">
<h3>I manager che ce la fanno</h3>
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<div class="article-body">
<p>Esistono comunque, secondo Romagna, manager che invertono la rotta: «Sono persone che riescono ad andare oltre il ruolo. Riescono a vedere il talento della persona, a prescindere da tutto il resto». Spesso non vivono la propria posizione come un luogo di potere, ma come uno spazio di responsabilità verso gli altri. Diventano mentori più che controllori, e costruiscono una cultura aziendale dove sbagliare non è una colpa da nascondere, ma un passaggio necessario per crescere. «Se un giovane può alzare la mano e dire non ho capito, senza sentirsi in difetto, allora la cultura aziendale è più sana. E la persona resta». Restano pochi, conclude la coach. Ma dimostrano che il cambiamento, prima ancora che organizzativo, è culturale.</p>
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		<title>Le aziende non trovano chi cercano. Lauree e diplomi Its, tra i più rari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Busi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 07:35:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. I dati Excelsior 2025 letti dall’Osservatorio Delta Index indicano 2,7 milioni di posizioni introvabili in Italia. Ivana Pais (professoressa Università Cattolica): «Più chiedono formazione, meno offrono condizioni competitive».</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Trovare competenze nell’era dello shock demografico non è più una semplice sfida di selezione, ma di posizionamento sul mercato. Per il tessuto produttivo italiano, l’approvvigionamento di capitale umano qualificato ha raggiunto un livello di criticità senza precedenti, trasformando l’employer branding da opzione di marketing a leva di sopravvivenza industriale.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">I dati emersi dal recente report Excelsior, esaminati dall’Osservatorio Delta Index, delineano uno scenario di profonda polarizzazione. A fronte di una domanda complessiva imponente &#8211; con 5.807.300 attivazioni contrattuali previste dalle imprese (di cui il 67,4% concentrate nei servizi e il 15,7% nel manifatturiero) &#8211; il sistema si scontra con una barriera strutturale: il 47% delle figure professionali ricercate (circa 2.727.000 posizioni) risulta di difficile reperimento.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Il ricambio generazionale</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Un nodo che stringe da vicino le strategie di ricambio generazionale delle aziende, considerando che la domanda rivolta alle coorti under 30 si attesta a 1.128.903 unità (pari al 27,5% del fabbisogno totale), con una sotto-quota di 466.166 entrate destinate specificamente alla fascia under 24. Analizzando queste coorti per livello di istruzione a livello nazionale, la forza lavoro under 30 copre il 36% della domanda totale di diplomati, il 33,4% dei diplomati Its Academy e il 25,7% dei laureati.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">L’analisi quantitativa rivela un paradosso: la difficoltà di reperimento aumenta proporzionalmente al livello di specializzazione tecnica richiesto. Se la scuola dell’obbligo registra tensioni minori, i profili provenienti dalle Its Academy toccano il picco di introvabilità al 57,3%, seguiti dai laureati al 50,9% (quasi 343.000 posizioni scoperte su 673.283 richieste). Nella maggior parte dei casi (66%), l’ostacolo principale è l’assenza totale di candidati, mentre nel 3% dei casi la causa è l’inadeguatezza della preparazione.</div>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 190px" class="wp-caption alignleft"><a title="Ivana Pais, docente dell'Università Cattolica" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/6/photos/le-aziende-non-trovano-chi-cercano-lauree-e-diplomi-its-tra-i-piu-rari_9646a468-7909-11f1-8927-20af79b413ba_1920_1280.jpeg" data-title="Ivana Pais, docente dell'Università Cattolica"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Ivana Pais, docente dell'Università Cattolica" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/6/photos/cache/le-aziende-non-trovano-chi-cercano-lauree-e-diplomi-its-tra-i-piu-rari_9646a468-7909-11f1-8927-20af79b413ba_1920_1280_v3_large_libera.jpeg" alt="Le aziende non trovano chi cercano. Lauree e diplomi Its, tra i più rari" width="190" height="127" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/6/photos/cache/le-aziende-non-trovano-chi-cercano-lauree-e-diplomi-its-tra-i-piu-rari_9646a468-7909-11f1-8927-20af79b413ba_1920_1280_v3_large_libera.jpeg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Ivana Pais, docente dell&#8217;Università Cattolica</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">Su questo specifico cortocircuito, Ivana Pais, docente di Sociologia del Lavoro presso l’Università Cattolica di Milano, evidenzia la necessità di superare i vecchi paradigmi narrativi: «Il tema del mismatch è centrale, ma dobbiamo superare la retorica dei giovani che non hanno voglia di lavorare. I dati ci dicono che le imprese cercano profili poco qualificati e quando richiedono titoli di studio più elevati spesso offrono condizioni contrattuali che non sono competitive. Le cause di questo mismatch sono il calo demografico e un sistema di formazione che non facilita il conseguimento di titoli superiori. Continuiamo a preoccuparci della disoccupazione, ma i veri problemi sono altri».