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	<title>CAPITALE UMANO Archivi - Deltaindex</title>
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	<description>Business a misura di talenti</description>
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	<title>CAPITALE UMANO Archivi - Deltaindex</title>
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	<item>
		<title>Job rotation e staffetta generazionale. Strumenti del nuovo Patto del lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 09:03:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. L’ultimo dossier elaborato dal Cnel indica le leve per favorire il ricambio tra senior e giovani. Il consigliere e demografo Rosina: «È un’occasione di investimento, di responsabilità e di fiducia nel futuro»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/job-rotation-e-staffetta-generazionale-strumenti-del-nuovo-patto-del-lavoro/">Job rotation e staffetta generazionale. Strumenti del nuovo Patto del lavoro</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Le imprese cercano persone e, allo stesso tempo, l’Italia continua a perderne. Nel 2025 tra il 46% e il 48% delle posizioni rischia di restare scoperto per difficoltà di reperimento, mentre il disallineamento tra competenze offerte e richieste dal mercato tocca il 38,5%, oltre la media europea del 32,2%. Sullo sfondo c’è un altro numero: tra il 2011 e il 2024 il saldo migratorio dei giovani italiani è negativo per 441mila unità. Un corto circuito ben spiegato dal documento del Cnel dedicato alle condizioni di ingresso e valorizzazione nel mondo del lavoro colloca due strumenti organizzativi: job rotation e staffetta generazionale.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il dossier nasce dal progetto Patto Generazionale, avviato con una consultazione pubblica nel maggio 2025 e con il coinvolgimento di oltre 65 organizzazioni. Nella premessa Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano, osserva: «Ridefinire il Patto generazionale è una sfida cruciale per la sostenibilità sociale, economica e demografica dell’Italia». Le condizioni su cui quel patto si è retto per decenni sono cambiate: si è modificato il rapporto numerico tra generazioni e l’intelligenza artificiale rende più urgente investire nella formazione del capitale umano giovanile.</div>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/job-rotation-e-staffetta-generazionale-strumenti-del-nuovo-patto-del-lavoro_854fa7c2-a519-11f1-866d-ec685075f526_1920_1732.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/cache/job-rotation-e-staffetta-generazionale-strumenti-del-nuovo-patto-del-lavoro_854fa7c2-a519-11f1-866d-ec685075f526_1920_1732_v3_large_libera.jpg" alt="Job rotation e staffetta generazionale. Strumenti del nuovo Patto del lavoro" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/cache/job-rotation-e-staffetta-generazionale-strumenti-del-nuovo-patto-del-lavoro_854fa7c2-a519-11f1-866d-ec685075f526_1920_1732_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Per le aziende la questione assume la forma di un quesito: come inserire giovani, trasferire loro conoscenze e trattenerli senza scaricare il costo del ricambio sui nuovi assunti? La job rotation consente di spostare sistematicamente i lavoratori tra mansioni diverse, entro i limiti dell’articolo 2103 del Codice civile e delle modifiche introdotte dal decreto legislativo 81/2015. L’obiettivo è ampliare le competenze e ridurre l’obsolescenza professionale. La staffetta generazionale agisce invece sul ricambio: prevede una riduzione concordata dell’orario per i lavoratori senior prossimi al pensionamento, creando spazio per nuove assunzioni e per un periodo di affiancamento.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Qui il documento inserisce l’avvertimento più netto: la staffetta «non deve diventare uno strumento per abbassare il costo del lavoro». Servono clausole che garantiscano parità di trattamento economico e normativo, evitando che i giovani entrino con condizioni peggiori dei colleghi che sostituiscono. Se la staffetta coincide con l’uscita di un dipendente esperto e l’ingresso di uno junior pagato meno, l’azienda risparmia ma perde buona parte del valore dello strumento. Il vero rendimento sta nell’affiancamento: il senior trasferisce conoscenze che raramente entrano in procedure e manuali, mentre l’impresa limita la dispersione di competenze.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il confronto con la Germania mostra un’impostazione strutturata. Nel modello ricostruito dal dossier, la job rotation è collegata alle politiche attive e alla formazione continua: un dipendente può assentarsi temporaneamente per riqualificarsi e il suo posto viene coperto da una persona disoccupata, formata per la mansione. In Italia la rotazione resta soprattutto uno strumento di gestione interna.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="22505">I numeri spiegano perché questo collegamento conta. Alla difficoltà di reperimento si accompagna una quota di Neet (giovani che non studiano e non lavorano) tra i 18 e i 24 anni pari al 16,1%, contro il 10% della Germania, il 4,6% dei Paesi Bassi e una media UE22 del 14,2%. Il documento legge il problema come una carenza strutturale di profili tecnici e professionali adatti alla transizione digitale ed ecologica. Per le imprese significa che cercare competenze già pronte restringe ulteriormente un bacino insufficiente: servono rapporti più stabili con istruzione tecnica e professionale, apprendimento sul lavoro e formazione continua.</div>
<div class="article-body">
<p>Dentro questa impostazione cambia anche il ruolo assegnato ai giovani. Rosina invita a costruire un confronto «che non si limiti a riscrivere il Patto generazionale “per” i giovani, ma “con” i giovani e “per l’intero Paese”». Per le aziende significa ascoltare aspettative e bisogni senza tradurli automaticamente in concessioni: capire perché una persona entra, cosa le permette di crescere e quali condizioni possono convincerla a restare.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il documento richiama anche due aspetti che incidono sulla qualità dell’ingresso: tempi di lavoro e sicurezza. L’Italia registra una media di 37,4 ore settimanali, tra le più alte fra le principali economie europee considerate, mentre diversi Paesi hanno già sperimentato modelli di settimana compressa o ridotta. Sul fronte della sicurezza, il dossier sottolinea il legame tra discontinuità occupazionale e infortuni e, nei Pcto (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento), segnala una «pericolosa distanza tra finalità educative e rischi effettivi» in assenza di monitoraggi capillari.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il nodo più difficile da ignorare resta però quello delle uscite. Il dossier stima in circa 16 miliardi di euro l’anno il costo economico del capitale umano che lascia il Paese. Tra il 2011 e il 2024 il saldo migratorio giovanile è stato di -441mila unità e, per ogni giovane qualificato che entra in Italia, nove si trasferiscono all’estero. Il fenomeno coinvolge anche profili operativi, servizi, logistica e sanità e la “fuga dei cervelli” racconta quindi solo una parte del problema: a spingere fuori sono anche salari, stabilità e qualità complessiva del lavoro.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per le aziende il Patto Generazionale assume così un significato pratico: progettare il ricambio prima che l’uscita dei senior diventi un’emergenza, mappare le competenze che rischiano di andare perse e costruire periodi reali di affiancamento. Significa usare la rotazione per sviluppare professionalità più ampie e collegare la formazione ai cambiamenti tecnologici.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La demografia rende la scelta meno rinviabile. Secondo il documento, la popolazione giovanile è scesa da 15 a 10 milioni nell’arco di trent’anni e nel prossimo decennio la forza lavoro potrebbe ridursi di 2,5 milioni di occupati. La staffetta, quindi, va oltre la semplice sostituzione anagrafica: riguarda la convivenza tra età e competenze diverse nello stesso luogo di lavoro.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il nodo principale riguarda sicuramente il modo in cui le imprese misurano il costo delle persone. Se il risparmio ottenuto all’ingresso vale più del sapere che esce dalla porta con un lavoratore esperto, la staffetta perde la sua funzione. Se invece il passaggio generazionale diventa un processo organizzato, con formazione e tutele coerenti, il ricambio può trasformarsi in una leva competitiva.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Undici milioni di rapporti di lavoro raccontano perché si resta o si va</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 08:29:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. De Luca, presidente del Consiglio nazionale dei Consulenti del lavoro, sui giovani da assumere: «La Gen Z chiede di essere ascoltata e accompagnata, non semplicemente inserita. E serve un contratto adeguato»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va/">Undici milioni di rapporti di lavoro raccontano perché si resta o si va</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Un giovane assunto non è un profilo già pronto da mettere a rendimento dal primo giorno. È una persona da accompagnare, formare e inserire dentro una prospettiva riconoscibile. Rosario De Luca, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, parte da qui per leggere il rapporto tra imprese e Generazione Z. La difficoltà nel trattenere i più giovani, sostiene, nasce soprattutto dalla qualità dell’organizzazione: «L’errore principale è considerare il giovane come una risorsa immediatamente produttiva, senza investire nella sua crescita».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
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<div class="article-body">
<p>Il mercato del lavoro ha cambiato segno. L’Italia ha superato i 24 milioni di occupati e la disoccupazione è scesa sotto la media europea. Per molte aziende la questione si è spostata dalla ricerca di un posto alla ricerca delle competenze necessarie per coprirlo. Secondo le rilevazioni Excelsior di Unioncamere richiamate da De Luca, oltre il 45-50% delle assunzioni programmate presenta difficoltà di reperimento. In questa strettoia le imprese competono anche sulla propria capacità di convincere un candidato a scegliere un’organizzazione e, soprattutto, a restarvi. L’attrattività diventa così una voce della strategia industriale: incide sui tempi di selezione, sulla continuità dei reparti e sulla capacità di innovare.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La definizione di “generazione difficile” rischierebbe dunque di nascondere un problema aziendale. «Il problema è prevalentemente organizzativo. Esistono imprese che hanno saputo evolversi e altre che continuano a usare modelli costruiti per un mercato del lavoro che non esiste più. Oggi le aziende devono diventare più attrattive».</p>
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<div class="article-body-full">
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<div class="article-body">
