Il dato più netto è anche il più spiazzante: in Lombardia un diplomato su tre non ha le idee chiare sul proprio futuro professionale. Non è una fotografia marginale, ma il segnale di una frattura profonda tra scuola, lavoro e aspettative delle nuove generazioni. È da qui che prende avvio la ricerca «Orientare i talenti. Dati, strumenti, esperienze e prospettive», realizzata da Fondazione Adapt, che mette nero su bianco una verità ormai difficile da ignorare: l’orientamento non può più essere un momento isolato, né un adempimento formale, ma una vera infrastruttura strategica per il futuro del Paese.
Percorsi inefficaci
Il contesto demografico rende questo scenario ancora più critico. Nei prossimi decenni la popolazione attiva italiana è destinata a ridursi di circa il 35%, passando da 37,3 a 24,4 milioni di persone; in Lombardia la contrazione prevista è del 21%. Eppure, entro il 2029, nella sola regione saranno richiesti 682.800 nuovi lavoratori, soprattutto nei servizi alle imprese, nell’industria manifatturiera e nei servizi alla persona. Quasi la metà delle posizioni riguarderà profili tecnici e professionali. «Siamo davanti a un paradosso evidente – osserva Colombo -. Da una parte le imprese non trovano competenze, dall’altra molti giovani faticano a scegliere. È il segno che l’orientamento non può essere lasciato al caso». Il mismatch produce effetti concreti: il 23% dei giovani occupati svolge un lavoro che non valorizza pienamente il proprio titolo di studio, mentre la sovraqualificazione convive con la carenza di profili tecnici. Anche le competenze digitali restano un nodo aperto: solo il 68,6% dei giovani possiede competenze almeno di base. «Il rischio – avverte Colombo – è che i ragazzi arrivino a pensare: “Questo percorso non fa per me, quindi mollo”. In realtà l’orientamento dovrebbe evitare proprio questo, offrendo alternative e accompagnando la crescita personale nel tempo».
Bassa istruzione terziaria
Sul fronte dell’istruzione terziaria, l’Italia resta sotto la media europea, con il 31,6% di laureati tra i 25 e i 34 anni. La Lombardia sale al 35,2%, ma con forti divari territoriali. Milano supera il 45%, mentre altre province restano indietro. «Qui l’orientamento diventa anche una questione di equità – spiega Colombo – perché aiuta a rendere visibili opportunità che altrimenti resterebbero accessibili solo a chi ha più strumenti culturali e sociali».
Nonostante le criticità, la Lombardia mostra indicatori positivi: tasso di occupazione giovanile al 42%, abbandono scolastico al 7,7%, dispersione implicita al 3,7%. Un contesto che può diventare un laboratorio avanzato. «L’orientamento non è una scelta individuale che riguarda solo i ragazzi – afferma Colombo . – È un investimento sul territorio in cui un’impresa si colloca e quindi sulla sostenibilità futura dell’impresa stessa. L’alternativa è una logica autoreferenziale che spinge i giovani a studiare altrove e poi a lavorare altrove».
«Senza bussola i ragazzi scambiano una difficoltà per un fallimento personale»
Da qui il ruolo strategico delle aziende come attori educativi. La ricerca valorizza diverse best practice, tra cui il caso di Edison. Con il progetto Scuola Edison, l’azienda ha costruito percorsi strutturati di incontro con studenti e docenti, basati su laboratori, testimonianze e attività esperienziali sui temi dell’energia, della transizione ecologica e dell’innovazione. Un modello che interpreta l’orientamento come responsabilità condivisa. «Quando le imprese entrano nei percorsi di orientamento – sottolinea Colombo – contribuiscono a creare quella pari dignità tra i diversi percorsi formativi che è essenziale per aiutare i giovani a scegliere senza gerarchie precostituite».
Servono strumenti per scegliere
Accanto a Edison, emergono esperienze promosse da ITS Academy, associazioni datoriali e soggetti del terzo settore, accomunate dalla continuità nel tempo e dal forte radicamento territoriale. Sono iniziative che non si limitano a informare, ma permettono di sperimentare. «L’orientamento – ribadisce Colombo – non è un momento di scelta isolato, ma un percorso che dura nel tempo, attraversa più enti e accompagna le persone lungo tutta la vita». Il messaggio che emerge è netto: non esiste un percorso giusto in assoluto. «Dobbiamo rilanciare l’idea che non ci siano strade di serie A e di serie B – conclude Colombo -. Esistono percorsi più o meno coerenti con le persone. L’orientamento serve a dare strumenti per scegliere, per riorientarsi e per crescere». Perché, come emerge con forza dai dati e dalle esperienze raccontate, orientare non significa indicare una direzione dall’alto, ma camminare insieme, costruendo passo dopo passo un rapporto più solido tra persone, lavoro e territorio.