</p>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il report Excelsior evidenzia un altro dato macroscopico: la richiesta aziendale di «flessibilità e adattamento» è ormai un prerequisito aziendale quasi universale, preteso dal 99,3% dei laureati e dal 98,1% dei profili Its. Accanto alla flessibilità, anche la sostenibilità è diventata una competenza d’ingresso imprescindibile per il management: l’attitudine al «risparmio energetico e sostenibilità» (Green skill) è esplicitamente richiesta all’89,3% dei profili Its e all’85,3% dei diplomati superiori. Tuttavia, la declinazione del concetto di flessibilità rappresenta spesso il punto di rottura nelle trattative con la forza lavoro under 27.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="36679"></div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/6/photos/le-aziende-non-trovano-chi-cercano-lauree-e-diplomi-its-tra-i-piu-rari_96bd1d82-7909-11f1-8927-20af79b413ba_1920_1743.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/6/photos/cache/le-aziende-non-trovano-chi-cercano-lauree-e-diplomi-its-tra-i-piu-rari_96bd1d82-7909-11f1-8927-20af79b413ba_1920_1743_v3_large_libera.jpg" alt="Le aziende non trovano chi cercano. Lauree e diplomi Its, tra i più rari" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/6/photos/cache/le-aziende-non-trovano-chi-cercano-lauree-e-diplomi-its-tra-i-piu-rari_96bd1d82-7909-11f1-8927-20af79b413ba_1920_1743_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Due criticità: salario e formazione</h3>
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<div class="article-body">
<p>Ma secondo Ivana Pais due dei principali problemi attuali restano il salario e la mancanza di formazione continua: «Il sistema retributivo italiano è bloccato e ne stiamo soffrendo parecchio. I ritardi nei rinnovi dei contratti collettivi rallentano l’adeguamento dei livelli salariali. Inoltre, in Italia mancano aziende che accompagnino i propri dipendenti nelle trasformazioni, perché spesso sono le aziende stesse a non stare al passo coi tempi. Ad esempio nell’ambito delle competenze digitali le piccole imprese introducono pochissime innovazioni, di conseguenza i giovani dipendenti non acquisiscono nuove competenze. Servirebbe un rafforzamento del sistema di formazione continua, che permetta di specializzarsi nel corso del tempo».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Un ulteriore indicatore critico per i dipartimenti Hr riguarda la tipologia contrattuale offerta in fase di ingresso, che mostra una forte asimmetria a seconda del titolo di studio: i laureati accedono a contratti a tempo indeterminato nel 45,1% dei casi; i diplomati Its Academy ottengono la stabilizzazione immediata al 41%; i diplomati di scuola superiore (5 anni): la stabilità crolla al 23,8%, a fronte di un 64,3% di contratti a termine. Questa marcata precarizzazione dei profili intermedi rischia di compromettere la fidelizzazione delle competenze tecniche sul medio periodo, creando un danno competitivo per le aziende manifatturiere e dei servizi.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Polarizzazione geografica</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Un’ulteriore evidenza strategica emersa dalla ricerca riguarda la profonda polarizzazione geografica della domanda di lavoro qualificato, guidata stabilmente da tre regioni: Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna. Questo sbilanciamento territoriale dimostra che la mappa delle opportunità per la forza lavoro under 27 non è uniforme, ma si concentra attorno a specifici hub produttivi e accademici.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Su questa dinamica di accentramento, la professoressa Pais analizza il superamento del mito della decentralizzazione digitale: «Il fattore territoriale influisce tantissimo. Abbiamo sbagliato quando ci siamo illusi che il mondo fosse diventato piatto e che le tecnologie digitali potessero annullare le differenze territoriali. Alcune città creano dei veri e propri ecosistemi, in cui vige la regola dell’interdipendenza tra università e imprese: in queste città i giovani riescono a trovare un lavoro in linea con il percorso di studi. Ad esempio, un giovane arriva a Milano, si forma nelle università del territorio e poi trova un’azienda che gli offre il lavoro per cui ha acquisito competenze e sa che tornando nella città di provenienza non troverebbe un’occupazione adatta».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>I dati analizzati dall’Osservatorio Delta Index confermano che la gestione del mismatch non può essere delegata alle sole riforme scolastiche o universitarie. Per sopravvivere alla contrazione demografica, le imprese sono chiamate a compiere un salto di qualità nella strutturazione dell’offerta.