<p>Il primo banco di prova arriva già durante la selezione. Processi lunghi, risposte tardive e informazioni vaghe sul ruolo consumano fiducia prima dell’ingresso. Dopo l’assunzione, il quadro spesso resta poco leggibile: mansioni indefinite, progressioni affidate all’anzianità, feedback sporadici. A questo si aggiunge una cultura manageriale che misura la presenza invece del risultato. Per un giovane abituato a cercare riscontri rapidi, il silenzio dell’organizzazione viene interpretato come assenza di prospettiva.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="24277"></div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 368px" class="wp-caption alignleft"><a title="Rosario De Luca, presidente nazionale dei Consulenti del Lavoro" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va_bd4e9804-a514-11f1-866d-ec685075f526_1920_1280.JPG" data-title="Rosario De Luca, presidente nazionale dei Consulenti del Lavoro"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="lozad" title="Rosario De Luca, presidente nazionale dei Consulenti del Lavoro" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/cache/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va_bd4e9804-a514-11f1-866d-ec685075f526_1920_1280_v3_large_libera.JPG" alt="Undici milioni di rapporti di  lavoro raccontano perché si resta o si va" width="368" height="245" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/31/photos/cache/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va_bd4e9804-a514-11f1-866d-ec685075f526_1920_1280_v3_large_libera.JPG" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Rosario De Luca, presidente nazionale dei Consulenti del Lavoro</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">La retribuzione ha comunque un peso importante nelle scelte professionali della Gen Z. «Resta fondamentale, soprattutto con l’aumento del costo della vita. Oggi, però, i giovani valutano il pacchetto complessivo: formazione, welfare aziendale, flessibilità organizzativa, possibilità di crescita, equilibrio tra vita privata e lavoro e qualità dell’ambiente professionale». De Luca richiama il Trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi più strutturati, dove la paga si accompagna a tutele, servizi e formazione. Per le imprese significa spostare il confronto dal solo importo mensile al valore concreto dell’esperienza lavorativa offerta.</p>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il punto più fragile resta la formazione. Molte aziende dichiarano di non trovare candidati adeguati e, nello stesso tempo, cercano profili già perfettamente aderenti alla posizione. «Il capitale umano si costruisce», osserva De Luca. Il mismatch tra domanda e offerta non si risolve allungando l’elenco dei requisiti in un annuncio. Richiede investimenti, tempo dedicato all’apprendimento e responsabilità condivise tra chi entra e chi già conosce processi e clienti.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>In questo passaggio onboarding e tutoraggio smettono di essere procedure accessorie. I primi mesi decidono spesso la permanenza. Un ingresso strutturato chiarisce aspettative e strumenti; la presenza di un tutor riduce gli errori e rende più rapido il trasferimento delle competenze. Anche il feedback deve diventare regolare, concreto, legato al lavoro svolto. «I giovani chiedono di essere ascoltati e accompagnati, non semplicemente inseriti nell’organizzazione».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La mobilità frequente viene ancora letta come mancanza di fedeltà. De Luca rovescia il punto di osservazione: «Se un lavoratore non vede prospettive di crescita, cambiare azienda diventa una scelta razionale. La fidelizzazione si ottiene offrendo prospettive credibili, formazione continua e sistemi premianti basati sui risultati». Il contratto conta. Stabilità e retribuzioni iniziali adeguate rafforzano la fiducia reciproca, mentre la richiesta di coinvolgimento perde forza quando poggia su condizioni precarie. La crescita dell’occupazione a tempo indeterminato registrata negli ultimi anni, ricorda il presidente, conferma che la stabilità conserva valore per entrambe le parti.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Le differenze tra generazioni possono produrre tensioni, soprattutto nei linguaggi e nel rapporto con l’autorità. Possono anche diventare una leva organizzativa. I lavoratori esperti custodiscono conoscenze operative e relazioni maturate nel tempo; i più giovani portano familiarità digitale e rapidità di apprendimento. «Il vero obiettivo è favorire il dialogo tra generazioni attraverso mentoring reciproco e lavoro di squadra». Non basta affiancare età diverse nello stesso ufficio: servono occasioni in cui il passaggio di competenze avvenga in entrambe le direzioni.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Qui entra il ruolo dei consulenti del lavoro, soprattutto nelle piccole e medie imprese, che rappresentano oltre il 99% del tessuto produttivo italiano. «Non ci limitiamo agli adempimenti amministrativi. Accompagniamo l’impresa nella scelta del contratto più adeguato, nei sistemi di welfare, nei premi di risultato, nella formazione e nell’organizzazione del lavoro». La categoria gestisce ogni giorno circa 10 milioni di rapporti e dispone quindi di un osservatorio ravvicinato sulle ragioni per cui un’assunzione funziona oppure si interrompe.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per De Luca le priorità partono dalla formazione stabile e da percorsi di crescita trasparenti, verificabili nel tempo. La terza area riguarda la qualità del lavoro, che comprende benessere e partecipazione ai risultati aziendali. Sono scelte destinate a pesare ancora di più con l’inverno demografico. Entro il 2040, ricorda il presidente, l’Italia potrebbe perdere circa quattro milioni di persone in età lavorativa. Il margine per disperdere competenze si restringe. Ogni ingresso lasciato senza guida, ogni promessa di carriera rimasta vaga e ogni uscita evitabile diventeranno un costo più alto per l’impresa e per il sistema produttivo.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/undici-milioni-di-rapporti-di-lavoro-raccontano-perche-si-resta-o-si-va/">Undici milioni di rapporti di lavoro raccontano perché si resta o si va</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La Gen Z vuole sapere quanto vale: ora la legge è costretta a dirglielo</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Lai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 12:14:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Con il recente decreto la fascia retributiva entra negli annunci, come da tempo chiedonoi giovani e non solo. Tironi (PwC Tls): «Il salario è il punto di arrivo, prima vengono mansioni e inquadramenti»</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo/">La Gen Z vuole sapere quanto vale: ora la legge è costretta a dirglielo</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Per i più giovani chiedere subito la fascia retributiva non è un’indiscrezione, ma il primo requisito di un’offerta credibile. Dall’inizio di quest’estate questa aspettativa è diventata un obbligo: gli annunci devono indicare lo stipendio o la fascia prevista, mentre è vietato chiedere la retribuzione precedente. Per le imprese è ora un obbligo giuridico e una verifica dei processi Hr.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Il cambio di passo arriva con il decreto legislativo 7 maggio 2026, n. 96, che recepisce la direttiva europea 2023/970 sulla parità di retribuzione per uno stesso lavoro o per lavori di pari valore. La norma si applica ai datori pubblici e privati: la fascia economica deve poggiare su criteri oggettivi e neutrali rispetto al genere, mentre gli annunci devono evitare formulazioni discriminatorie.</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per chi cerca lavoro, soprattutto i più giovani, conoscere subito la fascia economica è un elemento decisivo nella scelta del datore. Per l’azienda implica spiegare quanto vale una posizione: è qui che si gioca il rapporto con la Gen Z, che riduce l’asimmetria tra candidato e impresa fin dal primo contatto.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Un passo avanti per tutti</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>«Avere la retribuzione dichiarata è un passo avanti per tutti, a prescindere dal genere», osserva Francesca Tironi, Employment partner di PwC Tls. Finora l’offerta economica veniva spesso costruita partendo dall’ultima busta paga, con l’effetto di trascinare da un impiego all’altro una disparità nata anni prima. «Chi era stato inquadrato o pagato in modo inadeguato continuava a rimanere dentro quel meccanismo. Oggi la risorsa deve essere valutata per il curriculum, l’esperienza e ciò che può offrire nel nuovo ruolo».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La trasparenza entra poi nella vita quotidiana dell’organizzazione. I lavoratori possono chiedere per iscritto i livelli retributivi medi delle categorie che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore, con dati distinti per sesso. Il datore deve rispondere entro due mesi, tutelando la riservatezza dei colleghi: un equilibrio particolarmente delicato nei gruppi composti da poche persone.</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 223px" class="wp-caption alignleft"><a title="Francesca Tironi, Employment partner di PwC Tls" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/10/photos/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo_7f633b60-94b3-11f1-b6cf-274e34e56b6a_1920_2642.jpeg" data-title="Francesca Tironi, Employment partner di PwC Tls"><img decoding="async" class="lozad" title="Francesca Tironi, Employment partner di PwC Tls" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/10/photos/cache/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo_7f633b60-94b3-11f1-b6cf-274e34e56b6a_1920_2642_v3_medium_libera.jpeg" alt="La Gen Z vuole sapere quanto vale: ora la legge è costretta a dirglielo" width="223" height="307" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/8/10/photos/cache/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo_7f633b60-94b3-11f1-b6cf-274e34e56b6a_1920_2642_v3_medium_libera.jpeg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Francesca Tironi, Employment partner di PwC Tls</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">La portata della norma va oltre il confronto tra uomini e donne. Un dipendente potrà osservare la media riferita al proprio sesso e capire quanto la sua posizione se ne discosti. «È uno degli aspetti meno compresi &#8211; sottolinea Tironi -. Il dato fa emergere il divario di genere, ma permette anche a ciascuno di valutare la propria collocazione rispetto alla fascia. Questo potrebbe produrre un effetto persino più dirompente del confronto iniziale».</p>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Al centro del nuovo sistema c’è il concetto di «pari valore», che non coincide con l’identità delle mansioni. Due lavori diversi possono essere comparabili quando richiedono competenze, responsabilità e impegno equivalenti. Per le direzioni Hr significa rivedere la pesatura delle posizioni e rendere documentabili criteri formati spesso per consuetudine.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>È qui che il gender pay gap mostra la sua parte meno visibile. La differenza media tra le retribuzioni si costruisce ben prima della busta paga: nasce nella distribuzione di uomini e donne tra gli indirizzi di studio, prosegue nella scelta delle professioni e si consolida nell’accesso alle posizioni apicali. «Il salario è il punto di arrivo», spiega Tironi. «Prima vengono le mansioni e gli inquadramenti, poi i percorsi di carriera. Il dato economico permette di tornare indietro e capire quali processi lo hanno generato».</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="89295">Gli assessment svolti da PwC TLS per i propri clienti, precisa l’avvocata, non costituiscono una ricerca rappresentativa del mercato italiano, ma offrono alcune indicazioni. «Tra un uomo e una donna che ricoprono lo stesso ruolo, le differenze sul fisso e sul variabile risultano spesso più contenute di quanto si pensasse. Il divario emerge nella distribuzione: nelle funzioni meglio pagate e ai vertici continuano a esserci più uomini».</div>
