Networking, i giovani ci credono più di tutti. Ma nessuno insegna loro come fare

I giovani che hanno scoperto il valore di LinkedIn, lo aprono quasi ogni giorno, scorrono, leggono il post di un manager o di un’azienda che li interessa. Vorrebbero commentare, ma poi non lo fanno. Chiudono l’app e passano oltre. Non si tratta di pigrizia, la loro è paura. E adesso questa percezione è stata rilevata anche statisticamente attraverso i numeri. Li ha messi in fila LinkedIn con una ricerca realizzata da Censuswide su 18.050 lavoratori in dodici Paesi, 1.050 dei quali in Italia. Il quadro generale è già eloquente: per l’82% dei professionisti italiani il network è importante per orientarsi nel lavoro, ma il 42% non sa come trasformare i contatti in relazioni vere. È quando si guarda ai più giovani, però, che il dato diventa un paradosso.

Chi ci crede di più, fatica di più

La Gen Z è la generazione che attribuisce più valore alle relazioni professionali: il 93% le considera fondamentali per orientarsi nella carriera, contro l’86% dei Millennial, il 79% della Gen X e il 68% dei Baby Boomer. Ed è, allo stesso tempo, quella più in difficoltà. Il 55% dei giovani non sa come passare dal contatto alla relazione. Il 51% non sa nemmeno da dove cominciare. A frenarli non è il disinteresse, ma soprattutto i timori: di sembrare poco autentici (39%), di disturbare (36%), di essere giudicati (28%), perfino di passare per opportunisti (27%). Paure che chi ha qualche anno di lavoro alle spalle fatica a ricordare. Ma che per chi entra oggi in azienda pesano. Il risultato si vede online. Il 68% della Gen Z dichiara di scorrere regolarmente contenuti su lavoro e carriera senza mai interagire. Tra i Baby Boomer la quota scende al 41%.

Quando nel novembre 2024 avevamo incontrato Marcello Albergoni, country manager di LinkedIn Italia, nella sede milanese della piattaforma, era stato lui stesso a descrivere questo profilo: «Magari c’è qualcuno che è un po’ più timido e ha bisogno di guardare le aziende, di farsi ispirare». Quasi due anni dopo, quel «qualcuno» ha una percentuale.

Non sono fermi: stanno costruendo

Attenzione, però, a leggere questi numeri come l’ennesimo ritratto di una generazione fragile. I dati della piattaforma raccontano altro. Negli ultimi sei anni i giovani professionisti italiani hanno aumentato del 17% il ritmo con cui creano nuove connessioni. Nello stesso periodo i Millennial l’hanno ridotto del 18%, la Gen X del 27%. La Gen Z, insomma, si muove e bussa pure. Il problema è capire chi apre.

La porta che conta è quella dell’azienda

C’è un dato, nella ricerca, che dovrebbe interessare ogni responsabile delle risorse umane. Solo il 13% delle candidature inviate dai giovani in Italia nasce da una segnalazione interna. Ma quando la segnalazione c’è, la probabilità di essere assunti è oltre cinque volte e mezzo più alta. Tradotto: il canale più efficace per portare un giovane in azienda è anche quello che i giovani usano meno. Non perché non ci credano. Perché non hanno le chiavi.

Ed è qui che la lettura dell’Osservatorio Delta Index cambia prospettiva. Il networking viene raccontato quasi sempre come una competenza che il singolo deve imparare da solo, a colpi di coraggio e messaggi a freddo. Ma per un’impresa che vuole attrarre la Gen Z la relazione non è un problema del candidato. È un processo che l’azienda può progettare. Lo conferma un altro numero della ricerca: appena il 28% dei professionisti italiani racconta di aver ricevuto indicazioni chiare su come costruire rapporti professionali. Nessuno lo insegna. Né a scuola, né – il più delle volte – in azienda.

Se i giovani guardano, le imprese devono farsi trovare

Se la Gen Z osserva in silenzio, la prima domanda per un’impresa è semplice: c’è qualcosa da osservare? Il report di Delta Index, costruito su un centinaio di imprese, fotografa una situazione ancora acerba: solo il 7% aveva sviluppato una strategia di employer branding articolata sui canali social, mentre il 42% li utilizzava in modo limitato. Aziende che i giovani non possono nemmeno scorrere. Figurarsi contattare.

Il network si coltiva anche dentro

C’è poi una differenza generazionale che riguarda il dopo. Per il 76% della Gen X e il 73% dei Millennial fare networking significa anche mantenere vive le relazioni nel tempo. Per la Gen Z la quota scende al 59%. I giovani vedono il network soprattutto come una serie di occasioni – eventi, webinar, gruppi – più che come un rapporto da curare. È esattamente lo spazio in cui un’azienda può fare la differenza. Un tutor che presenta il neoassunto ai colleghi di altri reparti. Un manager che risponde al commento di un ragazzo sotto il post aziendale. Un programma di segnalazioni aperto anche a chi è entrato da poco, perché sono i coetanei i primi a portare altri coetanei. Una rete di ex stagisti e studenti in alternanza da tenere viva anche dopo la fine del percorso.

Piccoli gesti che non costano quasi nulla. E che trasformano un contatto in un legame. Legami che contano anche per trattenere: un giovane che dentro l’azienda ha costruito relazioni ha un motivo in più per restare.

Chi fa il primo passo

«Costruire un network non significa semplicemente conoscere più persone o attivare i propri contatti quando si cerca un nuovo lavoro. Significa creare relazioni autentiche nel tempo, attraverso conversazioni, scambio e reciprocità», ha commentato Albergoni presentando la ricerca. Reciprocità è la parola giusta. Ma una relazione reciproca ha bisogno che qualcuno faccia il primo passo. E pretendere che sia sempre un ventitreenne con la paura di disturbare è, forse, il vero errore delle imprese.

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