Il bonus giovani torna al 100%. Decreto lavoro del 1° Maggio con messaggio chiaro: assumere bene costa meno

Fino al 30 aprile 2026, il bonus per assumere giovani under 35 sopravviveva grazie a una proroga tecnica del decreto Milleproroghe. Una proroga con una scadenza e senza certezze. Chi faceva pianificazione HR lo sapeva: il sistema stava camminando su un filo. E la traiettoria era già stata descritta: dal 100% di sgravio contributivo del 2025, si era già passati al 70% per il primo quadrimestre 2026, destinato al 50% strutturale in assenza di ulteriori interventi. Un percorso in discesa, che l’Osservatorio Delta Index aveva segnalato a marzo in queste pagine. Con il decreto del 1° maggio 2026, il governo Meloni ha interrotto quella discesa. Ha reintrodotto il 100% di sgravio e – novità decisiva – ha dichiarato l’intenzione di rendere la misura strutturale. Non più una leva a scadenza programmata, ma un pilastro del sistema di incentivi all’occupazione giovanile.

Come funziona adesso: il 100%

Il nuovo bonus giovani copre il 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro (escluso l’Inail) per le assunzioni a tempo indeterminato di personale non dirigenziale under 35. I destinatari sono giovani privi di impiego regolarmente retribuito da almeno 24 mesi, oppure da almeno 12 mesi se rientranti in specifiche categorie di svantaggio.

Il tetto mensile è fissato a 500 euro per lavoratore, che salgono a 650 euro per le assunzioni nelle sedi produttive di Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Marche e Umbria. La durata è di 24 mesi nella formula ordinaria, ridotta a 12 mesi per alcune fattispecie specifiche.

Rispetto al passato, però, lo sgravio non è automatico: per accedervi occorre che l’assunzione produca un incremento occupazionale netto. Il calcolo va fatto mese per mese rispetto alla media dei dodici mesi precedenti, con ponderazione per i part-time e al netto delle riduzioni avvenute in società controllate, collegate o riconducibili allo stesso soggetto. Non è un dettaglio: è la condizione che separa il bonus giovani da un sussidio generalizzato.

C’è anche un anticorpo contro le assunzioni di facciata: se nei sei mesi precedenti l’assunzione il datore ha effettuato licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo o licenziamenti collettivi nella stessa unità produttiva, il bonus non spetta. E se nei sei mesi successivi viene licenziato il lavoratore assunto o un lavoratore con la stessa qualifica nella medesima unità il beneficio viene revocato e recuperato.

La vera novità: il salario giusto

C’è un elemento del decreto che merita attenzione particolare, perché non riguarda solo il bonus giovani: vale per tutti e tre gli esoneri contributivi del provvedimento. Gli incentivi spettano solo se la retribuzione rispetta il cosiddetto «salario giusto», ancorato ai contratti collettivi firmati dai sindacati più rappresentativi per ciascun settore. Non si tratta di un salario minimo fissato per legge. È una condizione di congruità: un’azienda che assume pagando meno di quanto prevede il contratto collettivo di riferimento non può accedere allo sgravio. Lo Stato riduce il costo del lavoro, ma in cambio chiede che quel lavoro sia retribuito correttamente.

Sul piano operativo, questo introduce una nuova verifica per le funzioni HR. Oltre alla regolarità contributiva (il Durc) le imprese dovranno dimostrare la congruità del trattamento economico rispetto al contratto applicato. Un livello aggiuntivo di compliance, che però porta con sé una contropartita: il bonus non premia più qualsiasi assunzione, ma quella fatta bene.

Strutturale o no? La vera posta in gioco

La parola chiave del decreto – per chi si occupa di pianificazione del lavoro – è «strutturale». Non un’altra proroga di tre mesi, non un rinnovo a fine anno. Un’intenzione dichiarata di rendere questo sistema permanente. Delta Index lo aveva scritto a marzo: il problema del bonus giovani non era solo il suo importo, ma la sua natura provvisoria. Un sistema che cambia di mese in mese alimenta un approccio tattico: si assume quando conviene, non quando serve. E questo non costruisce né organizzazioni né relazioni stabili con i giovani.