<div class="article-body">
<p>Un direttore finanziario e un responsabile delle risorse umane possono avere entrambi un peso determinante nelle scelte aziendali, ma il primo è stato storicamente retribuito di più ed è stato occupato soprattutto da uomini. La disciplina obbliga quindi a interrogarsi sul valore attribuito alle funzioni e sulle ragioni che sostengono le gerarchie salariali.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per i datori con almeno cento dipendenti arriva anche il reporting. Le imprese con 250 addetti o più dovranno comunicare i primi dati entro il 7 giugno 2027 e ripetere l’operazione ogni anno. Quelle tra 150 e 249 dipendenti avranno la stessa scadenza, con cadenza triennale; per la fascia tra 100 e 149 addetti l’obbligo partirà nel 2031.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Quando in una categoria emerge una differenza media pari almeno al 5 per cento, priva di una giustificazione oggettiva e rimasta senza correzione per sei mesi, l’impresa deve avviare una valutazione congiunta con i rappresentanti dei lavoratori. L’analisi tocca classificazioni, progressioni economiche e congedi. La compliance non si esaurisce in un prospetto: richiede di capire come sono state prese le decisioni.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Il rischio del contenzioso</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Tironi invita a evitare letture allarmistiche sul contenzioso. Le aziende soggette al reporting dispongono di un percorso di analisi e confronto prima dell’eventuale giudizio. Il punto critico potrebbe riguardare le realtà più piccole, escluse dalla rendicontazione periodica ma tenute a rispettare i diritti informativi. Un dato consegnato senza spiegazioni può alimentare tensioni. Prepararsi richiede una mappatura dei ruoli e delle retribuzioni, accompagnata dalla verifica di bonus e avanzamenti.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Occorre formare i manager che conducono i colloqui e costruire una comunicazione interna capace di spiegare perché due posizioni ricevono trattamenti differenti. Il segreto salariale lasciava margini di discrezionalità; la trasparenza chiede coerenza e decisioni dimostrabili.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Employer branding per i giovani</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per la Gen Z il modo in cui l’impresa affronterà questo passaggio sarà parte dell’employer branding. Un annuncio chiaro e una politica retributiva comprensibile raccontano più di molte dichiarazioni sulla cultura aziendale. Le organizzazioni preparate potranno rafforzare la fiducia e rendere più credibili le prospettive di crescita; le altre rischiano di scoprire le proprie incoerenze quando saranno candidati o dipendenti a chiedere conto dei numeri.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La legge rende visibile la distanza, mentre la sua riduzione passa anche dai congedi parentali, dai servizi per l’infanzia e dall’accesso delle donne ai ruoli dirigenziali. «Le attività di cura e di sostegno alle famiglie sono importanti quanto quelle di chi fa business e quelle esperienze sviluppano competenze che le organizzazioni hanno preso poco in considerazione. La trasparenza apre i conti: alle imprese spetta ora spiegare come li hanno costruiti e, dove serve, cambiare il metodo, senza giudizio, perché siamo tutti consapevoli del nostro passato, ma con l’obiettivo di cambiare quello che oggi non funziona più e non è più di attualità» conclude Tironi.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/la-gen-z-vuole-sapere-quanto-vale-ora-la-legge-e-costretta-a-dirglielo/">La Gen Z vuole sapere quanto vale: ora la legge è costretta a dirglielo</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<item>
		<title>Generazione Z, sei giovani su dieci temono un lavoro che non sapranno amare</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/generazione-z-sei-giovani-su-dieci-temono-un-lavoro-che-non-sapranno-amare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 07:42:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Ricerca dell’Hub della Conoscenza su 6.000 studenti lombardi fa cadere il mito che ai ragazzi non interessi lo stipendio: stabilità economica uno degli obiettivi principali</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/generazione-z-sei-giovani-su-dieci-temono-un-lavoro-che-non-sapranno-amare/">Generazione Z, sei giovani su dieci temono un lavoro che non sapranno amare</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Sei studenti lombardi su dieci hanno paura di ritrovarsi, un giorno, in un lavoro che non amano. È il dato più preoccupante di «Next Gen Power», la ricerca condotta su oltre 6.000 studenti delle scuole superiori da Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano, per l’Hub della Conoscenza che dialoga con Delta Index e ne condivide l’impostazione: capire le nuove generazioni serve, prima di tutto, a capire cosa chiedono al lavoro. Ed è un dato che riguarda direttamente le aziende: chi sa leggerlo ha in mano uno strumento in più per diventare un datore di lavoro più attrattivo.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">Perché di lavoro, in fondo, parlano anche i capitoli della ricerca che sembrano occuparsi d’altro. Nel capitolo dedicato alla scuola, il 41% degli studenti lamenta un collegamento troppo debole con il mondo del lavoro. In quello sull’intelligenza artificiale, quasi uno studente su due (47%) teme che la tecnologia porti via posti di lavoro. E nelle risposte aperte, dove i ragazzi hanno potuto scrivere con parole proprie cosa temono per il futuro, il tema dell’inserimento lavorativo e dell’autonomia economica raccoglie da solo quasi la metà delle citazioni. Il lavoro è la lente attraverso cui questi 6.000 ragazzi lombardi guardano il proprio futuro. La ricerca, promossa dall’Hub della Conoscenza con il supporto di Cassa Padana Bcc, Anci Lombardia e della rete Informagiovani di Anci Lombardia, è stata presentata al Festival dell’Economia di Trento.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Il mito sfatato</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il primo dato smentisce uno stereotipo ricorrente, quello dei «giovani che non vogliono lavorare». Il 54% degli studenti indica l’indipendenza economica come principale obiettivo di vita, il 53% vuole stare bene con se stesso, il 52% desidera un lavoro coerente con le proprie passioni e il 47% considera fondamentale l’equilibrio tra vita personale e professionale. Parole d’ordine pragmatiche, non ideologiche: stabilità, coerenza, sostenibilità. Anche nelle risposte aperte il tono resta pragmatico più che ideologico: un’altra fetta consistente di risposte, il 39%, mette al centro il benessere personale e la qualità della vita più che la carriera in sé.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4eb7f4fa-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_419.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/cache/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4eb7f4fa-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_419_v3_large_libera.jpg" alt="Il 60% della Generazione Z teme un lavoro che non saprà amare" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/cache/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4eb7f4fa-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_419_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
<p>Ma la stessa area tematica racconta anche l’altra faccia della medaglia. Il 60% degli intervistati teme di essere costretto a svolgere un lavoro che non ama, il 45% ha paura di non trovare opportunità adeguate, quasi altrettanti (44%) temono semplicemente di non riuscire a raggiungere una condizione stabile, il 31% teme di dover accettare troppi compromessi e il 30% dichiara apertamente di sentirsi potenzialmente «non all’altezza». È un dato che smentisce un altro luogo comune, quello dei giovani a cui «non interessa lo stipendio»: la paura di non raggiungere la stabilità economica dice l’esatto contrario, perché dietro c’è il bisogno concreto di costruirsi una vita &#8211; una casa, una famiglia, un’autonomia &#8211; che senza stabilità resta un progetto sulla carta. Un dato che per le imprese ha un peso specifico enorme: non è la motivazione a mancare, è la fiducia di trovare un contesto capace di accoglierla e valorizzarla. Gli studenti non immaginano vite facili, scrivono i ricercatori, ma sostenibili: con equilibrio tra lavoro, benessere mentale e possibilità di progettare il futuro.</p>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Scuola, gap con il lavoro</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il rapporto con il sistema scolastico emerge come uno dei nodi più critici. Il 60% degli studenti cambierebbe il sistema di valutazione e il carico di studio, il 53% le metodologie didattiche; torna anche qui il nodo del collegamento debole con il mondo del lavoro (41%), già anticipato in apertura. Nelle risposte aperte, il tema del carico di studio e della valutazione da solo raccoglie il 31% delle citazioni, con toni prevalentemente critici e la richiesta esplicita di sistemi più equi; il collegamento con il mondo del lavoro, pur pesando meno in termini quantitativi (16%), viene descritto come urgente: tirocini, orientamento, competenze pratiche sono percepiti come un vuoto da colmare subito, non a percorso concluso. Dalle risposte aperte affiora la richiesta esplicita di più educazione finanziaria, competenze pratiche, orientamento professionale ed educazione emotiva: strumenti che gli studenti percepiscono come assenti proprio nel passaggio più delicato, quello verso l’ingresso nel mercato del lavoro.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>IA, usata ma non insegnata</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="15218">Sul fronte tecnologico il 71% degli adolescenti utilizza già strumenti di intelligenza artificiale per lo studio e la scrittura, ma il 56% ritiene che la scuola non stia fornendo competenze adeguate per affrontare la trasformazione in corso. La paura principale, però, non è la sostituzione del proprio ruolo lavorativo: il 62% teme soprattutto la perdita della creatività umana e del valore distintivo delle persone in una società sempre più automatizzata, contro il 47% che teme la perdita di posti di lavoro.</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<p class="zoom-gallery new libera left"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4f31355e-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_3140.jpg"><img decoding="async" class="lozad alignleft" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/cache/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4f31355e-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_3140_v3_medium_libera.jpg" alt="Il 60% della Generazione Z teme un lavoro che non saprà amare" width="303" height="496" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/27/photos/cache/il-60-della-generazione-z-teme-un-lavoro-che-non-sapra-amare_4f31355e-898d-11f1-becc-c995854bca90_1920_3140_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></p>
