I giovani expat chiedono anche merito e responsabilità

Quando si ragiona sulla fuga all’estero dei giovani, una voce fondamentale è quella delle imprese ma lo è altrettanto quella dei ragazzi, e la classifica delle motivazioni tra le due voci purtroppo non coincide. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro ha analizzato 1.803 questionari compilati da giovani italiani che vivono all’estero. Le retribuzioni basse stanno in testa anche in questa graduatoria, ed è il dato che tutti i giornali hanno ripreso. Ma subito sotto, staccate di pochi punti, ci sono due voci che nei titoli di questi giorni non sono entrate. La prima è la cultura del lavoro arretrata, indicata dall’80,7%. La seconda sono le competenze poco valorizzate, 74,6%. Entrambe più alte della burocrazia, ferma al 48,4%, e del clientelismo, al 48,5%. Qualità della vita e clima sociale restano sotto il 34%: non è l’Italia come Paese a spingere fuori, è l’Italia come luogo di lavoro. Nelle risposte aperte l’osservazione si fa precisa. Ricorrono i modelli organizzativi ancora padronali anziché manageriali, riconosciuti come tipici delle imprese di piccola dimensione. E ricorre il confronto con l’estero sul punto delle responsabilità: fuori vengono affidate anche a persone giovani, in Italia si resta a lungo classificati come troppo poco esperti.

C’è poi il rovescio della classifica, cioè che cosa servirebbe per farli tornare. L’83% indica retribuzioni più alte, ma subito dietro, al 79%, c’è una maggiore valorizzazione del merito. Fra le due condizioni corre una differenza che riguarda direttamente i conti: la prima costa, la seconda no. Riconoscere il merito significa stabilire come si assegnano le responsabilità, ogni quanto si dà un riscontro a chi lavora e su quale base si decide un avanzamento. Sono scelte organizzative, non voci di bilancio.

Il Cnel tira la conclusione che riguarda le aziende da vicino. Sul salario pesano anche fattori che la singola impresa non controlla. Sull’organizzazione del lavoro e sul riconoscimento delle competenze, no: lì decide soltanto la governance aziendale. Tradotto per chi legge queste pagine: delle tre ragioni principali per cui un giovane laureato lascia l’Italia, due sono nelle mani di chi lo ha assunto.

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