Matteo consegnava pizze, ora lavora per Amazon in Lussemburgo. Cosa ci dice delle aziende italiane

C’è un equivoco di fondo nel modo in cui spesso guardiamo ai giovani professionisti che scelgono di lavorare all’estero: la consideriamo una fuga, quando spesso è una mobilità che non nasce dal desiderio di “andarsene”, ma dalla necessità di “diventare”.

La pizza, i magazzini e la domanda che cambia tutto

Il momento esatto in cui un giovane decide di costruire il proprio futuro lontano dall’Italia non avviene quasi mai nelle aule universitarie, ma quasi sempre nella fatica dei cosiddetti “lavoretti”. È quanto successo a Matteo Gallinotto, venticinquenne originario di Vimercate e oggi Account Manager per Amazon in Lussemburgo, che ha capito di voler costruire il proprio futuro all’estero mentre consegnava pizze per Domino’s e spostava merci nei magazzini: «Guardavo i miei colleghi più anziani di me e mi immaginavo alla loro età in quel lavoro. Una volta mi è capitato di lavorare con un signore in pensione che faceva il cameriere per riuscire ad arrivare a fine mese e mi sono chiesto: è questo il mio destino?».

Quell’immagine è il vero punto di partenza per comprendere una dinamica che l’Osservatorio Delta Index mappa costantemente e che le imprese italiane faticano ancora a decifrare: la Generazione Z non scappa per un rifiuto ideologico del proprio Paese, ma per un’insaziabile, vitale e pragmatica fame di crescita.

«Alle superiori ero uno studente terribile. Ho fatto il record dei 10 debiti. Poi ho lasciato tutto e sono partito. Ed è stata la scelta giusta»

Oggi Matteo non è solo un professionista inserito in una grande multinazionale, ma un vero esperto delle dinamiche giovanili. Un ruolo conquistato proprio partendo da un percorso atipico e pieno di ostacoli, che ha saputo trasformare in leve motivazionali. «Alle superiori ero uno studente terribile», confessa senza filtri, «ho fatto il record dei 10 debiti, non credo che nessuno ne abbia mai presi così tanti. Ho provato a fare i test d’ingresso per l’università a Milano, ma non ne ho passato nemmeno uno. Così ho ripiegato su Bergamo». Da quel pendolarismo sui treni regionali tra Milano e Bergamo è scattata la necessità di guardare altrove, spingendosi prima in Germania per la magistrale e poi verso realtà aziendali come Audi e Amazon.

Un percorso di adattamento, partito dal basso: «Ho visto che qui in Germania vendevano porzioni di lasagne surgelate a tredici euro l’una, così ho iniziato a stampare degli annunci e li incollavo in giro per la città. Ogni venerdì cucinavo sedici porzioni di lasagne e le vendevo a cinque euro l’una, e pensavo che il mio lavoro sarebbe stato quello del tipico italiano che vende cibo all’estero».

Dal curriculum all’orientamento: aiutare i pari

Questa gavetta è ciò che gli ha permesso di diventare un osservatore estremamente lucido, consapevole delle profonde dinamiche che muovono il mercato lavorativo estero: «Ho imparato a vedere, cercare e trovare le opportunità che il Paese offre. Questo mi ha permesso di progredire velocemente nella mia carriera e mi ha dato gli strumenti necessari per aiutare gli altri a fare lo stesso». Da lì ha deciso di fondare un progetto parallelo che ad oggi lo mette quotidianamente in contatto con le urgenze dei suoi coetanei: «Ho creato una piattaforma da zero, in cui aiuto i ragazzi a capire dove stanno sbagliando sul curriculum e come sistemarlo al meglio. Ho fatto consulenze a centinaia di persone, so come si muovono le aziende e cosa cercano», racconta. «Il mio aiuto è quello di spiegare loro quali posizioni sono compatibili con gli studi che hanno fatto e accompagnarli fino al primo colloquio».

Il nodo della crescita: perché il Nord Europa vince

Grazie alla sua doppia veste di professionista e consulente per giovani, Matteo individua una frattura fondamentale tra il sistema italiano e quello nordeuropeo: la rapidità con cui si viene immessi in un circuito di vera responsabilità. La parola chiave è “crescita”, ed è l’unico reale collante in grado di trattenere un giovane. «Qui si investe fin dal primo anno di università nei giovani, tramite sistemi ad hoc», spiega analizzando la sua esperienza in Germania. «C’è il sistema werkstudent che consente di lavorare circa venti ore a settimana. Il giovane finisce l’università che ha già qualche anno di esperienza lavorativa». Un divario netto rispetto a ciò che osserva nel nostro Paese: «In Italia non esiste, non è la normalità avere un lavoro d’ufficio e fare anche la triennale contemporaneamente».

Se la Generazione Z cambia continuamente lavoro, lo fa perché rifiuta i tempi morti di una gavetta tradizionale intesa come semplice anticamera dell’operatività.