</div>
<p>Tra le competenze considerate cruciali per il futuro, gli studenti indicano al primo posto quelle digitali e tecnologiche (68%), seguite dalla capacità di adattarsi e imparare continuamente (54%) e dal pensiero critico (34%). Una generazione che convive già con l’intelligenza artificiale, ma che chiede di poterla governare invece di subirla, e che imputa proprio alla scuola il ritardo nel fornire gli strumenti per farlo in modo consapevole.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Il peso della geopolitica</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il dato più netto riguarda però la percezione del contesto globale. L’80% degli intervistati considera guerre e conflitti il principale rischio per la propria vita futura, mentre il 66% teme crisi economiche e instabilità sociale, il 37% l’instabilità politica. Nelle risposte aperte il rischio economico domina con il 39% delle citazioni – inflazione e costo della vita percepiti come la preoccupazione più concreta e immediata – seguito dagli scenari di conflitto, che generano un’ansia diffusa e «sentita come reale e vicina» nelle parole dei ricercatori.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Sul fronte dell’informazione emerge un paradosso: il 42% denuncia un eccesso di notizie che genera confusione, il 44% ritiene che i temi internazionali siano raccontati in modo poco chiaro, il 39% li giudica semplicemente troppo complessi.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Più che disinteressati, i ragazzi appaiono sopraffatti dalla complessità del presente: percepiscono la politica internazionale come lontana dalla vita quotidiana, ma non per mancanza di curiosità.</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>Cosa cambia per le aziende</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Per le imprese lombarde, i dati di Next Gen Power raccontano qualcosa che riguarda anche il mondo del lavoro che questi ragazzi troveranno tra pochi anni. La difficoltà delle aziende ad attrarre e trattenere i giovani non nasce da un rifiuto del lavoro, ma da una distanza tra ciò che i ragazzi cercano &#8211; stabilità, un lavoro coerente con le proprie passioni, un ambiente che non tradisca la fiducia riposta &#8211; e quello che trovano davvero quando entrano in azienda.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>La paura di «non essere all’altezza» riguarda da vicino il primo periodo in azienda: se i primi mesi non sono seguiti bene, quell’ansia rischia di trasformarsi in un abbandono precoce. La richiesta di orientamento e di competenze pratiche riguarda la formazione interna, che spesso è pensata per chi ha già esperienza e non per chi deve ancora costruirsela. E il timore di perdere valore umano nell’uso dell’intelligenza artificiale ricorda alle aziende che le competenze digitali da sole non bastano: servono affiancate a quelle relazionali e critiche. Non basta più dirsi accoglienti verso i giovani: bisogna dimostrarlo nei fatti, fin dal primo giorno.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>È una lettura che va nella stessa direzione di quanto osserva Delta Index studiando il rapporto tra aziende e nuove generazioni: la ricerca del Politecnico guarda a questi temi dal punto di vista dei ragazzi, Delta Index dal punto di vista delle imprese. Messe insieme, le due prospettive raccontano la stessa urgenza.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Controllare non basta più, i giovani cercano manager capaci di seguirli</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 07:53:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. L’Osservatorio Delta Index rivela: solo il 2% delle imprese condivide le priorità della Gen Z. Coach Romagna (Top voice LinkedIn): «Il micromanagement nasce da bravi operativi mai formati a gestire le persone».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli/">Controllare non basta più, i giovani cercano manager capaci di seguirli</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il curriculum apre le porte di un’azienda, poi una volta a bordo, a rendere il lavoro un’esperienza positiva o meno, è spesso il rapporto quotidiano con il proprio responsabile. Su questo punto <b>Federica Romagna, coach che da anni affianca imprese, manager e candidati, Top voice di LinkedIn che collabora con l’Osservatorio Delta Index</b>, parte da un dato che l’Osservatorio ha pubblicato qualche settimana fa: solo il 2% delle imprese condivide le stesse priorità dei propri giovani talenti. Da una parte i manager mettono al primo posto ambizione, sacrificio, presenza in ufficio, risultati. Dall’altra i giovani cercano equilibrio di vita. «Forse dicono la stessa cosa in modo diverso, e invece di trovare una via comune vanno allo scontro» osserva Romagna. A questo si somma un pregiudizio duro a morire: quello dei giovani come persone senza voglia di fare. Un’etichetta che, secondo la coach, racconta più chi la usa che chi la subisce.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Il cambio di paradigma</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>«I manager di oggi sono cresciuti con l’idea che il lavoro coincidesse con l’identità personale» spiega Romagna. Il successo si misurava con le ore passate in ufficio: più tempo, più valore. «I giovani hanno visto altro. Spesso i propri genitori andare in burnout, per aziende che non li hanno mai premiati». Per questo il lavoro, per loro, resta importante ma diventa una parte della vita, non tutta la vita.</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 198px" class="wp-caption alignleft"><a title="Federica Romagna, coach e Top voice di LinkedIn" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_2653d048-840f-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1920.jpg" data-title="Federica Romagna, coach e Top voice di LinkedIn"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Federica Romagna, coach e Top voice di LinkedIn" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/cache/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_2653d048-840f-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1920_v3_large_libera.jpg" alt="Controllare non basta più, i giovani cercano manager capaci di seguirli" width="198" height="198" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/cache/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_2653d048-840f-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1920_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Federica Romagna, coach e Top voice di LinkedIn</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">«Non è mancanza di motivazione, è un diverso tipo di motivazione. Se il manager non offre gli strumenti giusti, il giovane non si attiva. Ma questo non significa che non voglia lavorare». Il rischio, per le aziende ferme a un modello degli anni Novanta, è perdere l’innovazione che i giovani potrebbero portare, se solo venisse dato loro più spazio. «Il giovane non cerca più solo un posto di lavoro o lo stipendio a fine mese. Cerca un luogo dove riconoscersi, un ruolo dove potersi esprimere» aggiunge Romagna. Le due visioni, quella dei manager e quella dei giovani, per lei restano conciliabili: basterebbe ascoltarsi invece di misurarsi a distanza. «Se venisse dato loro più spazio, credo che potremmo assistere a dei veri salti di qualità. Anche aziende ancora ferme a modelli datati potrebbero trovare un’innovazione che oggi, dall’interno, fanno fatica a generare da sole».</p>
</div>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Controllare o guidare?</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il secondo nodo riguarda il controllo. «Controllare significa dire esattamente i passi da seguire, come si è sempre fatto. Guidare significa condividere l’obiettivo, dare gli strumenti e lasciare che il metodo lo trovi la persona». Il micromanagement, spiega Romagna, nasce spesso da un problema strutturale: «Chi viene promosso a responsabile arriva dall’operatività e replica l’unico modello che conosce, perché nessuno lo ha formato a guidare le persone. La crescita professionale avviene per anzianità o per merito, ma il merito resta spesso legato all’operatività. Così si mette in un ruolo manageriale chi non ha le competenze per gestire persone». Il fenomeno riguarda soprattutto i responsabili intermedi, i «capetti» più che i vertici aziendali. Chi guida invece di controllare, spiega Romagna, forma leader indipendenti: «Persone che si sentono parte dell’azienda e libere di esprimersi appieno».</p>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="Il capo che non basta più" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_d5ed70f0-840e-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1742.jpg" data-title="Il capo che non basta più"><img decoding="async" class="lozad" title="Il capo che non basta più" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/cache/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_d5ed70f0-840e-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1742_v3_large_libera.jpg" alt="Controllare non basta più, i giovani cercano manager capaci di seguirli" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/20/photos/cache/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli_d5ed70f0-840e-11f1-9963-9fa84780a2ec_1920_1742_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption></figcaption></figure>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Il perché non è una ribellione</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>C’è poi un tema di comunicazione. I manager tendono a decidere e non spiegare. I ragazzi sono abituati a chiedere il perché. I primi lo leggono come mancanza di rispetto, i secondi come mancanza di trasparenza. «Il perché non è un gesto di ribellione: è il modo in cui il giovane cerca di lavorare al meglio. Ha bisogno di capire a cosa serve una cosa, quali sono gli obiettivi aziendali». Spesso basterebbe pochissimo, aggiunge Romagna: «Un messaggio su uno strumento che i ragazzi già usano, senza bisogno di convocare riunioni formali per ogni chiarimento. Ed è proprio su questo attrito, quando si ripete senza mai trovare ascolto, che matura la decisione di andarsene. Non per ribellione, ma perché il giovane non si sente più libero di portare il proprio contributo».</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Feedback continuo, non annuale</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Anche la valutazione va ripensata. «Il mondo del lavoro cambia troppo in fretta per aspettare la riunione annuale. I giovani cercano un confronto costante, che permetta di correggere subito il tiro». Bastano anche solo un quarto d’ora al mese: il punto non è la frequenza formale, ma l’attenzione continua. «Se non ho mai avuto un momento di confronto con una persona, non posso stupirmi se dopo un anno si dimette. Se sono attenta, posso intercettare il problema prima, e magari trovare una collocazione diversa. Più felice per lei, più produttiva per l’azienda». È un do ut des, aggiunge Romagna: l’ascolto costante non è un favore concesso al giovane, ma un investimento diretto sulla tenuta dell’azienda stessa. Un problema di fondo, per la coach, resta il gap generazionale: «Chi è in azienda da tempo spesso non ha gli strumenti per adattarsi a un modo di vivere il lavoro così diverso dal proprio».</p>
