Giuliano Noci è Prorettore del Politecnico di Milano e guida da tre anni l’Hub della Conoscenza che ha promosso «Next Gen Power»: la ricerca con le voci di oltre 6.000 studenti delle scuole superiori lombarde sui temi di lavoro, scuola, intelligenza artificiale e futuro. Lo abbiamo incontrato con l’Osservatorio Delta Index per chiedergli cosa dovrebbero imparare le aziende da questi dati.
Professor Noci, dalla vostra ricerca su 6.000 studenti lombardi la parola più ricorrente è «insicurezza». Cosa deve capire un’azienda davanti a un giovane candidato con questo stato d’animo?
«Che i ragazzi di oggi somigliano più a noi di quanto pensiamo, ma con una differenza: il loro ottimismo verso il futuro è più basso. Ed è comprensibile, visto quello che sta succedendo nel mondo. C’è anche una forte introspezione: le tecnologie li connettono al mondo ma non fanno vivere loro relazioni fisiche reali. Il risultato è fragilità, solitudine. Nel lavoro chiedono sicurezza, un appoggio, coordinamento. Chiedono, in fondo, di poter uscire da una fragilità che social e pandemia hanno lasciato addosso a questa generazione più che alle precedenti».
«Prima cosa: sono molto meglio di quanto ci immaginiamo. Siamo noi a non farli uscire dal guscio. Il lavoro non è per loro un obiettivo assoluto come lo era per noi: c’è un tema forte di equilibrio tra vita e lavoro. Poi vogliono crescere, non solo di stipendio: di competenze. Vogliono aziende coerenti con i propri valori, anche ambientali. E vogliono essere accompagnati: c’è una fragilità di fondo, figlia dei social e della bolla creata dal Covid, che si traduce in una richiesta esplicita di coordinamento».
Cosa dovrebbe cambiare già dal colloquio di selezione, per non deluderli subito?
«Ci sono tassi di abbandono altissimi nei primi mesi. Perché tra promessa e realtà, in azienda, spesso il divario è troppo ampio. Un’impresa deve offrire prima di tutto una visione strategica chiara: il giovane vuole capire dove la porti, come si posiziona sul mercato. Poi deve accettare la diversità di questa generazione, invece di liquidare tutto con “non hanno voglia di lavorare”: è un giudizio sbagliato, e sbagliarlo davanti a un ragazzo fragile è il modo migliore per chiudere ogni dialogo prima ancora che cominci».
Sfatiamo il mito dello stipendio. Ai ragazzi non interessa la paga?
«Non è vero. Lo stipendio non è affatto secondario: chi si affaccia in Svizzera, Francia o Olanda trova retribuzioni doppie. Ma non basta. Non è che pagando bene un’azienda si mette la coscienza a posto su tutto il resto. Lo stipendio pesa quanto gli altri elementi, non più degli altri».
«Sì, ma devono muoversi molto prima. Al Politecnico vedo giovani che il giorno della laurea sono già con un contratto in mano da sei mesi: troppo tardi per cercarli lì. Le imprese devono avvicinarsi a scuole e università per costruire insieme progetti che generino conoscenza reciproca, non solo colloqui dell’ultimo minuto. E cambia il ruolo delle risorse umane: non più il soggetto che gestisce solo relazioni sindacali, come in passato, ma un motore che crea valore se e solo se il capitale umano è preparato e motivato, cinghia di trasmissione tra scuola e lavoro.
Un consiglio alle imprese che faticano ad attrarre i giovani?
Rompere due schemi. Il primo: pensare che lavorare tanto dia automaticamente ragione a chi comanda: è un assunto che va messo in discussione. Il secondo, più difficile: i silos organizzativi. I ragazzi sono nati con internet, pensano per ipertesti, in rete, in orizzontale, vivono la sharing economy, l’economia della condivisione. Le aziende italiane, invece, vivono ancora di funzioni separate, di campanili, non solo quelli dei paesi, ma anche quelli tra un ufficio e l’altro. È il sistema più lontano possibile dal loro modo di ragionare».
Due paure emergono dalla ricerca: intelligenza artificiale e geopolitica. Sono legate?
«Sì, stanno insieme. Sotto c’è lo stesso pessimismo di fondo sul futuro, e un futuro pensato con pessimismo rischia di allontanare i ragazzi dal futuro stesso: è un tema serio per i nostri territori. Sull’intelligenza artificiale la paura non è essere sostituiti: è non riuscire a governarla. L’intelligenza artificiale è utile, è fondamentale, va messa al servizio dell’uomo, non il contrario. E anche qui c’è un tema di sfiducia verso la scuola e verso chi fa le regole, più che verso la tecnologia in sé».
C’è un dato che l’ha sorpresa più degli altri?
«Due, in realtà. Il primo: la creatività dei ragazzi, che in alcuni progetti ha sorpreso perfino i manager aziendali. Il secondo: durante un hackathon a Casalmaggiore è emersa una richiesta fortissima di spazi di socialità. Abbiamo tanti oratori e immobili vuoti che potremmo restituire a questo bisogno: è una sfida importante, ma è una sfida per il nostro futuro».
Hub della Conoscenza e Delta Index guardano allo stesso mondo da due punti diversi. Che valore ha incrociare questi sguardi?
«Enorme. Ho visto tante fiere di orientamento dove studenti e aziende si parlavano senza capirsi: ragazzi che giravano nei corridoi cercando solo il gadget, imprese che tornavano a casa insoddisfatte del risultato che si erano poste. Un dialogo tra sordi. Noi partiamo dai giovani, Delta Index dalle imprese: messi insieme, i due sguardi aiutano le aziende a capire che non scelgono più i talenti, sono i talenti a scegliere le imprese. E che sono diversi da noi non per capriccio: la tecnologia ha accelerato il tempo, e chi oggi ha 14-15 anni è, di fatto, generazioni avanti rispetto a noi».