«In Germania esiste il werkstudent: lavori 20 ore a settimana mentre studi. Finisci l’università con anni di esperienza. In Italia non è la normalità»

La cultura del rispetto: autonomia, orari, confini

L’altro grande indicatore di attrattività è la qualità della vita aziendale, che all’estero si traduce in una concezione radicalmente diversa dell’autorità e del tempo. «Qui viene garantito equilibrio, c’è qualità di lavoro e non mi stresso, esco sempre verso le 17», racconta Matteo. Non è solo una questione di benefit strutturali, ma di cultura del rispetto: «Generalmente in Italia il capo si permette di chiederti cose che non sono scritte nel contratto, lo dà per scontato. Qui invece ti rispetta e ti lascia autonomia, non è autoritario ma flessibile». È una dinamica che va ben oltre la latitudine geografica, diventando un monito per il nostro management: «Il problema è la mentalità italiana: non è qualcosa che succede solo in Italia, ma anche nelle aziende italiane all’estero, che si portano dietro questo modus operandi».

Al contrario, i contesti internazionali puntano su un welfare invisibile ma tangibile: «Innanzitutto le aziende estere offrono benefit, che non è scontato. Vengono rispettati i diritti dei lavoratori, ad esempio in Germania è normale lavorare solo 35 ore a settimana; non vedi soldi in più entrare ma sai che hai lavorato 5 ore in meno della norma, o hai il venerdì pomeriggio sempre libero. Il lavoro finisce in ufficio e non devi essere costantemente reperibile».

Il prezzo dell’altrove: sacrifici che non si raccontano

La panoramica di Matteo mette in evidenza anche alcuni aspetti negativi: non decanta l’estero a priori, anzi, ne svela i costi altissimi, sfatando il mito di un paradiso senza ostacoli. «È stato difficile creare la mia rete di amicizie da zero, l’ho dovuto rifare più volte», ammette. «La parte più difficile è rientrare a casa per un tempo limitato, rendermi conto del tempo che è trascorso nel vedere i miei parenti invecchiati. Non è facile accettare di essere l’unico assente alle occasioni di famiglia». Inoltre, le barriere non sono solo linguistiche, ma spesso profondamente culturali: «Ho lavorato in un’azienda tedesca, con soli tedeschi e con mentalità tedesca e mi è capitato che mi facessero pesare la mia provenienza».

«La parte più difficile è rientrare a casa e rendermi conto del tempo trascorso, vedere i miei parenti invecchiati. Non è facile essere l’unico assente alle occasioni di famiglia»

Tornare, ma per scelta: il messaggio alle imprese italiane

Eppure, a fronte di questi enormi sacrifici personali, emerge lo snodo cruciale della sua analisi. Anche con le stesse condizioni economiche e di crescita offerte a Lussemburgo, non sarebbe rimasto nel suo Paese di origine: «Anche se in Italia ci fossero state le stesse condizioni, sarei partito comunque. Qui c’è una forte crescita a livello personale e professionale: entri in contesti completamente diversi da quelli in cui sei cresciuto, conosci persone con stimoli e capacità differenti e impari molto più in fretta. Cambia proprio il modo di vedere le cose, perché capisci che il mondo è grande e non esiste solo la tua città o il tuo Paese».

L’esperienza fuori dai confini diventa così una competenza in sé: «Questo aumenta anche la capacità di riconoscere le opportunità. In un mondo sempre più competitivo, soprattutto nelle grandi multinazionali, servono competenze forti. L’estero permette proprio questo: entrare in contesti più internazionali e strutturati, dove le skill si sviluppano più in fretta».

La narrazione di Matteo Gallinotto smonta la retorica della “fuga dei cervelli” e consegna alle aziende italiane una prospettiva di speranza e una chiara direzione strategica. Il giovane non parte per scappare, ma per allenarsi. «Mi piacerebbe in futuro tornare in Italia, perché resta il Paese che amo», conclude Matteo. «Però, nella realtà attuale, un rientro avrebbe senso solo dopo aver costruito un percorso solido all’estero, raggiunti risultati concreti e sviluppato competenze di alto livello. La mia consapevolezza è che se tornassi ora farei un passo indietro a livello di stipendio e di qualità vita-lavoro. Perderei anche l’indipendenza che mi sono costruito qui e che è sempre stato il mio obiettivo. Essere costretto a rientrare per me sarebbe un fallimento, vorrei che quella scelta nascesse da un desiderio e non da una costrizione».

Il messaggio per il nostro sistema d’impresa è chiaro: dobbiamo smettere di leggere la mobilità giovanile come un tradimento e iniziare a vederla come un’opportunità di sistema. La Gen Z resta, o ritorna, solo dove vede un margine di crescita. La vera sfida per l’attrattività italiana non è impedire ai giovani di partire per esplorare il mondo, ma costruire realtà aziendali così dinamiche, mature e pronte alla sfida globale da diventare la destinazione naturale in cui questi professionisti sceglieranno di tornare, per portare finalmente il loro valore a casa.

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