</div>
<div id="scroll5" class="article-body">
<h3>L’anzianità non è competenza</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Romagna non fa giri di parole sull’equazione più anni uguale più valore: «È un bias di valutazione. L’anzianità porta esperienza e conoscenza del contesto, elementi preziosi. Ma l’adattabilità e la propensione all’apprendimento continuo, che spesso hanno i giovani, superano di gran lunga gli anni di servizio». Molte aziende, osserva, non hanno nemmeno percorsi di carriera definiti: il giovane non sa quali competenze potrà acquisire, a prescindere dal traguardo di un ruolo apicale. Non è un caso che, secondo i dati citati da Romagna, solo il 6% della Gen Z aspiri oggi a ruoli dirigenziali di alto livello: «Il modello manageriale che hanno davanti, spesso, non li rappresenta. Quando l’azienda non offre una prospettiva chiara, restano due strade: le dimissioni, oppure il cosiddetto quiet quitting, il minimo indispensabile per portare a casa lo stipendio, senza più investire davvero».</p>
</div>
<div id="scroll6" class="article-body">
<h3>I manager che ce la fanno</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Esistono comunque, secondo Romagna, manager che invertono la rotta: «Sono persone che riescono ad andare oltre il ruolo. Riescono a vedere il talento della persona, a prescindere da tutto il resto». Spesso non vivono la propria posizione come un luogo di potere, ma come uno spazio di responsabilità verso gli altri. Diventano mentori più che controllori, e costruiscono una cultura aziendale dove sbagliare non è una colpa da nascondere, ma un passaggio necessario per crescere. «Se un giovane può alzare la mano e dire non ho capito, senza sentirsi in difetto, allora la cultura aziendale è più sana. E la persona resta». Restano pochi, conclude la coach. Ma dimostrano che il cambiamento, prima ancora che organizzativo, è culturale.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/controllare-non-basta-piu-i-giovani-cercano-manager-capaci-di-seguirli/">Controllare non basta più, i giovani cercano manager capaci di seguirli</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<item>
		<title>Le aziende non trovano chi cercano. Lauree e diplomi Its, tra i più rari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Busi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 07:35:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. I dati Excelsior 2025 letti dall’Osservatorio Delta Index indicano 2,7 milioni di posizioni introvabili in Italia. Ivana Pais (professoressa Università Cattolica): «Più chiedono formazione, meno offrono condizioni competitive».</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Trovare competenze nell’era dello shock demografico non è più una semplice sfida di selezione, ma di posizionamento sul mercato. Per il tessuto produttivo italiano, l’approvvigionamento di capitale umano qualificato ha raggiunto un livello di criticità senza precedenti, trasformando l’employer branding da opzione di marketing a leva di sopravvivenza industriale.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">I dati emersi dal recente report Excelsior, esaminati dall’Osservatorio Delta Index, delineano uno scenario di profonda polarizzazione. A fronte di una domanda complessiva imponente &#8211; con 5.807.300 attivazioni contrattuali previste dalle imprese (di cui il 67,4% concentrate nei servizi e il 15,7% nel manifatturiero) &#8211; il sistema si scontra con una barriera strutturale: il 47% delle figure professionali ricercate (circa 2.727.000 posizioni) risulta di difficile reperimento.</div>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>Il ricambio generazionale</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Un nodo che stringe da vicino le strategie di ricambio generazionale delle aziende, considerando che la domanda rivolta alle coorti under 30 si attesta a 1.128.903 unità (pari al 27,5% del fabbisogno totale), con una sotto-quota di 466.166 entrate destinate specificamente alla fascia under 24. Analizzando queste coorti per livello di istruzione a livello nazionale, la forza lavoro under 30 copre il 36% della domanda totale di diplomati, il 33,4% dei diplomati Its Academy e il 25,7% dei laureati.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2">L’analisi quantitativa rivela un paradosso: la difficoltà di reperimento aumenta proporzionalmente al livello di specializzazione tecnica richiesto. Se la scuola dell’obbligo registra tensioni minori, i profili provenienti dalle Its Academy toccano il picco di introvabilità al 57,3%, seguiti dai laureati al 50,9% (quasi 343.000 posizioni scoperte su 673.283 richieste). Nella maggior parte dei casi (66%), l’ostacolo principale è l’assenza totale di candidati, mentre nel 3% dei casi la causa è l’inadeguatezza della preparazione.</div>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure style="width: 190px" class="wp-caption alignleft"><a title="Ivana Pais, docente dell'Università Cattolica" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/6/photos/le-aziende-non-trovano-chi-cercano-lauree-e-diplomi-its-tra-i-piu-rari_9646a468-7909-11f1-8927-20af79b413ba_1920_1280.jpeg" data-title="Ivana Pais, docente dell'Università Cattolica"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Ivana Pais, docente dell'Università Cattolica" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/6/photos/cache/le-aziende-non-trovano-chi-cercano-lauree-e-diplomi-its-tra-i-piu-rari_9646a468-7909-11f1-8927-20af79b413ba_1920_1280_v3_large_libera.jpeg" alt="Le aziende non trovano chi cercano. Lauree e diplomi Its, tra i più rari" width="190" height="127" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/6/photos/cache/le-aziende-non-trovano-chi-cercano-lauree-e-diplomi-its-tra-i-piu-rari_9646a468-7909-11f1-8927-20af79b413ba_1920_1280_v3_large_libera.jpeg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Ivana Pais, docente dell&#8217;Università Cattolica</figcaption></figure>
<p class="zoom-gallery new libera left">Su questo specifico cortocircuito, Ivana Pais, docente di Sociologia del Lavoro presso l’Università Cattolica di Milano, evidenzia la necessità di superare i vecchi paradigmi narrativi: «Il tema del mismatch è centrale, ma dobbiamo superare la retorica dei giovani che non hanno voglia di lavorare. I dati ci dicono che le imprese cercano profili poco qualificati e quando richiedono titoli di studio più elevati spesso offrono condizioni contrattuali che non sono competitive. Le cause di questo mismatch sono il calo demografico e un sistema di formazione che non facilita il conseguimento di titoli superiori. Continuiamo a preoccuparci della disoccupazione, ma i veri problemi sono altri».</p>
</div>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il report Excelsior evidenzia un altro dato macroscopico: la richiesta aziendale di «flessibilità e adattamento» è ormai un prerequisito aziendale quasi universale, preteso dal 99,3% dei laureati e dal 98,1% dei profili Its. Accanto alla flessibilità, anche la sostenibilità è diventata una competenza d’ingresso imprescindibile per il management: l’attitudine al «risparmio energetico e sostenibilità» (Green skill) è esplicitamente richiesta all’89,3% dei profili Its e all’85,3% dei diplomati superiori. Tuttavia, la declinazione del concetto di flessibilità rappresenta spesso il punto di rottura nelle trattative con la forza lavoro under 27.</p>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="36679"></div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/6/photos/le-aziende-non-trovano-chi-cercano-lauree-e-diplomi-its-tra-i-piu-rari_96bd1d82-7909-11f1-8927-20af79b413ba_1920_1743.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/6/photos/cache/le-aziende-non-trovano-chi-cercano-lauree-e-diplomi-its-tra-i-piu-rari_96bd1d82-7909-11f1-8927-20af79b413ba_1920_1743_v3_large_libera.jpg" alt="Le aziende non trovano chi cercano. Lauree e diplomi Its, tra i più rari" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/7/6/photos/cache/le-aziende-non-trovano-chi-cercano-lauree-e-diplomi-its-tra-i-piu-rari_96bd1d82-7909-11f1-8927-20af79b413ba_1920_1743_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Due criticità: salario e formazione</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Ma secondo Ivana Pais due dei principali problemi attuali restano il salario e la mancanza di formazione continua: «Il sistema retributivo italiano è bloccato e ne stiamo soffrendo parecchio. I ritardi nei rinnovi dei contratti collettivi rallentano l’adeguamento dei livelli salariali. Inoltre, in Italia mancano aziende che accompagnino i propri dipendenti nelle trasformazioni, perché spesso sono le aziende stesse a non stare al passo coi tempi. Ad esempio nell’ambito delle competenze digitali le piccole imprese introducono pochissime innovazioni, di conseguenza i giovani dipendenti non acquisiscono nuove competenze. Servirebbe un rafforzamento del sistema di formazione continua, che permetta di specializzarsi nel corso del tempo».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Un ulteriore indicatore critico per i dipartimenti Hr riguarda la tipologia contrattuale offerta in fase di ingresso, che mostra una forte asimmetria a seconda del titolo di studio: i laureati accedono a contratti a tempo indeterminato nel 45,1% dei casi; i diplomati Its Academy ottengono la stabilizzazione immediata al 41%; i diplomati di scuola superiore (5 anni): la stabilità crolla al 23,8%, a fronte di un 64,3% di contratti a termine. Questa marcata precarizzazione dei profili intermedi rischia di compromettere la fidelizzazione delle competenze tecniche sul medio periodo, creando un danno competitivo per le aziende manifatturiere e dei servizi.</p>
</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Polarizzazione geografica</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Un’ulteriore evidenza strategica emersa dalla ricerca riguarda la profonda polarizzazione geografica della domanda di lavoro qualificato, guidata stabilmente da tre regioni: Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna. Questo sbilanciamento territoriale dimostra che la mappa delle opportunità per la forza lavoro under 27 non è uniforme, ma si concentra attorno a specifici hub produttivi e accademici.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>Su questa dinamica di accentramento, la professoressa Pais analizza il superamento del mito della decentralizzazione digitale: «Il fattore territoriale influisce tantissimo. Abbiamo sbagliato quando ci siamo illusi che il mondo fosse diventato piatto e che le tecnologie digitali potessero annullare le differenze territoriali. Alcune città creano dei veri e propri ecosistemi, in cui vige la regola dell’interdipendenza tra università e imprese: in queste città i giovani riescono a trovare un lavoro in linea con il percorso di studi. Ad esempio, un giovane arriva a Milano, si forma nelle università del territorio e poi trova un’azienda che gli offre il lavoro per cui ha acquisito competenze e sa che tornando nella città di provenienza non troverebbe un’occupazione adatta».</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>I dati analizzati dall’Osservatorio Delta Index confermano che la gestione del mismatch non può essere delegata alle sole riforme scolastiche o universitarie. Per sopravvivere alla contrazione demografica, le imprese sono chiamate a compiere un salto di qualità nella strutturazione dell’offerta.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Banca d’Italia: «Lavoro record ma i giovani restano ai margini del futuro»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 15:56:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Il rapporto annuale della Banca d’Italia sulla Lombardia certifica numeri di occupazione mai visti prima. Ma scavando nei dati emerge un paradosso che le imprese non possono ignorare: i giovani crescono quasi soltanto nei servizi ad alta conoscenza.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Il tasso di disoccupazione in Lombardia nel 2025 ha toccato il 3,0%, ai minimi storici. Il tasso di occupazione ha raggiunto il 69,6%. Sul paper, non c’è nulla da temere. Eppure la <b>Banca d’Italia</b> segnala una crepa strutturale che chi si occupa di capitale umano non dovrebbe sottovalutare: la disoccupazione tra i 15 e i 24 anni resta al 10,9%, quasi quattro volte il valore medio regionale. E quattro contratti a termine su dieci riguardano lavoratori under 25. <b>Per molti giovani l’ingresso nel lavoro non è un approdo stabile</b>: è una sequenza di contratti a scadenza, con tutto ciò che comporta in termini di progettazione del futuro.</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Il calo silenzioso della partecipazione</h3>
