Più stabilità, meno crescita. E una questione giovani tuttora irrisolta: dopo la forte accelerazione dell’immediato post-pandemia, l’occupazione mantiene un saldo positivo, ma con un ritmo più lento e alcune criticità generazionali e di genere. Parte da queste evidenze l’analisi del Cnel nel «XXVII Rapporto annuale sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva», presentato a Roma nei giorni scorsi. È una dinamica che si coniuga al quadro macroeconomico del Paese: secondo le stime, lo scorso anno il Pil italiano è salito dello 0,5%, mentre nel quarto trimestre del 2025 gli occupati – arrivati a 24 milioni e 121mila unità – hanno mostrato un incremento dello 0,4% rispetto allo stesso periodo del 2024. «La crescita dell’occupazione non appare pienamente coerente con l’andamento del prodotto interno lordo. In un contesto caratterizzato da una espansione economica moderata, il numero degli occupati continua tuttavia ad aumentare, raggiungendo livelli storicamente elevati».
Crescono gli over 50…
Ma cosa muove l’ultimo miglio del mercato del lavoro? Secondo il Cnel, nel 2025 l’avanzamento dell’occupazione è stato trainato da «fattori strutturali, a partire dalla componente demografica»: se gli anni scorsi avevano segnalato il grande apporto dei giovani alla fase espansiva, ora spicca il ruolo degli over 50. È come se il bacino della forza lavoro più giovane si sia quasi prosciugato; di contro, l’allungamento della vita lavorativa e le riforme pensionistiche «continuano a spingere verso l’alto la partecipazione delle classi di età più mature». Un dato è emblematico: sempre nel quarto trimestre il tasso di occupazione tra i 50-64enni ha toccato il 67%, in salita di 1,6 percentuali su base annua, dunque con una velocità superiore al resto della popolazione attiva. «Le proiezioni Istat mostrano che la popolazione tra i 15 e i 64 anni è destinata a diminuire fortemente nel lungo periodo, passando da 37,2 milioni nel 2024 a 29,4 milioni nel 2050 – ricorda il documento -. Questo dato aiuta a comprendere perché una parte della crescita occupazionale osservata nel breve periodo non possa essere letta solo come indicatore di rafforzamento congiunturale, ma vada collocata dentro un più ampio processo di trasformazione della struttura demografica del Paese».
… e «spariscono» giovani e donne
Tra i giovani, peraltro, alcuni indicatori assumono già segno negativo: nel quarto trimestre 2025 il tasso di occupazione nella fascia 15-34 anni (43,2%) è calato di 1,3 punti rispetto allo stesso periodo del 2024, il tasso di attività (50,9%) è diminuito di 1,3 punti. «Questo andamento riflette, da un lato, il prolungamento dei percorsi di istruzione e formazione – approfondisce il Cnel -, dall’altro lato, la persistente difficoltà di accesso al lavoro per i giovani con titolo di studio basso o generico, evidenziando la scarsa capacità di dialogo tra sistema educativo-formativo e il mondo produttivo».

Se la disoccupazione è ai minimi storici, la vera partita si gioca quindi sulla partecipazione: il tasso di inattività italiano rimane ben al di sopra della media europea, laddove il tasso di occupazione femminile, fermo al 53,8%, è viceversa di oltre 17 punti inferiore a quello maschile. Di nuovo, i punti deboli richiamano «la carenza di servizi di conciliazione tra vita lavorativa e familiare, la distribuzione ancora squilibrata dei carichi di cura e la elevata quota di lavoro a tempo parziale tra le donne, soprattutto nei servizi».
Tra Neet ed expat
La contrazione dei Neet – i 15-34enni che né studiano né lavorano – prosegue: dal picco massimo del 28,5% del 2014, i valori sono stati limati sino al 17,3% del 2024. Dal Cnel giunge tuttavia un caveat, capace di spingere lo sguardo oltre la sola dimensione quantitativa: «La diminuzione non è attribuibile uniformemente a un riassorbimento occupazionale o a una crescita della partecipazione formativa, bensì necessariamente anche ad effetti esterni al mercato del lavoro, di base demografica e a migrazioni interne ed esterne».
I Neet calano, ma non per merito: una parte ha semplicemente lasciato l’Italia
In altri termini, una quota di questi ragazzi ha scelto la strada dell’emigrazione: gli «expat» non sono solo i laureati, ma anche chi ha un titolo di studio basso – o addirittura ne è privo – e in Italia non trova una realizzazione. La conferma è in una cifra: «La popolazione italiana nella fascia 15-34 anni è infatti diminuita di 290mila unità negli ultimi anni, concentrando questa contrazione in particolare nel Sud e nel Centro, causando un effetto denominatore che costituisce una dimensione critica spesso sottovalutata».
Il nodo salariale
Altro problema atavico è quello salariale. Il Cnel mostra come tra gennaio 2024 e dicembre 2025 le retribuzioni contrattuali siano aumentate del 6,1%, a fronte di una crescita dei prezzi al consumo del 3,7%, «determinando un recupero del potere d’acquisto». Tuttavia, tale riscatto risulta ancora parziale, «poiché le retribuzioni reali restano inferiori ai livelli del 2021, con una perdita stimata del 7,7% nel settore privato non agricolo». La dinamica salariale non è quindi «ancora sufficiente a compensare gli effetti della precedente fase inflattiva». Peraltro, la progressione dell’occupazione è «trainata in larga misura dai servizi, in particolare da quelli legati al turismo, alla logistica e ai servizi alle imprese.
Le retribuzioni reali restano sotto i livelli del 2021: la perdita nel privato è del 7,7%
Comparti caratterizzati da una elevata intensità di lavoro ma, in molti casi, da livelli di produttività e retribuzione relativamente contenuti». Ecco perché, chiarisce il Cnel, «la crescita dell’occupazione non si traduce in un rafforzamento della qualità del lavoro e del benessere economico complessivo. Allo stesso tempo, il rallentamento del manifatturiero e le difficoltà di alcuni comparti industriali limitano le opportunità di occupazione più stabile e qualificata».
La tendenza
La tendenza, tra l’altro, è destinata anche a consolidarsi nel medio termine. Le stime sui fabbisogni occupazionali per il periodo 2025-2029 oscillano tra i 3,279 e i 3,721 milioni di ingressi, a seconda degli scenari: proprio il settore dei servizi inciderà per il 73-74% di queste richieste, l’industria in senso stretto assorbirà il 17%. Che tipo di profilo si cerca? Circa il 44-46% delle posizioni riguarderà persone con «formazione tecnico-professionale di secondo grado», seguite da una consistente elevata richiesta di profili con istruzione terziaria (37-39%). Continuerà infine a ridursi la domanda di lavoratori con bassa scolarizzazione, sino a rappresentare appena il 12-13% del totale.