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Banca d’Italia: «Lavoro record ma i giovani restano ai margini del futuro»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 15:56:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Il rapporto annuale della Banca d’Italia sulla Lombardia certifica numeri di occupazione mai visti prima. Ma scavando nei dati emerge un paradosso che le imprese non possono ignorare: i giovani crescono quasi soltanto nei servizi ad alta conoscenza.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il tasso di disoccupazione in Lombardia nel 2025 ha toccato il 3,0%, ai minimi storici. Il tasso di occupazione ha raggiunto il 69,6%. Sul paper, non c’è nulla da temere. Eppure la <b>Banca d’Italia</b> segnala una crepa strutturale che chi si occupa di capitale umano non dovrebbe sottovalutare: la disoccupazione tra i 15 e i 24 anni resta al 10,9%, quasi quattro volte il valore medio regionale. E quattro contratti a termine su dieci riguardano lavoratori under 25. <b>Per molti giovani l’ingresso nel lavoro non è un approdo stabile</b>: è una sequenza di contratti a scadenza, con tutto ciò che comporta in termini di progettazione del futuro.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Il calo silenzioso della partecipazione</h3>
<p class="position2"><span style="font-size: 16px;">Uno dei dati più significativi è anche uno dei meno citati. Tra il 2009 e il 2025, il tasso di partecipazione al mercato del lavoro della fascia 15-34 anni è sceso dal 65,5% al 55%. Dieci punti in sedici anni. Per le aziende che si chiedono perché il bacino di candidati giovani si sia assottigliato, questa è una parte della risposta: non è solo demografia. Quei giovani ci sono, ma una fetta ha smesso di presentarsi alla porta. Se le condizioni di ingresso &#8211; contratti precari, retribuzioni iniziali basse, percorsi di crescita poco leggibili &#8211; non bastano a convincerli, scelgono altro.</span></p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Dove crescono i giovani: solo nei KIS</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="46479">L’occupazione giovanile in Lombardia tra il 2014 e il 2024 è cresciuta quasi esclusivamente nei servizi ad alta intensità di conoscenza (KIS &#8211; Knowledge-Intensive Services). Nei settori manifatturieri tradizionali e nel commercio, i giovani sono diminuiti o fermi. Questo ha due letture. I giovani si concentrano nei settori che creano più valore. Ma i settori con più bisogno di ricambio generazionale &#8211; inclusa la manifattura lombarda, che vale il 21% del prodotto interno lordo regionale &#8211; non riescono ad essere percepiti come destinazioni appetibili. Il rapporto lo dice chiaramente: sarà decisivo che agli investimenti in tecnologie avanzate si accompagni la capacità di attrarre e trattenere giovani talenti.</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Il nodo salariale</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Le retribuzioni sono cresciute del 3,5% nel 2024 in termini nominali. Ma in termini reali i salari medi lombardi nel 2023 erano ancora inferiori dell’1,4% rispetto al 2008. Quindici anni di crescita nominale non hanno compensato la perdita di potere d’acquisto. Circa metà dei lavoratori under 35 con contratto a tempo pieno guadagna meno di 30.000 euro lordi all’anno. A Milano, il canone medio di affitto ha raggiunto 17,3 euro al metro quadro: per 75 metri quadri assorbe oltre il 30% del reddito netto medio, la soglia di sostenibilità convenzionalmente accettata. La Generazione Z fa i conti, eccome. Un’azienda che si limita a offrire lo stipendio di mercato senza costruire intorno ad esso un progetto credibile di crescita, welfare e stabilità sta perdendo la partita prima ancora di iniziarla.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Formazione e intelligenza artificiale</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il 28% delle aziende industriali lombarde ha già adottato soluzioni di intelligenza artificiale, e un ulteriore 11% prevede di farlo entro fine 2026. Ma Banca d’Italia nota che solo una minoranza le integra davvero nei processi produttivi. Questo ritardo ha un risvolto diretto sul capitale umano: la Generazione Z, prima generazione digitale nativa, si trova a disagio in ambienti dove la tecnologia è ancora marginale. Le imprese che investono in AI e formazione continua diventano più attrattive per i candidati qualificati e costruiscono un argomento potente anche sul fronte della retention.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>I numeri della Banca d’Italia, letti attraverso la lente del capitale umano, consegnano un messaggio preciso alle imprese: il mercato del lavoro lombardo è formalmente in salute, ma nasconde squilibri generazionali che non si risolvono da soli. Chi si muove con strumenti ordinari &#8211; un annuncio, un colloquio, uno stipendio di mercato &#8211; compete in campo affollato per una risorsa sempre più scarsa. Chi costruisce un’offerta strutturata si posiziona in modo radicalmente diverso.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/banca-ditalia-lavoro-record-ma-i-giovani-restano-ai-margini-del-futuro/">Banca d’Italia: «Lavoro record ma i giovani restano ai margini del futuro»</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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