<p class="position2"><span style="font-size: 16px;">Uno dei dati più significativi è anche uno dei meno citati. Tra il 2009 e il 2025, il tasso di partecipazione al mercato del lavoro della fascia 15-34 anni è sceso dal 65,5% al 55%. Dieci punti in sedici anni. Per le aziende che si chiedono perché il bacino di candidati giovani si sia assottigliato, questa è una parte della risposta: non è solo demografia. Quei giovani ci sono, ma una fetta ha smesso di presentarsi alla porta. Se le condizioni di ingresso &#8211; contratti precari, retribuzioni iniziali basse, percorsi di crescita poco leggibili &#8211; non bastano a convincerli, scelgono altro.</span></p>
</div>
<div class="article-body-full">
<h3 class="position2">Dove crescono i giovani: solo nei KIS</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="46479">L’occupazione giovanile in Lombardia tra il 2014 e il 2024 è cresciuta quasi esclusivamente nei servizi ad alta intensità di conoscenza (KIS &#8211; Knowledge-Intensive Services). Nei settori manifatturieri tradizionali e nel commercio, i giovani sono diminuiti o fermi. Questo ha due letture. I giovani si concentrano nei settori che creano più valore. Ma i settori con più bisogno di ricambio generazionale &#8211; inclusa la manifattura lombarda, che vale il 21% del prodotto interno lordo regionale &#8211; non riescono ad essere percepiti come destinazioni appetibili. Il rapporto lo dice chiaramente: sarà decisivo che agli investimenti in tecnologie avanzate si accompagni la capacità di attrarre e trattenere giovani talenti.</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>Il nodo salariale</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Le retribuzioni sono cresciute del 3,5% nel 2024 in termini nominali. Ma in termini reali i salari medi lombardi nel 2023 erano ancora inferiori dell’1,4% rispetto al 2008. Quindici anni di crescita nominale non hanno compensato la perdita di potere d’acquisto. Circa metà dei lavoratori under 35 con contratto a tempo pieno guadagna meno di 30.000 euro lordi all’anno. A Milano, il canone medio di affitto ha raggiunto 17,3 euro al metro quadro: per 75 metri quadri assorbe oltre il 30% del reddito netto medio, la soglia di sostenibilità convenzionalmente accettata. La Generazione Z fa i conti, eccome. Un’azienda che si limita a offrire lo stipendio di mercato senza costruire intorno ad esso un progetto credibile di crescita, welfare e stabilità sta perdendo la partita prima ancora di iniziarla.</p>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Formazione e intelligenza artificiale</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il 28% delle aziende industriali lombarde ha già adottato soluzioni di intelligenza artificiale, e un ulteriore 11% prevede di farlo entro fine 2026. Ma Banca d’Italia nota che solo una minoranza le integra davvero nei processi produttivi. Questo ritardo ha un risvolto diretto sul capitale umano: la Generazione Z, prima generazione digitale nativa, si trova a disagio in ambienti dove la tecnologia è ancora marginale. Le imprese che investono in AI e formazione continua diventano più attrattive per i candidati qualificati e costruiscono un argomento potente anche sul fronte della retention.</p>
</div>
<div class="article-body">
<p>I numeri della Banca d’Italia, letti attraverso la lente del capitale umano, consegnano un messaggio preciso alle imprese: il mercato del lavoro lombardo è formalmente in salute, ma nasconde squilibri generazionali che non si risolvono da soli. Chi si muove con strumenti ordinari &#8211; un annuncio, un colloquio, uno stipendio di mercato &#8211; compete in campo affollato per una risorsa sempre più scarsa. Chi costruisce un’offerta strutturata si posiziona in modo radicalmente diverso.</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Colletti blu e Generazione Z: la domanda c&#8217;è, ma la percezione è ferma al passato</title>
		<link>https://www.deltaindex.it/journal/colletti-blu-e-generazione-z-la-domanda-ce-ma-la-percezione-e-ferma-al-passato/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 08:42:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Una ricerca LinkedIn su oltre 1.000 professionisti italiani fotografa un paradosso che l'Osservatorio Delta Index conferma: le professioni tecniche e operative sono sempre più richieste, ma continuano a essere percepite come una seconda scelta. La Generazione Z è al centro di questa contraddizione. E la Lombardia non fa eccezione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/colletti-blu-e-generazione-z-la-domanda-ce-ma-la-percezione-e-ferma-al-passato/">Colletti blu e Generazione Z: la domanda c&#8217;è, ma la percezione è ferma al passato</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Hospitality e ristorazione al 78%, retail al 67%, logistica al 66%: sono le percentuali di dipendenza dai cosiddetti <strong>&#8220;colletti blu&#8221;</strong> registrate da LinkedIn nei tre settori più rilevanti per l&#8217;economia italiana. Senza questi profili tecnici, manuali e operativi, interi comparti si fermano. Eppure nel racconto pubblico del lavoro queste professioni occupano ancora uno spazio marginale, schiacciato da un immaginario che associa il successo alla scrivania e al titolo universitario.</p>
<p>È il paradosso che emerge dalla ricerca condotta da LinkedIn su un campione di 1.000 professionisti italiani, intervistati tra il 17 e il 22 aprile 2026. Una fotografia che l&#8217;Osservatorio Delta Index, attivo nell&#8217;analisi dell&#8217;attrattività delle imprese del Nord Italia verso le nuove generazioni, riconosce pienamente: è esattamente il divario che misuriamo ogni volta che un&#8217;azienda ci chiede di valutare la propria capacità di attrarre giovani talenti. La domanda di lavoro tecnico esiste, ed è robusta. Il problema è la narrazione che manca.</p>
<h3>Gen Z: è la più divisa, non la più contraria</h3>
<p>Tra i dati più significativi c&#8217;è quello che riguarda la <strong>Generazione Z,</strong> i nati tra il 1995 e il 2009. Il 49% considera le professioni tecniche una garanzia per il futuro. Ma il 48% associa ancora il successo ai lavori d&#8217;ufficio. Un equilibrio quasi perfetto che racconta qualcosa di preciso: la Gen Z non rifiuta il lavoro manuale in blocco. <strong>È divisa.</strong> Ed è questa divisione interna a renderla diversa dalle generazioni precedenti: i Millennials si attestano al 58% nel considerare solide le professioni tecniche, la Gen X al 60%. La generazione più giovane registra la percentuale più bassa, ma la ragione non è il disinteresse: è la mancanza di racconto.</p>
<p>La Gen Z è la prima cresciuta interamente nell&#8217;era dei social media, dove il lavoro visibile è quello che si fotografa e si condivide. Il termoidraulico che installa una pompa di calore ad alta efficienza non appare nei feed. L&#8217;ufficio con la scrivania di design, sì. Il problema non è la Gen Z: è la narrazione che le imprese non hanno ancora imparato a costruire. Lo conferma un dato culturale: il <strong>66% degli italiani</strong> dichiara che le aspettative di famiglia e società pesano fortemente sulle scelte professionali. Il 64% considera ancora le professioni tecniche una &#8220;seconda scelta&#8221;. Sono bias antichi, trasmessi informalmente nel tempo, che nessun annuncio di lavoro da solo è in grado di abbattere.</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #3366ff;"><strong><em>«Le professioni tecniche soffrono di un problema di percezione: sono viste con gli occhi del passato, mentre funzionano già con logiche del futuro». Marcello Albergoni, Country Manager LinkedIn Italia</em></strong></span></p>
<h3>Lombardia: riconoscimento alto, visibilità bassa</h3>
<p>Il focus regionale della ricerca &#8211; Lombardia, Lazio e Campania a confronto &#8211; offre elementi particolarmente utili per le piccole e medie imprese del territorio in cui opera Delta Index. La Lombardia è la regione dove le professioni tecniche godono del maggiore riconoscimento come percorsi solidi: il <strong>60% dei lombardi</strong> le considera una garanzia per il futuro, contro il 53% di Lazio e Campania. L&#8217;associazione tra lavoro tecnico, buona retribuzione e stabilità è più forte in Lombardia (64%). Il 73% dei lombardi ritiene che l&#8217;intelligenza artificiale (IA) sostituirà alcune attività senza eliminare interi ruoli: una visione pragmatica, coerente con la cultura produttiva di un territorio abituato a misurare il valore del lavoro in termini concreti.</p>
<p>Eppure il <strong>68% dei lombardi</strong> ritiene che le opportunità nel comparto tecnico non siano comunicate efficacemente. E il 65% le considera ancora una &#8220;seconda scelta&#8221;. Il paradosso lombardo è nitido: le imprese ci sono, il lavoro è buono, le prospettive sono reali, ma questo non raggiunge i giovani nel momento decisivo in cui costruiscono le proprie aspettative. È esattamente il nodo che Delta Index intercetta nel pilastro <strong>Attrarre</strong>: la capacità di un&#8217;impresa di rendere visibile e desiderabile la propria identità lavorativa agli occhi della Gen Z.</p>
<h3>Stipendio, equilibrio vita-lavoro e reti informali</h3>
<p>La ricerca identifica le leve di attrattività. Il <strong>46% degli italiani</strong> indica stipendi più alti e migliori benefit come fattore prioritario. Il 38% cita l&#8217;equilibrio tra vita privata e lavoro. Il 28% cerca maggiore sicurezza occupazionale. Sono esattamente le dimensioni che Delta Index misura nel pilastro <strong>Trattenere</strong>: welfare aziendale, clima organizzativo, possibilità di crescita professionale. C&#8217;è poi un elemento strutturale rilevante: il 61% degli italiani ritiene che conoscere le persone giuste conti più delle competenze nella ricerca di lavoro. Un dato che conferma come, nei settori tecnici e artigianali, la reputazione sul territorio sia un asset di attrattività tanto reale quanto il contratto offerto.</p>