Skillherz, il modello educativo
che coinvolge di più le aziende
Di fronte a un orientamento che in Italia continua a mostrarsi fragile, episodico e spesso scollegato dalla realtà produttiva, il nodo non è più solo quanto orientamento si fa, ma come lo si costruisce. I dati della ricerca di Fondazione Adapt lo dicono con chiarezza: un diplomato su tre non ha idee chiare sul proprio futuro professionale e molti giovani compiono scelte formative senza conoscere davvero gli sbocchi lavorativi. È il segnale di una distanza strutturale tra scuola e lavoro che non può essere colmata con eventi spot o testimonianze occasionali. In questo contesto si inserisce Skillherz (società benefit Edoomark con Gruppo Sesaab e Odissea di Percassi), progetto interregionale di orientamento che ribalta l’impostazione tradizionale e prova a ricostruire il collegamento mancante partendo da un assunto semplice ma spesso rimosso dal dibattito pubblico: l’orientamento funziona solo se passa anche dalle imprese. Non come attori accessori o testimonial di una giornata, ma come parte integrante del processo educativo. Il modello Skillherz nasce proprio per superare la logica informativa, puntando su un approccio esperienziale e continuativo. Le NextGenFactory Skillherz sono spazi fisici in cui studenti e studentesse entrano in contatto diretto con il lavoro, incontrano aziende, professionisti e mestieri, osservano processi reali e comprendono come le competenze apprese a scuola si trasformano in attività concrete. Non si tratta di anticipare la selezione, ma di rendere visibile ciò che normalmente resta astratto. Skillherz lavora sulla costruzione di comunità formative territoriali, mettendo in rete scuole, imprese, enti di formazione e istituzioni. L’orientamento non è più un momento isolato, ma un percorso che accompagna i ragazzi nel tempo, aiutandoli a leggere se stessi, a conoscere le alternative e a riorientarsi quando necessario. Un punto centrale, soprattutto in un mercato del lavoro che non offre più traiettorie lineari. C’è poi un elemento che rende Skillherz particolarmente rilevante anche per le imprese. In un contesto segnato dal calo demografico e dalla crescente difficoltà di reperimento di profili tecnici e professionali, partecipare ai percorsi di orientamento significa investire sul proprio territorio e sulla sostenibilità futura del sistema produttivo. Le aziende diventano attori educativi, contribuendo a creare quella pari dignità tra i diversi percorsi formativi – tecnici, professionali, accademici- che è essenziale per scelte più consapevoli. Con i centri di Bergamo, Brescia, Lodi, Como, Lecco e Vicenza, Skillherz non propone scorciatoie ma un modello concreto per ridurre la distanza tra scuola e lavoro. Per maggiori informazioni www.skillherz.com.


Una risposta
Il dato che apre l’articolo (un diplomato su tre in Lombardia senza idee chiare sul proprio futuro) non va letto come una fragilità individuale dei giovani, ma come un indicatore di sistema. È il segnale di una distanza ancora troppo ampia tra scuola, lavoro e territori, che genera disorientamento proprio nel momento in cui sarebbe più necessario offrire strumenti di lettura e di scelta.
La ricerca di Fondazione Adapt ha il merito di spostare il fuoco dal “momento della decisione” al processo dell’orientamento, mostrando con chiarezza che non può più essere episodico, teorico o delegato alle sole famiglie. In un mercato del lavoro che cambia rapidamente e in un contesto demografico che restringe le possibilità di recupero degli errori, orientare significa accompagnare nel tempo, aiutare le persone a conoscersi, a riorientarsi, a non scambiare una difficoltà per un fallimento personale.
Il paradosso evidenziato, imprese che cercano competenze e giovani che faticano a scegliere, non è una contraddizione, ma l’effetto di filiere educative e produttive che dialogano ancora poco. In questo senso, il ruolo delle imprese come attori educativi non è un’opzione accessoria, ma una responsabilità civica. Le esperienze citate, da Edison a Skillherz, mostrano che quando l’orientamento diventa esperienziale, continuativo e radicato nei territori, cresce la qualità delle scelte e si riduce il mismatch.
C’è poi un tema di equità che attraversa tutto l’articolo. L’orientamento non serve solo a “trovare lavoro”, ma a rendere visibili opportunità che altrimenti resterebbero accessibili solo a chi dispone di maggiori risorse culturali e sociali. Costruire percorsi di pari dignità tra istruzione tecnica, professionale e accademica significa rafforzare la coesione sociale e la sostenibilità futura del sistema.
In definitiva, orientare non è indicare una strada dall’alto, ma camminare insieme, come comunità educante, assumendosi una responsabilità condivisa verso le nuove generazioni. Non farlo, oggi, non è solo inefficiente: è un rischio che il Paese non può permettersi.