Se l’intenzione strutturale si tradurrà in misura effettivamente stabile dipenderà dalle coperture finanziarie – la bozza del decreto contiene ancora importi non quantificati, segno che il provvedimento dovrà passare dal vaglio finanziario prima di assumere forma definitiva – e dalla tenuta politica nei prossimi mesi. Per ora, è il segnale più netto che il mercato del lavoro giovanile attendeva.

Le altre misure del decreto: il quadro completo

Il decreto 1° maggio non si esaurisce nel bonus giovani. Accanto all’esonero contributivo per gli under 35, il provvedimento muove su altri fronti rilevanti per le imprese. La clausola del salario giusto vale per tutti.

Bonus donne: l’esonero totale dei contributi previdenziali per chi assume donne svantaggiate – entro un massimale di 650 euro mensili (800 nelle aree Zes) per 24 mesi – viene prorogato per il 2026 e avviato verso una stabilizzazione analoga a quella del bonus giovani. Vale per donne prive di impiego regolarmente retribuito da almeno 24 mesi, o 12 mesi per categorie svantaggiate. Il decreto aggiunge anche un esonero dell’1% (fino a 50.000 euro annui) per le aziende certificate secondo il sistema di parità di genere: una misura che trasforma la certificazione da bollino reputazionale in vantaggio economico concreto.

Bonus Zes Unica: per le assunzioni a tempo indeterminato nelle zone economiche speciali del Mezzogiorno – estesa dal 20 novembre 2025 anche a Marche e Umbria – è previsto un esonero integrale dei contributi fino a 650 euro mensili per 24 mesi. La platea è però più circoscritta: spetta esclusivamente ai datori di lavoro con non più di 10 dipendenti, e il lavoratore deve avere almeno 35 anni ed essere disoccupato da almeno 24 mesi. Una misura mirata al riassorbimento di adulti in condizione di lunga disoccupazione nelle aree più fragili.

Cumulabilità: gli esoneri non sono sommabili tra loro né con altri sconti contributivi, ma sono compatibili con la maggiorazione del costo ammesso in deduzione per le nuove assunzioni prevista dalla legge di bilancio. L’INPS sarà chiamato a monitorare il rispetto dei tetti di spesa e, al raggiungimento anche prospettico dei limiti, non potrà accogliere ulteriori richieste.

Detassazione di salari e produttività: il decreto proroga la cedolare secca al 5% sugli incrementi retributivi dei rinnovi contrattuali sottoscritti dal 1° gennaio 2024, per lavoratori con reddito fino a 33.000 euro. La detassazione all’1% dei premi di produttività viene confermata, così come l’aliquota agevolata del 15% sulle maggiorazioni per lavoro notturno, festivo, in turno o straordinario, entro un limite annuo di 1.500 euro.

Fondo Nuove Competenze: viene incrementato di 500 milioni di euro per il 2026, destinati a finanziare ore di formazione legate alle transizioni digitale, ecologica e organizzativa, coprendo retribuzione oraria e oneri contributivi. Per chi lavora con la Generazione Z, questo fondo è una leva concreta: i giovani che non trovano crescita se ne vanno. Investire in formazione non è un benefit, è una condizione di permanenza.

Rider e gig economy: il decreto recepisce la direttiva UE 2024/2831 sul lavoro tramite piattaforme digitali, introducendo la presunzione di rapporto di lavoro subordinato quando si riscontrano elementi di direzione e controllo, nuovi obblighi di trasparenza degli algoritmi e il principio della supervisione umana nelle decisioni che riguardano i lavoratori.

La domanda che resta aperta non è se il bonus giovani al 100% sia sufficiente. La risposta la conosciamo già: anche quando era al massimo, le imprese faticavano a trovare giovani. Il decreto fa le cose giuste: proroga, struttura, condiziona alla qualità dell’assunzione e alla correttezza retributiva. Ma la vera sfida rimane quella che nessun incentivo fiscale può risolvere da solo: costruire aziende in cui i giovani vogliano davvero entrare. Il bonus abbassa una barriera. L’attrattività la costruisce l’impresa.

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