<h3>La lettura di Delta Index: una conferma esterna</h3>
<p>L&#8217;ultimo Rapporto Delta Index aveva già documentato le criticità nel rapporto tra le piccole e medie imprese lombarde e la Generazione Z. Il turnover dei giovani under 27 in hospitality e ristorazione si attestava al 72,98% nel 2024, scendendo al 62,33% nel 2025. Numeri che descrivono un mercato in cui i giovani entrano ed escono con una velocità che le imprese faticano a intercettare. I dati LinkedIn offrono ora una conferma esterna e autorevole: il mismatch non è solo quantitativo, ma è soprattutto <strong>culturale e comunicativo</strong>. Le imprese producono valore, offrono stabilità, garantiscono prospettive reali di crescita. Ma non riescono a renderle visibili a una generazione che costruisce le proprie aspettative attraverso ciò che vede raccontato.</p>
<p>È per questo che il pilastro <strong>Attrarre</strong> rimane il nodo più critico per la maggior parte delle imprese che si rivolgono al nostro Osservatorio. Non si tratta di pubblicare un annuncio di lavoro: si tratta di costruire una narrazione autentica e consistente dell&#8217;identità aziendale, capace di parlare alla Gen Z nel linguaggio e nei luoghi in cui si muove.</p>
<h3>Tre direzioni operative per le imprese</h3>
<p><strong>Prima: comunicare con autenticità.</strong> Il 66% degli italiani ritiene che le opportunità nel comparto tecnico non siano visibili. Non servono spot patinati: servono storie vere di percorsi di crescita, sui canali che la Gen Z frequenta.</p>
<p><strong>Seconda: essere trasparenti sulla retribuzione,</strong> anche in vista della Direttiva europea sulla Trasparenza retributiva, e dimostrare in modo strutturato la capacità di garantire equilibrio tra lavoro e vita privata.</p>
<p><strong>Terza: investire nell&#8217;orientamento scolastico,</strong> costruendo rapporti continuativi con istituti tecnici, percorsi di Istruzione e Formazione Professionale (IFP) e Istituti Tecnici Superiori (ITS), incontrando i giovani prima che i bias si consolidino definitivamente.</p>
<p>La Gen Z non è contro il lavoro tecnico. È in attesa di un racconto credibile che glielo faccia conoscere dall&#8217;interno. Le imprese che sapranno costruirlo &#8211; con autenticità e con metodo &#8211; avranno un vantaggio reale nella competizione per i talenti nei distretti produttivi del Nord Italia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/colletti-blu-e-generazione-z-la-domanda-ce-ma-la-percezione-e-ferma-al-passato/">Colletti blu e Generazione Z: la domanda c&#8217;è, ma la percezione è ferma al passato</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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		<title>In Lombardia un 1° Maggio con gran sete di giovani: nelle piccole imprese la domanda under 30 supera le grandi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 16:25:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. Secondo il Focus Lavoro di Confartigianato Lombardia, le micro e piccole imprese programmano il 32,6% degli ingressi rivolti a under 30, oltre tre punti in più rispetto alla media del mercato. Ma il 54,7% di quei profili risulta già oggi introvabile</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/in-lombardia-un-1-maggio-con-gran-sete-di-giovani-nelle-piccole-imprese-la-domanda-under-30-supera-le-grandi/">In Lombardia un 1° Maggio con gran sete di giovani: nelle piccole imprese la domanda under 30 supera le grandi</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">C&#8217;è una domanda che rimbalza ogni Primo Maggio nelle sedi delle associazioni di categoria, dei sindacati, nei convegni sul lavoro: dove sono finiti i giovani? La risposta, almeno in Lombardia, arriva questa volta dai dati. E dice una cosa precisa: li cercano soprattutto le piccole imprese e l&#8217;artigianato, molto più delle grandi aziende e delle multinazionali. È quanto emerge dal Focus Lavoro pubblicato da Confartigianato Lombardia in vista del 1° maggio 2026, un&#8217;analisi dettagliata che incrocia i dati Excelsior di Unioncamere con le previsioni del Sistema Informativo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. I numeri sono chiari e, per certi versi, sorprendenti.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>Una domanda che cresce</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Nel 2025, le micro e piccole imprese (MPI) lombarde (quelle con</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">meno di 50 dipendenti) hanno programmato 178.510 ingressi di under 30, pari al 32,6% del totale delle assunzioni previste. Una quota che non solo supera di oltre tre punti percentuali la media complessiva del mercato del lavoro lombardo (ferma al 29,5%), ma che è cresciuta di 3,1 punti rispetto al 2021, quando si attestava al 29,4%. Nello stesso periodo, la variazione per le imprese più grandi è rimasta quasi piatta, a +0,8 punti. Detto in modo ancora più diretto: le piccole imprese e l&#8217;artigianato stanno aumentando la loro fame di giovani a un ritmo quattro volte superiore rispetto al resto del mercato.</p>
<blockquote class="ml-2 border-l-4 border-border-300/10 pl-4 text-text-300">
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>Eugenio Massetti, presidente di Confartigianato Lombardia</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">«In Lombardia le micro piccole imprese e le aziende artigiane sono assetate di giovani perché garantiscono quella continuità del fare e il know-how che altrimenti rischiano di andare dispersi e perché, già oggi, rappresentano uno dei principali motori dell&#8217;innovazione. Gli ingressi programmati dalle MPI lombarde di under 30 rappresentano il 32,6% del totale, oltre 3 punti in più rispetto al complessivo del mercato del lavoro.</p>
<figure id="attachment_10182" aria-describedby="caption-attachment-10182" style="width: 184px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-10182" src="https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/04/massetti-aprile26-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" srcset="https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/04/massetti-aprile26-184x300.jpg 184w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/04/massetti-aprile26-626x1024.jpg 626w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/04/massetti-aprile26-768x1255.jpg 768w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/04/massetti-aprile26-940x1536.jpg 940w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/04/massetti-aprile26-1253x2048.jpg 1253w, https://www.deltaindex.it/wp-content/uploads/2026/04/massetti-aprile26.jpg 1336w" sizes="(max-width: 184px) 100vw, 184px" /><figcaption id="caption-attachment-10182" class="wp-caption-text">Eugenio Massetti, presidente Confartigianato Lombardia</figcaption></figure>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Una MPI può dare grande soddisfazione a un ragazzo che desidera crescere: non sei chiuso in una singola mansione né confinato in una fase del processo. Puoi vedere come nasce un&#8217;idea, come si trasforma in prodotto o servizio, come incontra il cliente. Nelle nostre realtà l&#8217;impegno personale si vede e fa la differenza, il talento lascia traccia. E le imprese hanno voglia di investire sui giovani, tanto che &#8211; quando una nuova risorsa entra in azienda &#8211; si impiegano, in media, 15 mesi di formazione».</p>
</blockquote>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>Il paradosso: li cercano, ma non li trovano</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Qui si apre però il paradosso che caratterizza il mercato del lavoro lombardo. Delle oltre 178.500 posizioni under 30 ricercate dalle MPI, ben 97.650 risultano di difficile reperimento: il 54,7% del totale. Un dato che sale ancora nelle imprese artigiane: su 25.000 profili under 30 ricercati, il 62,4% (circa 15.000 persone) è praticamente introvabile. Per capire la dimensione del problema basta confrontarlo con la media generale: la difficoltà di reperimento si attesta al 48,1% per tutte le imprese, mentre per le artigiane tocca il 62,7%. Uno scarto di quasi 15 punti percentuali che racconta quanto questo tessuto produttivo sia esposto alla crisi demografica in atto. I dati provinciali rivelano le situazioni più critiche: Cremona (60,4%), Pavia (60,4%) e Mantova (58,3%) guidano la classifica delle province lombarde dove risulta più difficile trovare under 30 per le MPI. Ma anche nelle province tradizionalmente più dinamiche la pressione è intensa: a Bergamo la difficoltà di reperimento si attesta al 53,5%, a Brescia al 56,8%, a Lecco al 56,8%.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>Il tempo non è dalla parte di nessuno</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">La difficoltà non si esaurisce nella fase di ricerca. Anche quando un giovane viene trovato e inserito, la strada è lunga: le micro e piccole imprese impiegano mediamente oltre un anno (in alcuni casi fino a 15 mesi) per rendere pienamente operativa una nuova risorsa. È il costo invisibile della trasmissione del saper fare, di quel know-how artigianale che non si trasferisce con un manuale ma con il tempo, l&#8217;affiancamento, la pratica quotidiana. Ed è proprio per questo che il 68% delle imprese artigiane e delle MPI lombarde ha dichiarato di aver trattenuto il personale anche in presenza di un calo della produzione. Non è fedeltà sentimentale: è calcolo economico. Perdere una persona formata, in un contesto dove trovarne un&#8217;altra richiede mesi, significa rischiare la continuità operativa.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>La demografia come destino</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Dietro questi numeri c&#8217;è una trasformazione strutturale che i dati Istat fotografano con impietosa precisione. Nei prossimi vent&#8217;anni (2026-2046), la Lombardia vedrà crescere la popolazione over 65 del 35,9%, mentre quella under 35 si ridurrà del 7,6%. In termini assoluti: 874.752 anziani in più, 251.330 giovani in meno. Le province che soffriranno di più sul fronte giovanile sono proprio quelle del manifatturiero avanzato: Bergamo (-9,9%), Lecco (-10,2%), Como (-8,8%). Le stesse province che oggi esprimono la domanda più intensa di lavoro qualificato under 30. Nell&#8217;artigianato, questa transizione è già in atto da oltre un decennio. Tra il 2014 e il 2025, la componente di lavoratori autonomi artigiani under 30 si è ridotta del 50,7%, mentre quella degli over 55 è cresciuta del 29,8%. Tra i dipendenti, il divario è ancora più netto: +114,6% per gli over 55, +33,1% per gli under 35.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>I giovani come leva di innovazione digitale</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">C&#8217;è però un dato che ribalta il racconto tradizionale, quello che dipinge le piccole imprese come realtà conservatrici, lente nell&#8217;adozione del digitale. Nelle MPI che hanno almeno un dipendente under 30, la quota di aziende che integra e utilizza strumenti di intelligenza artificiale raggiunge il 24%, sette punti percentuali in più rispetto alle imprese che non hanno giovani in organico. Il dato è rilevante perché smentisce il pregiudizio: non è la dimensione aziendale a determinare la propensione all&#8217;innovazione digitale, ma la composizione generazionale del team. I giovani portano con sé una familiarità con gli strumenti digitali che, innestata sul know-how dei lavoratori senior, produce risultati misurabili.