Sei mesi. È il tempo che spesso passa tra la firma di un contratto e le dimissioni di un ragazzo appena assunto. «Ci sono tassi di abbandono molto elevati e molto presto: un giovane assunto dopo sei mesi se ne va», dice Giuliano Noci, Prorettore del Politecnico di Milano e fondatore dell’Hub della Conoscenza. E la ragione, nella sua lettura, quasi mai sta nel lavoro in sé. Sta in quello che è stato promesso prima.
Da qui le due indicazioni che il Prorettore rivolge alle imprese, entrambe da mettere in campo già al primo colloquio. La prima è la chiarezza sulla direzione. «Il giovane chiede una visione strategica chiara», spiega Noci. Vuole capire come l’azienda si posiziona sul mercato e se quel mercato è in crescita. Non è curiosità: è il modo in cui un ventenne prova a capire se quel posto, fra tre anni, avrà ancora qualcosa da offrirgli.
È il punto in cui la selezione smette di essere una procedura e diventa una scelta culturale. Un’impresa che entra in un colloquio convinta di avere davanti qualcuno che non ha voglia difficilmente riuscirà a raccontare in modo credibile dove sta andando. E difficilmente sentirà quello che il candidato non dice.
Una lettura che si allinea a quanto l’Osservatorio Delta Index rileva sul proprio panel di aziende benchmark: l’abbandono precoce non nasce quasi mai nei primi mesi di lavoro, nasce prima, nel modo in cui l’azienda si è raccontata. Attrarre e selezionare sono due dimensioni distinte, ma se la promessa fatta nella prima non regge alla prova della seconda, il percorso si interrompe quando è appena cominciato.
