Nel 2010 erano 25 in tutta Italia, nel 2024 le Academy d’Impresa sono diventate 232. In quattordici anni, i numeri sono cresciuti quasi di dieci volte: stiamo assistendo a un nuovo fenomeno nel mondo del lavoro. Nei fatti «le Academy d’Impresa sono passate da esperienza pionieristica a infrastruttura stabile delle strategie industriali». A parlare è Laura Deitinger, presidente di Assoknowledge, di Categoria di Confindustria SIT che rappresenta le Academy d’Impresa. I numeri del «Rapporto Assoknowledge 2025» danno la misura del cambio di passo: «Il 94,4% è ormai in fase avanzata o matura e il 78% lavora soprattutto su formazione manageriale ed esecutiva».

L’«onda Academy» non ha colpito solo una nicchia di mercato: «Manifattura, energia, automotive, farmaceutico, costruzioni, multiutility, banche, ICT e servizi» sono i settori più coinvolti. È la risposta delle aziende a un problema fisiologico che sembra orientato alla cronicizzazione: le imprese cercano competenze che il mercato non riesce a consegnare nei tempi stabiliti. «Molte conoscenze richieste dalle imprese nascono all’interno, nei processi produttivi», osserva Deitinger. L’Academy d’Impresa serve a costruirle in casa, «accelerare upskilling e reskilling, accompagnare transizione digitale e green e rafforzare l’identità e la reputazione aziendale». La formazione è entrata così nella strategia industriale: per un ceo significa ridurre il tempo necessario per rendere produttiva una nuova risorsa, per un investitore vuol dire misurare la capacità dell’impresa di innovare e contenere il turnover. Il punto è superare il catalogo corsi: l’Academy d’Impresa funziona quando dialoga con recruiting, sviluppo, organizzazione e filiera.
Le Academy d’Impresa più solide lavorano con scuole, Its, università, fornitori e istituzioni. Le imprese portano fabbisogni e pratiche operative; il sistema educativo li traduce in moduli, laboratori, apprendistati e micro-qualifiche
La Generazione Z è dentro questo passaggio: le Academy d’Impresa sono diventate un canale di ingresso quando collegano orientamento, apprendistato duale, preassunzione e lavoro reale. Anche se oggi la saldatura con il recruiting resta incompleta: «Solo nel 20% dei casi partecipano attivamente alla selezione». I casi più avanzati indicano la direzione da prendere. Ad esempio, «Enel, con “Energia per crescere”, ha raccolto 26mila candidature, formato 4mila persone e favorito 2.600 assunzioni nell’indotto. Per la Gen Z, questi percorsi riducono la distanza tra aula, impresa e mestiere», dice Deitinger. All’appello mancano diverse figure: «Sviluppatori, specialisti IT, data scientist, esperti di cybersecurity e intelligenza artificiale. E servono diplomati tecnici, profili per la transizione energetica, figure medico-scientifiche, competenze interdisciplinari in supply chain e procurement e ruoli legati al software-defined vehicle». I ruoli sono decisamente complessi: alle conoscenze tecniche si affiancano «adattabilità, collaborazione, ascolto, problem solving, comunicazione e lettura di scenari complessi». Se da un lato il divario è ampio, dall’altro i giovani chiedono un plus, oltre la formazione tecnica. «Cercano orientamento, riconoscimento del proprio potenziale, contatto con il lavoro reale e crescita professionale», sottolinea la presidente di Assoknowledge. Vogliono capire il proprio ruolo e misurarsi con attività concrete.

Un’Academy d’Impresa efficace «trasforma motivazioni e attitudini in competenze spendibili», in grado di incidere sull’engagement, mentre «due imprese su tre adottano strategie per attrarre e trattenere talenti». Le Academy d’Impresa più solide lavorano con scuole, Its, università, fornitori e istituzioni. Le imprese portano fabbisogni e pratiche operative; il sistema educativo li traduce in moduli, laboratori, apprendistati e micro-qualifiche. Deitinger cita il caso Muner, «un’operazione di sistema nata in Emilia-Romagna, promossa dalle industrie del territorio, con Dallara come capofila, che ha portato le università regionali a consorziarsi attorno ai fabbisogni della “Motor Valley”».
«Per le Pmi il modello sarà diverso» da quello dei grandi gruppi. Se le strutture autonome sono costose; diventano più realistici progetti aperti, territoriali, interaziendali o di filiera. Qui si gioca una partita di politica industriale: riconoscere le Academy d’Impresa «come parte del sistema formativo, incentivarne l’apertura verso PMI e territori e integrarle stabilmente con scuola, ITS Academy e università». Per iniziare con il piede giusto nell’avvio di una Academy aziendale, ci sono alcuni errori da evitare: «misurare solo le ore erogate, non partire dai fabbisogni reali, non coinvolgere scuole, ITS Academy e università, non aprirsi alla filiera e non collegare formazione, selezione e sviluppo – avverte Deitinger -. Una Academy d’Impresa chiusa dentro l’azienda rischia di perdere il suo potenziale più innovativo».
Nei prossimi cinque anni, «per le grandi imprese le Academy d’Impresa tenderanno a diventare uno standard. Per le aziende più piccole cresceranno i modelli condivisi». La differenza la faranno governance, co-progettazione, integrazione fra aula e lavoro, strumenti digitali, micro-certificazioni e uso consapevole dell’IA. E ciò significa persone più pronte, minori costi di inserimento, una filiera più robusta.