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>I profili cercati</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">La domanda si concentra su figure tecnico-operative precise: elettricisti nelle costruzioni civili, acconciatori, muratori, idraulici, meccanici e montatori di macchinari industriali, conducenti di mezzi pesanti, riparatori di automobili, attrezzisti e operatori di macchine utensili, montatori di carpenteria metallica. Il 68,7% della domanda richiede un diploma professionale o secondario, in particolare negli indirizzi meccanico, elettrico, elettronico, edile e termoidraulico. Sono i mestieri che costruiscono case, che riparano impianti, che tengono in funzione le linee produttive della manifattura lombarda. Mestieri concreti, spesso sottovalutati dall&#8217;orientamento scolastico, ma decisivi per l&#8217;economia reale.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]"><strong>La lettura Delta Index</strong></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Questa fotografia si sovrappone in modo significativo a ciò che l&#8217;Osservatorio Delta Index rileva ogni anno nel suo Report sull&#8217;attrattività delle aziende verso la Generazione Z. Le piccole e medie imprese lombarde &#8211; il cuore pulsante del sistema produttivo di Bergamo, Brescia, Como, Lecco e delle altre province del Nord &#8211; mostrano spesso un paradosso simile: alta voglia di giovani, bassa capacità di comunicarla e strutturarla. Il problema non è solo trovare i giovani. È costruire un&#8217;offerta di lavoro che risponda alle attese di una generazione abituata a cercare senso, crescita, riconoscimento. La visione espressa da Massetti &#8211; quella di un&#8217;impresa dove il talento lascia traccia, dove si vede nascere un&#8217;idea e diventare prodotto &#8211; è già una forma potente di attrattività. Manca, in molti casi, la capacità di raccontarla con strumenti adeguati. Il Primo Maggio 2026 consegna quindi alle piccole e medie imprese lombarde un messaggio chiaro: la corsa ai talenti under 30 è già aperta. Chi non si attrezza oggi per partecipare, domani potrebbe non avere più la squadra per correre.</p>
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		<title>La «RAL» negli annunci: la norma è in arrivo ma il 68% non si muove</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bruno Bonassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 09:30:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CAPITALE UMANO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>CAPITALE UMANO. La Direttiva UE sulla trasparenza retributiva è ormai alle porte, ma un’azienda su tre ignora gli obblighi imminenti. Tra le piccole imprese, una su due. Eppure indicare la retribuzione negli annunci aumenta le candidature fino al 67%.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.deltaindex.it/journal/la-ral-negli-annunci-la-norma-e-in-arrivo-ma-il-68-non-si-muove/">La «RAL» negli annunci: la norma è in arrivo ma il 68% non si muove</a> proviene da <a href="https://www.deltaindex.it">Deltaindex</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-body">
<p>Ad aprire l’«Human Revolution Day» è stata Cristina Zucchetti, Presidente di Z Holding e Responsabile Risorse Umane del Gruppo Zucchetti, padrona di casa nel senso più concreto del termine, visto che la giornata si è svolta all’interno del nuovo Zucchetti Village di Lodi, inaugurato di recente. Un’emozione, ha detto, accogliere colleghi e partner in questa nuova casa, e farlo proprio nell’auditorium intitolato al fondatore, il padre Domenico Zucchetti. Ma il saluto si è fatto subito sostanza: «Le risorse umane sono al centro di tutto. Non come funzione di supporto, ma come hub strategico che connette direzione, manager e collaboratori. Il futuro delle aziende passa dalla capacità di gestire le persone con intelligenza, con strumenti adeguati e con una visione di lungo periodo».</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont right">
<figure class="zoom-gallery new libera right">
<p><figure style="width: 145px" class="wp-caption alignright"><a title="Cristina Zucchetti" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/4/23/photos/la-ral-negli-annunci-la-norma-e-in-arrivo-ma-il-68-non-si-muove_6108f74a-3ef5-11f1-8778-f6b3a4207f4e_1920_2879.jpg" data-title="Cristina Zucchetti"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Cristina Zucchetti" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/4/23/photos/cache/la-ral-negli-annunci-la-norma-e-in-arrivo-ma-il-68-non-si-muove_6108f74a-3ef5-11f1-8778-f6b3a4207f4e_1920_2879_v3_medium_libera.jpg" alt="La «RAL» negli annunci: la norma è in arrivo ma il 68% non si muove" width="145" height="218" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/4/23/photos/cache/la-ral-negli-annunci-la-norma-e-in-arrivo-ma-il-68-non-si-muove_6108f74a-3ef5-11f1-8778-f6b3a4207f4e_1920_2879_v3_medium_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Cristina Zucchetti</figcaption></figure></figure>
</div>
<p>Una cornice che ha dato il tono all’intera giornata. L’Osservatorio Zucchetti HR 2026 &#8211; giunto alla sua sesta edizione, con oltre 1.500 aziende coinvolte nell’indagine &#8211; è stato presentato da Luca Stella, Innovation Manager della Business Unit HR e Presidente dell’Advisory Board, con una premessa metodologica non banale: quest’anno è stata rimossa dalle priorità sottoposte al campione l’opzione «automazione dei processi», che storicamente raccoglieva la maggioranza delle preferenze oscurando il quadro delle altre aree gestionali. Il risultato è un ritratto più preciso di dove le imprese italiane stiano davvero investendo.</p>
</div>
<div id="scroll1" class="article-body">
<h3>La trasparenza salariale</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Il tema che domina la scena normativa è la Direttiva europea sulla Trasparenza retributiva. Un’azienda su tre dichiara di ignorarne totalmente gli obblighi imminenti; tra le piccole imprese la quota sale a una su due. «Le trasformazioni più incisive devono partire da un cambiamento culturale &#8211; ha dichiarato Luca Stella -. Ed è ciò che dovrà innescare la normativa sulla trasparenza salariale. Si tratterà di ragionare in termini di organizzazione in cluster, sui sistemi di job architecture, per mappare competenze e compiere analisi del gender pay gap. Non è un adempimento burocratico: è una rivisitazione profonda del modo in cui le aziende pensano alla retribuzione e alla comunicazione verso il mercato del lavoro».</p>
</div>
<div class="article-body-full">
<div class="position2"></div>
</div>
<div class="article-body">
<figure class="zoom-gallery new libera medium"><a title="None" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/4/23/photos/la-ral-negli-annunci-la-norma-e-in-arrivo-ma-il-68-non-si-muove_61a19338-3ef5-11f1-8778-f6b3a4207f4e_1920_409.jpg"><img decoding="async" class="lozad" title="None" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/4/23/photos/cache/la-ral-negli-annunci-la-norma-e-in-arrivo-ma-il-68-non-si-muove_61a19338-3ef5-11f1-8778-f6b3a4207f4e_1920_409_v3_large_libera.jpg" alt="La «RAL» negli annunci: la norma è in arrivo ma il 68% non si muove" width="100%" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/4/23/photos/cache/la-ral-negli-annunci-la-norma-e-in-arrivo-ma-il-68-non-si-muove_61a19338-3ef5-11f1-8778-f6b3a4207f4e_1920_409_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a></figure>
</div>
<div id="scroll2" class="article-body">
<h3>Recruiting e onboarding</h3>
</div>
<div class="half-story" data-gtm-vis-first-on-screen7174058_371="2515">Sul recruiting, Martina Colombara, Group Chief People Officer di Kerakoll, intervenuta alla tavola rotonda della mattinata, ha messo il dito nella piaga: «Il punto non è assumere. È ripensare come le persone entrano nelle organizzazioni, come crescono e come restano. Dobbiamo convincere i giovani con l’esperienza che sia una buona cosa venire nella nostra azienda piuttosto che in un’altra. E questo è un lavoro culturale». Solo un terzo delle aziende, ha ricordato, ha un processo di onboarding davvero strutturato: «Ancora è molta burocrazia, non uno strumento di fare cultura. Le persone dovrebbero già prima di entrare in azienda cominciare a pensare a dove stanno andando».</div>
<div id="scroll3" class="article-body">
<h3>L’IA: l’opportunità da governare</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>Solo il 12% delle aziende utilizza l’intelligenza artificiale in modo integrato nei processi HR strutturati. Luca Stella, che ha moderato la tavola rotonda sull’AI con il professor Mariano Corso del Politecnico di Milano e la professoressa Patrizia Catellani dell’Università Cattolica, ha inquadrato il problema senza giri di parole: «Non stiamo governando il processo. Due utilizzatori su tre non usano nemmeno gli strumenti aziendali messi a disposizione. Sembriamo inconsapevoli, e sembra che non ci si voglia davvero preparare».</p>
</div>
<div class="article-body">
<div class="float-img-article-cont left">
<figure class="zoom-gallery new libera left">
<figure style="width: 191px" class="wp-caption alignleft"><a title="Luca Stella" href="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/4/23/photos/la-ral-negli-annunci-la-norma-e-in-arrivo-ma-il-68-non-si-muove_6227e4f6-3ef5-11f1-8778-f6b3a4207f4e_1920_1521.jpg" data-title="Luca Stella"><img loading="lazy" decoding="async" class="lozad" title="Luca Stella" src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/4/23/photos/cache/la-ral-negli-annunci-la-norma-e-in-arrivo-ma-il-68-non-si-muove_6227e4f6-3ef5-11f1-8778-f6b3a4207f4e_1920_1521_v3_large_libera.jpg" alt="La «RAL» negli annunci: la norma è in arrivo ma il 68% non si muove" width="191" height="151" data-src="https://storage.ecodibergamo.it/media/photologue/2026/4/23/photos/cache/la-ral-negli-annunci-la-norma-e-in-arrivo-ma-il-68-non-si-muove_6227e4f6-3ef5-11f1-8778-f6b3a4207f4e_1920_1521_v3_large_libera.jpg" data-loaded="true" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Luca Stella</figcaption></figure>
<p>Mariano Corso ha sintetizzato il paradosso con una metafora: «È come illudersi di arrivare al raccolto senza aver preparato il terreno. Solo un terzo delle piccole aziende ha fatto una qualche formazione sull’IA. E il 65% dei lavoratori dice che la propria impresa non ha fatto nulla per aiutarli. Nulla». Il rischio, ha aggiunto, è che i giovani &#8211; i più veloci ad adottare gli strumenti &#8211; siano anche i primi a vedere le proprie mansioni a basso valore sostituite, aggravando ulteriormente il già critico dato sul turnover generazionale.</figure>
</div>
</div>
<div id="scroll4" class="article-body">
<h3>Formazione e benessere</h3>
</div>
<div class="article-body">
<p>In un quadro di sfide simultanee, emerge però un segnale positivo: Formazione e sviluppo del personale raccolgono il 59% delle preferenze come priorità di investimento nel 2026, il benessere si attesta al 53%. «La formazione non è più percepita solo come un costo &#8211; ha concluso Stella -. È diventata uno strumento strategico, tanto più nella relazione con le nuove generazioni, che considerano le opportunità di apprendimento uno degli elementi decisivi nella scelta di un datore di lavoro». Un segnale che, se tradotto in investimenti reali, potrebbe cominciare a muovere anche il dato più ostinato: quello del turnover.</p>
</div>
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